La trappola di H.C.
Mi chiamo H.C., ho 21 anni e vengo dal Gambia. Sono il fratello maggiore della mia famiglia. Dopo la morte di nostro padre, tutto è cambiato. Lui era l’unico che cercava di mandarci a scuola, anche se non aveva quasi nulla. Faceva di tutto per pagare le tasse scolastiche, anche solo un po’ alla volta. Quando se n’è andato, io ho dovuto rinunciare ai miei studi. Avevo completato una formazione di base in edilizia, ma non potevo permettermi di proseguire.
La situazione in Gambia peggiorava di giorno in giorno. Il cibo costava sempre di più, le tasse scolastiche diventavano impossibili da pagare. Le proteste aumentavano e il governo rispondeva con violenza. Io vedevo il futuro dei miei fratelli più piccoli svanire, come già era svanito il mio.
Così ho deciso di partire. Non per egoismo. Ma perché se fossi riuscito a raggiungere l’Europa, avrei potuto aiutare loro. Avrei potuto studiare, lavorare e ricostruire un futuro per tutti noi.
Pensavo che il viaggio sarebbe durato pochi giorni. Pensavo: «Arriverò in Libia, e poi in due o tre giorni sarò in Italia». Ma non avevo idea di cosa mi aspettava. Nel Sahara ho visto la morte con i miei occhi. Mancava l’acqua, il caldo era insopportabile. Per fortuna il ragazzo algerino che ci portava era uno dei pochi che ci dava da bere. Ma molti non ce l’hanno fatta.
Quando sono arrivato in Libia, ho trovato l’inferno.
Ho provato a partire due volte da Zuara. Una volta, ho pagato un passaggio e i trafficanti sono scappati con i miei soldi. Un’altra volta siamo partiti ma la barca si è rotta in mare, ha iniziato ad affondare. L’acqua entrava ovunque.
Abbiamo perso cinque persone quel giorno. Dio ci ha salvati. Io e il mio amico siamo riusciti a tornare indietro, ma ho riportato ferite gravi e sono stato poi picchiato con bastoni dalla polizia.
Ci sono stati momenti in cui ho pensato di tornare a casa. Ho anche provato a registrarmi per rimpatriare, ma ogni volta che parlo con la mia famiglia capisco che non c’è nulla a cui tornare. La nostra casa è distrutta, il tetto crolla con la pioggia, l’acqua entra dentro e danneggia tutto. Mia madre mi ha mandato una foto: la casa sta letteralmente cadendo a pezzi. L’unica cosa che ancora la protegge è un vecchio albero di mango piantato da mio padre tanto tempo fa.
E allora continuo. Perché anche se la Libia è un incubo – ed è sempre peggio, con le violenze contro i migranti, gli accoltellamenti per strada, i rastrellamenti – io continuo a resistere. Perché rinunciare adesso sarebbe tradire tutto ciò che ho già perso.
Non voglio andare in Europa solo per lavorare. Io voglio studiare, voglio realizzarmi. Voglio diventare qualcuno, per poter aiutare la mia famiglia e dare a mio fratello minore quello che io non ho avuto. Lui ha 16 anni. Merita di andare a scuola. Merita un tetto sopra la testa.
Ho imparato tanti mestieri lungo la strada. Ho lavato macchine, lavorato nei cantieri, fatto qualunque cosa per guadagnarmi da vivere. Spesso non mi pagavano, o mi davano solo da mangiare. Ma non ho mai smesso di sperare.
Oggi non posso nemmeno uscire di casa. I migranti come me vengono presi per strada, picchiati, arrestati o peggio. Ma so che questo è il momento giusto per provare di nuovo ad attraversare il Mediterraneo. Molti dei miei amici stanno attraversando il mare in questi giorni. Io devo farcela. Non posso permettermi di fallire.
Sono passati quattro anni da quando ho lasciato casa, avevo solo 17 anni. Sono ancora giovane, ma mi sento molto più vecchio. Nonostante tutto quello che ho passato, non ho perso la speranza. Perché il mio sogno non è solo sopravvivere. Il mio sogno è vivere. Ricostruire. E far sì che un giorno, quando mio fratello mi guarderà, potrà dire: «H.C. non ha mollato. E grazie a lui, ora io ho un futuro».
Il viaggio di David Yambio
La Libia è una creazione dell’Europa, il suo segreto oscuro, l’inferno che ha costruito per tenere le mani pulite. Il viaggio dalla Libia all’Europa non è solo un passaggio di speranza, è una negoziazione con la morte. Ogni onda del Mediterraneo porta con sé il peso della nostra disperazione, dei nostri futuri rubati. È un promemoria che la sopravvivenza non è un trionfo, ma solo un rinvio dell’inevitabile.
Eppure, eccomi qui in Europa, vivo ma non libero. Ho attraversato il Mediterraneo non perché credevo nelle promesse dell’Europa, ma perché non avevo altra scelta. Questa terra non mi vuole, ma ha bisogno di me. Le mie mani raccolgono i suoi frutti, il mio sudore costruisce le sue case. Sono il lavoratore di cui non può fare a meno, ma anche la minaccia che non può sopportare di vedere. Ogni giorno mi ricorda che sono visibile e invisibile al tempo stesso. Vedono le mie mani quando servono, ma mai il mio volto. Ho lavorato nei campi sotto lo stesso sole che, nel deserto, cercava di uccidermi, solo per essere pagato in sussurri e mandato via prima che arrivassero i veri residenti. Per strada, i loro occhi mi seguono non con curiosità, ma con sospetto, come se la mia sola presenza fosse un crimine.
Sto scrivendo questo testo da questa Europa, la terra che ha lottato così duramente per tenermi fuori ma che sembra non poter fare a meno di me. Ora sono qui, non perché lo desideri, ma perché questo luogo si è reso inevitabile. È arrivato nel profondo della mia terra, ha preso ciò che voleva e ha lasciato il resto in rovina. Ha armato le mani che hanno fatto a pezzi il mio Paese e, quando ho cercato di fuggire dalle macerie, ha costruito recinzioni per fermarmi. Eppure eccomi qui, in piedi su un suolo che mi vede come un problema, come un’ombra che non appartiene. Ho portato con me quest’ombra, attraverso deserti che sembravano decisi a divorarmi e mari che non si curavano se sarei vissuto o morto. I miei piedi hanno toccato terre che non promettevano nulla e che hanno mantenuto ancor meno promesse. E ora, fermo qui, mi chiedo se la terra sotto di me senta il peso dei miei passi o se semplicemente finga che io non ci sia.
Ho visto uomini sepolti dalla sabbia e donne portate via da mani prive di pietà.
Sono passato per la Libia, che è diventata una macchina costruita per macinare corpi neri fino a ridurli in polvere. Ho visto uomini incatenati e venduti come bestiame, donne stuprate finché il loro spirito non si spezzava.
Gli echi del passato risuonano forti in quelle terre. Le aste di oggi portano gli stessi calcoli freddi di secoli fa: un uomo ridotto alla forza delle sue braccia, una donna alla curva della sua schiena, un bambino al potenziale dei suoi anni.
I campi profughi del Ciad, del Niger e della Libia non sono santuari. Sono magazzini di vite considerate indegne. Sono prigioni in tutto tranne che nel nome, progettate per tenere lontano il migrante nero, ben distante dai confini dorati dell’Europa. Per coloro che affrontano il Mediterraneo e mettono piede sul suolo europeo, li attende un altro sistema di disumanizzazione. Qui, il migrante viene raffinato, come mais macinato fino a diventare farina fine.
Questo processo estrae da lui ciò di cui l’Europa ha bisogno: il suo lavoro, la sua forza, la sua sottomissione a una cultura a cui non apparterrà mai davvero. Se non riesce a soddisfare questi criteri, viene scartato, lasciato marcire nei cosiddetti centri di accoglienza, dove non aspetta rifugio, ma giudizio. Gli anni passano mentre l’Europa dibatte su quale porzione di umanità egli meriti e anche sul quando concedergliela.
Io sono qui, ma non qui. Sono necessario, ma non desiderato. Eppure, esiste una solidarietà, fragile, esitante e frammentata. Coloro che la offrono immaginano una rinascita, una nuova identità per l’Europa, in cui le cicatrici della storia possano iniziare a guarire. Ma questa visione rimane fragile, intrecciata nell’ego e nell’identità che faticano a sciogliere. È una fiammella di speranza, ma troppo debole per illuminare il cammino. Questa solidarietà, pur ben intenzionata, porta spesso il peso del senso di colpa più che la forza della vera responsabilità. È una solidarietà che offre cerotti mentre evita il bisturi necessario a rimuovere la malattia. Questa è la realtà dell’essere un migrante nero nel 2025. Non è una vita, è una negoziazione costante con un sistema progettato per distruggermi.
Il limbo di Insaf Dimassi
Da anni discutiamo della riforma della cittadinanza dentro una cornice riduttiva e binaria, chiedendoci se sia giusto o sbagliato cambiarla, invece di domandarci cosa è cambiato nel Paese da rendere insostenibile una legge pensata per un’Italia che non esiste più. In trent’anni l’Italia è mutata profondamente. Tuttavia, la legge 91 del 1992 continua a riflettere un’idea genealogica di appartenenza, costruita per mantenere il legame con i discendenti, più che per riconoscere la realtà di chi in Italia ci vive, studia, cresce, ama. È una legge che oggi genera disallineamento tra la realtà sociale e la realtà giuridica, producendo esclusione e sospensione.
Le cosiddette “seconde generazioni”, più di un milione di giovani, rappresentano la prova vivente di questa frattura. Non sono migranti — al massimo figli di un’esperienza migratoria — ma cittadini di fatto, cui è negata la piena cittadinanza di diritto. Continuare a ricondurli dentro la categoria migrante significa razzializzare il tempo, collocarli in una perenne condizione di “non ancora”: non più stranieri, ma non ancora italiani. Questo scarto temporale e simbolico mostra quanto la cittadinanza in Italia non sia solo uno status legale, ma un dispositivo politico che stabilisce chi ha diritto a proiettarsi nel futuro e chi invece deve restare nel limbo dell’attesa. La sua funzione non è soltanto includere o escludere, ma anche differire: rinviare nel tempo il riconoscimento, trasformando la vita quotidiana di migliaia di giovani in una prova continua di legittimità.
Parlare di identità, oggi, significa parlare di potere. L’identità nazionale non è una sostanza immutabile, ma un campo di negoziazione dove si decidono i confini del “noi”.
Nel dibattito sulla cittadinanza, questa negoziazione assume toni morali: chi merita di appartenere, chi deve dimostrare di esserne degno. Il passaggio da un’identità etnico-genealogica a una civico-relazionale — fondata su partecipazione, formazione, territorio — destabilizza l’immaginario nazionale. Significa accettare che l’italianità non è ereditata, ma prodotta socialmente, e che il riconoscimento giuridico deve seguire la realtà, non precederla. Di futuro si muore quando questo viene continuamente promesso e mai concesso, quando la cittadinanza rimane un orizzonte lontano che si sposta in avanti a ogni generazione.
Negli anni questo immobilismo normativo è stato riempito di nuovi significati politici. La cittadinanza, da strumento di riconoscimento, è diventata un campo di battaglia ideologico: a destra, difesa come baluardo identitario contro una presunta “diluizione culturale”; a sinistra, spesso ridotta a gesto umanitario, più morale che strutturale, svuotato di analisi politica. Così un tema pre-politico — il riconoscimento della realtà sociale — è stato inghiottito dal linguaggio partitico, perdendo la sua funzione originaria di ponte tra Stato e società.
La cittadinanza tuttavia è un istituto poroso: la sua forza sta nella capacità di adattarsi ai cambiamenti demografici e di riflettere la società che rappresenta. Quando questo adattamento si arresta, diventa una tecnologia di esclusione, un archivio statico di appartenenza. E quando una legge non si rinnova, non resta neutrale: diventa conservatrice e reazionaria per inerzia.
La legge 91 del 1992 nasce in un contesto storico in cui noi non esistevamo ancora come categoria sociale. All’epoca non c’erano figli di migranti cresciuti in Italia, né una realtà numericamente o culturalmente paragonabile a quella di oggi. Non si poteva immaginare che, trent’anni dopo, sarebbe nata una generazione di cittadini italiani di origine straniera che vivono una condizione paradossale: italiani in tutto, tranne che per la legge. La categoria “seconde generazioni”, con cui si è tentato di definirci, è impropria e presuppone un atto di migrazione che noi non abbiamo compiuto. Noi non rappresentiamo la continuazione del percorso dei nostri genitori, ma l’esito di un nuovo processo sociale: quello di una società italiana che si è trasformata, e che oggi si ritrova a convivere con se stessa in forme diverse.
Questa distanza semantica — tra ciò che siamo e come veniamo definiti — è tutt’altro che linguistica: è politica. Il potere non si manifesta solo nel decidere chi è dentro e chi è fuori, ma nel decidere quando qualcuno può appartenere. La legge sulla cittadinanza non esclude esplicitamente: rimanda. Chi nasce italiano può permettersi di progettare; chi non lo è deve prima attendere.
E il potere del tempo non è una novità della burocrazia contemporanea ma un’eredità coloniale. E in fondo la cittadinanza italiana funziona ancora così: si fonda sull’idea che alcuni debbano dimostrare di essere pronti, di aver raggiunto un grado sufficiente di integrazione, di aver imparato il linguaggio e i codici del Paese per poter “entrare”. L’Europa si è costruita come spazio di cittadinanza universale solo perché altrove ha costruito spazi di non-cittadinanza. Le frontiere che oggi definiscono chi può attraversare e chi deve morire nel Mediterraneo sono l’estensione delle vecchie frontiere coloniali: linee mobili che separano la vita degna dalla vita sacrificabile.
La massima espressione materiale di questi confini è il passaporto: un confine portatile che ciascuno di noi tiene in tasca. È per questo che l’Europa, per proteggere la propria mobilità interna, ha imparato a spostare le proprie frontiere fuori da sé. L’esternalizzazione delle frontiere è la versione contemporanea della logica coloniale: delegare la violenza per mantenere intatta la narrazione della civiltà.
Non avere la cittadinanza ha due implicazioni fondamentali. La prima è la paura di perdere tutto ciò che si è costruito. Perché un permesso di soggiorno, anche quando è “a tempo indeterminato”, non è mai davvero permanente, ma è una condizione revocabile, subordinata e fragile. La seconda ferita è la mancanza dei diritti politici.
Non solo il diritto di voto, ma il diritto di partecipare, di dissentire, di occupare lo spazio pubblico senza paura. Chi non ha la cittadinanza vive in una zona grigia della democrazia. E allora viene da chiedersi: cosa significa vivere nel Paese che è casa tua, dove ami, lavori, soffri, paghi le tasse, se non puoi esercitare il diritto più elementare della democrazia — partecipare alla vita politica? Dov’è il confine, esattamente, tra questa condizione e la sudditanza?
La verità è che il privilegio apparente di chi “ha la cittadinanza” è una trappola collettiva: si usa il ricatto dei più vulnerabili per disciplinare anche chi si crede al sicuro. Se non lo comprendiamo come una questione di coscienza di classe, abbiamo già perso. Abbiamo smarrito il senso di comunità, la capacità di riconoscerci nella stessa condizione materiale — e questo, più di ogni legge, rischia di essere il vero punto di non ritorno.