Quasi cinquecento anni fa Étienne de La Boétie scriveva Discorso sulla servitù volontaria, un breve testo rivoluzionario che pone una domanda fondamentale: perché centinaia, migliaia, milioni di persone potenzialmente libere, accettano di essere sottomesse al volere di un solo tiranno? Perché queste si piegano a una servitù volontaria, e quindi auto imposta, scegliendo quotidianamente di obbedire? Il potere dei tiranni risiede nella disponibilità di ogni singolo nel servire. La condizione naturale dell’essere umano, sostiene La Boétie, è la libertà. La servitù, invece, è contro natura.
Perché continuiamo a obbedire? Qual è il futuro della lotta? Ripercorrendo l’analisi di Anton Jager, storico del pensiero politico, in Iperpolitica, abbiamo cercato di restituire visivamente il rapporto tra alcuni avvenimenti cruciali che hanno segnato la trasformazione socio-politica degli ultimi decenni in Italia (e non solo) e dei parametri misurabili che descrivono il rapporto dei cittadini e delle cittadine con la politica. La lettura di Jager ci ha ispirati a produrre una infografica su una linea del tempo divisa nelle tre epoche che analizza: Postpolitica (1989-2008), Antipolitica (2008-2020), Iperpolitica (2020-oggi), che abbiamo messo in relazione con la fiducia sempre più bassa che le persone nutrono nelle istituzioni, l’astensione elettorale, la vittoria delle destre in Italia e con l’uso dei social media nella politica.
Questa linea del tempo arriva fino a oggi, l’inizio della fine dell’egemonia americana sul resto del mondo. Un declino che prende carne in concomitanza di due eventi che – seppur in maniera diversa – rappresentano un punto di svolta, o Turning point. Due momenti centrali che forse ci suggeriscono che anche la fase dell’Iperpolitica è già finita, o che ci troviamo a cavallo tra due epoche dove tutto è ancora da scrivere.
Il primo evento è l’uccisione del noto attivista Maga (Make America Great Again) Charlie Kirk. L’influencer oltre a essere rappresentativo della reazione fascistoide e suprematista al cosiddetto “politically correct”, parla del declino americano, dell’odio dei reazionari che si sentono minacciati dalle identità fluide e meticce che scombussolano le normative del binarismo di genere e della purezza della razza.
Il secondo evento a rappresentare il punto di svolta è il genocidio che gli israeliani stanno compiendo a Gaza, a danno dei palestinesi, e la reazione dei popoli nel mondo, culminata con la missione della Global Sumud Flotilla per rompere il blocco imposto dalle autorità dello Stato ebraico alla Striscia. Il mondo dopo Gaza è un mondo dove è decaduto il primato moralista occidentale (e statunitense), dove si è spezzato quel patto del “mai più” che ha segnato il dopoguerra. Forse è anche per questo che proprio la Palestina ha risvegliato l’energia popolare assopita per tanto tempo, mossa da ciò che più antitetico possa esserci al neoliberismo: la solidarietà. Basata sull’idea che nessuno è libero finché non lo siamo tutti.
«There is no such thing as society» (La società non esiste ndr), diceva nel 1987 l’iron lady Margaret Thatcher, primo ministro del Regno Unito. Siamo al termine dei suoi anni di governo dove, come un’epidemia, ha dilagato il disfacimento del welfare state e del sostegno sociale ai più fragili, schiacciati sotto il pugno fermo di una ideologia economica fondata su un concetto opaco di meritocrazia, dove è il singolo – non la società o lo Stato – a dover essere in grado di sfamarsi, curarsi, e provvedere ai suoi diritti fondamentali. Se non ce la fa, è perché non si è impegnato abbastanza. La privatizzazione economica di ogni aspetto della vita dei cittadini inizia a divorare gli spazi democratici e collettivi: le sedi dei partiti, i sindacati dei lavoratori, gli ospedali, le scuole. Le persone rimangono sole e deboli. La frase di Thatcher sembra l’auspicio di una mentalità imperialista ormai in declino.
Dopo la caduta del muro di Berlino, secondo quanto teorizzava Francis Fukuyama, non sarebbero più serviti la politica e il conflitto, perché il modello del benessere diffuso propagato dagli americani in tutto il mondo grazie alla globalizzazione non sarebbe fallito. Ovviamente aveva torto, ma bisognava aspettare la crisi finanziaria del 2008 affinché fosse evidente a tutti. Le piazze del mondo già lo avevano capito, i movimenti no global – indeboliti dopo il G8 di Genova e l’uccisione di Carlo Giuliani – avevano provato a tradurre in azione una critica strutturale al modello neoliberista che metteva in ginocchio le classi subalterne e precarie in Occidente come nel resto del mondo. Ma sono gli ultimi sospiri di uno spirito di lotta che proviene dalla società di massa: siamo ormai in piena epoca Postpolitica e per le nuove generazioni, da quel momento in poi, la politica diventa sempre più distante dal centro della vita.
Non c’è società, non c’è storia, non c’è politica. Dopo il 2008 arriva l’era dell’austerità, dei tagli alle spese pubbliche. Precarietà e disuguaglianze crescono. La rabbia riporta la lotta nelle strade: da Occupy Wall Street negli Stati Uniti, agli indignados nel vecchio continente, ma sono principalmente i sovranismi di estrema destra a guadagnare margine nella rappresentanza.
Cresce l’astensionismo e le proteste faticano a trovare spazio in nuove espressioni politiche progettuali nelle istituzioni: una società sempre più divorata dalle disuguaglianze richiede un sistema repressivo più autoritario per essere controllata. Anche per questo prendono piede i neofascismi. Il neoliberismo, incancrenito, delega al fascismo il ruolo del bastone, reintegrandolo nel sistema per necessità, perché quel sistema è degenerato, non garantendo più benessere diffuso, pace, diritti, servizi universali. Sono le piazze che tornano a parlare. La crisi climatica e le mobilitazioni disobbedienti ed ecologiste. I milioni in piazza contro la violenza razzista sulle comunità afroamericane dopo che George Floyd era stato assassinato davanti alla telecamera che lo riprendeva dire: «I can’t breathe» (non respiro ndr). I cortei oceanici contro la violenza patriarcale sulle donne, in Italia culminati con il femminicidio di Giulia Cecchettin.
Al governo l’estrema destra. Le mobilitazioni salgono e scendono di intensità, ma gridano che la politica è tornata al centro della vita delle persone, che però non hanno più spazi condivisi dove una visione universale di mondo diverso può prendere forma. Anche per questo succubi dei limiti dell’identitarismo, che separa le persone le une dalle lotte delle altre. La politica è tornata, ma i momenti concitati di mobilitazione si dissolvono alla velocità dei reel di TikTok. Jager la chiama l’epoca dell’Iperpolitica, un fenomeno alimentato dai litigi online, in cui a dominare sono il moralismo dilagante, apparenza con poca sostanza e incapacità di immaginare dimensioni di lotta collettiva.
La Global Sumud Flotilla ha forse funzionato perché ha parlato con il linguaggio di oggi, con i suoi limiti e i suoi aspetti problematici. Ha puntato sull’individuo, sull’eroe. Su un eroe che, però, disobbedisce. Per capire come lottare oggi dobbiamo accettare come funzionano le nuove generazioni. Più individualiste, ma non per questo meno disposte a mettere sottosopra l’esistente, a cambiare tutto, a bruciare tutto, a bloccare tutto. Quarant’anni di disfacimento del sociale e del collettivo non hanno sedato l’istinto delle persone a lottare: non siamo soltanto consumatori. Possiamo lottare e mantenere questa fiamma accesa. Siamo ad un Turning point, a cavallo tra due epoche, dove la chiave per spezzare le catene della servitù volontaria deve essere la disobbedienza.
Antipolitica
La crisi finanziaria del 2008 e il collasso di Wall Street segnano l’inizio di una nuova fase. Le strutture socio-politiche del ‘900 sono ormai disgregate dal progetto neoliberista: le sedi dei partiti sono vuote, i lavoratori sempre meno sindacalizzati, ma dal malessere economico e dalle disuguaglianze che emergono dalla crisi in poi, si rigenera il bisogno di politicizzare nuovamente la vita, di reinserire la coscienza politica nella sfera pubblica. Dalle macerie di un modello economico bugiardo, torna l’indignazione. È il decennio lungo del populismo e del sovranismo: in tutto l’Occidente si innesca un moto di mobilitazione, sia a sinistra, che nella destra reazionaria. Al termine di questo periodo, la sinistra populista si è però scoperta esausta ed esaurita, succube della tecnocrazia e dell’austerità del post-crisi finanziaria. Al risveglio dal letargo pandemico, su cui molti ponevano aspettative di cambiamento dal momento che ha rivelato la menzogna neoliberista dell’efficienza del privato a scapito del pubblico – in particolare per quanto riguarda la sanità – la sinistra è scomparsa, ma è rimasta la destra neofascista. Nel decennio anti politico le lotte ci sono state e alcune si sono anche trasformate in rappresentanza, ma le persone sono sempre meno soggetti politici e sociali, e la rappresentanza stessa perde di significato con l’astensione che cresce inesorabile.
Iperpolitica
Con la pandemia da Covid-19 ha pienamente inizio la fase storica che il filosofo belga Anton Jager definisce “Iperpolitica”. Nel 2020, la politica torna al centro della società, ma in una modalità nuova di interazione tra pubblico e privato. Certamente modellata dalla fluidità del mondo della rete. La politica infatti non è più affare limitato agli esperti, ai tecnocrati, agli analisti: ha basse barriere di ingresso – richiede meno coinvolgimento e impegno personale – ma si consuma più velocemente. Questo in termini concreti si manifesta con un socialismo da millennials identitario e non più universalista. Dalle grandi mobilitazioni globali per il clima nel 2019, fino a quelle per i diritti e la tutela delle comunità afro-americane negli Stati Uniti, passando per i cortei dei movimenti transfemministi contro la violenza sulle donne, l’Iperpolitica raccoglie ondate scostanti e circoscritte di partecipazione popolare, che si dissolvono con la velocità delle stories su Instagram. La politica è tornata. L’estrema destra continua a crescere, mentre le strade tornano a riempirsi di rivendicazioni antitetiche ad essa. Nell’Iperpolitica torna il desiderio di lottare, ma regna sovrana l’incapacità degli individui di costruire progettualità collettiva.
Postpolitica
Dopo il “secolo breve” (1914-1989) la storia doveva finire. L’iper capitalismo delle democrazie liberali aveva sconfitto il comunismo sovietico. Nel 1994 l’ex leader del partito Comunista Italiano, Achille Occhetto, era volato a Wall Street per dichiarare che le banche americane erano il tempio della democrazia e le sedi cittadine della Nato, il centro della civiltà. In La società dello spettacolo Guy Debord parla di un mondo unificato nel blocco dell’organizzazione consensuale del mercato globale. Da cittadini e cittadine, le persone diventano consumatori, convinti che la causa dei loro mali non risieda nell’essere stati abbandonati dalle istituzioni a favore di una economia corporativa, ma nel non impegnarsi a sufficienza per raggiungere il successo. La cultura neoliberista attribuisce la condizione di povertà alla responsabilità del singolo, deresponsabilizzando la società rispetto al suo destino. Si fonda sull’invidia e sulla paura dell’altro, che diventa un avversario da sopraffare, non più un compagno con cui organizzarsi. Con la fine della storia, muore la politica: la società è un insieme di individui.
TURNING POINT
L’Iperpolitica è già finita? Il decadimento dell’imperialismo americano accanto al genocidio di Gaza segnano l’inizio di un’epoca nuova per quanto riguarda la lotta e la partecipazione politica in Europa. Il mondo dopo Gaza e il mondo del secondo Trump tracciano la direzione di due Turning point (punti di svolta) differenti. Il primo prende carne durante la missione della Global Sumud Flotilla, che, seppur attraverso quegli strumenti comunicativi effimeri che caratterizzano l’epoca Iperpolitica e alimentano l’identità individualista della società, ha smosso l’istinto latente di lotta di una generazione che non è stata completamente sedata dall’ideologia neoliberista. È l’inizio della fine dell’ “Impero breve”, che oltre a soffiare sui venti di guerra globale, trascina nell’oblio dell’odio suprematista la sua stessa gente. Parlava di Turning point anche Charlie Kirk prima di essere ucciso, rilanciando una guerra reazionaria ma universalista a tutta l’ideologia che compromette, nella prospettiva Maga, la superiorità americana sul mondo. Da un lato il risveglio politico delle persone in tutto il mondo prende forma con la solidarietà – nemesi dell’homo oeconomicus che compete invece che collaborare – dall’altro l’odio per il diverso. La politica è tornata, forse per rimanere, e ci pone davanti a due futuri diversi. Daun lato la pace e la solidarietà, dall’altro la barbarie.