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Se chi lavora è povero il sistema deve cambiare

Il lavoro povero continua a essere una condizione diffusa tra i dipendenti di aziende dei settori del Terziario, dei Servizi e, soprattutto, della Filiera del Turismo. Cosa si intende, quindi, con “lavoro povero”? Secondo gli indicatori è quel lavoro che riconosce uno reddito familiare pari o inferiore al 60% della mediana nazionale, condizione spesso aggravata dalla discontinuità lavorativa, dal dumping contrattuale e dai ricatti sugli stipendi al ribasso legati alla forte competitività di questi settori, nonché alla solitudine di chi non è rappresentato da un sindacato. Chiunque percepisca quindi un salario non dignitoso, così come stabilito dall’Art. 36 della Costituzione, si trova nel perimetro del lavoro povero.

Se quasi un dipendente su due è costretto a lavorare in povertà, non si tratta più di una sfortunata eccezione, ma di un sistema, e va combattuto come tale, collettivamente.

 Un recente studio di Filcams Cgil relativo al 2024, condotto su 6,3 milioni di persone (96% del totale) utilizzando dati INPS, mostra come il lavoro povero interessi il 47,51% delle/i dipendenti che hanno lavorato almeno una settimana l’anno (utilizzato dallo studio come campione ampio) e il 41,71% delle/i dipendenti che hanno lavorato almeno 12 settimane (campione ristretto). La possibilità di confermare il dato anche sul campione ristretto, con almeno 12 settimane lavorate nell’anno, mostra un fenomeno che colpisce anche lavoratrici e lavoratori stabili, non solo occasionali. Se quasi un dipendente su due è costretto a lavorare in povertà, non si tratta più di una sfortunata eccezione, ma di un sistema, e va combattuto come tale, collettivamente.

Analizzando i dati dello studio, poi, emergono grosse disparità territoriali, settoriali e di genere, che spesso si sommano, dando vita a valori estremamente più alti nell’occupazione femminile e nelle aree del Sud e delle Isole, in particolare nel turismo. Se in questo settore la percentuale di lavoro povero tocca il 71,22 nel campione ampio (chi ha lavorato almeno una settimana), nel Sud e nelle Isole tocca l’81,14%, segnando il 75,32% sul territorio nazionale se si considerano le sole impiegate donne. Numeri che ci dicono qualcosa non solo sulla codificazione patriarcale del lavoro, ma anche sullo sfruttamento, da parte delle aziende, di alcuni soggetti considerati ricattabili, in particolare se donne e se impiegati nell’occupazione stagionale.

È significativo, infatti, che il divario di genere nel turismo aumenti nel campione ristretto, quindi quello che prevede un rapporto lavorativo della durata di almeno 12 settimane, raggiungendo quasi 11 punti percentuali (59,00% uomini, 69,94% donne). Nel settore del commercio, invece, a determinare la condizione di povertà lavorativa sono soprattutto contratti configurabili come «part-time involontario», tipologia non codificata normativamente ma preponderante nella realtà.

Nella catena di discount Eurospin, ad esempio, una delegata racconta che «le nuove assunzioni vengono contrattualizzate solo a 30 ore, di contro a chi invece lavora nell’azienda da anni e vorrebbe una riduzione da 40 a 30 ore e non gli viene concessa». I salari rimangono bassissimi, e la catena «non accetta una contrattazione di secondo livello per integrarli», continua la delegata, che per ragioni di riservatezza preferisce rimanere anonima.

«Spesso consiglio ai più giovani di cercare lavori in altre aziende, perché qui non c’è margine per far capire alla compagnia il valore dei dipendenti, che sono la forza motrice dei loro guadagni»

«Ci troviamo in un ambiente lavorativo inaccettabile, subiamo di continuo intimidazioni, alcune ragazze lavorano quattro o cinque domeniche di fila senza riposo». I dipendenti vengono contattati «di continuo fuori dall’orario lavorativo per chiedere di fare un rientro pomeridiano, o per qualsiasi cosa, ci considerano costantemente reperibili», racconta la donna. «Io ho un contratto a termine da 13 anni, che di anno in anno viene rinnovato. Fino ad ora le fasce orarie che avevamo da contratto non sono mai state rispettate, era il capo negozio che stabiliva il nostro orario. Dalla prossima settimana l’azienda ha deciso che queste fasce verranno invece applicate». La delegata ha sempre lavorato dalle 6 alle 11 di mattina con i rientri pomeridiani al reparto ortofrutta, ora invece «mi trovo con altre fasce, una dalle 15:30 alle 20:30 e l’altra dalle 11 alle 16, cosa incompatibile con il reparto che ricopro. Quindi ho dovuto fare richiesta di cambio di fasce e non so se verrà accettata, di certo mi è stata fatta pesare», spiega. In questo ambiente, «spesso consiglio ai più giovani di cercare lavori in altre aziende, perché qui non c’è margine per far capire alla compagnia il valore dei dipendenti, che sono la forza motrice dei loro guadagni», conclude.

Autore

La Redazione