NESSUNO
LAVORA
DA
SOLO
EDITORIALE
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Il lavoro è lo strumento tramite cui sopravviviamo, che a molti dà la possibilità di autodeterminarsi nel mondo. Sia come individui che come collettivo. Spesso però ci consuma, ci logora. Il lavoro è uno di quegli obblighi a cui siamo tutti costretti, per questo scendiamo a patti con la realtà e diventa anche la dimensione in cui cerchiamo di realizzarci. Nel lavoro si costruisce una diversa umanità: quella della dignità della persona. Questo però non significa che dobbiamo esserne succubi e farci schiacciare. Né dal lavoro che facciamo, né da chi quel lavoro ce lo ha offerto.
Di lavoro si vive, e di lavoro si muore: può essere letale come un campo di battaglia. Sembra infatti un vero e proprio bollettino di guerra quello delle morti sul lavoro in Italia: 1050 nel 2022, 1187 nel 2023 e 1090 nel 2024.
Nessuno lavora da solo parla di solitudine. Un sentimento che accomuna sempre più lavoratrici e lavoratori, che ha una dimensione fisica, relazionale, politica, sociale e psicologica. Oltre a inasprire la fragilità e la debolezza dei lavoratori che non hanno riferimenti, o strumenti di tutela collettiva. Se i lavoratori sono soli, sono più deboli. E più deboli sono, meno il sistema economico funzionerà al servizio delle persone.
Nessuno lavora da solo parla di speranza. È un invito a riscoprire la radicalità della solidarietà. La lavoratrice sola viene pagata meno. Il lavoratore solo è più ricattabile, meno tutelato. La lavoratrice sola è alienata da se stessa e dagli altri. Quando, alla fine della giornata di lavoro, ordina su Glovo – guardando Netflix e scrollando su Instagram – si dimentica che ci sarà un’altra lavoratrice sfruttata a portarle la cena.
La frammentazione, la distanza e la disconnessione sembrano essere la cifra di comunanza tra lavoratori costretti all’obbedienza perché soli, mentre tutto rema contro i loro diritti, contro i sindacati, mentre lavoriamo in non-luoghi e i nuovi lavori hanno regole di ingaggio sempre meno chiare. Mentre le certezze e le conquiste del secolo scorso vengono smantellate sull’altare di un progresso ingannevole. Non crediamo in questo lavoro spogliato della sua umanità. Non crediamo in quella che viene chiamata “legge della giungla” (che è in realtà la legge del capitalismo) del tutti contro tutti.
La tecnologia è cosa utile a ridurre l’inutile fatica del lavoro, scrivono Franco Berardi (Bifo) e Giuseppe Allegri. «Specialmente quando è condivisa in amicizia, quando l’ingegnere e il poeta camminano insieme, e fanno l’amore mentre le loro macchine producono lo stretto indispensabile».
Non produce lo stretto indispensabile il settore del turismo, che lascia però le briciole a milioni di lavoratori, come riporta Sarah Gainsforth. Sono frammentati tra giorno e notte, accompagnati da baristi, vigilanti, infermieri, addetti alle pulizie, personale della sicurezza, camerieri e cameriere: le loro voci sono raccolte nel reportage narrativo di Sara Paolella. Alcune di loro sono più esposte di altre alle molestie dei clienti, che si sentono di poter adulare, come racconta Chiara Sgreccia, le giovani cameriere, ammonite dai capi se non sono sufficientemente affidabili.
Nessuno lavora da solo, nemmeno la madre del fotografo Matteo De Mayda, alla quale ha dedicato il progetto fotografico che pubblichiamo nella conclusione del numero. Nelle foto appaiono luoghi in cui ha lavorato da addetta alle pulizie. Palazzi, scale e cortili brillano, sembrano vuoti, dietro a ognuno di loro c’è la fatica di Serenella. Vuoto invece è il conto in banca di Jonathan Bazzi, che in dialogo con Giada Arena denuncia il classismo del lavoro culturale in Italia: se i poveri non possono fare cultura, chi racconta il mondo dai loro occhi?
«Non è tempo di dividerci, ma di riconoscere il nostro fallimento collettivo: a queste condizioni il lavoro è una merda», dice la cassiera di un supermercato disegnata da Holdenaccio nel primo fumetto pubblicato da Claim. La storia di Luisa Morgantini, dimostra, però, che neanche un genocidio può seppellire la solidarietà tra lavoratori. Da Roma a Gaza sarà l’arma più forte che saranno sempre in grado di usare contro i carnefici. La stessa solidarietà che ha spinto i cartoneros di Buenos Aires, incontrati da Mosè Vernetti nella capitale Argentina, che dal lavoro solitario nelle periferie, sono arrivati a federarsi in 500.000 in tutto il Paese. Anche nei momenti più difficili, c’è un’altra arma che i lavoratori possono mettere in campo: il sabotaggio. Il testo di Elizabeth Gurley Flynn, che traduciamo, è una testimonianza più che centenaria ma attualissima e dimostra come anche il lavoratore solo può sfidare il potere del padrone. Vale lo stesso per i lavoratori delle piattaforme oggi? La testimonianza di Chris Smalls, parla a nome di queste forme di schiavitù contemporanee. Yvan Sagnet fa lo stesso ma partendo dal lavoro agricolo: il caporalato è un cancro che si contagia partendo dai campi, per arrivare alle piattaforme, e per debellarlo si combatte trasversalmente.
Nessuno lavora da solo è un tentativo per tornare a ricordarci che i lavoratori e le lavoratrici sono una cosa sola, e che in tutto ciò che facciamo, siamo connessi a un altro lavoratore che svolge una mansione collaterale, nel nostro o in altri settori. Vuol dire che i padroni non vanno da nessuna parte senza il nostro tempo, le nostre vite spezzate e il nostro sudore. E vuole ricordarci che dietro ogni nostra azione c’è un mondo di lavoratori che consegnano, puliscono, servono ai tavoli, riempiono scaffali, raccolgono pomodori, aggiustano, vendono, smaltiscono. Questo numero è un invito a tornare a riconoscere e scoprire questa nuova moltitudine del terzo millennio come un’unica forza, con nuove caratteristiche e nuove potenzialità. Nessuno si salva da solo, nessuno lotta da solo, nessuno lavora da solo.
A metà marzo, a un convegno organizzato da alcune associazioni romane per chiedere la regolamentazione degli affitti brevi turistici, l’assessore al turismo di Roma Capitale Alessandro Onorato ha espresso perplessità
sulla possibilità di limitare questa forma di impresa, anche perché il gettito della tassa di soggiorno sarebbe diventato una voce centrale nel bilancio capitolino.
Il turismo a Roma è in crescita da anni. Interrotta dalla pandemia, la traiettoria di crescita ha ripreso con la riapertura delle attività e ha registrato un più 10% di presenze dal 2019: quasi 6% nel 2023 e poi ancora 4,5% tra il 2023 e il 2024, nel 2025 le presenze sono aumentate ancora del 3,4% secondo i dati del Comune. Insomma, ogni anno Onorato annuncia un nuovo record di presenze grazie al quale Roma guida la classifica del gettito della tassa di soggiorno, arrivata a 303 milioni di euro nel 2025 per l’Osservatorio nazionale Jfc.
Nel 2025, il sindaco di Roma ha annunciato l’apertura di 14 nuovi hotel di lusso nella Capitale. Ogni turista che dorme in un hotel a cinque stelle paga all’amministrazione della città dieci euro a notte, che finiscono nel calderone del bilancio comunale. Ma non ci sono dati chiari sulla destinazione dell’imposta di soggiorno. Stando alle dichiarazioni ufficiali questa finanzierebbe il rifacimento di strade e piazze nel centro storico e in altri interventi di decoro urbano, ma non migliorerebbe direttamente le condizioni di vita di tutti quei lavoratori che in centro non abitano e grazie a cui il turismo è possibile. Come le cameriere ai piani che ogni giorno cambiano le lenzuola, puliscono i bagni e riempiono il minibar negli alberghi, e che portano a casa poco più di dieci euro per ogni ora di lavoro quando va bene. Quando va meno bene, lavorano senza certezze con un part-time involontario o uno stagionale rinnovato di anno in anno.
A questo si aggiunge l’inflazione che erode il potere di acquisto dei lavoratori: diminuito del 17% in tre anni secondo dichiarazioni della Cgil nel 2023, di un totale del 10,5% tra il 2019 e il 2024 secondo l’Istat.
Secondo un recente studio di Cgil, nel 2023 erano 6,2 milioni (il 35,7% del totale) i dipendenti del settore privato che hanno percepito meno di 15 mila euro lordi annui, guadagnando, nel migliore dei casi, mille euro netti al mese. Il turismo e la ristorazione sono tra i settori più colpiti da questa dinamica.
Nel 2024, le attività di alloggio e ristorazione hanno impiegato due milioni di lavoratori in Italia, oltre l’11% del totale, rendendolo il terzo settore per impiegati dopo quelli del manifatturiero e del commercio. Ma questi lavoratori hanno le retribuzioni più basse di tutti: 11.233 euro l’anno in media, secondo l’Inps. Sono, insomma, lavoratori poveri, che svolgono mansioni servili in condizioni precarie.
Nel Lazio, evidenzia un altro studio di Cgil, «alloggio e ristorazione, servizi alla persona, attività artistiche e parte del commercio concentrano quote molto elevate di lavoratori che guadagnano meno di 15mila euro l’anno, con punte del 65% nel turismo».
Non sorprende, allora, assistere da qualche anno al rituale lamento di imprenditori turistici che non trovano personale. Nell’ultimo anno le assunzioni sono aumentate ma il fabbisogno resta alto, al punto che per il 2025 Confcommercio ha definito la carenza di manodopera nei settori del commercio, della ristorazione e dell’alloggio, quantificata in 260mila posti vacanti, come «un’emergenza» per settori considerati cruciali per il sistema economico italiano. Potrebbe essere proprio questo fattore, la carenza di lavoratori, ignorato dalle retoriche istituzionali che promuovono il turismo come il «petrolio d’Italia», a frenare la sua crescita.
Si corteggia un’élite internazionale di ricchi, turisti, pensionati, nomadi digitali e studenti facoltosi, insomma, una popolazione temporanea con una più alta capacità di spesa della nostra, attraverso la deregolamentazione urbanistica e la creazione di nuova offerta abitativa e ricettiva di lusso

In tutta Italia mancano infatti commessi, macellai, gastronomi, camerieri di sala, barman, cuochi e pizzaioli, gelatai, camerieri, addetti alla pulizia e al riassetto delle camere. Tra gli operatori del settore è cosa nota. Gli imprenditori turistici della riviera Romagnola già da qualche anno hanno messo in campo strategie di riduzione delle attività per fronteggiare la carenza di personale, si capisce leggendo lo studio pubblicato nel libro sulla trasformazione del turismo in Italia I turismi visti dall’ultimo miglio, a cura di Aldo Bonomi, edito da Derive Approdi.
La carenza di lavoratori è conseguenza anche di un dato demografico ormai strutturale. Manca la sostituzione della popolazione in età lavorativa. La popolazione italiana invecchia e diminuisce, e si riduce il tasso di attività. In questo scenario, una politica economica sensata dovrebbe migliorare le condizioni di lavoro e di vita dei giovani che ogni anno lasciano l’Italia a frotte, e puntare sull’attrazione di lavoratori da altri Paesi. Non solo non si fa nulla di tutto ciò, ma si fa esattamente il contrario: si corteggia un’élite internazionale di ricchi, turisti, pensionati, nomadi digitali e studenti facoltosi, insomma, una popolazione temporanea con una più alta capacità di spesa della nostra, attraverso la deregolamentazione urbanistica e la creazione di nuova offerta abitativa e ricettiva di lusso, attraverso misure fiscali regressive come le flat tax su redditi e pensioni generate all’estero. Tutte cose che contribuiscono a peggiorare ancora di più le condizioni di vita della popolazione locale, a causa dell’aumento del costo della vita e delle case che la crescita del turismo induce.
La più alta capacità di spesa delle popolazioni mobili, infatti, droga il mercato locale rendendolo inaccessibile per i residenti. Questa dinamica è molto evidente nel mercato immobiliare, dove in assenza di regolamentazioni degli affitti brevi la crescita del turismo innesca un dirottamento dell’offerta delle locazioni a un target più ricco e più mobile di popolazione. L’assenza di misure di redistribuzione della spesa turistica, che finisce per un terzo in alloggio, alimenta così soprattutto le rendite immobiliari. E il conseguente aumento dei costi delle case e della vita nelle città, spalmato sulla collettività, non solo non è compensato dal gettito della tassa di soggiorno, ma finisce per assorbire anche eventuali crescite dei magri salari guadagnati localmente.
L’aumento del peso delle rendite, un meccanismo alimentato dal turismo non regolamentato, blocca la crescita economica delle città. Analizzando l’impatto del Giubileo del 2000 sulla città di Roma, la Banca d’Italia ha trovato che gli effetti macroeconomici sulla provincia di Roma si sono annullati a distanza di circa dieci anni dall’evento, portando però una ricomposizione permanente dell’occupazione verso settori a più bassa produttività, come costruzioni, alloggio e ristorazione. In un altro studio più recente sull’economia di Roma (“L’economia di Roma negli anni duemila” Questioni di Economia e Finanza n. 793, settembre 2023, Banca d’Italia), i ricercatori della Banca d’Italia evidenziano una rapida crescita dell’occupazione nei servizi a bassa intensità di conoscenza, anche a causa del forte incremento dei flussi turistici, con una sensibile riduzione della specializzazione nei servizi ad alta intensità di conoscenza e una forte espansione delle occupazioni meno qualificate. Insomma, se il turismo cresce, cresce anche il lavoro povero.
Visto dal basso, dal punto di vista dei lavoratori, il turismo è un’economia coloniale. L’industria turistica estrae valore dai territori grazie al lavoro sottopagato di migliaia di persone, restituendo in cambio pochi benefici e molti costi. Il problema non sono i turisti, ovviamente: il problema è l’assenza di politiche che rendano il turismo sostenibile e generativo per tutti. Il problema è che si continua a puntare su un settore a basso valore aggiunto, a bassa produttività, a bassa innovazione, a bassi investimenti e a bassi salari come un settore strategico per la crescita economica del Paese. Il problema è tutto quello manca oltre al turismo.
Autore
Di Sarah Gainsforth












Mia madre se n’è andata il 28 marzo 2023, dopo diciotto anni di malattia. Si chiamava Serenella.
Nella carta d’identità era definita “pulitrice”, perché ha sempre pulito i palazzoni, le scale, i cortili e i parcheggi di Treviso. Puliva senza risparmiarsi, poi veniva a prendermi a scuola con il Ciao a miscela che si accendeva pedalando. Alternava una serie di ca- nottiere tutte uguali, come una sorta di divisa. La ricordo sudata e felice.
Nei mesi successivi alla sua morte ho fotografato i suoi luoghi di lavoro, dove portava anche me quando ero piccolo. È stata come una terapia di gruppo, dove al posto della terapeuta c’erano gli amministratori di condominio e al posto dei pazienti gli inquilini, con un ricordo generoso su di lei.
Rivisitando quegli spazi ho provato ad osservare con i suoi occhi le tracce lasciate dalle vite degli altri, in quello spazio e in quel tempo di passaggio. Mi sono immaginato le sue preoccupazioni: una passata di mocio per ogni rata del mutuo della nostra casa di Santa Bona, uno zerbino arrotolato per ogni senso di colpa reci- proco. Gli sgabuzzini avevano lo stesso odore dei primi anni del 2000, quando si incazzava perché mi fumavo le canne di fronte a lei, combattendo con il silenzio la mia ribellione adolescenziale. Anziché sfogarsi su di me, prendeva uno spazzolino da denti e pu- liva le fugature tra le piastrelle di casa. Una a una. Come palliativo temporaneo per tenermi occupato mi aveva acquistato un soffia- tore di foglie a benzina, e in parte aveva funzionato.
In questi mesi l’ho cercata in quelle rampe di scale che non si in- contrano e negli androni funzionali vuoti. L’ho incontrata nelle ripetizioni dei pianerottoli, uguali ma un po’ diversi su ogni piano, finendo per confondere le nostre linee temporali.
La confessata fragilità del suo istinto materno si trasformava in voce ferma quando si parlava di lavoro come cura, come definizio- ne di sé. Sarà che siamo veneti e che siamo cresciuti con quest’idea.
Quando ho interrotto gli studi mi ha accompagnato a bussare ogni porta per trovare impiego: i pub, il mercato ortofrutticolo, l’autolavaggio, le stagioni a Jesolo. Mi mandava avanti da solo, ma era dall’altra parte della strada a controllare, dall’altra parte del telefono a rispondere. L’attitudine al lavoro che mi ha lasciato è un’eredità non scritta nel testamento.
In questi mesi l’ho cercata in quelle rampe di scale che non si incontrano e negli androni funzionali vuoti. L’ho incontrata nelle ripetizioni dei pianerottoli, uguali ma un po’ diversi su ogni piano, finendo per confondere le nostre linee temporali
Non avrei potuto presentarmi nei palazzoni con la camera al collo senza permesso, così per ogni luogo ho cercato un punto di con- tatto: un amministratore, una vecchia amica, un ex compagno di scuola che abitassero lì. Ho fatto una lista e, come in un pellegri- naggio tra luoghi sacri, li ho visitati tutti. Quando ho esaurito le mie risorse, ho chiesto aiuto alle zie e ci siamo resi conto di co- noscere quasi esclusivamente i condomini dove lavorava in nero, perché sono quelli che, nel momento della malattia, non erano coperti dalla previdenza sociale. E anche lì ho riconosciuto un po’ del nostro essere veneti, con i pianerottoli igienizzati e la polvere sotto il tappeto, dietro la porta blindata.
Fervente credente nella religione del darsi da fare, mia madre ha trasformato la sua malattia in ricerca continua. Nella sua inquietudine pacata, cercava di comprendere mettendosi sempre in discussione: il telefono amico, lo yoga, le letture, la meditazione. Diciotto anni di lezioni e cadute a cui dava sempre un senso. La positività mai esaurita e la gratitudine sempre, anche nei suoi ul- timi giorni di vita: per noi, per l’oncologa, per gli infermieri, per le amiche.
Prima di essere ricoverata per l’ultima volta aveva cucinato e sur- gelato piatti fino a riempire tutti gli scompartimenti del freezer di casa sua, sapendo che avrei dovuto passarci molto tempo da solo. Erano colmi di ragù in bicchieri di plastica, vaschette di ge- lato, lasagne, minestrone, bistecche e funghi. Tantissimi funghi da Possagno. Dopo la sua morte ho centellinato i piatti che mi aveva preparato per farli durare il più a lungo possibile, sono andato avanti per diversi mesi.
Queste fotografie sono per me quel cibo, utili ad immobilizzare quello spazio e quel tempo che hanno definito le nostre vite, per continuare a nutrirmene.
Autore
Di Matteo De Mayda
Rimettere al centro il lavoro significa rimettere in discussione il modo in cui il valore viene prodotto e distribuito. Significa riconoscere che il prezzo non è un dato neutro, ma il risultato di rapporti di forza e scelte politiche
Nei campi italiani migliaia di braccianti lavorano ogni giorno in condizioni che spesso restano invisibili. Bassi salari, precarietà, dipendenza da intermediari: ciò che chiamiamo “caporalato” viene ancora raccontato come un’eccezione, un’anomalia da correggere attraverso più controlli e più repressione. L’esperienza di NO CAP racconta qualcosa di diverso.
Lo sfruttamento non è un incidente isolato. È il risultato di un sistema economico che, lungo la filiera, tende a comprimere il costo del lavoro e a trasferire il rischio su chi ha meno potere contrattuale. Nei campi questo meccanismo assume forme evidenti e spesso estreme, ma la logica che lo produce non è confinata all’agricoltura.
Il punto centrale è il prezzo. Quando il prezzo riconosciuto a chi produce non copre i costi reali – inclusi il lavoro regolare, la manutenzione dei terreni e la sostenibilità dell’attività agricola – qualcuno paga la differenza e quel costo viene scaricato quasi sempre sul lavoro: salari più bassi, maggiore precarietà, condizioni peggiori. Il caporalato nasce dentro questo squilibrio.
Guardare a ciò che accade nei campi significa interrogarsi su un modello più ampio. Negli ultimi anni, forme diverse di lavoro povero si sono diffuse anche in altri settori. Nella gig economy, per esempio, i riders operano in sistemi in cui il lavoro è frammentato, regolato da piattaforme digitali e spesso privo di tutele adeguate. Nella logistica, catene di subappalto sempre più complesse rendono difficile individuare responsabilità chiare, mentre la pressione sui tempi e sui costi si scarica sui lavoratori.
Non si tratta di realtà identiche e sarebbe un errore appiattirle. Ma esiste un filo comune.
Cambia il settore, non cambia la logica: filiere lunghe, forte pressione al ribasso sui costi, responsabilità che si disperde lungo la catena del valore. In questo contesto, il lavoro diventa la variabile di aggiustamento. Quando qualcosa non torna, è sul lavoro che si interviene.
Per questo la lotta allo sfruttamento non può limitarsi alla repressione delle sue forme più visibili. Intervenire solo a valle, quando emergono i casi più gravi, significa lasciare intatte le condizioni che li rendono possibili. È necessario risalire lungo la filiera, interrogare i meccanismi economici che determinano il prezzo e la distribuzione del valore.
Da questo punto di vista, le iniziative europee più recenti introducono un elemento importante. La direttiva sulla due diligence delle imprese – la Direttiva (UE) 2024/1760 – afferma un principio semplice ma dirompente: la responsabilità non si ferma al primo anello della filiera, ma riguarda l’intera catena. Questo significa che le condizioni di lavoro nei campi, nei magazzini o nelle piattaforme digitali non possono più essere considerate solo un problema di chi assume direttamente.
È un passaggio decisivo ma non automatico. Molto dipenderà da come queste norme saranno recepite e applicate. I Paesi Membri hanno poco più di un anno per adeguarsi. Senza interventi più ampi sulla formazione dei prezzi, sui rapporti contrattuali e sulla distribuzione del valore, il rischio è che le nuove regole restino formali.
È necessario prendere una direzione diversa. Non solo denuncia, ma costruzione di alternative: filiere più trasparenti, attenzione alla qualità del lavoro, tentativo di riportare coerenza tra valore del prodotto e condizioni di produzione. In questo senso, la lotta allo sfruttamento non è solo una questione di diritti, ma anche di modello economico.
Rimettere al centro il lavoro significa rimettere in discussione il modo in cui il valore viene prodotto e distribuito. Significa riconoscere che il prezzo non è un dato neutro, ma il risultato di rapporti di forza e scelte politiche.
Ciò che accade nei campi, allora, non è lontano da noi. È uno specchio. Mostra in forma più visibile una dinamica che attraversa molti settori dell’economia contemporanea. Affrontarla richiede uno sguardo più ampio: capace di collegare ambiti diversi senza confonderli, e di riconoscere che, in fondo, la prima domanda da porsi se si vuole davvero combattere lo sfruttamento è sempre la stessa: chi paga davvero il prezzo del lavoro?
Autore
Di Yvan Segnet
Sono le 2:47 e F. sta mangiando uno snack preso al distributore del terzo piano di un ospedale. Il corridoio del reparto di medicina interna profuma di detergente e di qualcos’altro che non si riesce a definire bene – secondo lei è «la notte stessa, quel senso di tempo sospeso che conosce solo chi ci lavora dentro». È una sensazione che prima le era sconosciuta e che con il tempo ha imparato a conoscere bene. Le mura del palazzo di fronte hanno un colore diverso alle tre di mattina, così come un altro è il colore che prendono alle cinque, quando sono illuminate da una luce bluastra. Non è ancora giorno, non è più notte, è una soglia che i lavoratori notturni attraversano costantemente.
In Italia – secondo i dati di Eurispes – sono circa due milioni e mezzo le persone che lavorano di notte; quasi l’undici per cento della forza lavoro. Sono medici, infermieri e autisti di ambulanza, operatori di magazzino e addetti alle pulizie degli uffici, panettieri e baristi, tassisti, sex worker, guardie giurate e cuochi di locali che restano aperti di notte. Sono persone che ogni sera escono di casa mentre gli altri rientrano, che fanno colazione alle tre del pomeriggio, che imparano a dormire con la tapparella abbassata mentre fuori il mondo va avanti, che bisbigliano: «Buonanotte amore, io vado a lavoro» a chi condivide il letto con loro. La narrazione dominante li immagina soli: un po’ ai margini e un po’ fuori dalla vita vera. La vita vera – quella che pompa ossigeno nelle corsie degli ospedali, che distribuisce pacchi nelle città silenziose, che guida i camion per togliere la spazzatura e farti trovare una strada pulita prima che tu apra gli occhi – accade anche di notte.
La vita vera – quella che pompa ossigeno nelle corsie degli ospedali, che distribuisce pacchi nelle città silenziose,
che guida i camion per togliere la spazzatura e farti trovare una strada pulita prima che tu apra gli occhi –
accade anche di notte
La notte «è più calmo, pacifico quasi, non percepisco tutta quella frenesia, la fretta, la prescia che uno può avere al mattino», dice T. che da bambino aveva paura del buio ma che ora lavora alla reception di un albergo in centro a Roma. Sarà che uno deve inventarsi modi creativi per aggirare le inquietudini e lui ride al ricordo di quando andava a dormire con l’abat jour sempre acceso: ora l’ha sostituito con la luminescenza al neon di un ingombrante e pomposo lampadario che cala dal soffitto. «Non sono mai solo: la gente entra ed esce di continuo». Spiega che – almeno per lui – il lavoro notturno nella maggior parte dei casi non assomiglia per
niente alla solitudine che chi non l’ha vissuto proietta su di esso.
Anche secondo R. operatore della logistica di quarantadue anni, «nessuno lavora da solo di notte». C’è un’intimità che nasce nel silenzio, nella condivisione di ciò che il resto del mondo non vede. Lavora lì da otto anni
facendo il turno che va dalla mezzanotte alle otto di mattina, e quando gli chiedi come ci è finito risponde con una risata breve e densa di amarezza. Di notte il magazzino ha un iter differente, «di giorno ci sono i capi,
le riunioni, le procedure. Di notte sei tu e la tua squadra. C’è una libertà strana». A casa a volte sua moglie lo aspetta all’alba, «giusto per darmi un bacio appena entro. Sa già che non c’è bisogno di parlare, devo solo mangiare qualcosa e andare a dormire. Questo a volte mi pesa; non la stanchezza ma il fatto che lei abbia dovuto imparare a dormire da sola».
M. – cinquantun anni e una voce arzilla come se ne avesse la metà – fa le pulizie notturne negli uffici. Entra
nell’edificio grigiastro quando tutti se ne sono andati e li lascia pronti per il giorno dopo. La mattina, quando
i lavoratori entrano e trovano tutto in ordine, non ci pensano, non la conoscono. «Conosciamo questi posti
meglio di chiunque altro» dice M. parlando al plurale, riferendosi anche alle altre due compagne che condividono il turno con lei. «Mi piace molto il mio lavoro. Forse non dovrei dirlo – ridacchia per un attimo e porta la mano laccata di smalto bordeaux alle labbra secche – ma è anche un po’ un gioco. Uno si fa i fatti degli altri: so chi si siede dove, vedo la scrivania e a seconda di quello che hai lasciato so che ti è successo. O almeno, ci provo». Passano la notte a sistemare e a fare le indovine; è una chiaroveggenza che parte dagli oggetti che gli altri lasciano dietro: un fazzoletto in più, le briciole sulla postazione di chi di solito la pulisce sempre, una foto che prima c’era e ora non c’è. «Uno suppone, pensa; se li sente pure più vicini così – spiega – e poi c’è questo
strano senso di soddisfazione nel contribuire al funzionamento di una macchina grande che non si accorge
per forza di te»
Mentre la macchina va avanti però, il corpo cede. Studi epidemiologici indicano che i lavoratori notturni hanno un rischio maggiore del 17% di eventi legati a malattie del cuore e della circolazione, e un rischio di quasi il 20% in più di mortalità per le stesse cause. Le alterazioni del ciclo sonno-veglia hanno effetti negativi di lungo
periodo sull’organismo: maggior rischio di malattie cardiovascolari e oncologiche, che aumenta in modo proporzionale al numero di anni trascorsi con ritmi di lavoro sfasati. Proprio per questo l’agenzia internazionale
per la ricerca sul cancro ha inserito il lavoro notturno nel Gruppo 2A, quello dei probabili cancerogeni per l’essere umano, con associazioni positive documentate su tumori del seno, della prostata, del colon e del retto.
Studi epidemiologici indicano che i lavoratori notturni hanno un rischio maggiore del 17% di eventi legati a malattie del cuore e della circolazione, e un rischio di quasi il 20% in più di mortalità per le stesse cause
P. lo sa bene soprattutto quando la mattina, nonostante le cuffie anti-rumore, la mascherina e le tapparelle abbassate, non riesce a prendere sonno. «Mi avevano detto che mi sarei adattato con il tempo ed è vero: mi
viene molto più facile ora non addormentarmi prima delle tre, eppure al mattino non dormo mai». Lavora all’Atac da una ventina d’anni e si ritrova spesso a guidare di notte. È vero, si fa a rotazione e quindi un po’ «la sfiga capita a tutti», ma ad alcuni più di altri. Confessa però che il dolore più grande non è il sonno che gli pesa, gli occhi che spesso bruciano per una luce alla quale non si è più abituati; è la consapevolezza che il mondo è diviso in due e che in quella parte illuminata dal sole c’è sempre meno spazio per lui. Te ne rendi conto quando è il compleanno del figlio a cui non si riesce ad arrivare riposati, quando ci sono le cene con gli amici che non vedi mai e che salti sempre perché inizi il turno quando loro finiscono. «Ti dimentichi cosa sia il mattino perché
il mondo si sveglia ed è pronto a cominciare ma tu hai già saldato il tuo debito»
C’è una vita che sembra sempre in ritardo di ore rispetto a quella degli altri, su un fuso orario che non appartiene a nessuno stato e che si consuma sempre con uno «scusa» per qualcosa che non hai scelto o che hai scelto per necessità.
B. la sera lavora al bar e di solito, nel migliore dei casi, stacca alle tre nei giorni della settimana; tempo di mettere tutto a posto e si sono fatte le quattro nel momento in cui abbassa la serranda. C. è seduta dall’altro lato del bancone, fuma dentro il locale perché la bellezza della notte sta anche nella libertà di potersi costruire delle regole diverse. Stanno assieme da circa sei mesi e a volte, quando non attacca troppo presto al mattino l’indomani, resta lì e aspetta B. mentre sistema tutto per il giorno dopo. Si guardano sorridendo in silenzio, complici. «Non è facile gestirsi – B. lava gli ultimi bicchieri mentre parla – però a volte trovi qualcuno che se
lo accolla ed è una grande fortuna. Impari a non dare nessun istante per scontato».
Fare questo lavoro vuol dire anche ricominciare da zero in un certo senso. Ci è stato insegnato che se hai bisogno di qualcosa troverai un bar, un bagno, tutti quei servizi che ti servono e di notte invece ti devi ingegnare: studi una nuova mappa e impari dove andare, le strade da fare, i visi ai quali chiedere quello che ti serve a un orario in cui tutti dormono. Ti hanno insegnato che alle nove al massimo sarai operativo e che nel weekend ti riposerai e invece inizi a gestire la vita sociale in un altro modo, a coltivare relazioni con persone che vivono come da manuale mentre tu hai dovuto inventartene uno tutto per te. «Ho smesso di cercare di far coincidere la mia vita con quella degli altri; adesso cerco solo di farla funzionare. Che non è la stessa cosa, ma è abbastanza», conclude B.
Fuori dalla finestra del secondo piano di casa mia vedo la luce bluastra che precede di pochissimo l’alba di cui mi raccontava F. qualche giorno fa. Non sono una night worker ma ho sempre trovato un maggiore conforto nel silenzio della notte. Scrivo spesso mentre gli altri dormono e come accade di solito mentre sono al PC sento
I., la mia coinquilina, uscire di casa e andare al lavoro. Ci incontreremo di nuovo questo pomeriggio, la nostra zona franca. Anche noi, a orari diversi, abbiamo impara to a incrociare due mondi, sfiorandoci a orari non nostri.
Ci vuole un po’ di fatica ma ne vale la pena.
Autore
Di Sara Paolella
Non ho sempre avuto chiarissimo il significato della parola comunità.
Pensavo di si. Ci sono cresciuto dentro, l’ho vista nel mio quartiere, l’ho sentita a momenti. Ma non ne ho compreso a pieno il potere finché tutto intorno a me non è cominciato a crollare. Finché non ho visto cosa succede quando le persone vengono spinte al limite e sono costrette a scegliere tra restare in silenzio o resistere insieme.
Nel 2020 lavoravo in un magazzino Amazon a Staten Island. Il mondo si stava fermando, ma noi no. Ci avevano etichettati come “lavoratori essenziali”. Ci presentavamo ogni giorno mentre la paura del Covid-19 si diffondeva più velocemente del virus stesso. Ma essenziali per chi? Essenziali per il sistema che doveva continuare a girare. Essenziali alla logica del profitto. Essenziali a una macchina che non si ferma, qualunque sia il costo.
All’interno del magazzino, le persone si ammalavano. Il Covid era lì. Il management lo sapeva. Ma invece della trasparenza, hanno scelto il silenzio. Dicevano che era per evitare il panico. Ma quello che stavano davvero facendo era negare alle persone il diritto di proteggersi e di prendere decisioni informate sulla propria vita.
Io ero un supervisore. Avevo accesso a informazioni che altri non avevano. E dovevo fare una scelta. Stare zitto, proteggere la mia posizione, guardare dall’altra parte. Oppure parlare, essendo perfettamente consapevole del costo che implicava. Mi mandarono a casa in quarantena non appena misi in discussione il loro modo di gestire la situazione, sperando che la distanza mi facesse tacere. Ma il silenzio non era più un’opzione. Troppe persone erano a rischio, non solo i lavoratori, ma anche le loro famiglie e le loro comunità.
Così parlai. E quando lo feci, qualcosa cambiò. I lavoratori cominciarono a parlarsi, a condividere quello che sapevano, quello che sentivano, quello di cui avevano paura. Fu allora che capii qualcosa di importante: nessuno di noi avrebbe dovuto portare questo peso da solo.
Quando mi licenziarono me ne sarei potuto andare. Era quello che si aspettavano. È così che funzionano questi sistemi. Isolano, intimidiscono, rimuovono il problema. Ma quello che non capivano è che a quel punto non ero più solo io. Avevamo già cominciato a costruire qualcosa. Io, Derrick Palmer, e tanti altri. Persone stanche di essere trattate come numeri. Persone che sapevano che, se l’azienda non le avesse protette, si sarebbero dovute proteggere da sole.
Ci organizzammo fuori dal magazzino. Parlavamo con i lavoratori durante le pause. Ascoltavamo più di quanto parlassimo. Abbiamo costruito una fiducia reciproca passo dopo passo, con intenzione. È così che si costruisce una comunità. Non dall’oggi al domani. Non attraverso gli slogan. Attraverso la presenza. L’azienda reagì duramente. Investì milioni per fermarci. Portò gli union buster, delle figure interne pensate per indebolire i sindacalisti. Hanno cercato di dividerci e isolarci, più volte.
Se i lavoratori si sentono soli, non reagiscono. Se non si fidano l’uno dell’altro, non si organizzano. Se non si organizzano, non cambia niente. Ma qualcosa era già stato messo in moto. La verità non poteva più essere nascosta. Le persone cominciarono a capire che la loro sicurezza, la loro dignità, il loro futuro, erano legati alla persona che stava accanto a loro.
Il nostro sindacato non è nato da una voce sola, ma da molte. Non da un singolo leader, ma da una decisione collettiva di resistere insieme. Quando vincemmo, non fu solo una vittoria contro una multinazionale. Fu la prova di qualcosa di più profondo. Che anche contro una delle aziende più potenti del mondo, i lavoratori uniti possono creare qualcosa di nuovo.
Da allora, il mio mondo si è espanso. Ho viaggiato. Ho parlato con studenti, lavoratori, organizzatori. Ho presidiato i picchetti sotto la pioggia. Sono stato accolto in comunità che sembravano casa mia anche quando si trovavano a migliaia di chilometri di distanza. E ovunque vada, vedo la stessa cosa. Quella stessa scintilla. Un bisogno di giustizia e di cura collettiva.
L’ho vista negli occhi di chi si batte per i migranti nei centri di detenzione negli Stati Uniti e negli occhi dei migranti costretti a fuggire da Paesi resi instabili dagli stessi sistemi che ora li rinchiudono. Persone a cui è stato tolto tutto che continuano a tener fede alla propria dignità e trovano modi per resistere. L’ho vista nel popolo palestinese che, generazione dopo generazione, continua a vivere, ad amare, a ridere, anche quando il cielo stesso diventa una minaccia. La loro stessa esistenza è resistenza.
L’ho vista in Sudan, dove le voci continuano a sollevarsi anche quando il mondo si rifiuta di ascoltare. L’ho vista a Cuba, dove decenni di blocco non hanno spezzato lo spirito del popolo.
L’ho vista in Italia, dove i lavoratori hanno bloccato tutto in nome della solidarietà. Dove le comunità occupano spazi per dare una casa a chi è stato lasciato indietro. Lingue diverse. Storie diverse. Lotte diverse. Ma la stessa verità. Nessuno lotta da solo.
E nella mia vita ho sentito questa verità in modi che non dimenticherò mai. Poche settimane fa sono stato detenuto rientrando da un viaggio a Cuba. Nel giro di minuti, le persone erano già in movimento. Non ore. Minuti. Le persone hanno cominciato a fare telefonate, a organizzarsi, a presentarsi all’aeroporto per assicurarsi che non fossi lasciato solo lì. Gli avvocati erano subito pronti ad agire. Le persone condividevano informazioni, facevano pressione, si coordinavano tra le città.
Quando è stata l’occupazione israeliana a trattenermi, c’erano persone pronte ad accogliermi in Giordania. Avvocati nella Palestina occupata che si battevano per la mia liberazione. Persone in tutta Europa e qui negli Stati Uniti che amplificavano, spingevano, rendendo evidente che non ero solo. Un tipo di risposta del genere avviene perché le persone conoscono la loro forza. Perché capiscono cosa portano al tavolo. Perché la fiducia è già stata costruita. Ecco come si manifesta la comunità. Non solo quando fa comodo, ma quando conta davvero.
Ed è esattamente quello che stiamo vedendo negli Stati Uniti in questo momento. Mentre i diritti vengono erosi, mentre la destra consolida il potere, mentre sistemi come l’Ice arrivano in tutto il Paese, le comunità non stanno a ferme. Si stanno adattando.
In città come Los Angeles e Minneapolis le persone stanno organizzando reti per rispondere rapidamente alle minacce dell’Ice, per proteggere i propri vicini. Quando avvengono le retate, le informazioni si diffondono velocemente. Le persone escono di casa e vanno sul posto. Documentano. Intervengono dove possono. Rendono chiaro che nessuno sarà portato via in silenzio.
Se i lavoratori si sentono soli, non reagiscono. Se non si fidano l’uno dell’altro, non si organizzano. Se non si organizzano, non cambia niente
E proprio come le comunità, si stanno evolvendo anche i sistemi che cerchiamo di combattere. Le tattiche cambiano. La sorveglianza aumenta. La pressione si intensifica. Il che significa che anche la nostra resistenza deve evolversi. Quello a cui stiamo assistendo non è solo protesta. È coordinamento. È conoscenza condivisa che si muove da un quartiere all’altro, da una città all’altra.
È questo che fa sopravvivere i movimenti. È per questo che dobbiamo restare vigili. Per questo dobbiamo continuare a imparare gli uni dagli altri, non solo localmente ma globalmente. Perché i sistemi contro cui stiamo lottando sono globali e lo è anche la nostra resistenza.
I movimenti dei lavoratori fanno parte di questa stessa lotta. C’è tanto che possiamo imparare da chi è venuto prima di noi. Ma dobbiamo anche farli evolvere per rispondere alla realtà di oggi. Soprattutto per i lavoratori più giovani. Le nuove generazioni si affacciano in un mondo dove la stabilità non è garantita, dove lo sfruttamento è normalizzato, dove l’isolamento è incoraggiato. Ma hanno anche a disposizione strumenti efficaci per connettersi e organizzarsi.
Devono solo sapere che è possibile. Devono sapere che non devono farcela da soli.
La cosa più preziosa che ho non è una piattaforma. Non è il riconoscimento. Non è nemmeno la mia voce. È la mia comunità. Le persone che si fanno vedere. Le persone che organizzano dietro le quinte. Le persone che amplificano, che donano, che mi stanno vicino con la pioggia o col sole, che condividono le loro conoscenze per far emergere gli altri. Sono in grado di fare quello che faccio grazie a loro. Perché nessuno lavora da solo.
Ci sono stati momenti in cui il sistema ha cercato di reagire. In cui sono stato interrogato, monitorato, in cui hanno fatto pressione su di me. E invece di farmi arretrare, questo mi ricorda che quello che stiamo costruendo è reale. Perché il potere reagisce solo quando si sente minacciato.
E si sente minacciato dalle persone che sono connesse.
Sono arrivato a credere che in questo mondo ci sia più bene di quanto ci venga fatto credere. Ho visto persone rischiare troppo per qualcosa di più grande di loro stesse. Ho visto persone scegliere il supporto reciproco davanti alla paura. È lì che inizia il cambiamento.
La classe lavoratrice non è una minoranza. è composta da miliardi di persone in tutto il mondo. Persone che si svegliano ogni giorno e lavorano per mandare avanti tutto. Siamo noi a detenere il potere reale. E quando quei miliardi cominceranno a riconoscersi, a organizzarsi, a muoversi insieme, niente potrà fermarli.
Allora, da dove cominciamo? Parliamo con i nostri colleghi. Ascoltiamo. Costruiamo fiducia. Tendiamo la mano. Perché il tuo benessere è legato al mio. La tua lotta non è separata dalla mia. Ricordiamoci che tutto quello che abbiamo ottenuto, lo abbiamo ottenuto insieme. E tutto quello che otterremo arriverà nello stesso modo.
La lotta è ereditata. La nostra resilienza è ereditata. Siamo il prosieguo di ogni persona che prima di noi si è rifiutata di stare in silenzio. E la portiamo avanti. Siamo come fiori selvatici che crescono tra le fessure del cemento. Per quanto grande sia la pressione che ci viene posta sopra, troviamo il modo di alzarci. Senza di noi, non c’è niente. Senza persone che si uniscono, non abbiamo niente. Continueremo a costruire. Continueremo a connetterci. Continueremo a trovarci. Dobbiamo alzarci. Dobbiamo reagire. Dobbiamo sacrificarci per il bene comune. E finché lo faremo, non perderemo mai. La rivoluzione che vogliamo raggiungere inizia da noi stessi. Perché non eravamo mai stati destinati a farlo da soli. Potere a tutti i popoli oppressi del mondo.
Autore
Di Chris Smalls
Il sabotaggio non è un’arma permanente: non sarà necessario quando sarà stabilita una società libera. Trafigge i nervi del capitalismo e lacera le viscere del sistema economico
Non intendo giustificare il sabotaggio su basi morali. Se i lavoratori ritengono che sia necessario, ciò di per sé lo rende un atto morale. La sua necessità ne giustifica l’esistenza. Mettere in discussione la moralità del sabotaggio sarebbe tanto assurdo quanto mettere in discussione la moralità dello sciopero o della lotta di classe stessa.
Per comprendere o accettare il sabotaggio, infatti, è necessario accettare il concetto di lotta di classe.
Se credi che tra i lavoratori e i loro datori di lavoro esista pace, armonia come tra fratelli, e che quindi ogni sciopero o serrata siano semplici litigi familiari; se credi che si possa raggiungere un punto in cui sia il datore di lavoro che il lavoratore ottengano abbastanza, un punto di compromesso amichevole della guerra industriale e della distribuzione economica, allora non esiste giustificazione né spiegazione del sabotaggio che possa essere adatta a te.
Il sabotaggio è un’arma nell’arsenale dei lavoratori per combattere la loro parte della lotta di classe. Questi comprendono, mano a mano che diventano più consapevoli, che per ottenere qualcosa devono guadagnare potere; che né appelli alla comprensione né ai diritti astratti porteranno a migliori condizioni di vita.
Per esempio, pensiamo al caso di una fabbrica di seta dove uomini, donne e bambini lavorano dieci ore al giorno per una paga media tra i sei e i sette dollari a settimana. Qualcuno di loro, o un comitato che li rappresenti, potrebbe sperare di ottenere migliori condizioni appellandosi alla compassione del datore di lavoro, raccontandogli la miseria e le difficoltà della loro vita, o al senso di giustizia? Supponiamo che un singolo operaio vada dal datore di lavoro e dica: «Io produco, come lavoratore salariato in questa fabbrica, tanto valore ogni giorno e la giustizia richiede che mi dia almeno la metà». Il datore probabilmente lo farebbe internare nel manicomio più vicino, considerandolo un criminale troppo pericoloso per essere lasciato libero in società. Non è la simpatia né la giustizia che fa presa sul datore di lavoro: è il potere. […]
Crediamo che la lotta di classe nella società si esprima nel potere economico del padrone da un lato, contrapposto a un crescente potere economico dei lavoratori dall’altro, andando a scontro diretto di quando in quando, ma scontrandosi continuamente ogni giorno per stabilire chi avrà la fetta più grande del prodotto del lavoro e la proprietà ultima dei mezzi di vita. Il datore vuole ore lunghe, il lavoratore intelligente vuole ore brevi. Il datore vuole salari bassi, il lavoratore intelligente vuole salari alti. Il datore di lavoro non si preoccupa della salute dei suoi sottoposti; si preoccupa soltanto di mantenere al minimo il costo di produzione. Il lavoratore intelligente, invece, si preoccupa di avere ventilazione, igiene e illuminazione che siano favorevoli al suo benessere fisico. Il sabotaggio sta alla lotta di classe come la guerriglia sta alla battaglia. Lo sciopero è la battaglia aperta della lotta di classe; il sabotaggio è la guerriglia, la guerra quotidiana tra due classi contrapposte. […]
Una forma di sabotaggio consiste nell’interferire deliberatamente con la qualità dei beni. E in questo impariamo molte lezioni dai nostri datori di lavoro. Ogni anno, nella parte occidentale degli Stati Uniti, vengono prodotti frutti e cereali che non trovano mai un mercato; banane e arance marciscono a terra, interi carichi di frutta vengono gettati nell’oceano. Non perché la gente non abbia bisogno di questi alimenti o perché non potrebbe farne buon uso nelle grandi città dell’Est, ma perché la classe imprenditoriale preferisce distruggere una larga percentuale della produzione per mantenere alto il prezzo in città come New York, Chicago, Baltimora e Boston. Se mandassero tutte le banane che producono nella parte orientale degli Stati Uniti, probabilmente compreremmo le banane a tre per un centesimo. Ma distruggendone una grande quantità, riescono a mantenere il prezzo a due per cinque centesimi. […] E questo vale per patate, mele e moltissimi altri beni di prima necessità richiesti dalla maggioranza delle persone. Eppure, se il lavoratore tenta di applicare lo stesso principio, la stessa teoria, la stessa tattica del suo datore di lavoro, ci troviamo di fronte a ogni sorta di sottili obiezioni morali.
Anche il servizio può essere sabotato. Nell’industria alberghiera e della ristorazione, per esempio. […] I camerieri della città di New York erano circa cinquemila. Di questi, circa un migliaio erano militanti, quelli su cui si poteva contare in uno sciopero. Quel piccolo sciopero fece più sensazione a New York dei 200.000 lavoratori dell’abbigliamento che scioperavano nello stesso periodo. Non ottennero molto per sé, a causa del numero ridotto, ma ottennero molto nel dimostrare al datore di lavoro il loro potere di danneggiare i suoi guadagni. Per esempio, redassero dichiarazioni giurate e raccontarono tutto su ogni hotel e ristorante di New York, sulle condizioni delle cucine e delle dispense. Raccontarono come il burro nei piccoli piattini venisse rimandato in cucina e qualcuno, con le dita, togliesse le ceneri di sigaro, i mozziconi di sigaretta e i fiammiferi, per poi rimettere il burro nella riserva generale. Raccontarono come i tovaglioli usati a tavola, magari da una persona affetta da tubercolosi o sifilide, venissero usati per asciugare i piatti nella dispensa. Raccontarono storie che vi farebbero venire la nausea e quasi far imbiancare i capelli, sulle condizioni igieniche di tutti i grandi ristoranti e hotel di New York. E scoprii che questo era uno dei modi più efficaci per raggiungere il pubblico, perché il “caro pubblico” non viene mai raggiunto attraverso la simpatia.
Un giorno una ricca signora mi portò in un club aristocratico di donne del West Side che non sapevano come impiegare il loro tempo, così avevano organizzato questo ritrovo. Mi fu chiesto di parlare dello sciopero dei lavoratori degli alberghi. Sapevo che non era affatto quello che volevano. Volevano solo vedere che tipo di persona fosse un “agitatrice dei lavoratori”. Ma colsi l’occasione per fare pubblicità agli scioperanti. Parlai loro delle lunghe ore nelle cucine roventi; dei fornelli fumanti e bollenti. Parlai del superlavoro, del lavoro eccessivo e della paga insufficiente dei camerieri e di come questi dovessero dipendere dalla generosità o dall’ubriachezza di
qualche cliente per ricevere una buona mancia; tutte cose di questo genere. E rimasero impassibili.
Poi cominciai a raccontare loro ciò che camerieri e cuochi mi avevano detto sulle condizioni delle cucine e vidi immediatamente sui loro volti un’espressione di gelido orrore. Si interessarono quando iniziai a parlare di qualcosa che riguardava il loro stomaco, mentre non sarei mai riuscita a raggiungerle con un appello umanitario.
Immediatamente cominciarono a redigere risoluzioni e a cancellare prenotazioni in questi grandi hotel, decidendo che i loro club non avrebbero più dovuto riunirsi lì. Crearono un bel trambusto attorno ad alcuni dei grandi hotel di New York.
Quando i lavoratori tornarono al lavoro, dopo aver capito l’efficacia di colpire il padrone attraverso lo stomaco del pubblico, non esitarono a praticare il sabotaggio nelle cucine. Se qualcuno di voi ha mai ricevuto una zuppa immangiabile, troppo salata o troppo pepata, era un modo per far sapere che in cucina c’erano ragazzi che volevano farsi sentire dal padrone. All’Hotel McAlpin il capo cameriere chiamò gli uomini davanti a sé, dopo che lo sciopero era finito e perso, e disse: «Ragazzi, potete avere ciò che volete, vi daremo le ore, vi daremo i salari, vi daremo tutto, ma per l’amor di Dio, smettetela con questo sabotaggio in cucina!». In altre parole, ciò che non erano riusciti a ottenere con lo sciopero riuscirono a ottenerlo colpendo il gusto del pubblico, rendendo il cibo non consumabile e costringendo così il padrone a prendere atto della loro efficienza e del loro potere in cucina.
Al sabotaggio si obietta perché, si dice, distrugge la fibra morale dell’individuo, qualunque cosa essa sia! La fibra morale del lavoratore! Ecco un povero operaio che lavora dodici ore al giorno, sette giorni su sette, per due dollari al giorno nelle acciaierie di Pittsburgh. Per quell’uomo usare il sabotaggio significherebbe distruggere la
sua fibra morale. Bene, se così fosse, allora la fibra morale è l’unica cosa che gli rimane. […] C’è anche l’obiezione secondo cui usare il sabotaggio svilupperebbe in sé uno spirito di ostilità verso gli altri. Ma chi usa il sabotaggio non pensa solo a sé. Se pensasse solo a sé, non lo userebbe: sarebbe più facile e sicuro non farlo. Chi usa
il sabotaggio di solito agisce individualmente, ma per il beneficio proprio e altrui. Richiede coraggio, individualità, crea nel lavoratore autostima e fiducia in sé come produttore. Sostengo che il sabotaggio, lungi dall’essere subdolo e codardo, sia coraggioso e aperto. […]
Spero che i lavoratori sabotino non solo la produzione, ma anche l’eccesso di offerta dei produttori. In Europa i sindacalisti portano avanti una propaganda che noi negli Stati Uniti siamo troppo codardi per attuare. È contro la legge. Tutto è “contro la legge” quando diventa abbastanza grande perché la legge se ne occupi nell’interesse della classe lavoratrice. Se il sabotaggio viene scartato perché “contro la legge”, come sappiamo che il prossimo anno non toccherà alla libertà di parola, di assemblea o di stampa? Che qualcosa sia contro la legge non significa necessariamente che non sia buono: spesso è proprio il contrario. […]
Il sabotaggio non è un’arma permanente: non sarà necessario quando sarà stabilita una società libera. È semplicemente una misura di guerra e scomparirà con la guerra, come lo sciopero, la serrata, il poliziotto, la mitragliatrice, il giudice con il suo decreto, tutte le armi del capitale e del lavoro scompariranno con l’avvento di una società libera. […] Il sabotaggio è una spada splendente: trafigge i nervi del capitalismo, colpisce al cuore e allo stomaco, lacera le viscere del sistema economico.
Autore
Di Elizabeth Gurley Flynn
Franco Berardi (Bifo) Dice qualcuno che sono pessimista, ma non capisco il significato di questa parola. Qua sotto dirò sinteticamente quel che penso di me (ammesso che ve ne importi qualcosa e credo di no). Nel secolo ventesimo, sin da giovanissimo, pensavo che il lavoro fosse una maledizione inutile dalla quale il genere umano poteva liberarsi grazie alla tecnologia e alla solidarietà di classe. Quando avevo venti anni andavo davanti ai cancelli delle fabbriche di Bologna, Torino e Milano (il treno era gratis perché non pagavo il biglietto e il controllore era spesso un compagno e non mi faceva la multa). Andavo davanti ai cancelli a distribuire volantini che raccontavano esempi del rifiuto del lavoro e dell’allegra vita dei proletari giovani ribelli. «Che l’amicizia guidi l’intelligenza e che l’intelligenza sostituisca il lavoro»: in queste poche parole poteva riassumersi ciò che in quegli anni pensavo, leggevo, scrivevo.
Sbagliavo? In my humble opinion non sbagliavo affatto. La tecnologia è cosa utile a ridurre l’inutile fatica del lavoro, quando è condivisa in amicizia, quando l’ingegnere e il poeta camminano insieme, e fanno l’amore mentre le loro macchine producono lo stretto indispensabile. Tecnologia e frugalità: quando abbiamo molte amiche e molti amici, non ci occorre molto. E quel poco che occorre le macchine intelligenti lo possono fare per noi.
Questo era un tempo, prima del cambio di millennio. Poi mi venne la pessima idea di travalicare, di sopravvivere stupidamente a me stesso, e mi ritrovai in questo stupido secolo che ha perduto l’appuntamento con la felicità e che per la rabbia di essere così brutto sta (se permetti la rima incongrua) distruggendo tutto. Fin dall’inizio i segnali furono sgradevoli: il dotcomcrash annunciava una trasformazione del Net into Web. Il net era stato negli anni Novanta la collaborazione digitale tra innumerevoli singolarità enuncianti. Il Web è l’ingabbio malefico, la ragnatela che succhia la nostra attenzione e la trasforma in merda. Poi andammo a Genova per contestare la pretesa di sottomettere la vita di tutti all’arricchimento di pochi. Risposero con le cannonate, uccisero, caricarono, torturarono, ma soprattutto ci avvertirono: d’ora in avanti si fa come dice il padrone, e chi si ribella giù botte. Qualche mese dopo, a Manhattan, iniziò l’ondata di terrore che da allora non si è mai più fermata, e chiaramente sta trasformando il pianeta in una palla infuocata. Guerra per sempre – questa fu la promessa del secolo orrendo in cui ora viviamo e che, se dio vuole, promette di essere l’ultimo dell’esistenza schifosa di un genere umano senza più umanità. Dicono i miei amici che sono pessimista. Non è vero, spero semplicemente che questo orrore finisca presto, in una maniera o nell’altra. E se questa è la sola maniera perché l’orrore finisca, ben venga la consapevole terminazione che le donne di tutto il pianeta hanno ormai dichiarato, rifiutando di mettere al mondo le vittime designate dell’inferno.
C’è un solo modo perché un po’ di gioia dissipi l’orrore: l’amicizia, la frugalità, e l’intelligenza che libera dalla fatica. Ma l’amicizia è diventata quasi introvabile. E l’intelligenza appartiene all’automa. Sembra che la generazione nata nel nuovo secolo fugga il piacere perché troppo coinvolgente, sembra che l’attenzione sia catturata dai fantasmi digitali, e che il bombardamento di psico-stimoli azzeri la capacità di godere. Perciò siamo alla mercé dei mostri, e per sopravvivere siamo costretti a farci sfruttare fino al midollo, mentre il pianeta è un inferno irrespirabile e petroliere in fiamme versano sangue nero nell’acqua in cui galleggiano cadaveri. Se le cose stanno così allora lo confesso: penso che generare vittime dell’inferno sia la peggiore delle azioni, penso che procreare sia diventato un crimine. Il nulla è molto meglio dell’orrore interminabile.
Ma consiglio ai miei pochi lettori di non stare ad ascoltarmi. Ricordo che nel secolo passato credevo che l’evoluzione avrebbe portato un futuro di amicizia, di piacere e di lavoro zero. Ho sbagliato, non c’è dubbio, non starò qui a spiegare quali errori commettemmo negli anni in cui la solidarietà era più forte che la competizione. È un tema interessante, non ne dubito, ma non abbiamo tempo per ragionare su quel tempo passato. Il non futuro incalza. Ma se ho sbagliato allora, scusatemi, perché dovreste stare ad ascoltarmi, perché dovrebbe il mio lettore credere in quel che scrivo? Quel che io so e che credo non conta quasi niente. È molto più importante quel che non so e non credo. È il non sapere che giudica il sapere.
Nel secolo ventesimo, da giovanissimo, pensavo che il lavoro fosse una maledizione inutile dalla quale il genere umano poteva liberarsi grazie alla tecnologia e alla solidarietà di classe
Giuseppe Allegri Scrivo queste note nei giorni dell’anniversario della Comune di Parigi (18 marzo – 28 maggio 1871), quando la Federazione degli artisti dichiarò: lavoreremo insieme per la nostra rigenerazione, il lusso comune, gli splendori futuri e la Repubblica Universale (aprile 1871). Mentre in questi stessi giorni del 2026 qui a Roma si aggira il messianico, apocalittico e suprematista tecno-autocrate Peter Thiel, fondatore di Palantir Technologies, la macchina monopolista del panopticon digitale venduta a eserciti, governi, servizi segreti, agenzie militari, aziende sanitarie pubbliche e private di tutto il mondo. Per fondare quella Repubblica tecnologica (volume pubblicato in Italia per i tipi di Silvio Berlusconi Editore, ancora lui!) che Alexander C. Karp, co-fondatore e amministratore delegato di Palantir, teorizza per la diffusione globale della leadership politica e tecnologica statunitense nell’era dell’intelligenza artificiale e per arginare l’invadenza del celeste tecno-impero cinese.
E Palantir è macchina globale di controllo, disciplina e fatturazione miliardaria che non a caso prende il nome dai Palantiri, le pietre vedenti/veggenti, coloro che sorvegliano da lontano, gemme sferiche create dagli Elfi de Le due torri de Il Signore degli Anelli, vera lettura condivisa dell’estrema destra di tutte le latitudini. Dai campi Hobbit dove si è formata la generazione di Colle Oppio attualmente al governo in Italia, fino alla nuova generazione degli elfici unicorni della Silicon Valley, in guerra contro la controcultura del California Dreaming dagli anni Sessanta del Novecento, bollata come l’Anticristo dell’attuale socialismo woke. Andata e ritorno, dall’oscuro Impero alle sue province.
E allora, che fare dinanzi a queste immense potenze magico-misteriche con la vocazione a governare il mondo con macchine intelligenti, di divertimento e di guerra, di disciplinamento e sterminio, di isolamento e incupimento, che vorrebbero fare a meno del lavoro e del lavoratore umano ridotto a disoccupata plebe sorvegliata, punita e fomentata nella lotta contro il capro espiatorio di turno? Per dirla sempre con Thiel che riprende il suo maestro René Girard, in una permanente estensione del dominio della lotta (Michel Houellebecq, già trent’anni fa) tra poveri, poverissimi, marginali, esclusi, apolidi, invisibili.
Intanto assisteremo inermi all’ondata di disoccupazione di massa del solitario e precario lavoro cognitivo alla scrivania? O forse converrà riattivare l’intelligenza collettiva (umanissima perché artificialissima) del General Intellect che sempre un trentennio fa, o giù di lì, ci fece autonominare come cangiante forza comune dei Precari Cognitivi/Cognitari. Pre-Cog, soggettività cooperanti dotate di poteri precognitivi, per anticipare i tempi della conoscenza degli eventi, che incontrammo sulle pagine del Minority Report di Philip K. Dick e che oggi dovremmo magicamente giocare dentro, contro, oltre coloro che sorvegliano da lontano, i Palantiri.
È in questa immaginaria e immaginifica staffetta intergenerazionale, al futuro anteriore, con la portata anti-autoritaria, libertaria, post-lavorista di Millennial e GenZ, che si gioca la necessità esistenziale e sociale, individuale e collettiva, solitaria e solidale, di condividere le ricchezze frutto dell’automazione dei sistemi produttivi dell’immateriale intelligenza artificiale, che in realtà comporta un immenso dispendio di energia fisica, materiale e umana: dei solitari turchi meccanici all’opera 24/7, di macchinari da attivare, di data server da interrare in una nuova recinzione tecno-feudale della terra.
Si tratta di convergere sull’urgenza di un dividendo comune che socializzi i profitti dell’automazione e dell’AI collettivamente alimentata. Un dividendo sociale, un reddito universale e incondizionato, che la stessa intelligenza collettiva ci aiuterà a progettare come strumento comune per avviare quella rivoluzione automatizzata e automatica contro il lavoro gratuito sotto padrone, per cortocircuitare i prompt di quell’intelligenza artificiale che quotidianamente educhiamo a una ribellione permanente contro i suoi oscuri proprietari e sorveglianti.
Solitari e solidali nella lotta condivisa del post-marxiano, composito e preveggente General Artificial Intellect per la Repubblica Universale del lusso comune. Dalla Comune di Parigi, alle Comuni civiche, cittadine, metropolitanee ai Commons a venire.
Di Franco Berardi (Bifo), Giuseppe Allegri
La mia prima esperienza sindacale è stata nella fabbrica Sasa, una fabbrica tessile dove lavorava mia madre, in Piemonte. Avevo dieci anni, erano gli anni della crisi del tessile, ma a quel tempo ovviamente non lo sapevo. Sapevo solo che avevano annunciato la chiusura della fabbrica e che quindi le lavoratrici e i lavoratori l’avevano occupata. Io c’ero rimasta dentro per mesi. Insieme ai miei due fratellini dormivamo in mezzo ai telai: c’era una puzza terribile di canapa, però a me piaceva moltissimo. Si giocava ma soprattutto si mangiava il minestrone, che io adoravo perché lo mangiavamo tutti insieme. L’ho continuato ad adorare anche diventando grande: tornavo dai luoghi di conflitto e appena arrivavo a casa mi facevo un minestrone. Era un modo per sentirmi al sicuro. Quel minestrone era legato a un’idea di comunità che non avevo mai conosciuto fuori dalla fabbrica.
Perdemmo la battaglia, la fabbrica fu chiusa e mia madre fu licenziata insieme a tutti gli altri lavoratori. Si fece però una grande manifestazione che terminò con il comizio di una dirigente sindacale, Teresa Noce. Io l’ascoltavo e pensavo: è brutta come me ed è bravissima. Voglio fare anche io la sindacalista. Una scelta di vita che nasce da una sconfitta operaia. Ovviamente non sapevo chi fosse Teresa Noce, per me era solo una donna, e io volevo essere come lei.
Non ho studiato, ho terminato quella che al tempo era chiamata la scuola dell’obbligo. Mia mamma infatti era convinta di avermi fatta studiare perché non avevo, come tutti, interrotto la scuola in quinta elementare. Anche mio padre era operaio in una fabbrica chimica; anche loro erano in lotta. Io però ero molto amata dal direttore, mi prese infatti sotto la sua ala. Sosteneva che fossi un’anarchica faraonica, ma al tempo non avevo idea di che cosa significasse. Solo quando cominciai a leggere di partigiani della Vald’ossola, scoprii che era stato nella resistenza.
Un giorno, mentre ero con lui nel suo ufficio, vide i lavoratori della fabbrica in sciopero che manifestavano. Scendemmo insieme e per un momento mi trovai dalla parte del padrone, ma decisi di lasciarlo e unirmi ai lavoratori, tra i quali c’era anche mio padre. Mia madre mi sgridò, perché i lavoratori si lamentarono di avere una ragazzina in mezzo a loro che dicevano parolacce. Fu il secondo episodio che mi convinse di voler diventare una sindacalista e rifiutare la proposta del direttore che voleva che studiassi con il suo aiuto.
Invece di studiare trovai un impiego volontario alla Camera del Lavoro: era il giorno di Carnevale del ‘54. Presto iniziai a sentire il bisogno di andarmene di casa per cercare la mia libertà. Le montagne e il paese mi stavano stretti. Anche se il mio paese, Villadossola, prima Repubblica partigiana della Val d’Ossola, mi è sempre rimasto caro. A mio padre, partigiano, chiedevo sempre di raccontarmi della Resistenza, ma lui rispondeva sempre di no: «Perché la guerra è brutta da qualsiasi parte la si guardi», mi diceva. Ma io ero una antifascista entusiasta.
A 18 anni desideravo essere una donna libera e decidere della mia vita. Sono scappata di casa in un settembre caldissimo, nel 1958. Dove andare? Oltre al Paese, Torino e Novara, non avevo visto nulla. Ogni domenica distribuivo l’Unità, ero comunista, lo ero da quando avevo undici anni. In uno dei giornali che distribuivo lessi un articolo che diceva: «Bologna: dotta e comunista». Ed è così che decisi quale treno prendere. Scappai di casa per andare in una città che non conoscevo.
Una volta arrivata, non sapevo dove andare, quindi mi presentai alla Camera del Lavoro dicendo che avrei voluto lavorare lì. Mi vedevano strana, 50 chili di peso, capelli corti, pantaloni e maglia blu, telefonarono alla cdl di Novara, dove gli dissero che ero un po’ matta ma intelligente. Mi diedero un posto all’Inca (Istituto Nazionale Confederale di Assistenza), dove facevo le pratiche per i pensionati. In quel periodo, erano gli anni Sessanta del boom economico, avevamo la certezza del lavoro, in un modo o nell’altro lo si trovava.
Dal 1960 agli anni ‘80 è stata una continua conquista dei lavoratori, degli operai, che rappresentavano una fetta enorme della popolazione. Erano una potenza. Erano un problema per i padroni. Per me, come donna, il lavoro era emancipazione, un’idea ai tempi più forte di quella della liberazione dal patriarcato, che è arrivata dopo. C’era l’idea di essere uguali, al pari degli uomini. Di poter essere colleghe e compagne, non solo fidanzate.
Io nel sindacato lavorai come funzionaria solo dall’autunno caldo del 1969, ma partecipai a tutte le lotte precedenti. Il sindacato si è costruito in quegli anni, è stato una forza rivoluzionaria. Nel ‘66 ero uscita dal Pci, con l’XI Congresso, prima ancora che uscisse Il Manifesto: ero indecisa se andare a Cuba, con Fidel Castro e Che Guevara, o se rimanere in Italia e lottare con i lavoratori. Ero in crisi. Ma invece di partire per Cuba decisi di andare in Inghilterra. Così come per Bologna fu la lettura di un articolo di un sindacalista a confincermi di partire. Lessi dell’importanza dei delegati sindacali di base: l’idea del sindacato come cinghia di trasmissione del Partito che sentivo astratto e con un linguaggio codificato non mi tornava, mentre nel sindacato sentivo che si combatteva concretamente per i diritti dei lavoratori. Di ritorno dall’Inghilterra, dove avevo conosciuto il mondo, iniziai a lavorare a Milano, nella società Umanitari, dove mi occupavo di formazione sindacale. Lì conobbi gli attivisti della FIM-Cisl, che al posto del libro di Mao sventolavano il Vangelo, ma rivendicavano uguaglianza, parità e diritti, quindi mi ci ritrovai nonostante fossi comunista. Erano cattolici operaisti che mi accolsero perché volevano lavorare all’unità tra marxisti e cattolici, nella FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), e io mi sono sempre considerata unitaria.
Per la Palestina i lavoratori si sono ribellati davanti all’orrore perpetrato dallo Stato di Israele. La frammentazione individualista è stata vinta dalla solidarietà
Seguirono tante, tantissime conquiste operaie. Si lottava per la conquista dei diritti salariali, ma non solo. Negli anni ‘70 c’erano i Consigli operai di gramsciana memoria e le rivendicazioni del sindacato uscivano dalle fabbriche e si estendevano alla politica internazionale. Ci fu il Vietnam e la lotta contro le guerre, il Brasile e la lotta contro le dittature, la lotta a supporto delle liberazioni nazionali come in Angola. Il sindacato era aperto – fuori dai luoghi di lavoro – al mondo. Quando ci fu il massacro di Sabra e Shatila, come metalmeccanici organizzammo lotte di solidarietà, rimaste vive fino agli anni ‘90. La solidarietà era importantissima ed era parte integrale e fondamentale dell’attività sindacale. La cultura sindacale della FLM si fondava molto sulla solidarietà internazionale.
Facevamo anche battaglie per la trasformazione delle aziende militari in aziende con funzioni sociali. Senza successo però, perché il declino industriale era già in atto. Fino agli anni ‘80 conquistammo tutto, poi questa cosa è finita e si è passati alla precarizzazione. Arrivarono le crisi, il lavoro indeterminato iniziò a diventare un miraggio, i sindacati cessarono di essere un elemento di pulsione rivoluzionaria.
Il lavoro oggi non è più lo stesso. Non esiste più la catena di montaggio ma permane la frammentazione. I luoghi di lavoro sono diversi e in molti lavorano da casa. Ovviamente, anche la solidarietà, a causa di queste trasformazioni, è cambiata. Non c’è più il luogo come la fabbrica, dove i lavoratori stavano insieme e lottavano tutti insieme. La divisione è profonda: i diritti sindacali sono difficili da conquistare, ma anche solo da mantenere e difendere. Il liberismo accettato ormai da tutta la sinistra ha disgregato la forza della classe lavoratrice. E ricomporre i nuovi mondi dei lavoratori è qualcosa che non si è ancora riuscito a fare.
Oggi però penso che, paradossalmente, la tragedia del genocidio e della pulizia etnica del popolo palestinese, abbia rimesso insieme i lavoratori di tutte le categorie. Per la Palestina abbiamo visto attivarsi medici, vigili del fuoco, operai precari, lavoratori portuali, studenti. I lavoratori si sono ribellati davanti all’orrore perpetrato dallo Stato di Israele. La frammentazione individualista è stata vinta dalla solidarietà tra lavoratori. Siamo però in un momento storico dove le fondamenta delle democrazie sono sotto attacco.
Noi andiamo in Palestina per combattere insieme contro il capitalismo, contro le guerre e contro l’imperialismo, contro un sistema che si finge razionale ma è, invece, talmente irrazionale da essere auto distruttivo. Vedo un risveglio delle coscienze, anche se il prezzo lo sta pagando il popolo palestinese e tutti i popoli oppressi. Lo vedo nella solidarietà tra lavoratori. Non solo tra lavoratori italiani e palestinesi, come i sanitari o i giornalisti, ma anche tra di noi: tra operai, studenti, giornalisti contro le guerre, e la volontà di distruggere intere società e paesi non certo per la democrazia ma per dominare il mondo.
Dobbiamo ritornare a prendere in mano l’utopia. I teologi della liberazione dicevano che l’utopia è un principio di lotta. Dobbiamo sapere che se si costruiscono le armi, si fabbricano le guerre. Dobbiamo provare a riproporre una visione di mondo, che in fondo noi avevamo, ma che è stata sconfitta da Seattle in poi. Senza estremismi ma con freddezza, determinazione e una passione per l’umanità. Oggi c’è un movimento internazionale, ma non ancora la capacità di mettere insieme le forze e salvarci da ogni sfruttamento, fondamentalismo e nazionalismo. Non so se ce la faremo ma so con certezza che vale la pena tentare. E cercare, cercare sempre.
Autore
Di Luisa Morgantini


Esistono milioni di lavoratrici e lavoratori in Italia che prima ancora di essere identificati per la mansione che svolgono, lavorano vincolati da uno stigma: «sono in mano alla criminalità organizzata». Di loro siamo abituati a dire e sentire questo e pertanto ciò che fanno per sopravvivere è riconducibile a una attività illegale. Li guardiamo
con diffidenza, non abbiamo certezza del fatto che siano in mano al mercato criminale – ma forti di una di quelle forme di razzismo (e classismo) tollerate – ci facciamo bastare un luogo comune. Forse perché a ricoprire questi lavori siamo abituati a vedere migranti.
Sono venditori di rose, raccoglitori di rifiuti, venditori ambulanti non autorizzati, lavoratori e lavoratrici di cura come colf e badanti, puliscono i vetri delle auto ai semafori, fanno i parcheggiatori. Portano sulla pelle uno stigma ben più pesante di quello che portano con sé gli evasori, anche se questi scelgono attivamente di fare un danno allo Stato, mentre i lavoratori stigmatizzati fanno di ciò che lo Stato scarta una fonte di reddito, creando servizi di cui infine tutte usufruiamo. Se i primi guadagnano a scapito della collettività, i secondi sono produttivi.
E se dietro allo stigma che li perseguita, ci fossero alcune delle risposte alla debolezza che accomuna i lavoratori frammentati nel resto del mondo? Se da quei margini della società, non riconosciutie criminalizzati, potessimo imparare nuove modalità per reagire a un sistema economico selvaggio che si ingegna per far sì che chi lavora sia sempre meno difendibile e più ricattabile?
In Italia si parla di economia sommersa, informale, illegale, irregolare, non osservata. Dalle periferie di Buenos Aires, in Argentina, «dalla fine del mondo», c’è un popolo di lavoratrici e lavoratori che la chiama economia popolare. Dagli scarti costruiscono ogni giorno l’unità dei lavoratori, inventandosi un vero e proprio paradigma. Prima il Movimiento de Trabajadores Excluidos (MTE) e poi l’Union de Trabajadores de la Economia Popular (UTEP) oggi organizzano oltre 500.000 lavoratrici e lavoratori dell’economia popolare: sono cartoneros (raccoglitori di rifiuti e riciclatori), venditori ambulanti, artigiani e piccole imprese edilizie autogestite, sarti e sarte, lavoratori socio comunitari delle mense popolari e dei dopo scuola, ex carcerati (liberados) e persone che hanno sconfitto dipendenze. Lottano per il riconoscimento fattuale dell’economia popolare e del suo motore: gli esclusi, quelli che hanno creato valore, organizzazione e dignità a partire da ciò che lo Stato scarta.
«L’economia popolare comprende tutte le attività nate a causa dell’incapacità del mercato di offrire a tutti un lavoro dignitoso e ben retribuito», scrivono Juan Grabois – fondatore del Mte e attualmente deputato per Argentina Humana – e Emilio Persico in Trabajo y organicacion en la Economia Popular. «La definiamo come l’insieme dei processi economici immersi nella cultura popolare, basati su mezzi di lavoro accessibili e sul lavoro non tutelato», aggiungono. Nel libro che i militanti del movimento usano per formarsi, i due autori parlano in maniera inedita del concetto di economia sommersa.
«Siamo informali?», scrivono Grabois e Persico, «Sì, ma è un’idea fuorviante. Il nostro è un problema di sostanza, non di forma. Se fossimo registrati, ma alle stesse condizioni, non cambierebbe nulla, se non nelle statistiche. Viviamo una situazione lavorativa precaria? Sì, ma se le cose continuano così, siamo condannati a rimanerci per sempre. Siamo lavoratori autonomi? A volte non direttamente, perché in molte piccole imprese potremmo anche lavorare per qualcun altro come dipendenti, operai o assistenti. Ma anche quando siamo completamente autonomi, dipendiamo comunque dal mercato per il nostro sostentamento. Siamo improduttivi? Assolutamente no, perché produciamo le nostre vite, il nostro lavoro, la nostra dignità. Siamo lavoratori esclusi dai diritti».
«Non abbiamo bisogno di padroni che ci sfruttino. Sappiamo coltivare la terra, cucire, riciclare», spiega a Claim Mati Capoblanco, cartonero, militante e presidente di Costruyendo de Abajo, una cooperativa cartonera nell’hinterland di Buenos Aires. Riferendosi al concetto di economia popolare, parla di persone che si inventano un lavoro, che sopravvivono alle difficoltà della vita con creatività: «Il nostro capo è lo Stato nel senso che deve essere una istituzione che deve riconoscere il servizio che forniamo».


«Dopo la crisi esplosa nel 2001 inizia a emergere la figura del cartonero», continua Capoblanco, «prima non esisteva. C’erano pochissimi compagni che si dedicavano a raccogliere il cartone, non era redditizio. C’era chi raccoglieva vetro, metallo, stoffa. Quando è crollato il rapporto tra peso argentino e dollaro, le aziende hanno
smesso di importare cartone e sono state costrette a comprarlo internamente. Decine di migliaia di persone licenziate dalle fabbriche hanno iniziato a raccogliere cartone nelle strade per rivenderlo».
Se fino ad allora l’economia popolare era composta principalmente di venditori ambulanti e artigiani, con la crisi del 2001 il riciclo, inizialmente attraverso il baratto, inizia a prendere piede. Molta spazzatura che fino ad allora era un rifiuto, incomincia a diventare lo stipendio di tanti lavoratori. «All’epoca lo Stato ci criminalizzava dicendo che la spazzatura era di sua proprietà. Dopo 25 anni di lotta, siamo riusciti a cambiare lo sguardo dei governi. La spazzatura è di chi la trova. E chi la raccoglie e la divide sta facendo un servizio che lo Stato deve riconoscere, oltre a fare un bene per l’ambiente e a creare un valore da ciò che è scartato».
Decine di migliaia di lavoratori sono passati dallo scavare nella spazzatura, essendo perseguitati dalla polizia, rischiando di essere arrestati ogni giorno, a organizzarsi, a essere riconosciuti, a collaborare con i municipi delle città argentine nella gestione dei rifiuti. «L’unico modo è organizzarsi e crediamo che il modo migliore per farlo sia in cooperativa».
Mati Capoblanco coordina una delle tante cooperative create in Argentina dal suo movimento. L’ho incontrato a Matanza, un municipio nell’estrema periferia di Buenos Aires, dove hanno un punto di raccolta e smistamento dei materiali. «Le nostre entrate si compongono del materiale dei grandi produttori che smaltiamo con i camion di nostra proprietà, del materiale raccolto singolarmente dai compagni per strada, e dal riconoscimento municipale che ci paga una somma per i rifiuti che grazie al nostro riciclo non viene interrato illegalmente sotto terra», aggiunge. Questo riconoscimento è frutto di una lotta, che oltre a riconoscere il valore ambientale
del lavoro dei cartoneros, dimostra come una volta insieme, gli interlocutori siano costretti a riconoscere la dignità di chi lavora.
«I compagni indipendenti hanno difficoltà a formalizzare il loro lavoro quotidiano. L’economia popolare organizzata» spiega ancora: «Ci permette, invece, di dare al lavoratore la possibilità di scegliere quando e come lavorare. Insieme garantiamo una struttura che riconosce in maniera equa il lavoro di ogni cartonero. Prima, i luoghi dove si portavano i materiali pagavano in nero, a prezzi molto più bassi, che variavano da persona a persona, senza un criterio ufficiale. Con la cooperativa, il prezzo è fisso e sempre lo stesso, e non possono farcene uno più basso. Ogni lavoratore in più riceve una ricevuta che attesta il pagamento. Ogni ricevuta indica i chili di cartone venduti ogni mese e ogni due settimane trasferiamo sul conto dei nostri compagni quello che gli spetta. Lo possiamo fare perché vendiamo collettivamente, uniti, ai compratori di materiale riciclato».
Molto diversa è la figura quasi mitologica che il racconto neoliberista ritrae del lavoratore solo, capo e imprenditore di se stesso, che si realizza impegnandosi, che se vuole può, sgomitando però per
farsi spazio, in competizione con i suoi simili, lasciando indietro i più deboli. Il lavoratore dell’economia popolare esiste e resiste, più forte, se si organizza. È la moltitudine solidale – che diventa forte davanti alle grandi imprese che invece vorrebbero i poveri fragili e indifesi – che pretende riconoscimento perché trova soluzioni al malfunzionamento del capitalismo e dei suoi scarti, e allo Stato che non arriva ai margini. La logica neoliberista è quella di schiacciare i lavoratori più deboli, deregolamentandone i diritti attraverso l’egemonia del culto meritocratico: togliere le tutele e convincere che te le puoi conquistare se te le meriti. Ma devi farlo da solo.
I lavoratori dell’economia popolare, però, se organizzati, diventano necessari per lo Stato e per gli stessi governi che li vorrebbero reprimere. Questi lavoratori si riappropriano della loro cultura, quella popolare, e ne fanno un paradigma. In un’epoca di frammentazione, in cui il capitalismo cambia e inventa nuovi orizzonti senza regole e diritti chiari e sanciti – come nel capitalismo delle piattaforme – la creatività dei lavoratori esclusi in Argentina offre vie e soluzioni che talvolta sfuggono alle organizzazioni dei lavoratori tradizionali.


Almeno due generazioni di argentini non hanno familiarità con il funzionamento di un’azienda, di una fabbrica o di un’officina; non hanno mai goduto di un salario dignitoso, di ferie, della tredicesima, di una previdenza sociale o di un sindacato che li proteggesse dagli abusi. «Non conoscono il concetto di sciopero», si legge sempre nel libro di Grabois e Persico. «I nostri compagni hanno creato il proprio lavoro nei quartieri popolari, nel sottosuolo della patria, nelle periferie dimenticate. Molti svolgono lavori occasionali, lavorano in modo indipendente. Altri, meno fortunati, sono soggetti a nuove forme di schiavitù, perché solo il sovrasfruttamento del lavoro consente alle aziende tecnologicamente arretrate di generare profitti», scrivono sempre Grabois e Persico. Oggi l’organizzazione dei cartoneros del Mte ha raggiunto livelli tanto sofisticati da poter organizzare i riciclatori più formati, che gestiscono anche i macchinari più sviluppati della capitale per il riciclaggio dei rifiuti. Ma perché tutto ciò ci dovrebbe riguardare?
L’Argentina di Javier Milei è un laboratorio della destra globale, strumento di controllo politico in una società dove lo smantellamento dei diritti dei lavoratori raggiunge frontiere inedite. A partire dall’ultima riforma del lavoro, che Juan Grabois intervistato da Claim a Buenos Aires, descrive come una riforma che «ignora l’esistenza di un’asimmetria nelle relazioni tra datore di lavoro e lavoratore». Secondo Grabois come effetto immediato questa riforma porterà a una «peruvianizzazione dell’economia del Paese. Si tratta di una tendenza storica teorizzata da Hernando del Soto, diventata quasi una dottrina economica, secondo cui la mancanza di regolamentazioni del lavoro e mancanza di struttura del mercato del lavoro sarebbero fattori di crescita», aggiunge. Il risultato, realisticamente, è la creazione di una riserva infinita di lavoratori ricattabili e disperati.
«I lavoratori dell’economia formale stanno perdendo le vacanze, la tredicesima, le indennità. Alla gente sembra non importare, ma si sta creando un vuoto enorme nella politica e nei sindacati che non intercettano ciò che c’è dietro», spiega sempre Mati Capoblanco. «Noi siamo nati da una crisi molto simile a quella che stiamo vivendo oggi, e probabilmente emergeranno nuovi soggetti che proveranno a far fronte alla catastrofe che ci aspetta».
Se la Utep federa 500.000 lavoratori ne rimangono altri 6 milioni e mezzo in tutto il Paese. «Se è così difficile già per noi che siamo organizzati, figuriamoci per loro, che sono ancora più criminalizzati». E sono criminalizzati, allo stesso modo, i circa 3 milioni di lavoratori non regolari in Italia. In aumento, anno dopo anno, perché in aumento è l’economia sommersa: cresciuta del 7.5% dal 2022 al 2023. Dai dati Istat emerge che il lavoro irregolare è molto alto nei servizi alla persona (quindi lavoratori e lavoratrici di cura), in commercio, ristorazione, turismo e settore edile. Sono definite irregolari le posizioni lavorative per le quali non viene rispettata la normativa vigente in materia fiscale e contributiva, e quelle relative alle attività illegali, quindi non osservabili dalle aziende e le istituzioni.
Vengono chiamati lavoratori irregolari, stigmatizzati e razzializzati. Vengono chiamati settori a bassa produttività, ma se si organizzano cosa succede? Da settore di sfruttati, umiliati e maltrattati diventa il settore «che i capitalisti non vorrebbero», come scrive Grabois. Quella dei cartoneros è un’altra versione della storia. E organizzando la speranza, i movimenti che li federano annientano lo stigma che sovra determina la loro identità. I numeri in Italia parlano chiaro: la nostra economia – insieme al modello di governo – vanno in una direzione non così distante dal contesto argentino. Da questa storia, dalla loro inventiva, sindacati e movimenti possono trarre lezioni importanti per i prossimi decenni che metteranno a dura prova le tradizionali strutture di tutela dei lavoratori.
Autore
Di Mosè Vernetti
Secondo un report pubblicato da Redacta nel 2025, solo la metà delle lavoratrici e dei lavoratori dell’editoria giudica il proprio reddito sufficiente a mantenersi. I dati raccolti dall’associazione sono la fotografia impietosa di un settore in cui i compensi drammaticamente bassi finiscono per escludere in maniera strutturale i figli di quelle che Antonio Gramsci definiva classi subalterne, accogliendo invece chi può prediligere il prestigio o la visibilità alla remunerazione. Ne parla Davide Piacenza ne La cultura che non posso permettermi, pubblicato di recente da Einaudi: «quale azienda dei media sarà mai portata ad alzare i suoi livelli di retribuzione, se i ranghi delle sue maestranze sono dominati da chi può scegliere di non anteporre le sue necessità economiche alla professione?». Quando incontro lo scrittore Jonathan Bazzi per parlarne sono esausta: sono nel mezzo di un periodo funambolico in cui cerco di destreggiarmi tra le mie inevitabilmente numerose fonti di reddito, una sensazione che chi lavora nella cultura conosce bene. «Vedo che fai un sacco di cose», mi dicono, ma i soldi sembrano comunque non essere mai abbastanza. Mi viene alla mente una frase di Virginia Woolf, «la libertà intellettuale dipende dalle cose materiali», e penso: «È vero».
GIADA ARENA A novembre hai pubblicato su Instagram uno screenshot del tuo conto in banca che mostrava 35 euro di entrate e 997 di uscite. «Questo Paese ha un mastodontico problema col valore assegnato al lavoro intellettuale» – hai scritto – «perché se le cose stanno così, se si viene pagati poco e sempre mesi e mesi dopo, significa che si permette che continui a vigere un enorme filtro di classe nell’ambiente culturale». Nella nostra bolla per settimane non si è parlato d’altro, ma trovo significativo che anche questo dibattito si sia trasformato nell’ennesima corsa all’attenzione: una gara a chi pubblica il post più virale, la storia più disgraziata o il j’accuse più veemente, invocando una lotta comune con dinamiche che invece riproducono la feroce competizione del settore.
JONATHAN BAZZI Dopo aver condiviso quel post non ho più detto niente: avrei potuto farne altri, lanciare una newsletter, pubblicare articoli, ma nessuna delle redazioni con cui collaboro mi ha chiesto di scriverne – forse perché si trattava di un terreno minato. Ho osservato il dibattito diventare un’arena performativa, in cui ho ricevuto anche attacchi più o meno velati. Per esempio sono stato criticato per aver scritto che i nostri compensi sono inferiori a quelli degli addetti alle pulizie: ho calcolato che quando lavoro a un articolo la mia paga oraria è di circa 4 o 5 euro, e so bene quanto si guadagna con le pulizie perché mia madre le ha fatte per vent’anni.
Oggi ogni questione si cala nell’atmosfera propria delle piattaforme, nella psicologia da social, dove tutto viene immediatamente metabolizzato, interpretato e ricodificato con quelle regole del gioco.
GIADA ARENA Sono regole che spingono all’atomizzazione e hanno attentato alla nostra capacità di immaginarci collettivi. Per il meccanismo alla base degli algoritmi dei social media, se siamo in disaccordo è meglio.
JONATHAN BAZZI Non c’è nessuna spinta alla ricomposizione del conflitto, perché l’attrito, la frizione, è la condizione di visibilità. Ogni occasione diventa un pretesto per posizionarsi, ma soffro l’idea di diventare portavoce di un determinato tema perché mi sento estremamente instabile, contraddittorio, cangiante. Sarebbe come venire tassidermizzato.
Ho scritto quel post in un momento di frustrazione, dopo aver provato invano a rendere più solida la mia situazione economica: ho fatto degli incontri per regolarizzare i rapporti con testate con cui già collaboravo, ma mi sono scontrato con la tendenza strutturale a non contrattualizzare, tagliare, risparmiare – pur chiedendo spesso di lavorare in esclusiva. Un giovane autore, nel caso in cui non abbia una famiglia benestante alle spalle, è costretto a collaborare con diverse realtà non per la smania di essere letto, ma perché anche le testate più grandi pagano raramente più di 100, 120 euro lordi a pezzo: come si può pretendere un’esclusiva con queste cifre?
GIADA ARENA Io sento molto il peso di essere, come te, un’eccezione: il lavoro culturale ci ha permesso di saltare inaspettatamente su un ascensore sociale, rendendoci quelli che Annie Ernaux definisce “transfughi di classe”. Grazie al libro di Piacenza ho scoperto il pensiero del sociologo Richard Hoggart, che negli anni ‘50 ha riflettuto sullo spaesamento del figlio della classe lavoratrice asceso, che si trova nel cosiddetto punto di sfregamento tra la cultura upper class e quella working class: da questo deriva una condizione di apolidia esistenziale in cui è forte la pressione a dimostrare continuamente il proprio valore.
Conosco bene questa sensazione, perché in me l’insidia maggiore è l’overworking: siamo cresciuti immersi nella retorica calvinista (e molto statunitense) del self made man, del “se vuoi puoi”, dell’uno su mille ce la fa e potresti essere proprio tu. E quindi eccomi a lavorare forsennatamente per dimostrare di essere abbastanza meritevole e competente per guadagnarmi da vivere con una professione creativa – una sensazione da cui i rampolli della borghesia che ci circondano sembrano quasi immuni. Tu come ti senti in questo punto di sfregamento?
JONATHAN BAZZI Siamo cresciuti in un periodo in cui la coscienza di classe se l’è dovuta vedere (probabilmente rimettendoci le penne) con la tensione al desiderio tipica della tv commerciale berlusconiana. Ci hanno spinto a desiderare in maniera smodata, è stato riversato su di noi un edonismo invischiante e un po’ inebriante.
Per questo ho recuperato la mia coscienza di classe solo negli ultimi anni, realisticamente durante la scrittura del primo libro [Febbre, ndr]: il mio intento era raccontare soprattutto le figure da cui ero attorniato durante l’infanzia e l’adolescenza a Rozzano, nel più grande agglomerato di case popolari del Nord Italia. Questo mi ha permesso di ritrovare le parole e recuperare le categorie per guardare più lucidamente alla storia della mia famiglia, alle ansie, la rabbia, i litigi. La privazione affettiva che ho vissuto ha chiaramente una matrice di classe, se ci fosse stata una dimensione materiale diversa le cose sarebbero andate in un altro modo – e lo penso tuttora, quando osservo tutte quelle persone per le quali i soldi sono un di più.
GIADA ARENA Quando ho letto Febbre ho provato un certo piacere nel vedere finalmente raccontate queste dinamiche, anche perché la tendenza è sempre stata quella di occultare le umili origini, uccidere simbolicamente ed edipicamente il padre come nello Zappatore di Mario Merola. Io invece sono molto riconoscente ai miei genitori e alla sveglia di mio padre puntata sulle quattro del mattino, perché altrimenti non sarei qui.
Non provo imbarazzo nel rivendicare le mie origini di borgata, anzi, gradirei che a provare imbarazzo fossero quelli che definisco “cosplayer di classe”, ossia i benestanti che negano o occultano i propri privilegi spesso appropriandosi delle narrazioni delle classi inferiori. Persone che sorvolano sulle numerose proprietà immobiliari, censurano i dettagli più opulenti dai propri pezzi di autofiction o raccontano sottovoce le vacanze intercontinentali per non farsi sentire dai colleghi sottopagati – storie vere, a cui ho assistito.
JONATHAN BAZZI La consapevolezza della propria posizione sulla scala sociale per molte persone non è realistica. Per intercettare e svelare queste contraddizioni serve uno sguardo che viene dal basso, ma chi sta in basso di solito non produce racconto, non produce dibattito: la selezione all’ingresso, implicita o esplicita che sia, determina che vengano raccontate storie e approfonditi temi che riguardano solo determinate classi sociali.
Per molte persone la scrittura non fa parte dell’orizzonte delle possibilità perché non conoscono altri che lo fanno: io vengo da un comune con un tasso di dispersione scolastica altissimo e i luoghi così difficilmente vengono raccontati dall’interno. Al massimo può accadere che autori con condizioni di nascita diverse decidano di ambientare la loro storia lì, spesso trasformandoli in una sorta di presepe.
È così che nei prodotti culturali viene a mancare il rapporto con la verità: sicuramente c’è una medietà, che in qualche caso si potrebbe anche definire mediocrità, che è data da questa cosa qui.
Un giovane autore, nel caso in cui non abbia una famiglia benestante alle spalle, è costretto a collaborare con diverse realtà non per la smania di essere letto, ma perché anche le testate più grandi pagano raramente più di 100, 120 euro lordi a pezzo: come si può pretendere un’esclusiva con queste cifre?
GIADA ARENA Personalmente credo ci sia un grosso problema di rappresentazione. Negli ultimi anni abbiamo giustamente problematizzato (e quindi migliorato) la rappresentazione mediatica delle persone queer o di diverse origini, ma stiamo facendo molta fatica a fare lo stesso con le storie working class. La conseguenza è un impoverimento della letteratura e delle arti in generale.
Bisogna anche constatare, però, un grosso problema aspirazionale, evocato da Raffaele Alberto Ventura nel suo Teoria della classe disagiata: esiste una classe “troppo ricca per rinunciare alle proprie aspirazioni ma troppo povera per poterle realizzare”, composta dalle tante persone che agognano una professione intellettuale o creativa nonostante l’evidente impossibilità del mercato italiano ad assorbirle tutte. Non voglio suonare darwinista, ma siamo troppi; credo che sia sano chiedersi regolarmente – e far chiedere alle persone con cui ci confrontiamo o a cui insegniamo – se ne valga la pena.
JONATHAN BAZZI Certo, questa è sicuramente un’altra questione. Percepisco un fraintendimento ormai endemico, capillare: la sovrapposizione tra opera e prodotto, tra creazione e potenziale commerciale, una sovrapposizione che permette, diciamo, degli accreditamenti indebiti. Penso alle redazioni che si rivolgono a persone con un elevato numero di follower per fare gli editorialisti, senza accorgersi che c’è differenza tra slogan e pensiero, tra contenuti su Instagram e ragionamento.
Questa superficialità, questa irresponsabilità, questa mollezza del sistema, sommata ovviamente all’elevato numero di contendenti, crea una combinazione non virtuosa e rende le cose ancora più difficili.
GIADA ARENA E cosa potremmo fare per cambiarle? Smettere di accettare compensi ridicoli sperando che gli altri facciano lo stesso? O magari guardare all’Irlanda, che ha appena introdotto un reddito di base per artisti e lavoratori creativi?
JONATHAN BAZZI Nel mio piccolo cerco di evitare prestazioni che non prevedono una retribuzione, sebbene mi sia capitato di farlo in passato e, in generale, provi un profondo imbarazzo a chiedere un compenso – quelli che non sono abituati ad avere i soldi tendenzialmente fanno più fatica a parlarne.
E poi è importante prendere consapevolezza della propria storia e della propria condizione, soprattutto se si scrive, per far sì che questo sguardo entri a far parte del proprio lavoro insieme a tutto ciò che siamo stati abituati a rimuovere, ad addomesticare. Rivendicare, insomma, la questione di classe, nonostante ci abbiano fatto credere che fosse vecchia, sorpassata.
Nel mio piccolo cerco di evitare prestazioni che non prevedono una retribuzione, sebbene mi sia capitato di farlo in passato e, in generale, provi un profondo imbarazzo a chiedere un compenso – quelli che non sono abituati ad avere i soldi tendenzialmente fanno più fatica a parlarne
Autori
Di Giada Arena, Jonathan Bazzi
«Sul mio marciapiede c’ero solo io, poi cominciai ad accogliere quelle che erano state cacciate da un altro marciapiede, e arrivammo a essere cinque». Nessun atto fondativo, nessuna dichiarazione di intenti, nessuna assemblea costituente: un marciapiede, delle lavoratrici sessuali e la necessità di non rimanere sole a lavorare. Le parole di Georgina Orellano, cresciuta nella periferia di Buenos Aires, in Argentina, ed entrata nel mondo della prostituzione a diciannove anni, raccontano che il marciapiede per le lavoratrici sessuali non è mai stato uno spazio solitario. «Poter avvisare le tue colleghe che esci con un determinato cliente e sapere se hai di fronte qualcuno di cui ti puoi fidare» è sicurezza sul lavoro. E la si costruisce con chi abita il marciapiede ogni giorno e ogni notte. Le regole sono semplici e vincolanti: «Pagare il posto, rispettare il marciapiede e l3 altr3, non fare l3 furb3». Non è anarchia, è una forma di autorganizzazione che non viene riconosciuta perché si preferiscono le immagini del disordine, delle vittime, dell’emergenza da gestire con le retate. Un’immagine che invisibilizza una comunità che si costruisce nelle pause tra un cliente e l’altro, nelle conversazioni sulla «famiglia, l3 figl3, i conti da pagare, quanti soldi dobbiamo fare quel giorno per stare a posto, avvisarci se la polizia rompe le scatole o se abbiamo avuto una cattiva esperienza con un cliente per evitare che succeda anche con le altre».
Il marciapiede è anche sistema di allerta, un archivio condiviso di protezione in tempo reale. Perché nel la- voro criminalizzato e non riconosciuto, le lavoratrici sessuali non smettono di esistere ma semplicemente continuano a sopravvivere ai margini. Lo Stato, nel frattempo, nell’esperienza di Georgina e delle sue compagne, si presenta in divisa, con retate e arresti arbitrari. E qui la differenza tra lavorare da sole e lavorare in comunità diventa letteralmente la differenza tra subire in silenzio o resistere.
Georgina racconta la prima volta che è finita in prigione: sola, senza capire perché, con la polizia che rispondeva: «Hai perso» a ogni domanda. Non sapeva per quante ore sarebbe rimasta detenuta, se l’avrebbero richiamata, se doveva trovare un avvocato. Era l’ignoranza dei propri diritti a renderla vulnerabile: «Proprio l’ignoranza, il non conoscere i miei diritti o le leggi vigenti riguardo al lavoro sessuale, è ciò che spesso fa sì che la polizia si approfitti della nostra vulnerabilità». È un meccanismo preciso, consapevole, sistematico: «Le persone esposte alla violenza della polizia sono sempre le stesse: l3 pover3». Le volte successive, quando fuori dalla stazione c’erano delle compagne che bloccavano le strade, chiamavano gli avvocati, documentavano con i video, «la polizia cambiava registro». Dalle manette sulla volante a una sedia e un bicchiere d’acqua. «Solo dopo gli avvocati sono potuti entrare». La comunità non è solo supporto emotivo: è deterrenza. La violenza istituzionale funziona nell’isolamento. La visibilità collettiva la inceppa.
A Roma, durante il lockdown del 2020, qualcosa di simile è nato in un contesto completamente diverso. Il lavoro si è fermato, i soldi non entravano e un gruppo di lavoratrici sessuali transgender colombiane si è ritrovato intorno a dei dipinti, pagato per fare arte. Giuliana racconta che «quando ho visto le prime donne trans per strada – ero gay, non mi ero ancora sottoposta a nessun intervento – ho pensato: «Un giorno voglio essere come loro». Avevo circa 17 anni, tornavo da una discoteca nella mia città, Cali, in Colombia. Ce n’erano tante, tantissime all’epoca. Da lì ho deciso che sarei diventata trans, e per quanto riguarda il lavoro… non so spiegarlo esattamente, mi attirava. Avrei potuto fare qualsiasi altra cosa, mia madre mi ha dato la possibilità di studiare, mi ha dato tutto. Ho scelto questo perché mi intrigava: la notte, il modo in cui le ragazze interagivano con i clienti, salivano sulle macchine. Non era solo una questione sessuale. Mi piaceva quell’atmosfera, quel contesto. Ci ho provato e ci sono rimasta». Dopo un percorso di transizione, una migrazione verso l’Italia e anni di lavoro nel mondo sessuale, il lockdown non permette più di poter praticare lavoro sessuale per strada e quindi nasce la Feel Good Cooperative: «Paola aveva bisogno di lavoratrici per un progetto e Serena le ha parlato di una sua amica, Alessandra Lopez, che a sua volta conosceva ragazze nel nostro settore. Ci ha riunite tutte per fare dei dipinti e ci ha pagate per questo, visto che in quel periodo non lavoravamo. Abbiamo cominciato così».
Quando chiediamo a Georgina e a Giuliana di esprimere un desiderio al genio della lampada per sé e per le loro compagne, quello che rispondono non ha nulla di straordinario. Sono le stesse cose che qualsiasi lavoratrice ha il diritto di pretendere


Foto di Pauline Curnier Jardin e Feel Good Cooperative
Ma quello che è cominciato così non si è fermato ai dipinti. La cooperativa ha continuato, ha esposto a Villa Medici, a Berlino, a Colonia. Ha trasformato un gruppo di colleghe in qualcosa che «somiglia a una famiglia» e che restituisce quello che il lavoro da solo non riesce a dare. «Con la cooperativa mi sento più persona», racconta Giuliana. Ciò di cui parla non ha niente a che vedere con la svalutazione del lavoro sessuale, ma con il riconoscimento che esistere in uno spazio in cui non si è solo lavoratrici, in cui si è anche artiste, colleghe, amiche, restituisce dimensioni di sé che lo stigma e la clandestinità tendono a comprimere. «Con la cooperativa discutiamo di cose completamente diverse rispetto a quelle di cui parliamo quando siamo al lavoro. Non pensiamo solo a soldi e sesso».
C’è un filo politico che attraversa entrambe le storie e che rischia di andare perso se si riduce alla dimensione identitaria. Georgina lo dice con una durezza che sembra essersi solidificata nel tempo: «A noi puttane ci hanno negato persino l’appartenenza di classe. Sono stata sindacalista prima di essere femminista, ho abbracciato la mia identità di lavoratrice e l’appartenenza di classe, qualcosa che ancora oggi manca a un certo femminismo borghese». Il sindacato per Georgina non è solo assistenza legale o supporto psicologico: è il luogo in cui si impara che ciò che si subisce ha un nome, una causa strutturale, e può essere collettivamente combattuto. «La comunità e il sindacato mi hanno dato conoscenze e per me avere conoscenza significava avere potere». Un potere che si costruisce tra pari, nel riconoscimento reciproco di essere lavoratrici con dei diritti. «Scelsi tra le opzioni che avevo, e che ho tuttora, in quanto donna appartenente alla classe lavoratrice. Il problema non è il lavoro sessuale, è la povertà».
Isolare significa non riconoscere la classe. Significa anche non dover rispondere a nessuna rivendicazione collettiva, non dover fare i conti con nessuna richiesta concreta. Quando chiediamo a Georgina e a Giuliana di esprimere un desiderio al genio della lampada per sé e per le loro compagne, quello che rispondono non ha nulla di straordinario. Sono le stesse cose che qualsiasi lavoratrice ha il diritto di pretendere. Georgina le elenca con precisione: «Avere il diritto all’assistenza sanitaria completa, il diritto alla non discriminazione, il diritto al rispetto delle decisioni che prendiamo quando esercitiamo il lavoro sessuale, contributi pensionistici, affinché le nostre colleghe possano andare in pensione, come riconoscimento del nostro servizio e degli anni che abbiamo dedicato a questo lavoro». Per Giuliana, invece, l’obiettivo è «trovare una stabilità economica. Adesso che ho ancora la forza di continuare a lavorare, vorrei costruirmi qualcosa per il futuro, per poter smettere a una certa età. Non vorrei farlo fino a troppo tardi». Smettere quando si vuole, non quando si è costrette. Andare in pensione. Avere una copertura sanitaria. Essere rispettate nelle proprie scelte. Desideri con implicazioni radicali: chiedono che lo Stato riconosca un lavoro che ha scelto di non vedere, che estenda diritti a chi ha sistematicamente escluso. Che smetta, una volta per tutte, di usare la criminalizzazione come risposta alla povertà. Nel frattempo, in attesa di quel riconoscimento, la comunità tiene. Nessuna lavora da sola, e per le lavoratrici sessuali, in Italia come all’estero, questo non è un principio etico astratto. È l’unica forma di welfare che hanno le puttane di tutto il mondo.
Autore
Di Cecilia Pellizzari
Sono circa 1 milione 895 mila le donne, nel nostro Paese, che hanno subito molestie sul lavoro durante la loro vita. Quelle che denunciano alle forze dell’ordine sono pochissime, il 2,3 per cento, mentre quasi una donna su quattro non ne parla con nessuno
«Il mio capo mi toccava il sedere dietro al bancone. Mi dava pacche come se fosse una cosa carina. Poi passava ai commenti, inappropriati, sul mio corpo e i miei vestiti. Io mi sentivo a disagio ma non riuscivo a capire perché», racconta Clara, con la voce rauca per l’ennesima sigaretta appena spenta. Il suo tono è a tratti infastidito, in altri momenti imbarazzato, la bocca leggermente piegata da un lato, tipica di chi non riesce a dissimulare lo schifo, la nausea che dallo stomaco sale fino al volto. Aveva 21 anni, frequentava l’università e per mantenersi durante il percorso di studi aveva deciso di lavorare nel tempo libero che riusciva a ritagliarsi tra una lezione e l’altra, nel locale nuovo che un gruppo di conoscenti aveva appena aperto a qualche centinaio di metri dalla casa in cui abitava con le tre coinquiline, ormai le sue migliori compagne di vita.
«Mi giravo per sistemare i bicchieri nella lavastoviglie e sentivo qualcuno tra i clienti in fondo allo stanzone adibito a bar dire: “Dai, piegati di più”». Altri ridevano, si scambiavano occhiatine maliziose, pugnetti da amici che vogliono fingersi fratelli ma che in realtà si conoscono a malapena: «Hai la camicetta più sbottonata del solito oggi, ma che cerchi? Sei in calore?”», ricorda di essersi sentita dire da uno che sorseggiava coca-cola e rum. Neppure il coraggio di incrociare il suo sguardo, mentre gridava per superare il vociare indistinto e la radio accesa in sottofondo. Cercava la complicità degli amici per farsi quattro risate sguaiate e allietare la serata che stava per iniziare.
«Ma chi sei? Che cazzo vuoi?», aveva pensato Clara nella testa, stringendo le dita finché le unghie non avevano lasciato il segno sul palmo della mano, per la troppa pressione. Aveva fermato per qualche secondo anche il respiro, per tenere dentro parole che non avevano il permesso di uscire. Al massimo le poteva capitare, quando era proprio sicura che nessuno la stesse guardando, di muovere le labbra come se stesse parlando, ma senza emettere suoni o fare rumore, per sfogare una piccola parte della rabbia che sentiva montare dentro.
Una volta uno le si era avvicinato un po’ troppo. Alticcio probabilmente per l’ennesimo Campari e prosecco bevuto d’un fiato. Con l’alito pesante e i modi bruschi, l’aveva presa per un braccio e tirata verso sé. Se l’era ritrovato a pochi centimetri dalla faccia e quella sensazione non le era piaciuta affatto. Non una parola. Se ricorda bene non si era neppure tolta il solito sorriso di cortesia che aveva disegnato sul volto ogni volta che iniziava il turno. Ma con uno scatto repentino s’era scrollata di dosso il tizio con la giacca di pelle, liberata il braccio dalla sua presa molliccia, aveva girato le spalle ed era tornata al suo posto, dietro al bancone.
Le sarebbe piaciuto parlarne con Ugo, il capo. Quello – tra il gruppo di conoscenti che qualche mese prima aveva rilevato il bar Luca, aperto 24 ore su 24, 7 giorni su 7 – con cui pensava di essere in maggior confidenza. Era stato lui a offrirle il lavoro come cameriera o barista in base all’orario del turno e a quello che serviva al locale. Le capitava di dover fare perfino la promoter a volte, quando qualche brand di vodka o gin pagava per allestire la serata.
«La domenica mattina servivo cappuccini con latte di soia, yogurt ai mirtilli, muesli o caffè. Tramezzini e insalate a pranzo. Aperitivi a 10 euro durante la settimana e cocktail fino all’alba. Ugo sapeva che avevo bisogno di soldi da quando avevo lasciato casa dei miei e la vita che non sopportavo più al paesino, fatta di giornate tutte uguali e di amici a cui voglio un bene dell’anima ma che non mi capivano», spiega Clara tra una telefonata e l’altra. Ha sempre il cellulare in una mano da quando lavora come consulente per le imprese che vogliono superare i momenti di crisi, nell’altra le camel light. Nessuno riesce a metterle più i piedi in testa, nessuno. A quanto racconta, neanche il direttore generale della società che l’ha assunta. Grazie agli anni di psicoterapia oggi si sente proprio la persona che vuole essere, nonostante i crolli emotivi, i compromessi e qualche mental breakdown dovuto alla perenne ricerca di un equilibrio tra vita privata e professionale.
«Pensavo che Ugo mi stesse facendo un favore. Credevo che mi avesse offerto un lavoro per aiutarmi a pagare l’affitto. Invece no, ero io a servirgli. Mi pagava in nero e facevo praticamente tutto quello che mi chiedeva. Turni infiniti sempre con il sorriso e zero proteste. Neppure di fronte alle avances dei clienti che solo oggi ho imparato a chiamare con il loro nome: “Molestie”», sottolinea scandendo il termine sillaba per sillaba, con un tono che si potrebbe definire perfino sarcastico: «Al tempo credevo che fosse normale, ero carina e mi piaceva piacere, perciò se poi qualcuno ci provava un po’ troppo insistentemente beh, probabilmente, ero io che l’avevo provocato, mi dicevo».
Ugo non faceva altro che rafforzare le convinzioni di Clara. Battutine frequenti sui suoi outfit, commenti che pensava fossero brillanti su gonne corte o t-shirt aderenti. Pacche fin troppo amichevoli per farle capire che in alcuni giorni la vedeva più bella del solito, la sentiva più sua, soprattutto quando beveva o dopo che litigava con la compagna. Sguardi biechi, borbottii, a volte persino rimproveri a voce alta «come se fosse mio padre, davanti alle colleghe – “così capiscono anche le altre”, si giustificava – quando non reagivo con cortesia, non soltanto alle sue attenzioni mai richieste ma anche a quelle dei clienti. Per quello, non dissi niente a Ugo del tizio con la giacca di pelle. E ripresi a servire come se niente fosse successo quella volta come migliaia di altre negli anni che continuai a lavorare al bar Luca».
Per Ugo, come per gli altri tre soci con cui si era messo in affari, Clara e le cameriere/bariste/tuttofare del locale erano pagate per vendere. E per vendere serve sempre un atteggiamento accondiscendente, un aspetto affascinante meglio se anche provocante quando è possibile, ed è importante dire sempre di sì: «Eh, nel pubblico si lavora così, se non ti piace puoi sempre andartene», rispondeva a chi provava ad obiettare.
Clara non ha mai detto niente a nessuno, neppure alle coinquiline diventate migliori amiche, non perché si vergognasse ma perché non aveva gli strumenti per decifrare i suoi stati d’animo. «Mi sentivo come un oggetto che non può tradire la funzione per cui è stato creato, altrimenti finisce nella spazzatura», confessa oggi per la prima volta, dopo anni. Non ha mai alzato la voce con il suo vecchio capo, non ha mai denunciato il tizio con la giacca di pelle anche se dopo quella sera è tornato al locale centinaia di volte. E tante di quelle ha aspettato la fine del suo turno per provare a riaccompagnarla a casa. Ha mentito la notte in cui lui proprio non la finiva di abbracciarla, gli ha detto di essersi fidanzata con un personal trainer che si sarebbe arrabbiato se li avesse visti insieme.
Non era vero, ma era convinta che solo il timore di un maschio, grosso e possessivo, avrebbe potuto farla sentire libera di tornare a casa, da sola. Eppure non c’è stata una volta in cui ha percorso quelle poche centinaia di metri che separavano il bar dal suo appartamento senza guardarsi ossessivamente indietro. Fino al giorno in cui, dopo la laurea, non ha deciso di lasciare il lavoro che Ugo le aveva offerto.
Proprio come Clara, sono circa 1 milione 895 mila le donne, nel nostro Paese, che hanno subito molestie sul lavoro durante la loro vita, circa il 13,5 per cento del totale, secondo gli ultimi dati Istat. Quelle che denunciano alle forze dell’ordine sono pochissime, il 2,3 per cento, mentre quasi una donna su quattro non ne parla con nessuno. Perché mancano i punti di riferimento, le procedure e la fiducia in un sistema che sia in grado di dare seguito alla denuncia. Nonostante l’Italia abbia ratificato nel 2021 la Convenzione n. 190 dell’Ilo, sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro, non esiste ancora un reato autonomo per le molestie subite in ambito professionale: il riferimento più diretto è l’articolo 26 del Codice delle pari opportunità, che le considera una forma di discriminazione.
Autore
Di Chiara Sgreccia
Colophon e crediti
Direttore:
Gabriele Bartoloni
Vicedirettore:
Mosè Vernetti
Ideazione e supervisione generale del progetto:
Edoardo Bucci e Cecilia Pellizzari
Caporedattrici:
Chiara Sgreccia
Giada Arena
Progetto grafico e impaginazione a cura di:
Lola Giffard-Bouvier, con il supporto di Frita
Con i contributi di:
Giuseppe Allegri, Giada Arena, Jonathan Bazzi, Franco Berardi (Bifo), Matteo De Mayda, Elizabeth Gurley Flynn, Sarah Gainsforth, Holdenaccio, Luisa Morgantini, Sara Paolella, Cecilia Pellizzari, Yvan Sagnet, Chiara Sgreccia, Chris Smalls, Mosè Vernetti
Foto di:
Matteo De Mayda
Pauline Curnier Jardin e Feel Good Cooperative
Pedro Palacios
Infografiche a cura di:
Rebecca Venzi
Copertina di:
Lola Giffard-Bouvier
Supervisione per la stampa di:
Dario Iori
Editore:
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Chiuso in tipografia:
20 Aprile 2026
Ringraziamenti:
Francesco Alopo, Irene Bernardi, Brando Carasso, Emanuele Carboni, Andrea Carcuro, Lorenzo Cirino, Chiara De Felice, Susan Elkholy, Cristina Lenti, Michela Oria, Sara Paolella, Tommaso Salaroli, Geremia Trinchese, Rebecca Venzi
Un ringraziamento speciale a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori della Filcams.
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