TUTTE
LE LOTTE
SONO DI
CLASSE
EDITORIALE
LEGGI
C’è la convinzione diffusa che il termine lotta di classe sia ormai vecchio, anacronistico, desueto. Il crollo delle ideologie, l’avanzare dei neo-nazionalismi e lo sfibrarsi dei movimenti di massa in Occidente hanno indebolito la capacità di riconoscersi in un “noi”.
«Parlate di un mondo che non c’è più», «ormai le classi non esistono», «la classe lavoratrice non è più massa». Tutte frasi che conservano un velo di verità: la società è cambiata, esiste sempre meno una dimensione collettiva in cui le persone si riconoscono, e di conseguenza il senso di appartenenza a una classe sociale specifica.
Dopo decenni di lavaggio del cervello sul culto dell’individuo e del merito – che colpevolizza i poveri dei loro mali – il rebranding del pensiero neoliberista ha avuto talmente effetto da farci venire un brivido anche solo nel leggere l’espressione lotta di classe.
Eppure le nuove generazioni non hanno smesso di cercare e costruire lotte comuni per identificarsi in qualcosa. Cosa significa mettere insieme le lotte? La rivendicazione dei diritti dei migranti, della comunità LGBTQIA+, di un mondo al collasso climatico, il contrasto allo sfruttamento e all’oppressione dei poveri, le lotte femministe contro il patriarcato e le rivendicazioni delle classi lavoratrici non sono questioni separate, ma figlie di un’unica matrice.
Tutte le lotte sono di classe non fotografa lo status quo fatto di divari crescenti e tecno capitalismi oligarchici, ma cerca di unire i puntini delle tante lotte sparse, con l’obiettivo di dare una lettura di classe alle istanze proprie delle fasce subalterne di oggi.
Le classi non sono scomparse: hanno cambiato forme, lavori e linguaggi, ma sono ancora oggi vittime dello stesso squilibrio di potere di ieri. Pensiamo che sia pericoloso non poter parlare di classe. Oggi che si è appurato – molto tardi – che le disuguaglianze crescono a velocità incalcolabili, è più che mai necessario poter parlare di lotta di classe, e potersi riappropriare del suo significato. Di nuovi significati.
Perché se c’è qualcosa che accomuna le ingiustizie è che i poveri le subiscono più dei ricchi. E si dà il caso che questi ricchi abbiano nomi e cognomi, mentre i poveri una cosa che li accomuna: quella di essere la maggioranza.
«C’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo», diceva Warren Buffet nel 2006, forte di un sistema che sembrava too big to fail, finché non è collassato nel 2008. Siamo però sicuri che oggi la lotta di classe sia finita, o che sia, come pensano alcuni, addirittura persa? È così per Marco Revelli, che a 12 anni dal suo libro «La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi». Vero!, vede lo scenario delle disuguaglianze globali non soltanto peggiorato, ma catastrofico. Non è così invece per il popolo iraniano, che dopo decenni di soffocamento del regime islamista degli Ayatollah continua a rivoltarsi, per il pane ma soprattutto per la dignità. Lo racconta Maysoon Majidi, che spiega come le ultime rivolte sedate con livelli di violenza senza precedenti, siano iniziate proprio dalla chiusura delle serrande dei Bazar. Donna, Vita e Libertà, dice l’autrice, non è uno slogan, bensì un orizzonte di dignità.
Dignità calpestata da un sistema economico che si fonda in primis sulla sottomissione delle donne: lo spiega Azzurra Rinaldi, che dai mercati di Teheran si sposta al mercato globale che fin dalla prima rivoluzione industriale ha estratto valore dal lavoro di cura non retribuito. Non è solo l’industria del ‘900 a discriminare: continuano a fare lo stesso gli algoritmi oggi. Diletta Huyskes racconta che esistono da tempo processi burocratici automatizzati che riproducono sistematicamente dei bias nei confronti delle persone marginalizzate.
“Il maranza è negli occhi di chi guarda”, non solo se si parla della tecnologia che discrimina e profila su base razziale e di classe, ma anche quando le istituzioni che ci rappresentano creano il nemico pubblico a partire dai ranghi più fragili della società. Nella Milano delle Olimpiadi e delle disuguaglianze, però, c’è chi rifiuta questa etichetta e prova a cambiare il proprio quartiere, come scrive Gabriel Seroussi. Anche perché nelle scuole l’ascensore sociale è rotto. Livia Paccarié raccoglie le voci da scuole in contesti emarginati di tutta Italia: in un Paese dove il pubblico non è più un ponte verso il miglioramento, le persone cercano di trovare vie di riscatto a modo loro.
Claim vuole parlare di lotta di classe come una cosa nuova. Attuale, necessaria. Le cose nuove che secondo i temi emersi durante il Quinto Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari dello scorso ottobre, non devono essere tecnologie e intelligenza artificiale, bensì diritti fondamentali come Casa, Terra e Lavoro.
Luca Casarini e Don Mattia Ferrari riflettono in dialogo sulle implicazioni di queste “cose nuove”, invitandoci a guardare il mondo dalle periferie. Cose nuove non sono invece i fascismi e i neo-nazionalismi di destra che stanno fagocitando il mondo: Texas Trigger, il fotoreportage di Marco P. Valli e Luca Santese, ci mostra la violenza, le contraddizioni, degli Usa di Trump dove sono sempre i ricchi a vincere. Mentre Clara Mattei ci ricorda come l’alleanza tra fascismi ed élite economiche abbia posto le basi per la sconfitta delle classi lavoratrici negli anni venti del ’900, e per le politiche di austerità – capostipite dell’economia neoliberista – oggi.
La lotta di classe ti mette al tappeto: Giulio Armeni (Filosofia Coatta) è ironico, ma ha ragione. La lotta di classe può far male, ma non devono vincerla i miliardari. Tutte le lotte sono di classe. Forse per troppo tempo non lo sono più state, e oggi che quattro miliardi di esseri umani possiedono l’equivalente di dodici maschi bianchi, è urgente che la classe torni al centro di tutte le rivendicazioni.
Il secondo numero di Claim vuole aprire un dibattito.
Buona lettura
La Redazione di CLAIM
La mia vita è iniziata come quella di tutti gli altri seringueiros: da schiavo, sottomesso agli ordini del padrone. Ho cominciato a nove anni. Invece di ricevere le lezioni dell’abc, ho imparato a incidere la seringueira. Per molti anni, dal secolo scorso fino al 1970, in nessun seringal dell’Amazzonia era permesso creare una scuola. I padroni dei seringueiros non lo permettevano. Se il figlio del seringueiro fosse andato a scuola avrebbe iniziato a imparare a leggere, a scrivere e a fare i conti, e avrebbe scoperto lo sfruttamento che veniva praticato. […] Invece di andare a scuola, il figlio del seringueiro doveva andare nella foresta a incidere gli alberi per poter produrre più gomma e aumentare la produzione del seringal. […] Anche mio padre, come suo padre prima di lui, incideva la seringueira.
Ci fu però un momento in cui per me tutto cambiò. Era un pomeriggio del ‘62 e all’improvviso, nel seringal in cui vivevamo, arrivò una persona diversa dalle altre. Era un lavoratore, un seringueiro, ma con un aspetto e un modo di parlare totalmente diversi da quello degli altri compagni. Un giorno passò da casa nostra, eravamo appena rientrati dalla raccolta della gomma. Cominciò a parlarci e io iniziai a interessarmi al modo in cui si esprimeva. Portava con sé alcuni giornali; all’epoca non sapevo nemmeno che cosa fosse un giornale. Mi interessa a quelle cose. Lui si accorse del mio interesse e per questo ci invitò a visitare la sua baracca. […] Per raggiungerla dovevo camminare tre ore lungo la pista nella giungla. Viveva lì da solo.
Mostrò interesse a insegnarmi a leggere. Così si accordò con mio padre affinché io fossi libero il sabato e la domenica per stare a casa sua. Ogni sabato percorrevo quelle tre ore nella giungla e andavo alla sua baracca.
[…]
Nel ’65 che ebbi l’ultimo contatto diretto con lui. Mi diede molti consigli sul processo di organizzazione del movimento sindacale del Paese. Diceva che ci aspettavano almeno dieci-vent’anni di oscurità a causa della dittatura, ma che sarebbero sorti nuovi sindacati, nuove organizzazioni, enti e associazioni. Nonostante fossimo sconfitti, umiliati, massacrati, le nostre radici non sarebbero mai scomparse. Sarebbero sempre rigermogliate. […] Nel ’68 iniziammo la lotta per l’autonomia dei seringueiros. Non avevamo sostegno e trovammo molte difficoltà persino per riuscire a risvegliare la coscienza dei nostri compagni.
Solo nel ’75, quando la repressione del latifondo dominava tutta la regione, sorsero i primi sindacati, guidati dalla Confederazione nazionale dei lavoratori dell’agricoltura (Contag). Il primo di cui sentii parlare fu fondato nel municipio di Brasiléia. Andai lì […] tuttavia capii subito che le direttive che portarono alla fondazione di quel sindacato erano ancora di tendenza conservatrice. Si percepiva chiaramente che erano indicazioni orientate alla conciliazione. Difendevano il seringueiro, ma mantenevano una posizione intermedia, una “via di mezzo”.
Lo capii subito e per questo decisi di penetrare nel movimento. Entrai nel sindacato di Brasiléia nel ’75 e, nel marzo del ’76 partecipai alla prima lotta organizzata dei seringueiros della regione. Poiché i sindacati nascevano senza risorse finanziarie, facevamo turni.
Io rimanevo una, due, tre settimane alla sede, mentre gli altri lavoravano. Mi impegnai poi ad andare a Xapuri per iniziare a lavorare sulle basi e rafforzare il movimento per la possibile creazione di un sindacato. […] In quel periodo nacque la nostra preoccupazione di creare un movimento di educazione popolare. Questo fu il frutto di tutti i progressi della lotta. Furono organizzate scuole con un orientamento politico diverso dal sistema ufficiale di insegnamento del Paese, perché volevamo evitare che le scuole riproducessero il modello del sistema dominante, che avrebbe portato a una situazione ancora peggiore per noi.
Nell’ottobre dell’85 siamo riusciti a realizzare, con grande successo, il Primo incontro nazionale dei Seringueiros a Brasília e, da lì, sono emerse idee interessanti. Da quel momento la lotta dei seringueiros ha iniziato a essere conosciuta in tutto il mondo. Abbiamo scoperto che, per garantire il futuro dell’Amazzonia, era necessario creare le riserve estrattive come forma di tutela della foresta, ma anche come proposta economica. […] I seringueiros sanno perfettamente che l’Amazzonia non può trasformarsi in un santuario intoccabile. D’altra parte, capiamo anche che c’è una necessità molto urgente di scongiurare la deforestazione, che sta minacciando l’ecosistema e la vita di tutti i popoli del pianeta. […] Abbiamo pensato di creare questa alternativa per preservare la foresta da un lato, e per tutelare l’economia dall’altro. Così nasce la riserva estrattiva. Vogliamo che le terre siano date in usufrutto ai seringueiros o ai lavoratori che vi abitano, perché solo i seringueiros non sono estrattivisti. […] Il Consiglio Nazionale dei Seringueiros non pretendeva né pretende di essere un sindacato parallelo, ma un’entità dei seringueiros, perché i seringueiros non sono mai stati riconosciuti come classe. I sindacati sono nati con una grande importanza in un momento molto importante, ma i sindacati dei lavoratori rurali riuniscono seringueiros, agricoltori, braccianti, lavoratori delle fazendas, giornalieri – qualunque tipo di lavoratore rurale.
Tutte le altre categorie sono riconosciute come classe, il seringueiro no. Una delle ragioni del Consiglio Nazionale dei Seringueiros è quindi far riconoscere il seringueiro come una classe che ha già dato il suo contributo, che porta avanti una lotta importante: la difesa dell’Amazzonia.
Un’altra nostra preoccupazione era cercare un avvicinamento con le leadership indigene, per unificare questo movimento, dato che per secoli seringueiros e indigeni sono stati in confronto permanente. Insieme siamo arrivati alla conclusione, attraverso la direzione del Consiglio Nazionale dei Seringueiros e le leadership indigene, che nessuno di noi era colpevole di questi conflitti. I colpevoli sono stati esattamente i grandi proprietari dei seringais, i banchieri interessati a sfruttarci.
Questa coscienza ha cominciato a crescere rapidamente ed è stato a partire dal gennaio dell’86 che ha iniziato a rafforzarsi il movimento di alleanza dei popoli della foresta. Oggi la proposta è una proposta congiunta di indigeni e seringueiros. È la lotta, il movimento, dei popoli della foresta.
Autore
Di Chico Mendes
Negli Stati Uniti i ricchi diventano sempre più ricchi, la classe media si assottiglia e la povertà aumenta: sono quasi 36 milioni le persone che vivono con meno di quanto viene considerato il minimo necessario per un’esistenza dignitosa, mentre più del 40 per cento della popolazione sopravvive grazie a un reddito che, secondo tutti gli indicatori ufficiali, può essere definito «basso».
A certificarlo l’ultimo rapporto di Oxfam America secondo cui, solo negli ultimi 12 mesi, proprio quelli della seconda presidenza Trump, la ricchezza totale dei primi dieci miliardari d’America è cresciuta di 698 miliardi di dollari. «Oggi un lavoro pagato al salario minimo non basta a tenere una madre e un bambino fuori dalla povertà. Non basta a pagare l’affitto di un appartamento con due camere da letto in nessun luogo di questo Paese. Dopo la Seconda guerra mondiale, abbiamo costruito un’economia in cui i lavoratori partecipavano alla prosperità che contribuivano a creare, poi abbiamo cambiato rotta. Il risultato è un’economia che funziona benissimo per chi sta in cima e lascia tutti gli altri appesi a un filo», si legge nella prefazione della ricerca, a firma della senatrice dem Elizabeth Warren.
Abby Maxman, presidente e Ceo di Oxfam America, parla apertamente di una «nuova oligarchia americana» per denunciare come le politiche dell’amministrazione Trump stiano spingendo le disuguaglianze verso nuovi estremi, ma anche per sottolineare come le divisioni sociali attuali siano – nei fatti – il risultato di decenni di scelte politiche e economiche basate più sul profitto a breve termine che su un ideale di coesione e tutela dei diritti dei cittadini americani.
«Tra il 1989 e il 2022 la famiglia “più povera” dentro l’1 per cento più ricco della popolazione statunitense ha accumulato 987 volte più ricchezza della famiglia “più ricca” nel 20 per cento più povero del Paese», si legge nel rapporto che mina le fondamenta del sogno americano e, anzi, mostra come l’economia statunitense sia tra le 10 maggiori dell’OCSE (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) quella con il più alto tasso di povertà relativa e il secondo più alto tasso di povertà e mortalità infantile.
Ma le disuguaglianze non sono solo numeri, sono fratture sociali che influenzano le vite di milioni di persone. A raccontarlo è Texas Trigger, progetto fotografico di Luca Santese e Marco P. Valli edito da Cesura e realizzato nel corso di un viaggio di cinquemila miglia durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2024: un ritratto impietoso dello Stato considerato da molti un laboratorio del trumpismo, tra estremismo politico, normalizzazione delle armi, diritti civili violati, politiche securitarie e inasprimento delle misure antimmigrazione.












Autori
Di Marco P. Valli, Luca Santese
In pratica è successo questo: Putin ha invaso l’Ucraina, dando inizio a una guerra per procura tra Russia e Occidente > la NATO si è espansa sempre più verso Est > gli USA, per vincere la Terza Guerra Mondiale a pezzi, hanno tollerato un genocidio da parte di Israele > si è così sancita la sostituzione del diritto internazionale a favore della forza > come conseguenza finale, io mi sono iscritto a pugilato. Quindi, a ben vedere, non è una crisi dei trent’anni: è crisi mondiale.
Arrivo alla palestra popolare. Immagino che quando la Musk Enterprise invaderà l’Italia per le sue riserve di energia solare, questo fabbricato sarà una roccaforte contro i droni. A conferma di ciò, alle pareti della sala, vecchie glorie della boxe e indimenticati eroi di quartiere campeggiano accanto a bandiere dell’ANPI, del Kurdistan e della Palestina. Sul pavimento si stende un tappeto di gomma a puzzle, il che riesce a coniugare violenza e metodo Montessori. Il marcantonio maestro di palestra è il clone fisico di Andrew Tate, il celebre lottatore misogino che sui social incita i maschi a vincere la selezione naturale. Il che mi ricorda la nomea che hanno le arti marziali, per colpa di McGregor e dei fratelli Bianchi: brodo primordiale del celebre machismo tossico.
Da quando a sei anni ho cominciato col basket, ho problemi con gli allenatori: ma non nel senso che sono una testa calda à la Balotelli. Il contrario: mi ammansisco senza motivo e inizio a tremare. Scompensi che abbiamo tutti, sin da piccoli, con le figure paterne. Destra e sinistra sono solo delle proposte di panacea a questo tremore atavico. Risultato: nel salutare il maestro, balbetto.
“B-b-buonasera! Giulio.” Mi tende la mano guantata: “Piacere! Ma-Ma-Max.” Il ragazzo balbetta più di me, ma non per emozione, proprio per tic. Il risultato di questo duetto è che un basilare scambio di informazioni – prezzi e orari – dura circa tre ore. Torno a casa a capo chino, pensando che, tecnicamente, non puoi avere una crisi dei trent’anni se non hai ancora superato quella dei sei.
***
Il giorno dopo mi presento al primo allenamento con una domanda in testa: ma ‘sta lotta di classe, quella che ribalta le statue e smolecola i padri, è fisicamente una lotta? Cioè: è possibile una lotta di classe senza metterci corpo e faccia? E la Sinistra può imparare qualcosa dalla nobile arte del pugilato? Al termine della lezione, ho stilato il primo postulato per un manuale di lotta.
REGOLA 1: la lotta parte dal suolo.
Ovvero: il pugno parte dal piede. Il piede fa una rotazione, come a pestare una sigaretta, e la forza scorre attraverso gamba, tronco, braccio e solo alla fine si schianta nel pugno. Un pugile dev’essere connesso col suolo: non agisce di forza sua, ma la prende in prestito dalla madre terra e se ne fa tramite. Max ce lo spiega in termini molto meno alati, inceppandosi nel parlato un paio di volte, ma compiendo movimenti fluidi che non necessitano ulteriori appunti. Più parla sporco, più i suoi pugni sono puliti, diretti, a bersaglio. Hai l’impressione che le sue parole non dette finiscano nei denti degli altri. I pugili chiamano questo concetto filosofico “catena cinetica”. Il mio principale rimpianto come giocatore di basket è di non aver mai colto l’importanza della catena cinetica. Anche nel basket non si tira con le dita, ma con le gambe. Solo che, a differenza della lotta, si prende tutta la forza della terra per scaricarla in una carezza.
Il pugilato mi illude di poter diventare una persona più terrena: come fidanzato, figlio, amico, fratello e cittadino – in generale, come lottatore. Penso a questo, mentre a fine allenamento posiamo tutti sudati per una foto con la bandiera della Palestina, con le braccia troppo indolenzite per sollevarla. In quei giorni una flotta si sta avvicinando a un ring di 40 km x 10 dove un milione e mezzo di persone sono all’angolo.
***
4 del mattino. Il mio cellulare squarcia il buio: la faccia è un sacco e il feed una scarica di colpi da KO. Mike Tyson è un angelo che salta la corda. Bische di lottatori thailandesi nella foresta. Bambine bionde tirano ganci più forti dei miei. Cicalone racconta una rissa di quando era giovane. Franchino il Criminale disserta sulla catena cinetica. Vorrei solo spegnermi, ma non sempre ciò che rimbambisce addormenta. Sono sballottato nella pugno-sfera.
È naturale: in questa vita, non appena il sangue seccato riprende a bollirci per qualcosa, come il miracolo di San Gennaro, l’algoritmo lo fiuta e ci banchetta. Tutti i tiktoker della pugno-sfera ti confidano il segreto per sferrare il cazzotto letale. Ma se tutti danno il colpo del KO, a tappeto chi ci va? I conti non tornano. Dove finiscono le mie nocche, deve in qualche modo cominciare un volto.
E poi c’è lui: Mark Zuckerberg. Lui che, nella sua crisi dei quarant’anni, per allenarsi noleggia il più forte lottatore al mondo: Alex Pereira, un indio brasiliano di due metri che fa vacillare la mia eterosessualità a colpi di calci rotanti. Cresciuto in una favela, ex meccanico alcolista, soprannominato Poatan, che in lingua tupi significa “mani di pietra”.
I due posano dopo un allenamento: Poatan, imperturbabile, svetta su uno Zuck madido di sudore e col sorriso incredulo di chi finalmente brilla di virilità riflessa. Vedendo queste sessioni di sparring – ovvero delle prove generali di match – ti senti un suddito romano che assiste alle vittorie dell’imperatore Commodo nei suoi ludi gladiatori.
Poatan, io sono innamorato di te, ma davvero mi chiedo: cosa avresti fatto a Zuckerberg solo pochi anni fa, se lo avessi incontrato, che so, in infradito nella tua favela alla ricerca di un wi-fi? Ora sei solo il suo giaguaro al guinzaglio. Ma poi, da quando i miliardari sono palestrati? Da quando Zuckerberg boxa con Pereira e Bezos solleva 200 kili in panca piana? Un tempo il super ricco era, per usare dei termini cicaloniani, un mollaccione scureggione. Il povero aveva l’unica consolazione di sapere che se si fosse trovato cinque minuti in una stanza con lui, l’avrebbe gonfiato. Ora neanche quello.
Pensiero delle 4 di mattina: la violenza è sempre illegittima? Forse il ricco è un figlio viziato che ha subodorato che il genitore – il popolo – non può applicare le punizioni di cui si riempie la bocca? Della serie “Alla prossima sono botte!” e poi le botte non arrivano mai? E allora, se sono così tranquilli, perché questi bastardi si stanno addestrando? Sanno qualcosa che noi non sappiamo?
***
L’inizio del secondo allenamento è dedicato a “fare il vuoto”, ovvero il boxare da soli, “contro l’ombra”. Mi fermo un attimo a osservare la sala. Sembriamo tutti degli alienati che combattono nel metaverso.
Seconda parte: ci sistemiamo a coppie, e comincia la politica. Eseguiamo delle prove di colpi. Max ci fa ripetere delle combinazioni che richiedono una grande padronanza del destra-sinistra, il che per alcuni è già difficile – basti pensare ai nostri riflessi quando qualcuno in macchina ci dice dove svoltare. Quando poi sei in coppia, l’effetto specchio scompiglia le categorie di sinistra-destra. La mia destra diventa la sinistra dell’avversario, e viceversa; immedesimarsi richiede sempre quell’attimo di ritardo, come indicare a bruciapelo il cuore sul petto di una persona.
Terza parte: lo sparring, il più grande mescolatore, perché le coppie ruotano di continuo. Una procedura brutale per chi soffre di ansia sociale, ma molto efficace nel far scoppiare le bolle. In pratica ti avvicini a un estraneo (un pischello o una signora), sorridi dicendo come ti chiami, suona il gong e hai due minuti per menargli. Che poi dare addosso a degli sconosciuti è quello che facciamo ogni giorno sui social, solo che qui dentro, invece che dividere, unisce.
Se fossi un personaggio di un videogioco di lotta e avessi la mia mossa speciale, sarebbe fermarsi a chiedere scusa ogni volta che un pugno va a segno. Poi, mi si para davanti lui: Mirmillone. Lo chiamano così perché, oltre a essere un coatto DOP, sul suo polpaccio si staglia l’iconico gladiatore con gladio e visiera reticolata. Ok, ripasso: se lui è Mirmillone – tozzo e muscoloso – io sono il Reziario, agile e dalle lunghe leve. Cicalone, nei suoi tutorial, diceva che il più alto deve sempre tenere l’altro a distanza. Vado. All’inizio funziona. Orbito. Lo punzecchio varie volte sul nasino col mio tridente immaginario e non chiedo neanche scusa. Disgraziatamente, però, Cicalone non indicava cosa fare una volta che l’avversario basso riesce a colmare la distanza. Mirmillone mi arriva sotto e io mi chiudo in posizione fetale.
Lì apprendo una grande lezione di vita: se ti trasformi in un sacco umano, le persone non si placano, anzi; assumi magicamente la forma di ciò che odiano. Faccio in tempo a sentire Max urlarmi la
REGOLA 2: nella lotta non chiu-chiudere gli occhi.
Dire che vado a tappeto non rende giustizia. Divento un tappeto, un tappeto magico. Sono il tappeto di Aladino che sorvola i continenti, piroetta tra le stelle; faccio dieci volte il giro della Terra e al mio ritorno, a Mirmillone che è al mio capezzale, sussurro la verità che mi è stata dischiusa:
REGOLA 3: la lotta può far male.
***
Quando ti deviano il setto, mettersi le dita nel naso è un’esperienza pirandelliana: non ti riconosci. Osservo malinconicamente il resto dell’allenamento seduto sul tatami, come un bimbo dell’asilo che ha fatto chiamare i genitori. Penso a quanto abbiamo sempre estetizzato la violenza. Mi torna in mente uno degli esempi più sublimi e truculenti: il Perseo con la testa di Medusa.
Il suo scultore, Benvenuto Cellini, nella sua Vita, riporta un ricordo d’infanzia: un giorno vide far capolino tra le ceneri del caminetto una rarissima e brillante salamandra. Il padre allora gli mollò uno schiaffo. E nell’asciugargli le lacrime, motivò così: “Ora non la dimenticherai mai più”.
Non so quale sia la morale di questa storia. È sconclusionata come un manuale di lotta abortito alla seconda riga, un balbettio. Ma forse un meme può ancora colpire, laddove la lingua è a tappeto:

Di Giulio Armeni (Filosofia Coatta)
«Chiedere terra, casa e lavoro per gli esclusi è una “cosa nuova”? Visto dai centri del potere mondiale, certamente no; chi ha sicurezza finanziaria e una casa confortevole può considerare queste richieste in qualche modo superate. Le cose veramente “nuove” sembrano essere i veicoli autonomi, oggetti o vestiti all’ultima moda, i telefoni cellulari di fascia alta, le criptovalute e altre cose di questo genere».
Così ha detto Papa Leone XIV durante il suo primo incontro mondiale con i movimenti popolari, il quinto dopo quelli con Francesco.
Luca Casarini e Don Mattia Ferrari commentano alcuni stralci dell’intervento.
Luca Casarini
Gli ultimi due secoli in chiusura del Primo millennio, sono stati caratterizzati dalla capacità in particolare del marxismo di leggere la struttura del capitalismo, di avere una visione sui processi che determinavano lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura messi in atto per produrre ricchezza concentrata nelle mani di chi possedeva i mezzi di produzione. Per questo si è parlato di lotta di classe; la struttura capitalista prevede una divisione e una lotta antagonistica, tra classi sociali ben precise e delineate: borghesia e proletariato. Oggi la struttura della produzione capitalistica – e quindi anche le forme del suo dominio sul mondo – è profondamente cambiata. Quello che non cambia, invece, è il suo dna. L’ultimo rapporto Oxfam parla chiaro: nel nostro tempo, 12 miliardari possiedono da soli quanto 4 miliardi di abitanti di questo pianeta. A furia di pensare che questo sistema capitalistico fondato sulle diseguaglianze sociali come presupposto, potesse essere “democratizzato”, siamo finiti in una vera e propria dittatura che ha spazzato via anche le forme liberali della democrazia rappresentativa storicamente determinata. “L’illusione democratica” ha attraversato un tempo nel quale la lotta della classe, della classe operaia contro la classe borghese, era generativa della conquista di diritti e migliori condizioni di vita non solo per gli operai, ma per l’intera società.
In questa cornice per capire cosa sia oggi la lotta di classe bisogna partire dai poveri. Papa Leone XIV ci invita a vedere il mondo dalle periferie. Noi dobbiamo cercare le periferie, perché lì c’è la lotta di classe. Ma perchè partire dai poveri? Perché proprio la loro condizione e la loro resistenza all’essere annientati genera una nuova intelligenza collettiva che può parlare di un mondo diverso. In chi la genera? In chi decide di condividere quella condizione con loro.
Una volta gli studenti andavano davanti alle fabbriche per parlare con gli operai. È proprio quel mix che ha costituito, anche nel Novecento, i punti migliori della lotta di classe. Non è mai stata solo questione di operai, è una questione di relazione tra diversi che si riconoscono l’uno con l’altro. Questo vuol dire guardare il mondo dalle periferie. Dal punto di vista cristiano significa che i poveri sono l’occasione per poter generare una nuova visione. La condivisione – non la lotta per i poveri, ma la lotta con i poveri – è la condizione della lotta di classe contemporanea.
Don Mattia Ferrari
L’espressione “lotta di classe” non è propria del linguaggio della Chiesa. La Chiesa parla di protagonismo dei poveri e di lotta, ma di una lotta che deve coinvolgere tutti. Quella degli esclusi, per cambiare le strutture di ingiustizia e costruire una vera solidarietà. Per la Chiesa la lotta non è mai contro qualcuno, ma contro qualcosa, e deve puntare anche alla conversione di coloro che sono complici delle ingiustizie e delle violenze. Oggi poi siamo in un cambiamento d’epoca, in cui emergono molte cose nuove. Il Papa invita a guardarle dalle periferie, dalla prospettiva dei poveri, degli esclusi. Invita a mettersi in ascolto umile della sapienza che hanno i poveri e a guardare il mondo con i loro occhi. La Chiesa non è mai stata neutrale di fronte alle disuguaglianze. La Sacra Scrittura, i Padri della Chiesa e il Magistero, nonché la testimonianza di cristiani in tutta la storia della Chiesa mostrano con chiarezza che l’impegno a correggere un’ingiusta distribuzione delle ricchezze e a restituire dignità ai poveri e agli esclusi è fedeltà al Vangelo. La Chiesa vuole evitare le letture ideologiche o una errata comprensione di questa lotta, che deve avere come fine la fraternità.
«Finché i problemi dei poveri non saranno risolti in modo radicale, rifiutando l’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e affrontando le cause strutturali della disuguaglianza, non si troverà alcuna soluzione ai problemi del mondo o, per meglio dire, a nessun problema. La disuguaglianza è la radice dei mali sociali». Una chiesa che accompagna i poveri «è un antidoto contro l’indifferenza strutturale che si va diffondendo e che non prende sul serio il dramma di popoli spogliati, derubati, saccheggiati e costretti alla povertà».
Papa Leone XIV, incontro mondiale con i movimenti popolari
Don Mattia Ferrari
Il Papa suggerisce che servono nuove risposte organizzate. Si è creato un vuoto e oggi tutti hanno il compito, insieme, di colmarlo. In questo contesto i movimenti popolari emergono come un soggetto particolare, perché nascono proprio come forme di organizzazione degli esclusi. Il Papa afferma che come la Chiesa ha accompagnato i sindacati in passato, così oggi deve accompagnare i movimenti popolari. Per quanto riguarda la politica, le risposte che vengono date alle crisi in corso quindi non devono essere calate dal basso, ma devono essere costruite a partire dalle organizzazioni comunitarie. É a partire da loro che è possibile realizzare quella politica con i poveri e dei poveri, che è l’unica in grado di costruire davvero giustizia sociale e promuovere la felicità per tutti.
Luca Casarini
La lotta di classe, il suo spirito e il suo significato profondo, sono assolutamente attuali. Ad essere cambiato è il mondo. Ci troviamo in una condizione in cui il Paese più indebitato al mondo è anche quello che deve avere l’esercito più potente, perché per essere credibile e continuare a vendere i suoi bond, che sostengono il suo debito pubblico, deve fare la guerra. Deve conquistare la fiducia e la fede. Walter Benjamin diceva che il capitalismo si avvia verso una dimensione religiosa. La finzione si sta sgretolando: abbiamo sempre saputo che «il diritto internazionale valeva fino a un certo punto», per citare Tajani. E che è tutta una finta quella in cui viviamo, adesso disvelata dalla tempesta trumpiana. E la finzione ha bisogno di fedeli che credono perché non possono fare altro, devono avere fiducia su ciò che scommette l’oligarchia della religione capitalistica.
Dobbiamo avere fiducia nel dollaro, su cui c’è scritto “In God We Trust”. E cosa significa? Marx diceva che il denaro è una merce dall’alto valore teologico. Perché è chiaro che è una convenzione su cui il sistema chiede fiducia. Perché tutti lo sanno che il debito pubblico non sarà mai ripagato. Quindi è chiaro che tutto si basa sulla scommessa da parte del sistema di creare fede, se le persone non aderiscono con fede, crolla tutto. Dove si colloca la lotta di classe? Papa Leone XIII di questo parlava con l’enciclica Rerum Novarum, in cui si interrogava su cosa hanno prodotto la Prima e la Seconda rivoluzione industriale. Si concentra sull’essere umano, sui lavoratori. Invece di guardare all’innovazione della catena di montaggio, mettendo sempre la tecnica davanti a tutto. Papa Leone XIV nell’incontro con i movimenti popolari ci ha dato uno spunto.
Il “materialismo del Vangelo” ci dice che il mondo va visto con gli occhi dei poveri. La questione non è lottare per i poveri, ma da poveri, ed è la lotta di classe che ha caratteristiche evangeliche, non il contrario.
Per dire che noi adesso di fronte a questa nuova rivoluzione di cui siamo partecipi, che è quella tecnologico-digitale – che ha ridefinito il modo di vivere, che ha ridefinito le relazioni, la produzione, gli immaginari, che ha ridefinito tutto – dobbiamo camminare insieme partendo dalle periferie.
Don Mattia Ferrari
Il Papa dà ai movimenti popolari un mandato molto importante e complesso. Innanzitutto invita a mettere al centro il loro impegno. Che non nasce semplicemente da ideologie o buoni propositi, ma dall’amore. Dobbiamo sempre ricordare che l’amore ha un alto valore politico. Davanti alle sofferenze di coloro che subiscono ingiustizie e violenze, sentiamo un amore viscerale e questa emozione nei movimenti popolari diventa azione comunitaria.
Questo amore genera fame di giustizia e porta a organizzarsi insieme per costruire giustizia e solidarietà. L’altro invito, quindi, oltre a coltivare questo amore, questa mistica dei movimenti popolari e a costruire soluzioni, è ad avviare processi, insieme alle altre realtà sociali, in dialogo e collaborazione con le istituzioni, per cambiare veramente le cose, perché nessuno può farcela da solo. Davanti a problemi così grandi come la speculazione finanziaria, la guerra, la crisi ecologica serve il contributo di tutti.
Luca Casarini
Papa Leone ci ha parlato di comunità come antidoto allo sfruttamento. Mentre per chi difende il capitalismo – i governi autoritari – la comunità è un problema. I centri sociali come Spin Time, invece di essere riconosciuti come risorsa perché sviluppano solidarietà, vengono visti come un problema di legalità. Viviamo
in un mondo dove legge e giustizia si allontanano sempre di più e, come diceva Deleuze, viviamo palesemente davanti a dei regimi caratterizzati dall’iperproduzione normativa e dallo svuotamento, invece, del ruolo delle istituzioni, che smettono di essere camera di compensazione dei conflitti, elementi fondamentali per la democrazia. Perché sono il suo modo di autorigenerarsi. La democrazia è un movimento, non è una cosa statica, altrimenti si blocca e diventa regime. Una delle caratteristiche dei regimi è avere tante norme e zero istituzioni che funzionano. Le comunità oggi sono sotto attacco perché sono anticorpi contro le disuguaglianze. Non è sotto attacco il centro sociale, ma il senso che produce, creando alternative di rivitalizzaizione delle istituzioni. Il regime invece vuole norme e non istituzioni, per questo attacca le città che rispondono.
In questa cornice è fondamentale l’intreccio tra la materialità e la spiritualità della produzione comunitaria. Nelle comunità si costruiscono amicizia, amore, fraternità, che sono elementi trascendenti ma anche immanenti. Guardiamo i cento preti e suore arrestate a Minneapolis. Il Vangelo può essere letto come un libro materialista. Non è solo un libro sullo spirito, perché pone dei problemi di cambiamento di forma di vita dirompenti. E questo è anche il motivo per cui Gesù faceva così tanta paura anche alla sua epoca, è stato messo in croce anche per questo. La comunità è proprio quel luogo dove si può mescolare tutto ed è questo che fa paura al potere. Fa, infatti, paura quando i movimenti popolari partono da Spin Time, per arrivare in Vaticano, incontrare il Papa che riconosce la marcia dal centro occupato e rigenerato.
«Ciò che ritengo più importante è che il vostro servizio sia animato dall’amore. Conosco realtà ed esperienze simili presenti in altri Paesi, veri e propri spazi comunitari pieni di fede, speranza e soprattutto di amore, che rimane la virtù più grande di tutte. Infatti quando si formano cooperative e gruppi di lavoro per sfamare gli affamati, dare riparo ai senzatetto, soccorrere i naufraghi, prendersi cura dei bambini, creare posti di lavoro, accedere alla terra e costruire case, dobbiamo ricordarci che non si sta facendo ideologia, ma stiamo davvero vivendo il Vangelo».
Papa Leone XIV, incontro mondiale con i movimenti popolari
Don Mattia Ferrari
La lotta è certamente un atto di amore verso chi subisce le ingiustizie e le violenze. Oltre alla lotta deve esserci la pratica, la costruzione concreta di un altro mondo possibile, come i movimenti popolari già fanno. Nel caso dei movimenti popolari, la Chiesa accompagna la vita delle persone che ne fanno parte. La Chiesa vive accanto a loro, ne condivide le tristezze e le angosce, le gioie e la speranze. Lo vediamo in tante realtà, da Spin Time a Mediterranea, ai Sem terra, alle periferie urbane di tutto il mondo, fino a quello che sta avvenendo negli Usa. La Chiesa è presente nella vita di ogni giorno, accanto alle persone. Poi, certo, la Chiesa sostiene anche le giuste lotte, supportando le loro istanze. Ma prima ancora che un appoggio politico alle lotte c’è un accompagnamento pastorale nella vita di ogni giorno, che è molto di più: significa essere compagni di strada, essere fratelli e sorelle. Questo è quello che fa la Chiesa, su mandato di Gesù.
Luca Casarini
Quello che dice il Vangelo viene ancora prima della definizione di lotta di classe che il marxismo, attraverso il materialismo storico, ci ha consegnato negli ultimi due secoli. Ma Il “materialismo del Vangelo”, ci dice da duemila anni che il mondo va visto con gli occhi dei poveri. E che la questione non è lottare per i poveri, ma da poveri. È la lotta di classe che ha caratteristiche evangeliche, non il contrario. Dentro il Vangelo c’è tutto e molto di più: è una storia, una buona novella, che ci parla di rottura dei rapporti definiti dalla cultura, dalle tradizioni e dal dominio in funzione di un altro mondo possibile e così diverso da quello che esiste da contrapporre cielo e terra. Un mondo che noi stessi possiamo raggiungere come Terra Promessa, attraverso forme di vita che mettano al centro l’amore, l’uguaglianza, la solidarietà. È talmente utopico ma proprio per questo rivoluzionario questo messaggio, da non poter essere contenuto in quello che gli uomini vedono e conoscono. La moderna lotta di classe, al centro di un conflitto che è tra l’umano e il disumano, non può che essere trascendente e immanente allo stesso tempo.
Autori
Di Luca Casarini, Don Mattia Ferrari
È uscito da casa. Dopo mesi di porta sbarrata e silenzio S. è andato a prendere un gelato con A., un suo compagno di classe che non vedeva dall’inizio della scuola. Non è accaduto subito. Ci sono volute due ore di contrattazione da un lato all’altro della porta. In quella stanza S. ci ha passato tutta l’estate. Senza la scuola le sue giornate si sono trasformate in un’unica lunga sessione di videogioco. Non fa entrare più nessuno. Ma settembre arriva e la scuola ricomincia. S. non ci va. «Dov’è?» chiedono i compagni. «Quest’anno c’è l’esame di terza media», dicono preoccupati. Genitori e insegnanti non sanno più che inventarsi. E poi A. ha pensato al gelato. «Io vorrei stare bene ma non so come fare», ha detto M.
Si è rivolto al suo professore di italiano. Almeno ha parlato, dopo settimane di silenzio. Ha detto che non sa come fare. Cerca una soluzione quindi, ma non la trova. A casa la situazione è complicata, spesso è lui l’adulto. È molto arrabbiato con i suoi genitori. La notte non dorme e la mattina non si sveglia per andare a scuola. La vita dei ragazzi è plasmata dal posto in cui nascono. Come fanno a saperlo? Non gliel’ha insegnato nessuno. Gli basta osservare. «Mica lo scegli il posto dove nasci», ha detto M. al professore. E questo vale anche per la scuola.
Tutti gli studenti hanno facoltà di scelta. Certo. Nei fatti, però, questa è determinata dalla provenienza sociale ed economica dei genitori.
In Italia il contesto di partenza è ancora la variabile che determina le prospettive future. Lo dicono i dati, gli esperti, gli specialisti; soprattutto basta incontrare e ascoltare professori, alunni, genitori, educatori.
La sintesi è questa: una scuola ammirevole grazie all’impegno di chi ci lavora ogni giorno, ma inadeguata nella missione. E non sono solo i muri scrostati delle scuole pubbliche, le aule sempre troppo fredde o troppo calde, la mancanza di sapone nei bagni o delle merendine alle macchinette. È un problema di disagio sociale, povertà educativa, mancanza di risorse anche quando i fondi ci sono. È talvolta anche impreparazione degli insegnanti nel gestire contesti difficili: ragazzi che soffrono e che cercano di cavarsela senza punti di riferimento, famiglie in difficoltà perché faticano a seguire i figli e insieme faticano ad arrivare a fine mese. Così la disuguaglianza è diventata futuro.
In un istituto tecnico di San Basilio, periferia romana, le famiglie bussano alla porta della scuola perché non sanno dove andare. «Chiedono di intervenire, perché lo psicologo costa», dice C.M. che lì insegna lettere. «Ma la verità è che anche la scuola, da questo punto di vista, è carente». Un ragazzo non esce, l’altro non dorme, la ragazzina non mangia. I ragazzi hanno l’ansia. Di cosa? Non sanno e non dicono. In tutti i quartieri e in tutte le città. Sono arrabbiati e non sanno il perché. E la scuola non è più loro alleata (se lo è mai stata).
«Per fare quattro ore di educazione affettiva incontriamo solo ostacoli», dice A. che è educatrice in un’associazione che si occupa di progetti curricolari. «In una scuola media sono riuscita a mettere in calendario gli incontri ma vedevo gli alunni alzarsi e andarsene. Dove andate? Risposta: “I miei genitori non hanno firmato l’autorizzazione”». Serve il consenso informato. «Gli argomenti da trattare sono molti, complessi: l’empatia, la comunicazione non violenta e come gestire i conflitti in classe». Non solo: occorre che la scuola preveda didattica alternativa. «Ma gli insegnanti sono pochi, le aule pure, come si fa?» È più comodo rinunciare.
«Da genitori ci rendiamo conto che la scuola oggi è concepita per essere affrontata con qualcuno che ti sostiene, ma se non ce l’hai? Né i ragazzi né gli insegnanti sanno a chi rivolgersi se c’è un problema», dice una mamma che è anche insegnante alle medie. «La scuola da sola non ce la fa, con le associazioni e con gli insegnanti cerchiamo di fare rete». Il problema è che «tutto è lasciato al caso, al sacrificio degli insegnanti, tutto dipende da noi».
Secondo questa madre il primo motivo per cui la scuola non funziona come ascensore sociale «è che è stata trattata dalle istituzioni come un’azienda e se si parte dal presupposto che si deve guadagnare si va nella direzione sbagliata». Le difficoltà sono ostinate. Ma anche la voglia di fare lo è. «Ho pianto perché mio figlio ha vinto un bando e gli hanno regalato un computer che noi non avevamo i soldi per comprargli», dice una mamma che vive a Licola, località nella zona Flegrea di Napoli. «Mio marito è paralizzato e i soldi li usiamo per le cure, non credevo che un progetto attraverso la scuola potesse farci questo regalo».
A Ostia, “pezzo” di Roma sul mare, in un liceo, un’insegnante parla di scuola come di un sistema fragile, attraversato da troppe variabili: dirigenti, organizzazione, progettualità, singoli docenti. «Alla fine quello che fa davvero la differenza è se ti prendi a cuore una situazione e la segui». Come quella volta in cui alle 8.30 del mattino è andata a cercare un paio di pantaloni lunghi per uno studente che si era presentato davanti alla commissione dell’esame di maturità con dei bermuda di lino. «Li aveva scelti con cura: per lui erano eleganti».
Il presidente di commissione, «che veniva da Roma centro», non la pensava allo stesso modo. “Così il ragazzo non può sostenere la prova scritta”, ha detto». I genitori non c’erano. «Gli ho portato i pantaloni, il ragazzo è entrato e ha fatto l’esame. Per molti sarà una follia ma per me anche questo è scuola». Oppure come quella volta che ha conosciuto A., figlio di un delinquente della zona. «L’ho capito subito, dal cognome». A. soffre di obesità e ha gli occhi tristi, è molto intelligente ma non sa quasi neanche leggere e scrivere.
«È evidente che è arrivato al primo anno di superiori senza che nessuno sia mai intervenuto». Dopo i primi mesi di scuola si “cimenta”, con alcuni compagni, nell’impresa di tirarsi giù dalla finestra del primo piano. Cade e si rompe una gamba. «Chiamiamo l’ambulanza e i genitori. Arriva il padre, tutti sanno chi è e non ci vuole parlare nessuno». Ma qualcuno deve dirgli che il ragazzo rischia la sospensione. «Mi risponde: “Ho iscritto mio figlio qua perché non deve fare la vita mia. Oggi ha fatto una stupidaggine ma io lo rimetto qua, voi non vi preoccupate”».
Il primo anno A. viene bocciato. «Tu non hai le competenze per andare avanti, gli ho detto, nella vita poi che fai?». Ricevuta la notizia per telefono, la madre si reca al colloquio e porta A. con sé. Il padre in quel momento è appena rientrato in carcere. «La donna con uno sguardo di odio mi chiede il perché della bocciatura. Ma prima di me risponde A.: “Mamma la professoressa mi vuole bene. Ha dato retta a papà, perché io devo studiare”. Fine della discussione». Mentre lo racconta le viene da piangere. A. si è iscritto di nuovo al primo anno e poi si è diplomato, adesso lavora, la professoressa lo sente spesso e sa che vorrebbe fare l’università.
«Se non è questo l’ascensore sociale, allora cos’è?» dice con la voce ancora rotta dall’emozione. «Questo significa avere un progetto. Ma devi essere credibile. Glielo devi dimostrare nei fatti che ce la può fare, non con le bugie». A volte il posto dove si nasce è una trappola da cui non si esce. «Non sempre basta la buona volontà di noi docenti». C.P.M. ha insegnato in una scuola media di Tor Bella Monaca, altra periferia di Roma. Ha trent’anni e insegna da cinque.
Si ricorda bene di F., un ragazzino con cui oggi non è più in contatto. «Veniva picchiato dal padre ed era a sua volta uno dei bulli della scuola, era molto intelligente e anche molto più grande della sua età». Un giorno, ricorda il professore, «mi viene a dire che di studiare altri cinque anni non gliene frega niente, ho provato a parlargli, a convincerlo, ma era impossibile trattenerlo». Nel pomeriggio F. si organizzava con i suoi amici, «faceva parte di quella che oggi chiamiamo baby gang e mica sono marachelle, commettono reati». C.P.M., scoraggiato, spiega di non essere mai riuscito a parlare con la famiglia di F. «Altro che sportello di ascolto, a volte è già tanto se si riesce a far capire ai genitori che il loro figlio è in difficoltà. Ho pensato tante volte alla necessità di una scuola aperta anche il pomeriggio, una scuola che va a prendersi i ragazzi a casa, altrimenti stanno in giro. E talvolta combinano guai seri».
Anche perché sono proprio le scuole medie il momento cruciale in cui le disuguaglianze si impongono in modo prepotente, soprattutto nella scelta della scuola superiore secondaria. «Questo passaggio segna un momento in cui la forbice si apre in maniera irreversibile tra chi ha e chi non ha», dice un’insegnante di sostegno in un istituto professionale di Bologna. «Non voglio dire che non si può più fare niente però quando i ragazzi si iscrivono al professionale è perché credono, e gli fanno credere, di non saper fare nulla». Si sentono «più scarsi» di tutti gli altri. «Io seguo delle classi con delle complessità che non immaginavo neanche prima di iniziare a lavorare a scuola». La professoressa segue una ragazza con disabilità. Sua mamma non sta bene, è psicologicamente molto fragile.
«D. nonostante il suo ritardo cognitivo è molto responsabilizzata, accompagna il fratello più piccolo a scuola, il padre alle visite mediche. È lei che si prende cura della famiglia. E tutto questo chiaramente toglie tempo al suo impegno scolastico», racconta. «D. è stata spinta verso questo indirizzo sia perché è una scuola molto pratica e quindi il carico di studio è ridotto, sia perché deve fare in fretta a portare dei soldi a casa». È fondamentale che ci siano insegnanti di sostegno dedicati agli alunni con disabilità e soprattutto con una formazione adeguata. C.P.M. prima di lavorare nella scuola media di Tor Bella Monaca aveva insegnato in un altro istituto, appena fuori da Roma. «Non ci si può nascondere: solo cinque anni fa gli studenti con disabilità erano a malapena considerati e paghiamo ancora oggi questo imperdonabile ritardo» dice. «In una scuola dove sono stato c’era un’orrenda pratica camuffata da “adibiamo un’aula per loro”. Il risultato erano ore di segregazione per questi ragazzi».
Un altro problema che la professoressa dell’istituto di Bologna evidenzia è che nonostante una circolare ministeriale preveda che il numero di studenti provenienti da altri Paesi in una classe non superi il 30% – per favorire l’integrazione ed evitare la formazione di “classi ghetto” – «mi trovo con due studenti italiani su 25». L’istituto, inoltre, non offre dei corsi di italiano come seconda lingua.
Capita anche il contrario. Capita di essere l’unica ragazza araba in tutta la scuola. È l’esperienza di H., 18 anni, egiziana, viene da una città vicino Alessandria ed è arrivata in Italia sei anni fa. «Scusa per l’italiano non sono madrelingua», dice. Il sorriso è larghissimo e il lucida labbra luccica. «Non mi sono trovata bene nella prima classe». Pausa per cercare le parole. Il sorriso è sempre lì, al suo posto. «Quando dicevo una cosa male ridevano, ma come faccio a parlare bene? Sono egiziana e sono appena arrivata. Poi ho cambiato classe e ho trovato persone gentili». Frequenta un liceo artistico al Tufello, quartiere di Roma. «Voglio fare architettura o design all’università», dice. Ci tiene a leggere un pezzo di un tema di italiano di cui è molto fiera. La prof. le ha messo cinque ma le ha detto che era molto bello. «Allora perché cinque?».
Il testo: “L’esperienza di vivere in paesi diversi, come dall’Egitto all’Italia, aiuta a comprendere quanto il contesto influenza il comportamento sociale. Per questo è fondamentale proteggere, curare, valorizzare tutti gli spazi che favoriscono la convivenza”.
Autore
Di Livia Paccarié
Poche settimane fa il governo Meloni ha presentato il suo nuovo pacchetto sicurezza. La ricetta è ormai nota: più reati, più sanzioni, maggiore discrezionalità per prefetti e forze dell’ordine, meno garanzie per chi è giovane, per chi è povero, per chi è migrante, per chi manifesta. I provvedimenti riprendono alcune delle proposte elaborate dalla Lega nella tanto sbandierata legge anti-maranza, mentre nulla si muove sulle cause strutturali che alimentano la diffusa percezione di insicurezza nel Paese. A Milano, capitale della fobia dei maranza, la forbice economica continua ad allargarsi, per inerzia, come una valanga che cresce e accumula forza, mentre la città sfoggia lustrini e paillettes per le Olimpiadi invernali. In questo contesto, poco sembra muoversi per ricucire le ferite di una città che si è abituata a un clima allarmista, al punto da perdere contatto con la realtà. Eppure, lontano dai riflettori, nascono nuovi attori sociali proprio in quei contesti marginali dove l’opinione pubblica continua a cercare il mostro da sbattere in prima pagina. È il caso di Q3T, ossia Quartiere Tre Torri, un’associazione nata dall’omonimo complesso di case popolari che occupa una porzione della cittadina di Cernusco Sul Naviglio, nella periferia orientale di Milano. Q3T non è una cooperativa sociale o un gruppo di attivisti, ma una comitiva di ragazzi di zona che – autonomamente – si è data l’obiettivo di cambiare il proprio quartiere.
«Devo dirti che, a volte, questo clima gira anche a nostro favore», mi dice Giacomo ridendo sotto i baffi. «Quando vedono ragazzi tatuati, gente di strada come Andre, a petto nudo, che invece di distruggere o fare del male sta ripulendo il quartiere, la gente si sorprende. Attiriamo la loro attenzione e il progetto cresce». Giacomo, in arte 18carati, è videomaker e co-fondatore dell’associazione insieme ad Andre, in arte Andre Tyson, classe 2000, ex pugile e volto pubblico del progetto. I due si conoscono da molto giovani, in quartiere. Me lo racconta Andre: «Siamo cresciuti tutti in un quartiere popolare, anche se Cernusco viene spesso raccontata come una cittadina modello. Quando eravamo piccoli sembrava che per dire la tua, o anche solo per capire chi eri, dovessi per forza passare dalla strada sbagliata. Io, per fortuna, ho incontrato il pugilato. Mi ha dato disciplina. Mi ha insegnato a smettere di fare cazzate, a non perdere tempo, a credere in me stesso».
Giacomo, invece, ha trovato la sua strada attraverso il videomaking: «Sono cresciuto qui, mi sono formato qui, ed è qui che ho incontrato la mia passione per le foto e per i video. È stato grazie agli sport adrenalinici: lo skate e la BMX. Dopo tanti anni, oggi lavoro con artisti top in Italia, ma senza lo skate-park davanti alle Gescal non avrei mai iniziato”.
I due, mentre sorseggiamo un caffè in piazza Tre Torri, mi raccontano com’è nato Q3T e come si è evoluto da “movimento” ad associazione legalmente riconosciuta. «Abbiamo iniziato con un’idea cinematografica, quasi documentaristica», racconta Giacomo. «Parliamo più o meno del 2018. Prima ancora di iniziare a lavorare sul sociale abbiamo deciso di realizzare dei cortometraggi che raccontassero cosa può offrire davvero il quartiere: una strada positiva e una negativa. Dopo il Covid abbiamo girato La Tela, un progetto autoprodotto, in cui abbiamo recitato insieme ad amici e ragazzi del quartiere. Poi è arrivato La Trappola, dove abbiamo coinvolto anche degli artisti: un cortometraggio multilingua, girato anche a Parigi». Andre prosegue: «Questi progetti ci hanno dato un’enorme soddisfazione, ma non ci bastava.
A un certo punto abbiamo pensato: ok, bello tutto, però adesso dobbiamo fare qualcosa di concreto per il quartiere. È lì che abbiamo scoperto il sociale come modo per aiutare davvero le persone. Il passaggio mentale è avvenuto quando abbiamo proiettato il primo film. Ci è piaciuta la proiezione ma soprattutto la risposta del pubblico, l’evento in sé, quello che si era creato. Abbiamo capito che i ragazzi imparavano di più stando lì, al teatro, vivendo l’evento, piuttosto che vedendo il film da soli a casa. Da lì la svolta è diventata concreta. Abbiamo iniziato riqualificando l’intero centro giovanile dove siamo cresciuti e oggi facciamo decine di attività, che coinvolgono anche quartieri limitrofi come Pioltello». I ragazzi del quartiere, a volte molto giovani, vanno e vengono lungo la piazza. Passano a salutarci e, di volta in volta, Andre me li presenta, spronandoli a raccontarsi e a non essere timidi. Gli chiedo come, secondo lui, questo clima allarmista e la fobia dei maranza stiano incidendo sulla vita delle persone.
«Io ti parlo dal nostro punto di vista. So che quello che facciamo sta cambiando il modo in cui le persone guardano il quartiere. Poi, per quanto riguarda quello che si sente sui social, cerco di starne fuori. È una dimensione che influenza troppo le persone e dalla quale non voglio farmi influenzare. È tutto un discorso di etichette: è più facile etichettare, puntare il dito, dire ‘voi siete maranza’. A noi questa cosa ha dato solo più motivazione per spingere e fare di più».
Andre, che oggi abita nella vicinissima Pioltello, mi racconta come la mancanza di contatto umano e di relazioni tenda ad amplificare i pregiudizi. «Tutti dicevano che con i social ci saremmo evoluti, che ci sarebbe stato meno razzismo. Pochi mesi fa stavamo girando un videoclip qui in zona e arriva uno a urlare: ‘voi non siete di qua’, insulti razziali, ‘non siete italiani’. Ma le persone non sanno quanta comunità c’è tra i ragazzi. Ti faccio un esempio: NPT, il collettivo di Baby Gang e Simba.
Su Pioltello noi lavoriamo insieme, siamo una sola famiglia. Sono un gruppo di persone che ha fatto sacrifici per ottenere certi risultati, ragazzi super produttivi, con voglia di fare e collaborare. Eppure vengono giudicati male da persone che non li conoscono, che ignorano tutto ciò che di positivo fanno per gli altri».
Il sole sta per scollinare dietro le torri di Cernusco e con Andre e Giacomo finiamo a parlare di politica – o meglio, di cosa voglia dire per loro fare politica. Inizia Andre, ridendo: «Mio padre me lo diceva sempre: ‘Guarda, che tu lo voglia o no, quello che fai è politica’». Poi però precisa: «Io sinceramente non credo di fare politica, perché fare del bene non vuol dire necessariamente fare politica. Certo, se fare del bene significa creare connessioni, mettere insieme le persone, fare in modo che qualcuno venga incontro per costruire qualcosa di bello, allora sì, in quel caso potremmo collaborare con la politica. Ma non è l’unica cosa che cambia la vita delle persone». Giacomo, invece, racconta come secondo lui la politica sia qualcosa di estraneo non solo a Q3T, ma ai bisogni dei giovani in generale: «Se ne parlassi con i miei genitori, loro già dai tempi della scuola, con gli amici, avevano un’attitudine politica, un pensiero preciso. I giovani di oggi, invece, spesso non hanno un punto di vista strutturato sulle cose. La maggior parte non sa nemmeno se si sente di sinistra o di destra, capito? Noi stessi abbiamo sempre fatto le nostre attività senza pensare alla politica. È come se la politica si fosse staccata dalla vita di tutti i giorni. A noi interessa solo il bene di Milano Est».
Mentre la nostra conversazione volge al termine, Andre mi rivolge una frase che, inizialmente, può sembrare criptica, ma che credo racconti molto del progetto Q3T: «Noi stiamo cercando di arrivare dall’altra parte della moneta. Lo facciamo a modo nostro. Non è facile, ma ce la faremo». In effetti, Andre, Giacomo e i ragazzi dell’associazione lavorano prima di tutto per rispondere a un bisogno condiviso: prendersi cura del proprio quartiere, renderlo un posto migliore per chi lo abita. «Passare dall’altra parte della moneta», in questo senso, non significa tanto mostrare all’esterno un’immagine positiva delle periferie — ribaltare lo sguardo di chi la osserva da fuori — quanto trasformare dall’interno le sue condizioni materiali. Non si tratta dunque di raccontare l’esistenza di un’altra faccia della medaglia, ma di costruirla in prima persona. L’esigenza non è quella di affermarsi individualmente, ma di generare possibilità collettive, di creare contesti in cui restare, crescere, immaginarsi altrove senza dover necessariamente andare via.
Autore
Di Gabriel Seroussi
Le proteste che dal 28 dicembre hanno attraversato l’Iran non nascono né da uno slogan isolato né da un unico simbolo. Sono il prodotto di una frattura profonda, che affonda le sue radici nella crisi economica. Il crollo del valore della moneta e l’impennata incontrollata dei prezzi sono sintomi estremi di uno Stato che non garantisce più le condizioni minime della vita quotidiana a una parte sempre più ampia della società. Per questo, prima ancora che dalle università o dalle piazze, il segnale più forte della protesta è arrivato da un altro luogo: dai bazar e dalla loro chiusura. Un’istituzione che nella memoria collettiva iraniana è strettamente legata alla Rivoluzione del 1979. In Iran abbassare le serrande dei bazar non è mai un gesto puramente simbolico. Si tratta di un segnale di metodo. Questa azione implica l’interruzione di una rete economica che tiene insieme lavoro, credito, distribuzione e sopravvivenza urbana.
La chiusura dei bazar dimostra che la contestazione non è più limitata a gruppi politicizzati o a generazioni specifiche, ma ha raggiunto il cuore materiale della società.
Le serrande chiuse parlano di un’inflazione fuori controllo, di risparmi dissolti, di salari che non tengono mai il passo con i prezzi, di una classe media progressivamente spinta verso il basso e di classi popolari che non dispongono più di alcun margine di adattamento. Questi sono i segnali economici dell’incapacità di un sistema di garantire la riproduzione minima della vita, non solo per il presente, ma anche per il futuro. Nonostante questo, un punto fondamentale deve restare chiaro: queste proteste non possono essere ridotte a una “rivolta dei poveri” o a una “insurrezione degli affamati”. Le radici economiche sono reali, ma questo movimento non nasce esclusivamente dalla fame. Quanto accaduto nella provincia di Ilam chiarisce con precisione questa distinzione e, allo stesso tempo, rivela la profondità politica della protesta. In una situazione in cui l’accesso a Internet viene ripetutamente interrotto o limitato, i contatti con l’interno del Paese sono ostacolati e i dati ufficiali sulle vittime non sono affidabili, i comportamenti collettivi e i segnali sociali racchiudono significati più ampi.
Durante le proteste a Ilam, negozi e punti legati alla distribuzione di generi alimentari sono stati presi di mira, senza, però, che alcun cibo venisse rubato. Il riso non è stato portato via, accumulato, o trasferito nelle case. È stato sparso sulle strade. Se la protesta fosse stata soltanto una reazione alla carestia o alla fame, la logica dell’azione avrebbe portato all’appropriazione del cibo. Questa azione, invece, non è solo di “appropriazione”, ma di “delegittimazione ”. Si tratta di una una protesta simbolica contro una condizione in cui la vita quotidiana viene ridotta a umiliazione, discriminazione e assenza di futuro. Il messaggio di questo gesto è che il problema non è solo il pane, ma la dignità. Non è soltanto sopravvivere, ma il diritto a vivere.
È qui che il concetto di lotta di classe in Iran rivela la sua forma specifica. La classe in Iran non è definita soltanto dal livello di reddito, ma dal rapporto delle persone con la sicurezza, con il diritto di accesso alle risorse vitali e con la capacità di riprodurre la vita. In una struttura di questo tipo, anche una protesta economica diventa immediatamente politica, perché i meccanismi economici sono fin dall’inizio intrecciati con l’ordine securitario e ideologico. Il movimento “Donna, Vita, Libertà”, nato in Kurdistan e che poi si è diffuso in tutto l’Iran e nel mondo, non è scomparso e non scomparirà. Oggi, però, discriminazione e repressione si collocano all’interno di una crisi più ampia. Ridurre questi movimenti alla questione del velo non è soltanto una semplificazione della realtà, ma una negazione della dimensione complessa e del valore storico delle lotte delle donne in Iran.
L’uccisione di Jina (Mahsa) Amini nel 2022 è stata una scintilla, non l’origine dell’incendio. Quella scintilla ha agito in una società già saturata da pressioni economiche, sociali e politiche. La questione delle donne e del corpo femminile in Iran non è separabile dall’economia politica, si colloca proprio nel punto di intersezione tra dominio ideologico e disuguaglianza materiale. Le donne che oggi sono in prima linea nelle proteste sono le stesse che subiscono il peso maggiore della combinazione tra inflazione, precarietà lavorativa, discriminazione di genere e smantellamento dei servizi sociali e giuridici.
Da questa prospettiva, la questione di genere non si riduce al velo, ma rappresenta uno dei principali campi della lotta di classe in Iran. Senza una comprensione stratificata del significato di “Donna, Vita, Libertà”, una parte delle forze politiche e mediatiche ha tentato di appropriarsi di questo slogan, riducendo una “matrice politica” a strumento propagandistico, svuotato della sua capacità analitica ed emancipatrice.
In un Paese in cui non esistono né democrazia, né uguaglianza di genere, né giustizia sociale, questo non è soltanto uno slogan: è un orizzonte. È una cornice che lega la libertà individuale alla giustizia sociale e permette di comprendere che la liberazione delle donne non è ai margini della politica, ma ne costituisce il cuore. La rabbia che attraversa il Paese è il risultato di anni di impoverimento, di una gestione economica opaca e della combinazione di sanzioni, corruzione strutturale e priorità militari. Una combinazione che ha trasferito sistematicamente il costo della crisi sulle spalle delle classi più deboli. È l’imposizione di un ordine che richiede sacrifici continui senza offrire prospettive o garanzie, un ordine che esige obbedienza mentre restringe giorno dopo giorno la possibilità stessa di vivere.
Le proteste assumono, quindi, forme diverse a seconda delle regioni e dei gruppi sociali: scioperi, chiusura dei bazar, blocchi informali, assenze collettive dal lavoro o dai circuiti economici. Questi segnali, sebbene frammentati, indicano tutti una profonda crisi di legittimità. La questione non è più soltanto la rivendicazione di riforme o di diritti specifici, ma la messa in discussione del modello sociale. Le sanzioni internazionali hanno svolto un ruolo importante in questo processo, ma non nel modo in cui il regime lo racconta. Non hanno colpito il cuore del po tere politico ed economico, bensì insegnanti, pensionati, lavoratori del settore pubblico e piccoli commercianti. Hanno interrotto le catene di approvvigionamento, limitato l’accesso alla tecnologia e ai capitali e aumentato il costo di ogni infrastruttura essenziale.
Nel frattempo, nuovi shock hanno ulteriormente aggravato la discesa economica: primi tra tutti quelli della crisi bancaria e della crisi idrica. Il caso del sistema bancario è emblematico. Il collasso di istituti legati al potere, come la banca Ayandeh, non è stato affrontato con riforme strutturali, ma attraverso l’intervento dello Stato e la stampa di nuova moneta. Il risultato è stato un ulteriore aumento dell’inflazione e una redistribuzione sempre più diseguale della ricchezza. Le perdite vengono socializzate mentre i profitti restano concentrati. Questo meccanismo classico anche delle demo crazie assume una violenza ancora più esplicita in un contesto autoritario, poiché priva la società di qualsiasi possibilità di intervento o correzione.
È inoltre importante ricordare come l’Iran stia vivendo una delle peggiori crisi ambientali della sua storia con temporanea, risultato di decenni di politiche estrattive e di una pianificazione centralizzata inefficiente. Siccità, deviazione dei corsi d’acqua, costruzione di dighe senza una visione ecosistemica e sanzioni che limitano l’accesso alla tecnologia hanno trasformato l’acqua in una linea di frattura sociale. Anche qui è centrale la dimensione di classe. Le élite trovano soluzioni private, mentre le periferie urbane, le aree marginalizzate e le province più povere non dispongono delle stesse possibilità. Senza acqua non esistono né agricoltura e lavoro, né stabilità sociale. Ed è proprio qui che la crisi ambientale si trasforma in crisi della riproduzione sociale. Quando l’orizzonte del futuro si chiude, la protesta non è più una scelta, ma una necessità.
La Repubblica Islamica governa da anni senza consenso attivo. Il crollo della partecipazione elettorale è un segnale chiaro di questa crisi di legittimità. Tuttavia, la crisi non è soltanto del regime, ma anche della possibilità di elaborare un’alternativa. Il problema centrale è l’assenza di una leadership seria, affidabile e dotata di legittimità sociale. Questo vuoto apre lo spazio a narrazioni artificiali e a costosi progetti mediatici, che cercano di ridurre la pluralità della società iraniana a una semplice dicotomia.
In questo quadro, ridurre l’Iran alla scelta tra monarchia e Repubblica Islamica è una narrazione falsa e dannosa. La diaspora iraniana è parte della realtà, ma non rappresenta la complessità sociale del Paese. Le rivendicazioni dei manifestanti non confluiscono necessariamente in un progetto politico unitario. Molti rifiutano il regime senza desiderare un ritorno alla monarchia. Molti altri chiedono semplicemente la possibilità di vivere, senza inflazione, repressione e insicurezza permanente. È necessario essere cauti rispetto alla ricostruzione delle “legittimità storiche”. Una parte dei movimenti monarchici tende a ripulire il passato, ignorando o riscrivendo i crimini e la repressione strutturale di quel periodo. Tuttavia la memoria politica dell’Iran e, in particolare, quella delle comunità etniche e delle forze de mocratiche, non accetta questa cancellazione. La legittimità politica nasce dalla sofferenza, dalla resistenza e dall’organizzazione popolare e sociale, non dal capitale mediatico o dalla nostalgia.
L’opposizione è frammentata non per debolezza morale, ma a causa di decenni di repressione, esilio e distruzione delle organizzazioni politiche e sindacali. Questa frammentazione rende la rabbia diffusa e non lineare – non per questo, però, meno politica – mostrando perché la società, per trasformare la protesta in un processo di transizione, abbia bisogno di strutture: sindacati, reti di fiducia e capacità organizzative che il regime ha smantellato nel corso dei decenni.
Le proteste in Iran oggi non sono una battaglia simbolica tra civiltà o ideologie. Sono una lotta per la sopravvivenza, per la dignità materiale e per il diritto a un futuro possibile. Una lotta di classe in un contesto autoritario, in cui il conflitto non può esprimersi attraverso i canali ufficiali e per questo esplode nelle strade, nei bazar e nei silenzi elettorali. Queste proteste riguardano simultaneamente pane, acqua, lavoro, corpo, libertà e diritto all’autodeterminazione e al senso della vita, perché in Iran questi ambiti non sono separabili: la politica si manifesta esattamente là dove la vita quotidiana viene schiacciata. Chi osserva l’Iran dall’esterno deve partire da qui: non semplificare, non appropriarsi, non distorcere queste voci per confermare le proprie posizioni. Ascoltare. Perché senza questa attenzione, anche la solidarietà può trasformarsi in un’altra forma di espropriazione.
Autore
Di Maysoon Majidi
Il primo dopoguerra è un momento turbolento, spesso trascurato dagli storici, ma ricco di possibilità, di politiche radicali e di visioni per un futuro post-capitalista. Nel mio lavoro ho cercato di portare alla luce le basi economiche delle politiche fasciste, una dimensione troppo spesso marginalizzata nei racconti storici.
Scavando in questa dimensione si può capire come l’omissione dell’origine delle politiche di austerità distorca la nostra comprensione sia dell’ascesa del fascismo, sia del funzionamento del capitalismo contemporaneo.
Mussolini infatti non consolidò il potere in Italia attraverso un colpo di Stato violento, ma dimostrando la propria efficacia nell’attuazione di dure misure di austerità: repressione salariale, privatizzazioni, tagli alla spesa sociale e tassazione regressiva.
La sua ascesa fu resa possibile dalle istituzioni borghesi e liberali che, di fronte alla profonda crisi del capitalismo postbellico, trasferirono volontariamente l’autorità a un regime che ritenevano in grado di ristabilire l’ordine.
Piuttosto che opporsi al fascismo, queste élite lo abbracciarono come soluzione a quella che consideravano una minaccia esistenziale: l’ondata di autogoverno operaio che aveva destabilizzato i mercati e provocato la forte svalutazione della lira. In questo contesto, Mussolini apparve come una figura rassicurante per il capitale internazionale. The Times di Londra salutò il suo regime come un «governo contro lo spreco». Si circondò infatti di economisti di primo piano come Alberto De’ Stefani, Umberto Ricci, Maffeo Pantaleoni e Luigi Einaudi, metà fascisti e metà liberali, ma tutti uniti da un comune credo metodologico. Furono pionieri di quella che divenne nota come «economia pura», rinominazione strategica che sostituì il termine «economia politica», presentando l’economia come un sistema neutrale, autoregolato e separato dai rapporti di potere.
In questa nuova veste gli economisti rivendicarono l’autorità delle scienze pure, producendo modelli astratti troppo complessi per essere scrutinati dal pubblico e che, nella pratica, escludevano il conflitto sociale e le dinamiche di classe. La mia ricerca storica rivela però che non c’è nulla di più politico del tentativo di separare l’economia dalla politica e di cancellare le relazioni sociali di produzione dalla teoria economica. Il regime fascista offrì ai suoi economisti un’occasione storica per realizzare l’ambizione tecnocratica di “addomesticare gli uomini”, piegandoli alle esigenze dell’ordine del capitale.
Qual è il rapporto tra economia pura, austerità e fascismo e quali sono le fondamenta economiche del fascismo? L’austerità non è un semplice insieme di politiche economiche, ma una strategia deliberata per indebolire i lavoratori: ridurre i salari, disoccupazione spezzare il potere sindacale e tagliare la spesa sociale per sconfiggere movimenti operai e socialisti che, tra il 1919 e il 1945, misero in discussione l’ordine capitalistico europeo, e il fascismo italiano fu intimamente intrecciato a questo progetto.
Fascismo, austerità ed economia pura operarono così in stretta sinergia per naturalizzare il capitalismo, affermando la logica del profitto contro la logica del bisogno. La loro alleanza contribuì a depoliticizzare la vita economica, presentando disuguaglianza e sfruttamento come inevitabili, persino scientifici. Il confronto tra Italia e Gran Bretagna negli anni Venti e Trenta è centrale per comprendere questa dinamica. Il regime fascista italiano e la democrazia parlamentare britannica condividevano un obiettivo comune e urgente: risolvere la crisi esistenziale del capitalismo emersa dopo la Prima guerra mondiale, che aveva frantumato i due pilastri fondamentali del capitalismo: il lavoro salariato e il controllo privato degli investimenti.
Per sostenere lo sforzo bellico gli Stati erano intervenuti nell’economia su una scala senza precedenti, rendendo evidente che i rapporti economici erano profondamente politici. Lo sfruttamento non era più occultato dal mercato: era imposto direttamente dagli Stati. In tutta Europa si affermarono richieste di democratizzazione del processo produttivo che mettessero l’umanità davanti al capitale. Dal Comitato Sankey in Gran Bretagna, ai socialisti delle corporazioni, fino ai Consigli di fabbrica torinesi guidati da Antonio Gramsci e L’Ordine Nuovo, l’ordine capitalistico fu apertamente contestato.
La risposta fu l’austerità, messa in atto in entrambi i Paesi in una dimensione fiscale, monetaria e industriale. Furono abolite le tasse sui profitti di guerra, aumentate quelle sul lavoro e sui consumi, smantellate le prime forme di welfare. In Gran Bretagna il fulcro fu l’austerità monetaria: l’aumento drastico dei tassi di interesse nel 1920 produsse disoccupazione di massa, smobilitando gli scioperi e disarmando la classe lavoratrice. In Italia gli stessi obiettivi furono perseguiti attraverso la repressione diretta: scioperi e sindacati furono messi fuori legge, i salari compressi per legge e fu avviata una massiccia campagna di privatizzazioni.
Questo ci mostra come la differenza tra liberalismo e fascismo può dissolversi se si osservano le politiche economiche. Entrambi i regimi condivisero l’impegno a restaurare e difendere l’ordine del capitale sopprimendo le richieste democratiche di trasformazione economica. L’economia pura fu costruita per sottrarre la politica economica al controllo democratico. Affidare le decisioni agli “esperti” significò escludere la popolazione dai processi decisionali. In questa visione, la libertà economica era superiore alla libertà politica, soprattutto alla libertà di governare democraticamente l’economia. Una libertà che non coincideva con l’emancipazione delle classi popolari: proteggere la minoranza che risparmia e investe, garantendo l’accumulazione del capitale attraverso la coercizione insita nel rapporto salariale.
In Gran Bretagna la disciplina economica non richiese violenza fascista: venne esercitata tramite la tecnocrazia. Tassi di interesse e tagli di bilancio furono usati come armi per produrre disoccupazione e insicurezza. L’isolamento del processo decisionale, in particolare attraverso l’indipendenza delle banche centrali, rimane una caratteristica fondamentale dell’austerità contemporanea.
La Federal Reserve statunitense ne incarna l’esempio più evidente. Fondata nel 1913, consolidò la propria autonomia durante il New Deal e con l’accordo Tesoro-Fed del 1951, che sottrasse la politica monetaria al controllo democratico. Oggi opera come un’istituzione statale largamente esente da supervisione democratica, impegnata nel controllo dell’inflazione e indifferente alla redistribuzione sociale. Dal 2020 ha acquisito poteri senza precedenti, socializzando i rischi del capitale e privatizzandone i profitti.
L’austerità non è mai stata efficace nel promuovere crescita e stabilità economica. Il suo successo è stato un altro: la stabilizzazione dei rapporti di classe. Ciò che appare economicamente irrazionale è perfettamente razionale dal punto di vista del capitale, perché garantisce la sopravvivenza del suo ordine di potere. Senza austerità, il capitalismo rischia di disgregarsi, poiché le persone iniziano a immaginare e praticare alternative.
Il neoliberismo oggi non rappresenta una rottura, ma un’intensificazione di questa logica strutturale. L’austerità è una forma di intervento attivo dello Stato: sposta deliberatamente risorse dai molti ai pochi, riduce la spesa sociale, sovvenziona i gestori di patrimoni, finanzia l’industria bellica, sostiene il genocidio e garantisce enormi
tagli fiscali ai ricchi. L’ascesa contemporanea dell’estrema destra non è un’anomalia, ma il risultato del “successo” dell’austerità. La precarizzazione sistematica distrugge le condizioni materiali della maggioranza e rende le persone più vulnerabili all’autoritarismo.
Quando la sopravvivenza assorbe ogni energia, diventa più facile indirizzare la frustrazione contro soggetti marginalizzati anziché contro le strutture di potere. La storia del fascismo e dell’antifascismo mostra come il primo non si sconfigga senza mettere in discussione il capitalismo. In Italia non fu l’esercito americano a sconfiggere il fascismo, ma i partigiani. E le brigate più forti furono quelle anticapitaliste, consapevoli che fascismo e ordine del capitale erano e rimangono inseparabili.
Questa consapevolezza attraversa anche la mia storia familiare. Mia zia Teresa Mattei, nome di battaglia Chicci, si oppose alle leggi razziali e pagò un prezzo altissimo. Oggi, di fronte al genocidio del popolo palestinese, non possiamo restare in silenzio. La repressione della solidarietà con la Palestina è così feroce perché si tratta di una lotta anticapitalista: le richieste di disinvestimento colpiscono direttamente l’ecosistema corporativo che trae profitto dalla violenza.
Questo non è il momento di fare un passo indietro. È il momento di lottare con più forza. Il fascismo è una forma di governo funzionale al capitalismo perché sopprime la soggettività dei lavoratori e li subordina al capitale privato. Il corporativismo fascista non ha mai messo in discussione la primazia del profitto privato, né i rapporti di proprietà esistenti.
Anche oggi i governi non fanno che riprodurre questa logica: l’austerità, sia nella sua versione liberale sia in quella apertamente autoritaria, incarna una guerra di classe. Per questo va concepita per ciò che è: una guerra unilaterale dello Stato, catturato dal capitale, contro i lavoratori.
Autore
Di Clara Mattei
La lotta femminista è lotta di classe. E lo è sin dal suo principio. La nascita della teoria economica moderna coincide storicamente con la rivoluzione industriale. Non si tratta di una semplice concomitanza cronologica, ma di un legame strutturale. È in questo periodo che si trasformano profondamente i luoghi, i tempi e le modalità della produzione. Il lavoro, da attività diffusa e integrata nella vita quotidiana, viene progressivamente separato dallo spazio domestico e concentrato nei luoghi dell’industria.
Prima di questo passaggio, le famiglie erano unità produttive complesse. Producevano principalmente per il proprio sostentamento e scambiavano l’eccedenza sui mercati locali. La distinzione netta tra produzione e riproduzione, tra lavoro e vita, non era ancora codificata nei termini che oggi diamo per scontati. Con l’industrializzazione, questa organizzazione viene smantellata. L’industria ha bisogno di manodopera stabile, disciplinata, disponibile per tempi lunghi e ritmi imposti dall’esterno.
Le persone che compongono la famiglia vengono così riconfigurate come forza lavoro salariata e, allo stesso tempo, come consumatrici. Tuttavia, questo processo non è neutro.
La transizione al capitalismo industriale si fonda su una divisione sessuata del lavoro che assegna valore economico solo a ciò che passa dal mercato. Il lavoro produttivo, retribuito, diventa l’oggetto privilegiato dell’analisi economica. Tutto ciò che resta fuori dal mercato viene reso invisibile.
La teoria economica così come la conosciamo si sviluppa nel momento storico in cui nasce il capitalismo, con l’obiettivo di capire come gestire al meglio le risorse in questo sistema totalmente diverso rispetto a quanto tutti gli agenti economici (Stato, imprese, famiglie) avessero sino a quel momento sperimentato. E sin dal principio incarna lo spirito del capitalismo, stabilendo quali attività abbiano valore e quali non ne abbiano.
In questa prospettiva, il lavoro di cura continua a essere svolto, ma viene espulso dal campo del valore. Viene espulso in quanto invisibile, in ragione del fatto che viene tradizionalmente svolto dalle donne e naturalizzato come espressione di una presunta vocazione femminile. La teoria economica classica nasce dunque già parziale. Definisce come economico solo ciò che è scambiato sul mercato e costruisce le proprie categorie a partire dall’esperienza maschile del lavoro salariato. Questo significa che la classe lavoratrice non è mai stata (come non lo è tuttora) un soggetto neutro: è un soggetto sessuato, attraversato da rapporti di potere che vengono messi in luce grazie al femminismo. È per questo che parlare di lotta di classe senza considerare questa dimensione significa accettare una definizione incompleta del conflitto. Si potrebbe pensare che, nel corso di oltre due secoli, le cose siano cambiate in modo sostanziale. E, per molti aspetti, è indubbio che sia così. Le condizioni materiali di vita sono migliorate, l’accesso all’istruzione si è ampliato, i diritti formali delle donne hanno conosciuto avanzamenti importanti. Tuttavia, i duecento anni trascorsi dalla rivoluzione industriale non hanno azzerato le disuguaglianze. Né quelle di reddito, né quelle di genere.
E questo vale anche per i Paesi considerati economicamente più avanzati. Il caso italiano è emblematico. L’Italia fa parte del G7, il gruppo delle economie più ricche e industrializzate del mondo ed è uno dei Paesi fondatori dell’Unione europea. Eppure, se si osservano le condizioni materiali di vita e di lavoro delle donne, il quadro cambia radicalmente. Sotto il profilo della parità di opportunità tra uomini e donne, il Paese è ancora oggi molto lontano da una situazione di equità.
Quando parliamo di disuguaglianze di genere, abbiamo sempre la sensazione di doverci aggrappare alle nostre percezioni soggettive, ma fortunatamente ci corrono in soccorso i dati. Ogni anno, il World Economic Forum elabora il Global Gender Gap Report, uno degli strumenti più utilizzati a livello internazionale per valutare le disuguaglianze di genere. Il rapporto analizza diversi ambiti, tra cui la partecipazione economica, le opportunità lavorative, l’istruzione, la salute e la rappresentanza politica.
I risultati relativi all’Italia sono particolarmente sconfortanti. Nella graduatoria complessiva, il Paese si colloca all’85a posizione. Ancora peggiore è il dato relativo alla parità di opportunità e alla partecipazione economica, dove scivola al 117° posto. Questo significa che, nonostante la ricchezza prodotta e il livello di sviluppo economico, l’accesso delle donne al lavoro, la qualità dell’occupazione e la distribuzione del reddito restano fortemente diseguali.
Siamo ben distanti dall’equità anche secondo i dati dell’Inps, che attraverso il Rendiconto di Genere Inps restituisce una fotografia dettagliata delle condizioni economiche e lavorative delle donne in Italia. Il quadro che emerge è quello di una discriminazione profonda e persistente, che attraversa l’intero ciclo di vita lavorativa.
In Italia, il tasso di occupazione femminile si ferma intorno al 52%, con una distanza di circa 18 punti percentuali rispetto a quello maschile. Si tratta di un divario strutturale, che riflette un’organizzazione del mercato del lavoro e del welfare fortemente penalizzante per le donne.
Ancora più preoccupante è il dato sull’inattività: oltre il 42% delle donne risulta inattivo, ovvero non solo privo di un’occupazione, ma anche fuori dal mercato del lavoro e non più impegnato nella ricerca attiva di un impiego.
Questo dato ha un effetto paradossale. Poiché il tasso di disoccupazione viene calcolato considerando esclusivamente chi non lavora ma cerca attivamente un’occupazione, l’elevata inattività femminile contribuisce ad abbassare artificialmente il tasso di disoccupazione delle donne. Si tratta però di una buona notizia solo sul piano statistico.
Dal punto di vista sociale ed economico, è un segnale allarmante di esclusione strutturale dal lavoro retribuito.
Ciononostante, l’Italia occupa l’ultima posizione in Europa per tasso di occupazione femminile, così come per tasso di occupazione femminile giovanile. Questo significa che la penalizzazione di genere si manifesta precocemente e accompagna le donne lungo tutto il percorso lavorativo, limitandone l’autonomia economica e la possibilità di costruire carriere stabili.
Sempre secondo il Rendiconto di Genere, le donne italiane percepiscono in media una retribuzione inferiore di circa il 20% rispetto a quella degli uomini. Il dato sul gender pay gap continua a suscitare forti reazioni nel dibattito pubblico, soprattutto sui social, dove spesso viene liquidato come un mito o una distorsione ideologica. Tuttavia, al di là della vulgata, il divario retributivo di genere esiste ed è spiegabile almeno per tre ragioni strutturali.
La prima riguarda la copertura contrattuale. Non tutte le lavoratrici e i lavoratori sono tutelati da un Contratto collettivo nazionale di lavoro e le donne risultano sovrarappresentate nei settori meno regolati, più frammentati e caratterizzati da salari più bassi. La seconda ragione concerne la struttura stessa della retribuzione. Anche laddove si applichi un Ccnl, il salario è composto da una parte fissa e da una parte variabile.
Quest’ultima viene spesso assegnata sulla base di criteri che presuppongono una disponibilità di tempo ampia e flessibile, modellata implicitamente su un lavoratore senza carichi di cura. Un modello che ignora il fatto che, ancora oggi, il lavoro di cura familiare grava in modo sproporzionato sulle donne, limitandone la possibilità di conformarsi a queste aspettative.
La terza ragione è a monte del rapporto di lavoro. Alle donne, più frequentemente che agli uomini, vengono proposti contratti sottomansionati, precari o peggio retribuiti sin dall’ingresso nel mercato del lavoro. Questa penalizzazione iniziale produce effetti cumulativi nel tempo, incidendo sia sul reddito percepito che sui contributi previdenziali e quindi sulla sicurezza economica futura.
Il sistema capitalistico continua a poggiare sulle disuguaglianze. Non le corregge. Anzi, se ne alimenta e le riproduce, perché esse sono costitutive del suo funzionamento. Le disuguaglianze di reddito, di genere, di tempo e di potere, che vengono presentate come un effetto collaterale, sono in realtà il nerbo della sua struttura economica e sociale. Senza questa asimmetria permanente, il sistema perderebbe una parte significativa della propria capacità di estrazione di valore. La disuguaglianza di genere occupa in questo quadro una posizione centrale. Il capitalismo si regge su una separazione artificiale tra produzione e riproduzione che consente di svalutare, invisibilizzare o esternalizzare il lavoro necessario alla riproduzione della vita.
Questo lavoro continua a essere svolto in larga parte dalle donne e continua a rappresentare una condizione imprescindibile per il funzionamento del mercato, pur restando fuori dai suoi meccanismi di riconoscimento e remunerazione. È per questo che la lotta di classe è, inevitabilmente, una lotta femminista. E, allo stesso tempo, che la lotta femminista è una lotta di classe. Perché pensare di affrontare le disuguaglianze sociali senza mettere in discussione la gerarchia di genere significa abbracciare una critica parziale e, in ultima analisi, inefficace del sistema.
Ribaltare il tavolo delle ingiustizie implica allora uno spostamento dello sguardo. Significa interrogare ciò che viene definito economico e capace di creare valore, rimettendo al centro il lavoro che rende possibile la vita quotidiana e riconoscere che non può esistere giustizia sociale senza giustizia di genere.

Autore
Di Azzurra Rinaldi
Che le diseguaglianze crescessero con il passare degli anni, contraddicendo ogni ottimismo neoliberista, ce ne eravamo accorti anche senza consultare gli indici di Gini. Per tutto il primo quarto del nuovo secolo, la megamacchina globale del capitalismo iperfinanziarizzato che ha sostituito il “vecchio” capitalismo industriale di matrice fordista che aveva dominato il ‘900, è andata accumulando in misura crescente ricchezza “in alto”, a favore del 10% di popolazione mondiale più ricco, e deprivando in forma sempre più feroce la parte più povera. Ovunque, a cominciare dal “centro dell’Impero” fino alle sue semi-periferie (noi compresi).
Già alla metà del secondo decennio del secolo, negli Stati Uniti, al riemergere dalla devastante crisi dei “sub prime”, la iper-upper class appariva come l’unica beneficiaria dello sviluppo: le famiglie a reddito alto o altissimo sono state le uniche ad aver visto i propri beni patrimoniali crescere in misura esponenziale tra il 2001 e il 2016, con un aumento del 33% rispetto ai precedenti valori mediani; mentre le famiglie a medio reddito hanno visto il loro “patrimonio netto mediano” diminuire del 20% e quelle a basso reddito hanno registrato una perdita del 45%! E nel decennio successivo quel processo si è ulteriormente accelerato. L’indice di Gini relativo alla distribuzione della ricchezza patrimoniale fa registrare per gli Stati Uniti, nel 2024, la cifra record di 0,75 punti (è utile ricordare che nel Gini’s Index l’indicatore “0” esprime una distribuzione perfettamente paritaria, tutti hanno la stessa quota di ricchezza, mentre l’indicatore “1” rappresenta l’assoluta diseguaglianza).
Ma noi – noi Europa, noi Italia, la parte di mondo dove sembrava che una qualche pratica redistributiva fosse stata operante, non stiamo meglio: la Germania fa segnare un valore pari a 0,67, la Francia 0,57, l’Italia 0,54… E poi, worldwide, 0,85 per il Brasile, 0,82 per la Russia, 0,81 per il Sudafrica e gli Emirati Arabi, 0,75 per la Svezia (la Svezia! Ricordate la sua mitica socialdemocrazia?). L’indicatore aggregato per il pianeta intero batte tra gli 0,75 e gli 0,80 punti.
Di tutto questo eravamo informati (come non esserlo?). Sapevamo che «il 10% più ricco possiede il 75% della ricchezza globale e guadagna più del restante 90%, mentre la metà più povera detiene appena il 2% della ricchezza». Che lo 0,001% più ricco «controlla una ricchezza tre volte superiore a quella della metà dell’umanità». Che «i paesi ricchi si accaparrano il 69% della ricchezza globale, pur rappresentando solo il 21% della popolazione». Così come ci era stato detto in tutte le lingue che «il 10% più ricco emette 24 tonnellate di CO2 pro-capite l’anno, contro le 5 tonnellate del 50% più povero». E che «il Sud del mondo riceve solo il 21% del reddito da lavoro, nonostante rappresenti il 90% della forza lavoro globale». Lo sapevamo e forse ci eravamo persino assuefatti, rassegnati. Consapevoli che «la lotta di classe esiste, e l’hanno vinta i ricchi».
Poi, però, è arrivato come da rito l’ultimo Rapporto Oxfam, intitolato emblematicamente Nel baratro delle diseguaglianze, a risvegliarci come uno schiaffo in pieno viso. Ci informa che oggi 12 “uomini d’oro” collocati sulla cuspide del mondo possiedono, da soli, quanto altri 4 miliardi di abitanti del pianeta schiacciati sul livello più basso. Dice anche che la ricchezza posseduta da tremila miliardari globali ha rag- giunto la dimensione di 18,5 trilioni di dollari, l’81% in più rispetto a cinque anni fa. E che nell’ultimo anno, tra il 30 novembre 2024 e il 30 novembre 2025, i loro patrimoni sono aumentati a un ritmo tre volte superiore al tassomedio annuo registrato nei cinque anni precedenti.
Ma la notizia sconvolgente è quella di quei 12 uomini – tutti maschi, quasi tutti bianchi – che pesano come la metà esatta dell’umanità. E che per tutta l’umanità decidono. Sono indicati per nome e cognome, per dimensione dei rispettivi patrimoni, e per settori in cui sono concentrati i loro “asset”.
Ci sono, naturalmente, Elon Musk e Mark Zuckemberg, rispettivamente primo con 497 miliardi di dollari e sesto con 223. C’è Jeff Bezos, 254 miliardi, Bernard Arnault imprenditore del lusso, 183 miliardi, Warren Buffett, 152 miliardi. E poi Larry Ellison, fondatore e presidente di Oracle, 320 miliardi, Rob Walton, figlio del fondatore di Walmart, 123 miliardi, Larry Page, 232 miliardi, e Sergey Brin, 215 miliardi, entrambi co-fondatori di Google, Jensen Huang, 176 miliardi, amministratore delegato di NVIDIA, Michael Dell, 155 miliardi, fondatore e CEO di Dell Inc., e infine Steve Ballmer, anche lui ex CEO Google, 156 miliardi. Una metà di loro ha la proprietà diretta di gran parte del sistema mediatico globale. Gli altri ne sono coinvolti più o meno indirettamente. Tutti insieme non hanno solo le mani sulle nostre borse, ma anche sulle nostre menti.
In un contesto siffatto parlare di Democrazia rischia di apparire un non-senso. Un’atroce illusione. In un mondo in cui il dislivello di potenza è tale che 12 individui “valgono” quanto l’esatta metà degli abitanti del pianeta, la parola stessa “Democrazia” appare priva di significato. Quale Demos, se tutto il Kratos è concentrato in poche mani? Il concetto stesso di “popolo” diventa un’astrazione, un “significante vuoto” sostituito da quell’altra entità, quella sì per sua natura astratta, ma non per questo meno ferocemente operativa nelle vite reali, che è il Denaro. L’“equivalente generale” che nella lettura di Karl Marx costituisce “l’espressione più alta dell’alienazione”: il grande feticcio che riducendo i rapporti umani a mere relazioni tra cose (merci) si afferma, totalitariamente, come “potenza estraniata dell’umanità” perché nessuno è più “ciò che è”, ma “ciò che ha”.
«Che diamine! Certamente mani e piedi e testa e di dietro, questi, sono tuoi! E pure tutto quel di cui frescamente godo è perciò meno mio? Se io posso comprarmi sei stalloni, le loro forze non sono mie? Io ci corro sopra e sono un uomo più in gamba, come se avessi ventiquattro piedi». Questa è la verità, tanto evidente quanto indicibile, che Mefistofele rivela al Faust di Goethe, e che Marx chiosa così: «Ciò ch’è mio mediante il denaro, ciò che io posso, cioè può il denaro, comprare, ciò sono io, il possessore del denaro stesso. Tanto grande la mia forza quanto grande la forza del denaro. Le proprietà del denaro sono mie, di me suo possessore: le sue proprietà e forze essenziali. Ciò che io sono e posso non è, dunque affatto determinato dalla mia individualità. Io sono butto, ma posso comprarmi le più belle donne. Dunque non sono brutto, ché l’effetto della bruttezza, il suo potere scoraggiante, è annullato dal denaro. Io sono, come individuo, storpio, ma il denaro mi dà 24 gambe: non sono dunque storpio. Io, che mediante il denaro posso tutto ciò che un cuore umano desidera, non possiedo io tutti i poteri umani? Il mio denaro non tramuta tutte le mie impotenze nel loro contrario?»
Questo, ci dicono i numeri, e dovrebbero confermare i filosofi (se fossero onesti) è oggi il potere che domina il mondo: una potenza estraniata. Un “feticcio”, un gigantesco cumulo di cose che “magicamente” assume sembianza di persone e domina le vite degli uomini, di tutti gli uomini, dell’intera umanità, privando ognuno del possesso di sé. Le mort qui saisit le vif, appunto.
Autore
Di Marco Revelli
Care Compagne, amici, lettori e lettrici borghesi,
«l’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti», scriveva Antonio Gramsci.
Non è colpa soltanto dei super ricchi se i poveri rimangono poveri. Partiamo dal presupposto che chi ha un privilegio tende a tenerselo stretto. Raggiunto un certo livello di agio non si torna indietro. È così per l’Homo Comfort (il nostro stadio evolutivo corrente secondo l’antropologo Stefano Boni) che tende a non voler rinunciare alle comodità date dalla tecnologia che semplifica la sua quotidianità.
Ed è così per ogni classe relativamente benestante che ha semplicemente ereditato il proprio privilegio, sia esso economico o culturale. Oltre agli avidi multi-miliardari, ci sono altre classi che contribuiscono a mantenere salde le disuguaglianze. La differenza tra classi parte dalla capacità di poter scegliere o meno. Io appartengo a una di quelle classi che mi ha sempre permesso di scegliere. Soprattutto per il privilegio culturale di potermi immaginare di essere qualcosa di diverso dalla condizione in cui sono nato. Sono cresciuto potendo pensarmi come volevo (“pensati libera”, suggeriva Chiara Ferragni, nota proletaria).
Per questo, nel momento in cui con Claim abbiamo deciso di affermare che Tutte le lotte sono di classe, mi sono dovuto chiedere: e in che modo un privilegiato come me può parlare di lotta di classe? Se ci credessi davvero, fino in fondo, nella lotta di classe, dovrei poter accettare che – oltre all’esproprio dei dodici plutocrati che possiedono metà del pianeta – a un certo punto debba spettare una qualche forma di rinuncia pure alla mia categoria sociale. Che ruolo possono avere persone come me, davvero, nel tentativo di ribaltare i rapporti di forza della gerarchia capitalista?
Mi rivolgo alla classe da cui provengo, e non elaborando teorie tramite cui gli altri, quelli che ne hanno bisogno, dovrebbero secondo me portare avanti la lotta per la giustizia sociale. In questo numero si fa riferimento alla lotta dei poveri, con i poveri o per i poveri. Alla prima non appartengo, alla seconda sì ed è, infatti, quello che la borghesia intellettuale (con aspirazioni militanti) cerca di fare. Perché d’altronde è anche vero che la lotta di classe ha bisogno di alleati, che mettono il proprio privilegio, economico o culturale, al servizio della lotta. Partecipare attraverso alleanze e relazioni, tra diversi, in maniera materiale o immateriale. In conflitto con i nostri simili, e in alleanza con i diversi.
Molti, nella galassia della sinistra, hanno la velleità, come me, di lottare insieme a chi subisce più violentemente lo stesso sistema oppressivo. Chi con le azioni, chi scrivendo, chi attraverso la solidarietà. Credendo in un mondo in cui i diritti di cui godi, dovrebbero essere di tutti o non essere, «altrimenti chiamateli privilegi», diceva Gino Strada. Ma come si coniugano la solidarietà e la lotta di classe, senza sacrificio? Nel momento in cui non c’è rinuncia, la solidarietà viene depotenziata e rischia di diventare un esercizio estetico. Il privilegio può anche essere fatto fruttare, a beneficio di chi non ce l’ha. Se a un uomo non piace la violenza patriarcale, accetta di dover cedere spazio; se una persona bianca rivede nel maltrattamento dei migranti la brutalità del proprio suprematismo, deve fare dei sacrifici per intervenire – in mare, in montagna o nei lager che creiamo, come i CPR – mettendo a rischio qualcosa del proprio privilegio.
Non mi sono mai piaciute le definizioni come comunisti con il Rolex, gauche caviar, champagne socialist. Cercano di ridicolizzare le classi agiate che credono nella giustizia sociale e che quindi scelgono di prendere parte a una lotta (o quanto meno lo professano). Perché il tradimento della propria classe, dell’istinto nel preservarla, fa paura. Ma anche la solidarietà, come tutto, è impregnata di classismo.
Caro compagno, il sacrificio militante può coesistere con il mantenimento dei proprio status? Le ragioni per cui lottiamo rischiano di essere annichilite dai privilegi che ci portiamo dietro. L’obiettivo della lotta non è forse che questi privilegi siano ciò che accomuna tutti, anziché ciò che marca le differenze? Il potere di immaginare diverse possibilità e alternative per la propria vita può essere più grande di quello della tranquillità economica, e può essere usato bene. Con un immaginario sconfinato a disposizione però, ciò che scegliamo di fare con il nostro privilegio è di mantenerlo, preservarlo e passarlo ai nostri figli.
Sempre Gramsci: «Il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva. […] Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?».
Era il 1917, l’alba del regime fascista. Ieri il fascismo odiava i poveri, oggi li odiano i suoi eredi. All’epoca la borghesia, per proteggere i propri interessi di classe, ha avallato l’avvento di quel fenomeno. Ora che la storia sembra ripetersi, le classi hanno sembianze diverse, ma ci troviamo davanti a scelte simili.
I miliardari sono sempre dalla stessa parte, ciò che ci può differenziare da loro (oltre ai miliardi) è la scelta di non ritirarci nella comodità mentre l’estrema destra – che funziona molto bene per annichilire i poveri e le diverse condizioni di fragilità – avanza. Renee Good e Alex Pretti, una poetessa e un infermiere bianchi, sono stati uccisi perché chi non sceglie la propria comodità fa paura.
Per questo non ci possiamo limitare a scrivere o a fare comizi. L’unità passa anche dalla rinuncia.
Perché, quindi, non usare il potere del privilegio per smantellarlo? O preferiamo rimanere, anche noi, custodi delle disuguaglianze?
Borghesi di tutti il mondo: disunitevi!
Autore
Di Mosè Vernetti
Non c’è giustizia sociale senza quella climatica. Non è uno slogan ma un’evidenza per chiunque, negli ultimi anni, si sia trovato a fare i conti con il peso del cambiamento climatico e con l’aumento del costo della vita. L’impennata dei prezzi dell’energia ha reso difficile sostenere anche le spese essenziali, come quelle per la casa e per le bollette, per decine di milioni di cittadini dell’Unione europea, soprattutto per quelli che erano già in condizioni di fragilità.
A dimostrarlo, i dati. Secondo Eurostat, ad esempio, nel 2024 (ultimo dato disponibile) il 9,2 per cento degli europei ha detto di non aver potuto riscaldare adeguatamente la propria casa per motivi economici. Nel 2019 erano meno del 7 per cento. Una percentuale che raddoppia se si stringe il focus solo su chi è a rischio povertà. E vale lo stesso anche se si guardano le bollette. Se da un lato sembra ovvio, dall’altro è la testimonianza di come si stia erodendo il diritto a una vita dignitosa di sempre più persone, anche nella comunità europea che ha fatto del welfare sociale un pilastro delle proprie politiche da sempre.
«Si chiama povertà energetica», spiega Vittorio Cogliati Dezza, ambientalista, insegnante, ex presidente di Legambiente, oggi membro del Coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità, dove si occupa proprio di giustizia ambientale e sociale: «Anzi, questa è solo una delle sue facce. Perché quando si parla di “povertà energetica” non si intende solo chi non riesce a pagare le bollette. Ma anche chi vive in case che sono un colabrodo energetico o in quartieri senza alberi, dove c’è solo cemento. Chi vive in aree in cui le ondate di calore estivo necessitano di energia per il raffreddamento delle abitazioni ma non può permetterselo».
Per questo, secondo Cogliati Dezza, la mancanza di una strategia strutturale per abbassare i costi dell’energia va di pari passo con la mancanza di azioni per prevenire gli effetti del cambiamento climatico: «Sia sul versante della messa in sicurezza delle persone e dei territori, da inondazioni o da ondate di calore. Sia sul piano degli investimenti tecnico-industriali sulle rinnovabili o sulle tecnologie per risparmiare energia. Ma anche nel sociale: come nella costruzione di “rifugi climatici”, che potrebbero offrire sollievo dal caldo estremo alle persone vulnerabili e essere anche spazi di socialità. Sarebbe antieconomico e controproducente per la crescita delle emissioni di Co2, in assenza di sufficiente copertura di energie rinnovabili, usare risorse per installare un condizionatore in ogni appartamento».
Per l’ex presidente di Legambiente, che nel 2025 ha pubblicato il libro Clima ingiusto (Donzelli Editore), con Giovanni Carrosio, la mancanza di investimenti sociali come strumento di prevenzione del cambiamento climatico è un’altra delle cecità culturali della classe dirigente attuale. Concausa dell’impoverimento della società e della sua frammentazione in gruppi di persone sempre più divisi e disuguali. E se il discorso vale soprattutto per l’Italia, in quanto uno dei Paesi più esposti perché al centro del Mediterraneo, resta lo stesso anche quando si parla di Unione europea. «Mentre nel 2019, l’Ue con il Green Deal aveva preso una posizione chiara, di leadership internazionale, con i provvedimenti e le direttive volte ad affrontare i nodi della questione climatica per ridurre le emissioni del 55 per cento entro il 2030 e raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Con la seconda presidenza Von der Leyen, la Commissione ha rallentato. Non attraverso una presa di posizione netta, ma con un sistema di rimandi e deroghe», spiega Rossella Muroni, sociologa, esperta di sostenibilità ambientale, presidente di Nuove Ri-Generazioni, l’associazione dedicata allo sviluppo e alla rigenerazione urbana.
«Nell’annacquamento delle politiche del Green Deal, che da verde oggi sembra beige, – come quelle legate alla produzione di energie rinnovabili, all’efficientamento energetico delle case, a favorire la progressione dell’industria verso sostenibilità, ma anche al supporto di una mobilità sostenibile collettiva, all’evoluzione di una politica agricola di qualità – l’Italia ha avuto un ruolo da protagonista», chiarisce Muroni prima di sottolineare come il nostro Paese, con il governo Meloni, si sia trasformato in un freno nei tavoli di trattativa europea. «Una mossa controproducente anche quando si parla di crescita nazionale. Perché noi come sistema manifatturiero abbiamo eccellenze incredibili nel campo delle rinnovabili o dell’automotive. Se avessimo avuto una classe politica illuminata saremmo stati leader della transizione ecologica a livello mondiale, invece siamo diventati un pezzo della catena di subappalto, manovalanza dell’industria altrui», continua.
Ma il rallentamento del Green Deal non solo sta ammazzando un pezzo dell’industria italiana. Per la presidente di Nuove Ri-Generazioni sta anche esasperando le disuguaglianze economiche e le fragilità personali nelle società: «Di contro le politiche climatiche se portate avanti in maniera lungimirante potrebbero aiutare a livellare le disuguaglianze. Sul superbonus, per esempio, abbiamo fatto una battaglia per mettere gli ascensori nei condomini perché il tema della mobilità di disabili e anziani, come diritto sociale, di cittadinanza, è fondamentale. E va incrociato con la tecnologia sostenibile a livello ambientale».
«Questo vale per il dissesto idrogeologico come per la questione ambientale», aggiunge Cogliati Dezza prima di chiarire come anche i danni dello sviluppo economico abbiano pesato sulle periferie: «Basta pensare all’Ilva di Taranto, al polo petrolchimico di Augusta, a Gela, a Porto Marghera. Perfino il traffico illecito dei rifiuti industriali ha colpito le zone più povere e marginali, come la Terra dei fuochi. Il clima da questo punto di vista è un po’ più democratico perché colpisce tutti. Ma se quando c’è un’ondata di calore ho la casa in montagna, sto meglio di chi è costretto a rimanere a Primavalle (periferia di Roma, ndr)».
Per il coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, le conseguenze del cambiamento climatico non sono danni puntuali da riparare di volta in volta. Sono sistemici e hanno a che fare con tutti gli aspetti della vita delle persone. «Per questo è fondamentale avere attenzione per le condizioni degli individui e dei luoghi. L’alluvione del 2023 di Emilia Romagna e Toscana è costata 11 miliardi di euro allo Stato solo per i primi interventi riparativi. Metà delle risorse della manovra economica per il 2026. Ma sono stati buttati a mare.
Perché si poteva evitare», conclude, mosso da due profonde convinzioni: che le politiche climatiche debbano agire sulla prevenzione, se vogliono promuovere lo sviluppo coeso del continente. E che non possono guardare solo l’esistente, «devono essere coraggiose, puntare al futuro, promuovere il cambiamento». Per costruire un’Unione europea sostenibile anche per le persone.

Autore
Di Chiara Sgreccia
«Omar ha sedici anni, vive nei Paesi Bassi, e ciò che gli sta accadendo è già un indizio di quella che potrebbe rivelarsi come la più grande rivoluzione mancata del nostro tempo. I suoi genitori si sono da lungo tempo trasferiti nel paese partendo dalla Siria per chiedere asilo politico. Per seguire i programmi di integrazione civica e accoglienza previsti dal piano sull’immigrazione e l’asilo del governo olandese, si sono dovuti trasferire tre volte, cambiando tre diverse città, con il risultato che Omar ha cambiato tre scuole in pochi anni.
Un giorno, sulla porta di una delle case in cui hanno vissuto, ha assistito all’arresto di suo padre, accusato di violenza domestica nei confronti di sua madre. Un altro giorno, tra qualche mese o qualche anno, sulla soglia di quella stessa porta sarà arrestato lui, anche se ancora non sa di essere un criminale. La polizia però non ha dubbi. È il passato di Omar a dirlo. Sono la sua storia, le sue origini, le sue vicissitudini più recenti a rendere inevitabile qualcosa che Omar non ancora fatto ma che prima o poi farà».
L’estratto1 racconta la storia di uno dei tanti adolescenti che nel 2015 è stato classificato come «ad alto rischio di diventare un criminale in futuro» da parte di un software di polizia predittiva usato dalla municipalità di Amsterdam. La città olandese non è stata né la prima né l’unica ad adottare strumenti di questo tipo: negli stessi anni, diverse città statunitensi sperimentavano l’uso dell’analisi dei dati e dell’intelligenza artificiale per prevedere dove e quando potessero verificarsi dei reati, o chi potesse esserne coinvolto. In un contesto segnato dall’entusiasmo per i cosiddetti big data, l’idea di usare informazioni storiche per anticipare i comportamenti umani appariva a molti non solo ragionevole, ma desiderabile.
La polizia predittiva rappresenta uno dei casi più estremi di applicazione di processi decisionali automatizzati in ambito pubblico, in cui il confine tra prevenzione e produzione del rischio diventa particolarmente labile.
Nel caso di Omar (nome fittizio), il modello di intelligenza artificiale adottato ad Amsterdam – significativamente chiamato ProKid+ – aveva appreso da migliaia di dati sulla criminalità locale a individuare profili di adolescenti simili a quelli già condannati in passato. Tra le variabili considerate figuravano condizioni socioeconomiche e biografiche come il reddito, il background migratorio, l’età, la storia scolastica e familiare, l’accesso a forme di assistenza pubblica.
Questo caso, come molti altri, mostra come l’intelligenza artificiale non sia una novità improvvisa, ma un insieme di sistemi decisionali che in alcuni settori ad alta responsabilità esistono da anni e che, più che strumenti che utilizziamo, sono tecnologie che vengono utilizzate su di noi, spesso senza che ce ne rendiamo conto.

Le contingenze che avevano plasmato la vita di Omar– e sulle quali non aveva alcun controllo – sono state trasformate in una profezia, e la probabilità in una colpa anticipata. In definitiva, tutto ciò che lo rendeva umano, unico e irripetibile, era stato interpretato dal software e ricondotto a categorie generali che non sono affatto neutre o casuali. È qui che risiede forse il rischio principale dell’automazione in contesti sensibili: ridurre la complessità delle vite a pattern ricorrenti, penalizzando sistematicamente le stesse persone già svantaggiate e contribuendo ad amplificare disuguaglianze sociali preesistenti.
In questo contesto, la classe sociale (così come il genere, l’età o la nazionalità) è sempre presente come varia- bile, spesso implicita, ma centrale. Le persone povere diventano sistematicamente “ad alto rischio”: di frode, di abuso del sistema, di essere “cattivi pagatori”, in una logica del welfare pubblico che assomiglia sempre di più a quella del settore privato – non perché lo siano intrinsecamente, ma perché così sono state storicamente trattate dalle istituzioni. Una storia che mi ricorda quella di Daniel Blake, protagonista del film di Ken Loach.
È questo uno degli elementi che emerge con forza dalla ricerca sul campo che ho condotto negli ultimi anni in diversi contesti europei: l’automazione delle procedure burocratiche non inventa nuove disuguaglianze, ma automatizza quelle esistenti. Gli algoritmi apprendono da dati che riflettono pratiche amministrative, scelte politiche, pregiudizi sedimentati nel tempo.
Quando un sistema automatizzato prende una decisione, ciò che vediamo non è l’oggettività della macchina, ma la versione aggregata e formalizzata delle nostre gerarchie sociali.
Un altro esempio emblematico viene ancora dai Paesi Bassi. Per anni, alcune categorie di donne – in particolare donne con figli, di origine migratoria e precarie – sono state sistematicamente trattate come sospette nel welfare pubblico. In un articolo scientifico che analizza il caso2, insieme ad alcuni colleghi argomentiamo come questo specifico bersaglio sia legato al mito della welfare queen, di origine coloniale, che era il modo in cui gli ufficiali pubblici si riferivano alle donne madri, ovvero la categoria sociale che più “pesava” sul welfare pubblico.
Questo mito ha giustificato controlli intensivi e presunzioni di colpevolezza che hanno finito per colpire sempre le stesse persone. Come mostra plasticamente un’inchiesta di Lighthouse Reports, il punteggio di rischio aumentava sistematicamente in presenza di caratteristi che legate a genere, classe sociale, età e status familiare. Per dimostrarlo, i giornalisti hanno costruito il profilo archetipico di Sara, una donna che incarnava proprio queste condizioni e che è risultata essere tra tutte le combinazioni possibili la più a rischio in assoluto.
Un ulteriore esempio arriva dalla Francia, dove un algoritmo di scoring utilizzato dalla Caisse Nationale des Allocations Familiales (CNAF) per individuare presunte frodi nel welfare è oggi al centro di un ricorso davanti al Conseil d’État, sostenuto da una coalizione crescente di organizzazioni della società civile: anche in questo caso, il sistema assegna livelli di sospetto più elevati proprio a chi si trova in condizioni di maggiore fragilità socio-economica, trasformando l’accesso ai diritti sociali in un esercizio per manente di giustificazione e difesa per le classi popolari.
Come ha mostrato in modo esemplare Virginia Eubanks in Automating Inequality, il legame tra classe sociale, sorveglianza, punitività e tecnologie digitali non è accidentale ma strutturale: negli Stati Uniti i sistemi automatizzati utilizzati per il welfare, la protezione dell’infanzia e la sicurezza pubblica colpiscono in modo sistematico le persone povere, trasformando la marginalità economica in una condizione permanente di sorveglianza. La povertà diventa così non un problema da affrontare ma un rischio da debellare, e la statistica automatizzata è un’alleata perfetta. Questa dinamica non opera mai lungo un solo asse: come hanno chiarito teorie come quella dell’intersezionalità di Kimberlé Crenshaw e la matrice del dominio di Patricia Hill Collins, le forme di oppressione si sovrappongono e si rafforzano reciprocamente.
Tecnologie di questo tipo funzionano come perfette cristallizzatrici della violenza intersezionale, perché mostrano come le caratteristiche meno privilegiate – di classe, genere, razzializzazione, status migratorio – non si sommano semplicemente, ma si moltiplicano nei loro effetti. Anche in questo caso, l’innovazione tecnologica promette neutralità ed efficienza, ma finisce per consolidare una visione profondamente moralizzata della povertà. Esistono anche forme più diffuse e meno visibili di stratificazione tecnologica, come il divario digitale, che continua a determinare chi può accedere a servizi essenziali, opportunità educative e lavorative, e chi ne resta escluso. Allo stesso modo, la crescente dipendenza da piattaforme e infrastrutture gestite da grandi aziende tecnologiche redistribuisce in modo profondamente asimmetrico potere e valore: strumenti che promettono di aumentare la produttività, l’autonomia e l’efficienza finiscono per amplificare i vantaggi di chi possiede già competenze, tempo, capitale culturale e stabilità economica, lasciando gli altri intrappolati in forme di lavoro più precarie, standardizzate e controllate. Anche in questo caso, la tecnologia non agisce come un livellatore, ma come un moltiplicatore delle disuguaglianze esistenti, rafforzando una divisione di classe che passa sempre più attraverso l’accesso, l’uso e il controllo delle infrastrutture digitali.
È un paradosso interessante. Proprio nel momento in cui gli algoritmi prendono decisioni e classificano le persone, rendono visibile quanto siamo pregiudicati noi. L’intelligenza artificiale non fa altro che apprendere dalle pratiche burocratiche storiche e riproporle in forma sistematica e codificata. In questo senso, l’automazione agisce come uno specchio: ci restituisce, amplificati e resi inconfutabili, i nostri bias collettivi. Ci mostra che la disuguaglianza e la discriminazione sono spesso condizione di possibilità di questi progetti. Eppure, le stesse infrastrutture permetterebbero di visualizzare altro, con la loro enorme potenza di analisi e rilevanza di informazioni, e potrebbero essere orientate in senso opposto: identificare bisogni, indirizzare supporto, attivare cure e politiche redistributive. Abbiamo invece scelto di usarle quasi esclusivamente in modo punitivo, per giudicare le persone come colpevoli fino a prova contraria e governarle attraverso logiche di sospetto e sorveglianza piuttosto che di cura. Ma questa scelta – è fondamentale ricordarlo – non è l’unica possibile.
Autore
Di Diletta Huyskes
Arrivo a Napoli sotto il diluvio, nei giorni in cui – poco più a sud – il ciclone Harry devasta città e campagne, nell’indifferenza generale di un Paese che da sempre finge di non vedere tutto ciò di cui non vuole preoccuparsi. È così l’Italia: non ti nomino così non esisti e, qualora non potessi più negare la tua esistenza, sarò io a scegliere per te un nome che dica chi sei e quali sono i tuoi diritti. Penso a questo mentre raggiungo La Tarantina nel suo vascio ai Quartieri Spagnoli. A proposito di identità liminali, sovradeterminazione e definizioni, lei ribadisce con orgoglio di essere l’ultimo femminiello di Napoli: «Perché il genere mio non esiste più, esistono i gay, le donne trans, è tutta una Patagonia», dice ridendo. Il femminiello non cede ai tentativi di classificazione di uomo, donna, transgender, drag queen: obbligarlo a una di queste definizioni significherebbe riportare a una logica binaria, con una lente contemporanea, una figura che nasce ed esiste in un contesto culturale specifico.
I femminielli hanno sempre performato il proprio genere appro priandosi di costumi e ruoli che la società assegna alle donne, senza spirito emulativo o di travestimento, ma identitario. La loro pre senza a Napoli fa parte del tessuto culturale, della memoria col lettiva, gode di rispetto e ammirazione, sebbene questa apparente integrazione si fondi su un equilibrio precario, condizionato dalla richiesta di aderire ai ruoli di cura: accudire, cucire, consolare e, nell’accezione più folkloristica, anche benedire e portare fortuna. Un’inclusione vincolata, nella misura in cui non sovverte l’ordine sociale e il sistema di potere.
La vita della Tarantina è una testimonianza ineguagliabile e le sue storie, dalla Puglia alla Dolce Vita romana passando per Napoli, ricordano quelle del protagonista di Big Fish: le ascolti incredulo, poi ti mostra una foto, ti presenta qualcuno, e tutto si tiene.
Il vascio della Tarantina conserva l’anima segreta di un Paese dove l’indicibile è passato sottotraccia, sussurrato, al vaglio del tempo.
Ogni tanto, dalla strada, qualcuno si affaccia incuriosito a guardare dentro la sua casa esposta al mondo, in questo quartiere che è diventato teatro a cielo aperto o cartolina. Mi fa accomodare sul divano e, seduta sul letto di fronte a me, mi mostra una foto in bianco e nero dov’è con due amiche: «Qua ci avevano arrestate, lo sai che c’era tanta severità ai miei tempi». Io, in silenzio, resto ad ascoltarla.
«La mia amica organizzava un veglione e ce lo diceva due o tre mesi prima, così ci preparavamo per tempo: orecchini, collane, affitta vamo vestiti lunghi da sera. Lei si raccomandava di arrivare con un taxi per non farci vedere dalla gente, ma c’era uno di noi (bello, alto, benestante) che aveva ricevuto un mazzo di rose e perciò scese in piazza, attirando l’attenzione. Tutti a urlare: uh, o’ femmenell’! Così arrivò la polizia. Una di noi era femmina e se ne andò, un altro si tolse la parrucca e si mise i vestiti da uomo in tempo, ma restavano trenta di noi, tutte vestite da sera. Una volta in questura e messe in fila, passava il questore e ci sputava in faccia una a una – ma quando arrivarono alla Shangai, con tutto il mazzo di rose in mano, questa gli tirò un cazzotto in faccia. La Shangai era audace, si era operata alla testa e teneva il cervello d’argento. Bell’e buono ci portano in galera, non con gli altri detenuti, ma in un corridoio sotto terra, isolate e tutte divise: siamo rimaste lì un mese, senza vestiti e senza lavarci».
Cosa è cambiato oggi?
Non era facile, ma la società ci rispettava perché portavamo fortuna, avevamo grazia e dolcezza. Oggi è meglio? A me hanno messo una bomba davanti casa e quando qualche ragazzo gay passa di qua scappa, come se si vergognasse di me. Oggi loro si tengono per mano in mezzo alla strada, mentre io non ho mai potuto tenere la mano di un uomo in pubblico, eppure se non ci fossimo state noi… Ma tanto ormai sono tutte morte, sono rimasta solo io.
Tu sei nata in Puglia, ma sei andata via presto. Quando è successo?
Sono nata ad Avetrana da una famiglia povera, in tempi di guerra. In famiglia ho sempre subito discriminazioni perché ero effemminato. Mio papà era prigioniero in Albania e io dormivo con mia mamma, ma a volte anche con i miei fratelli. Non l’ho mai detto a nessuno perché mi vergognavo, ma ora lo voglio dire: quando avevo nove o dieci anni, il mio fratello più grande ha approfittato di me. Si è sparsa la voce e sono stata messa alla porta, avevo undici anni ed era appena finita la guerra; in paese quando passavo si chiudevano dentro casa o mi sputavano. Ti dico la verità: tentai il suicidio gettandomi sotto la corriera, ma quando i carabinieri chiamarono la mia famiglia arrivò il mio fratello maggiore, che mi diede un ceffone e andò via. Di notte mi andavo a rifugiare dove dormivano i cavalli e lì sono stata violentata altre volte ancora. Ti parlo chiaro perché è andata così: non c’era una carezza, mi giravano e lo facevano. Io subivo tutta la violenza nel buio della notte – mi pisciavano addosso, mi bruciavano i piedi – mentre di giorno mi evitavano, si nascondevano.
Quando hai deciso di scappare?
Mi addormentavo accucciata in piazza, tutta sporca e con i vestiti che trovavo. Una sera vennero due guardie, mi portarono in casa e capii che avevano già preparato tutto, tremavo. Uno mi gettò un secchio d’acqua addosso perché ero sporca, ridevano, mi prendevano a schiaffi. Ancora sento queste mani addosso che mi violentavano, il rumore dell’acqua a ogni schiaffo. A turno mi usavano e ridevano, io ero senza forze, ero come morta. Quando finirono mi gettarono fuori e vidi la strada per Manduria: me ne vado, non voglio più tornare indietro. Piano piano, con i vestiti bagnati addosso, arrivai in città e trovai riparo in una chiesa.
Come sei arrivata fino a Napoli, così giovane?
Conobbi un marinaio, era l’unica persona che avevo. Un giorno mi disse che aveva finito il militare e sarebbe tornato a casa; iniziai a supplicarlo di portami, ma per lui ero solo un passatempo. Quando arrivammo a Napoli mi disse che sarebbe andato a casa e poi sarebbe tornato a prendermi: ovviamente non tornò mai. La mattina mi misi accanto a un banco della frutta, quando arrivò una signora elegante che cominciò a dirmi sorridente: «O’ Femmene’, che vuoi mangiare?». Aveva capito che ero sola, così mi prese della frutta e mi chiese di accompagnarla a casa. Trovai riparo nel suo casino, dove davo una mano a sistemare le stanze per i clienti. Un giorno la signora mi chiese di entrare ad aiutarla e vidi per la prima volta un uomo nudo: li avevo visti cacciarli di fuori, mai nudi. Piano piano cominciai a sentirmi a mio agio, a truccarmi un po’, a scendere di notte per gioco. Si sparse la voce, ero la più desiderata. Da me venivano tutti gli americani, belli, anche in gruppo. Non sapevano che ero femminiello, perché qui c’erano solo donne, eppure nessuno si è mai accorto di niente. Li facevo toccare fra di loro, poi mi bagnavo le dita e fingevo che fosse la bocca. Era un teatro, io non facevo niente, prendevo solo i loro soldi.
Hai ribaltato il sistema di potere: dopo tutta la violenza, il sesso è diventato uno strumento di liberazione con cui prendere in giro gli uomini e guadagnare indipendenza.
Avevo il letto pieno zeppo di dollari, ma a me dei soldi non è mai fregato nulla perché avevo vissuto la fame – allora li regalavo a tutti. Facevo finta di aver bisogno di piccoli servizi, una compera, un aiuto a portare le cose in casa, ma solo per dare qualche soldo a chi aveva bisogno. Pensa che avevo una scimmietta: la vestivo, la lavavo, mi teneva compagnia. In quel periodo lasciavo i soldi da una parte e non li trovavo più, allora mi dicevano che sicuramente c’era uno spiritello in casa. Un giorno misi i soldi sul comò e mi nascosi dietro la porta per guardare: vidi una mano afferrare le banconote e urlai. C’era la scimmia con tutti i soldi in bocca, che scappò alla finestra per buttarli di sotto. Nella strada si diceva che c’era la Bella ‘Mbriana che faceva piovere i soldi, ma erano i miei.
Come mai poi sei andata a Roma?
Un’amica mi convinse ad andare a Roma perché era bella, potevamo fare le cameriere, ricominciare. Lì ho conosciuto Goffredo Parise, uno scrittore importante con cui diventammo amici. Mi portava in giro, mi presentava della gente, ma io mica sapevo chi fossero. Molto dopo ho scoperto che erano Pasolini, Moravia, Fellini – tutta gente che mi voleva bene e mi rispettava. Un giorno Marcello Mastroianni, con cui avevo una bella amicizia, venne a Roma con una ragazza. Mi trovai in macchina con lei e Goffredo, che mi chiese se l’avessi riconosciuta: era Brigitte Bardot. Io e Goffredo eravamo diventati una cosa sola, mi raccontava tutto, eravamo una cosa io e lui, capisci che intendo? Non eravamo gelosi, ci dicevamo tutto. Era oltre.
Ti sei mai innamorata?
Io non so cos’è l’amore, non lo so, per il male che ho subito. Quando una persona viene violentata, usata, perde tutto. Quando per tutta la vita mi hanno detto che l’amore era la violenza che subivo, che significato può avere per me l’amore? Sei mai tornata ad Avetrana, rivisto la tua famiglia? Anni fa mi scrisse un uomo di Avetrana, un ex prete che ora è sposato con un altro uomo: mi ha detto di tornare, che non era più come una volta, che mi volevano bene. Io non ne volevo sapere niente, ma un giorno un amico mi invitò a fare una gita e mi ritrovai nella piazza di Avetrana: avevano organizzato una festa a sorpresa per me, con tutto il paese. È stato bello, ma quando subisci tanto male, violenze, maltrattamenti, umiliazioni, specie se da bambino, non lo puoi dimenticare. Molte persone le ho perdonate, ma non ho più fiducia di nessuno. Ti posso rispettare, questo sì. Tutti pensano alla vanità, ma che te ne fai se a nessuno importa di te? Dopo il terremoto ho perso la casa qua sopra, all’ultimo piano, e sono venuta nei bassi. La felicità è stare bene con se stessi e io sto benissimo con me.
Autore
Di Pietro Turano
Colophon e crediti
Direttore:
Gabriele Bartoloni
Vicedirettore:
Mosè Vernetti
Ideazione e supervisione generale del progetto:
Edoardo Bucci e Cecilia Pellizzari
Caporedattrici:
Chiara Sgreccia
Giada Arena
Progetto grafico e impaginazione a cura di:
Lola Giffard-Bouvier, con il supporto di Frita
Con i contributi di:
Giulio Armeni (Filosofia Coatta), Luca Casarini, Don Mattia Ferrari, Diletta Huyskes, Maysoun Majidi, Clara Mattei, Chico Mendes, Livia Paccarié, Azzurra Rinaldi, Marco Revelli, Luca Santese, Gabriel Seroussi, Chiara Sgreccia, La Tarantina, Pietro Turano, Marco P. Valli, Mosè Vernetti
Foto di:
Marco P. Valli, Luca Santese, Lorenzo De Filippo
Infografiche a cura di:
Rebecca Venzi
Copertina di:
Lola Giffard-Bouvier
Supervisione per la stampa di:
Dario Iori
Editore:
FILCAMS CGIL NAZIONALE
C.F.: 80185530583
Rappresentante legale FILCAMS CGIL NAZIONALE:
Fabrizio Russo
Registrazione Tribunale di Roma:
- 122/2025
Direttore responsabile:
Gabriele Bartoloni
Stampa:
O.GRA.RO. S.r.l
Vicolo dei Tabacchi, 1 – 00153 Roma
Chiuso in tipografia:
18 febbraio 2026
Ringraziamenti:
Francesco Alopo, Irene Bernardi, Brando Carasso, Emanuele Carboni, Andrea Carcuro, Lorenzo Cirino, Chiara De Felice, Susan Elkholy, Cristina Lenti, Michela Oria, Sara Paolella, Tommaso Salaroli, Geremia Trinchese, Rebecca Venzi
Un ringraziamento speciale a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori della Filcams.
Una rivista edita da:
Progetto e supervisione editoriale a cura di: