Fino a qualche anno fa chi era povero lo era perché non aveva un lavoro. Qualcuno sosteneva che la povertà fosse questione di pigrizia, o effetto di un welfare mal distribuito. Una raffigurazione comoda che scaricava sul singolo la responsabilità di un fallimento collettivo e alimentava quella retorica del merito che ancora oggi assolve dal doversi confrontare con le strutture che producono disuguaglianza.
Oggi invece si parla molto di lavoro povero, quasi sempre senza definirlo con precisione, quasi sempre senza indagarne le cause reali. Il rischio è che diventi una formula autoassolutoria, come se nascesse dal nulla invece che da scelte politiche precise, da un sistema fondato sullo sfruttamento. I dati restituiscono una fotografia inequivocabile, che chiama alla mobilitazione: quasi una persona su due, nei settori del terziario indagati, lavora e resta povera. È la misura di uno sfruttamento diffuso, che riguarda commesse, cameriere, addette alle pulizie, lavoratrici dei pubblici esercizi, e tanti altri. Le differenze territoriali aggravano il quadro e vanno denunciate con forza. Un divario che nessun tentativo di argomentazione può rendere accettabile. È la conferma che il lavoro povero è il prodotto di modelli d’impresa costruiti sulla svalutazione del lavoro, di territori lasciati senza presidio contrattuale e politico. Il rinnovo dei contratti nazionali e il contrasto ai contratti pirata rimangono strumenti importanti di giustizia territoriale e salariale, ma davanti al dilagare di un lavoro sempre più povero, mobilitazione e lotta convergente sono le uniche strade percorribili.
I numeri confermano che le donne restano più povere degli uomini in ogni settore. Parliamo dei comparti del lavoro di cura esternalizzato, del part-time involontario, degli appalti al ribasso, del lavoro nei weekend: ambiti dove il lavoro femminile è maggioritario. La povertà lavorativa delle donne è la forma che assume lo sfruttamento quando si intreccia con la segregazione occupazionale di genere, con un sistema patriarcale che resta funzionale a un capitalismo predatorio, e che va contrastato insieme sul piano sindacale e su quello politico, con la stessa forza.
Incidenza del lavoro povero (almeno una settimana lavorata)

La filiera del turismo tocca i picchi più estremi: al Sud e nelle Isole si arriva oltre l’80% di lavoratori poveri, una cifra che dovrebbe suscitare una mobilitazione immediata.
Il turismo muove miliardi e viene celebrato come risorsa strategica del Paese: molti dimenticano però che i profitti di questo settore si costruiscono proprio sulla compressione dei salari, sulla stagionalità strutturale, sul lavoro precario. Difendere chi lavora in questo settore significa mettere in discussione l’intero modello di sviluppo su cui il turismo italiano si regge. Non c’è traccia di progresso nell’andare in vacanza a spese di chi viene sfruttato.
Il lavoro povero è l’esito di un’asimmetria di potere strutturale, di un sistema che su quello squilibrio si regge e prospera da anni.

E il rinnovo nei tempi dei contratti resta il primo presidio contro il lavoro povero: è il terreno su cui la mobilitazione collettiva produce oggi i risultati più concreti, ma ci sono fronti di lotta altrettanto necessari, contro la discriminazione di genere, il razzismo, l’illegalità, la disumanità dilagante. Le conquiste si ottengono organizzando la lotta nei luoghi di lavoro, nelle filiere produttive, nei territori e nelle comunità resistenti, non sono concessioni regalate a un tavolo istituzionale.
È da lì, dalla capacità di costruire vertenza e conflitto, che si misura la forza reale di un’organizzazione sindacale, ma anche la possibilità di futuro di una comunità.