
Mosè Vernetti
Il Sud non sta sotto vuole invitare a ribaltare la prospettiva sul rapporto centro-periferia che va da Nord a Sud. È un invito a guardare il mondo dalle periferie per avere una prospettiva decentralizzata su alcuni dei temi che riteniamo più urgenti in Italia e nel mondo, con la consapevolezza che le periferie sono ovunque, in tutti i Sud e in tutti i Nord.
C’è un Nord che vuole stare sopra a un Sud un po’ ovunque, ed è sempre il primo che cerca di definire il secondo. Vogliamo anche riflettere sulle contraddizioni, sui medesimi meccanismi di sfruttamento e di sopraffazione che stanno all’interno dei Sud. Anzi, è proprio nel Sud profondo che si manifesta più brutalmente la violenza estrattivista.
La colonizzazione avviene anche tra popoli colonizzati, non solo tra il colonizzatore e il colonizzato originari. Guardare il mondo dalle periferie non significa per forza vedere un mondo migliore di quello attuale.
Perché parlare di clima in questo quadro?
In primis sappiamo che sono proprio le parti del mondo che si sono industrializzate più tardi a pagare, per adesso, più intensamente le conseguenze di un sistema produttivo ecocida del Nord. In secondo luogo, una delle premesse di questo numero sta proprio nel fatto che il collasso eco climatico e il Sud siano ignorati in ugual modo. Si ignora il primo e si silenzia il secondo.
Dopo la devastazione delle coste in Sicilia e in altre parti del Sud Italia, sui giornali si è improvvisamente parlato di crisi climatica. Inizierei questa conversazione proprio mettendo in relazione le due invisibilità: da un lato la devastazione climatica, resa invisibile dalla narrazione dell’economia dipendente dai fossili, e del Sud del nostro Paese insieme ai Sud sparsi per il mondo, dai quali, ci racconti, possiamo già trovare risposte e prospettive alternative per il momento storico che stiamo vivendo.
Si parla di Sud solo nella tragedia. Si parla di collasso eco-climatico solo nella devastazione.
Come possiamo connettere e raccontare insieme queste due storie? Cos’hanno in comune? Cosa indica del centro e delle periferie?
Giuseppe De Marzo
Quello che tiene insieme tutto questo è sicuramente lo sfruttamento, cioè la necessità di un modello energivoro ed estrattivo di continuare ad aumentare i propri profitti. In cinquant’anni siamo passati da 30 a 106 miliardi di tonnellate di risorse estratte dalla Terra, aumentando il debito ecologico nei confronti degli altri Paesi e del pianeta. Continuiamo a prelevare risorse a un ritmo superiore alla capacità del pianeta di rigenerarle. La conseguenza di un modello estrattivo fondato su un paradigma economico che teorizza la crescita infinita all’interno di un pianeta con risorse finite è la crisi. Una crisi che viene scaricata su territori, popoli e Paesi ritenuti sacrificabili. Noi economisti ecologici parliamo spesso di razzismo ambientale: una pratica che consiste nello spostare i costi, i rischi e le riduzioni delle libertà verso le comunità più impoverite e maggiormente ricattabili. Quella che mi chiedi di descrivere è la gigantesca mappa del razzismo ambientale nel mondo. Esiste un centro che preleva più risorse rispetto a quelle che gli spetterebbero e le va a prendere nei luoghi più ricchi di spazio bio-riproduttivo, di germoplasma, di biodiversità, di elementi vitali. Per rompere questo meccanismo neocoloniale, abbiamo una sola strada che arriva proprio dall’epistemologia dei Sud del mondo: uscire dall’era dei combustibili fossili. Il nodo centrale è il fabbisogno energetico del tecno-capitalismo, che richiede un continuo aumento delle emissioni. E dove ricadono le conseguenze? Innanzitutto, nei Sud del mondo. Negli ultimi vent’anni, però, questa condizione si è estesa anche all’interno del Nord del mondo, creando nuovi Sud nelle sue stesse periferie. Pensiamo alla Cancer Alley in Louisiana negli Stati Uniti o alle miniere di Carbone in Inghilterra. Anche In Italia non siamo immuni da questo meccanismo che si riproduce in tutto il Paese: nella Terra dei Fuochi e a Bagnoli in Campania; a Taranto e Brindisi in Puglia; nella Piana di Gioia Tauro e a Crotone in Calabria; a Priolo e Gela in Sicilia; a Porto Marghera in Veneto; nella Valle del Sacco nel Lazio; nel Sulcis-Iglesiente in Sardegna e nei siti industriali di Brescia in Lombardia a e Casale Monferrato in Piemonte. La lista potrebbe continuare a lungo.
Mosè Vernetti
Il Sud non sta sotto significa che è un’invenzione di chi sta al Nord, che ha disegnato la mappa che conosciamo. Però lo intendiamo anche rispetto a una relazione di superiorità o inferiorità. Nel tuo libro parli del fatto che accettare di essere una parte uguale alle altre all’interno del pianeta non è un sintomo di debolezza. Non siamo deboli o inferiori, se da dominatori degli altri popoli e del mondo non umano passiamo a considerarci uguali. Convivere in armonia con altri popoli e con il mondo animale non significa esserne dominati. Torniamo quindi sul divario Nord-Sud.
Tutto è ecologico: il lavoro, la sanità, l’economia. Tutti elementi di benessere sociale in cui, se guardiamo qualsiasi parametro di confronto, ad esempio nel contesto italiano, sono caratterizzati da un divario.
Che cos’è realmente questo divario secondo te? E cosa impariamo invece da altri modelli, da altri modi di vedere il rapporto di forze, di potere tra Nord e Sud e tra comunità?
Cosa impariamo dall’Internazionale della Terra rispetto a quello che è il modo di vedere, il modo di concepire le relazioni tra comunità al di là di questo dominio economico? Che prospettiva ci offre per andare oltre all’immaginario del divario tra un sopra e un sotto?
Giuseppe De Marzo
Lo diciamo da anni: i divari tra Nord e Sud, nel nostro Paese e nel mondo, così come all’interno delle città, sono la conseguenza di un modello economico insostenibile socialmente e ambientalmente. Guerre e disuguaglianze sono sempre esistite. La differenza rispetto al passato è Il collasso climatico, che rende il modello ancora più escludente, finendo per non tutelare più nemmeno quella parte di società che pensava di essere al riparo dalle conseguenze più dure delle crisi. Solo le élite continuano ad arricchirsi con le crisi e le guerre, tutti gli altri, incluso quelli che prima stavano meglio, vedono i propri diritti erodersi costantemente. Se questo sistema serve soltanto all’1% della popolazione, possiamo ancora dire di vivere in una democrazia? Anche nel nostro Paese le disuguaglianze continuano ad aumentare, come mai nella storia della Repubblica. Le scelte fatte dalla politica evidentemente non hanno risposto e non rispondono alla domanda che mi poni. E nonostante questo, il sistema responsabile delle crisi non viene messo in discussione. Quasi l’intera classe dirigente politica continua a essere complice dell’illusione della crescita economica come risposta alla crisi climatica ed energetica, alla povertà e alle guerre. Il partito della crescita è un grande alleato del partito della guerra, perché per crescere bisogna continuare a estrarre e consumare risorse. Risorse che sono limitate e il cui approvvigionamento genera instabilità, povertà, migrazioni, conflitti, migrazioni, perdita di biodiversità.
Lo schema Nord-Sud è ormai vecchio. Bisognerebbe parlare piuttosto di un’umanità ostaggio di un’oligarchia e di una politica colonizzata nel proprio immaginario dall’idea che la crescita possa essere la risposta a tutto e che le altre entità viventi e la nostra Casa comune possano essere utilizzati come “oggetti inanimati” per alimentare il nostro modello iperconsumista ed energivoro. Ce lo dimostrano i fatti e la scienza. In questi anni in cui l’economia mondiale ha continuato a crescere, sono cresciute anche le disuguaglianze, le povertà, il collasso climatico, i conflitti, i rifugiati climatici e le guerre, mentre si è ridotta la biodiversità, dalla quale dipende la nostra vita, che non a caso è peggiorata. Esiste un’alternativa? Certo, esiste sempre nella vita un’alternativa. Ce lo insegna la natura stessa, che attraverso accordi di scambio e forme creative di cooperazione trova il modo di evolversi. I movimenti per la giustizia ambientale portano avanti con le loro pratiche quella che potremmo definire “ecologia della relazione”. È l’approccio culturale che ci permette di riconoscere la comunanza tra tutte le entità senzienti e no che abitano la Terra. Dandoci la possibilità di ricomporre la separazione tra Natura e Cultura per superare i limiti dell’ambientalismo inteso esclusivamente come strumento a difesa di ecosistemi e territori. L’Internazionale della Terra ci ricorda in questo nuovo tempo la necessità di agire anche sul piano globale, attraverso la cooperazione, la reciprocità e la solidarietà. Dandoci così la possibilità di costruire attraverso un approccio sistemico una nuova base produttiva, nuove bilance commerciali che favoriscono lo sviluppo di tecnologie pulite e scambi equi, ad alta intensità di lavoro. Riducendo così immediatamente il prelievo di risorse dalla Terra. Ricordiamoci sempre che la decarbonizzazione dell’economia crea molti più posti di lavoro rispetto a quelli legati ai combustibili fossili, migliora le condizioni della salute pubblica e generare una forte desiderabilità sociale verso una riconversione ecologica. Riconversione che, come dicono movimenti e scienza, deve essere popolare, equa, distribuita e partecipata, sostenuta dalla fiscalità generale. Una riconversione in grado di avvicinare popoli all’interno di una geografia diversa, capace di superare il concetto di Nord e Sud del mondo legato a una visione coloniale della vita. Per rispondere alla crisi sistemica e strutturale in cui siamo non basta più pensare globalmente e agire localmente: dobbiamo come dicevo prima agire sul piano globale. Un terzo dell’umanità già ragiona in questa direzione e considera l’uscita dai combustibili fossili l’unica strada per ricostruire il multilateralismo e ridare speranza al diritto e alla cooperazione internazionale. Solo così possiamo smettere di continuare a parlare di esclusione, periferie e dannati della Terra prodotti da un modello che continua a generare catastrofi.
I movimenti per la giustizia ambientale sono per la ridistribuzione della ricchezza, per la riconversione ecologica e per la creazione di una nuova base produttiva che premi innanzitutto le vittime, i lavoratori e i ceti popolari
Mosè Vernetti
«[…] Sono le comunità aggredite dall’espansione della frontiera del tecnocapitalismo a condividere con il resto dell’umanità non solo lotte e bisogni, ma nuovi punti di vista che via via hanno alimentato una maggiore consapevolezza sulla complessità della crisi e su come uscirne. La loro prassi ha creato le condizioni per una nuova epistemologia, per un costituzionalismo sperimentale che ha contribuito a determinare la fine dell’impero cognitivo del Nord». Lo hai scritto tu. Che cos’è la fine dell’impero cognitivo del Nord?
Giuseppe De Marzo
Con “fine dell’impero cognitivo del Nord” si intende il superamento del dominio esercitato per secoli dai sistemi di conoscenza prodotti dal Nord globale, affermatisi come universali e capaci di definire ciò che viene considerato sapere valido e generativo di progresso e sviluppo, relegando altri saperi — indigeni, contadini, comunitari e locali del Sud globale — a posizioni marginali, considerate arretrate o non scientifiche. Questa espressione indica una trasformazione del modo in cui comprendiamo il mondo: il passaggio dal predominio di un unico modello epistemologico verso una pluralità di saperi, in cui conoscenze locali, indigene e comunitarie possano contribuire alla costruzione di alternative economiche, politiche, sociali ed ecologiche. È un’idea vicina ai concetti di “epistemologie del Sud”, giustizia cognitiva e decolonizzazione del sapere: non si tratta di sostituire un dominio con un altro, ma di costruire un mondo in cui diverse forme di conoscenza possano dialogare su basi meno gerarchiche, riconoscendo il valore di prospettive molteplici nella comprensione e nella trasformazione della realtà. Se oggi riconosciamo che siamo esseri fragili e che questa fragilità è una forza perché ci rende interdipendenti; che è il pluralismo a renderci forti; che la cultura è parte della natura; e che dobbiamo decolonizzare non solo il nostro modello economico, ma anche il nostro immaginario, allora abbiamo già vinto. In 35 anni siamo riusciti a costruire un linguaggio capace di superare quell’idea malsana secondo cui le Ong dell’Occidente dovessero andare nel “Terzo mondo” (definizione orribile e razzista) a portare lo sviluppo. L’epistemologia che ha spazzato via l’impero cognitivo del Nord del mondo nasce principalmente dai Sud e dalle periferie dell’impero. Nasce da movimenti che hanno compreso che la lotta per la liberazione dell’uomo e della donna dipende dalla capacità di liberare la natura. È vero: il miliardario lo troviamo a Città del Messico, a Torino, come a Nuova Delhi. Ma è vero anche che a Nuova Delhi, a Torino e a Città del Messico ci sono persone che hanno affiancato i diritti della natura ai diritti umani. Persone che hanno compreso soprattutto che non siamo il centro, ma una parte della rete della vita. Questo patrimonio non appartiene soltanto alla scienza, ma anche alla grande capacità dei movimenti di mettere in discussione e superare l’epistemologia del Nord del mondo. Restano le estreme destre – che non a caso devono diventare sempre più suprematiste, fasciste e colonialiste – a sostenere ancora l’idea che l’uomo bianco valga più degli altri. Nella lingua Aymara non esiste la parola io, esiste il noi, perché ogni azione è legata alla condivisione e alla relazione. È un meccanismo culturale straordinario, ancora presente in molti popoli, che possiedono maggiori anticorpi culturali per resistere a chi pretende di stabilire cosa sia necessario fare per stare meglio e migliorare la propria vita. In quei luoghi dove non esiste l’io, è stato più facile immaginare che non fosse lo sviluppo ma l’equilibrio la strada da seguire. In nessuna delle popolazioni indigene con cui ho avuto la fortuna e il privilegio di vivere e lottare esiste la parola “sviluppo”. Esiste l’equilibrio. Ed è l’equilibrio a rendere possibile lo sviluppo di relazioni e delle capacità delle persone. I movimenti per la giustizia ambientale sono fuori dal campo riformista. Non sono per la crescita, sono per la ridistribuzione della ricchezza, per la riconversione ecologica e per la creazione di una nuova base produttiva che parte innanzitutto dalle vittime, dai lavoratori, dalle lavoratrici e dai ceti popolari. Grazie ai movimenti abbiamo un linguaggio e dei principi definiti a Santa Marta per cui non vale più la divisione tra Nord e Sud del mondo. A Santa Marta abbiamo firmato – in 2000 movimenti e 500 popoli indigeni – un documento con 161 proposte e i 15 principi della riconversione ecologica. Per salvare l’umanità dobbiamo fare giustizia ecologica a tutti, sia alle persone che alla natura. Riconoscendo i diritti della natura riusciremo a tutelare anche quelli di noi umani. Si tratta di una nuova alleanza tra scienza, etica e natura. È praticamente un mondo nuovo che è già arrivato. Finalmente possiamo vedere nascere una nuova cultura sulla Terra, completamente diversa da quella che abbiamo conosciuto nel Novecento. Una cultura che certamente nasce anche dalle lotte per l’emancipazione del secolo scorso – il socialismo, il comunismo, il movimento operaio, il cattolicesimo sociale – ma che oggi assume una forma diversa. Quella in cui siamo immersi è una cultura che ci riconosce come parte della vita, che non considera nessuno il centro del mondo e che non vede il pianeta come qualcosa da avere a propria disposizione, ma di cui siamo parte.