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N. 4 Il Sud non sta sotto

Nelle aree interne il diritto a restare passa per il lavoro

A marzo 2026 viene presentato per la prima volta Ritorno al Tratturo, un film nato dall’idea di Francesco Cordio, Elio Germano e Filippo Tantillo. Un film di 55 minuti che racconta di luoghi dove per arrivare a scuola o in ospedale servono ore di viaggio. Sono le aree interne dell’Italia: il 60% del territorio dove vive circa un quarto della popolazione. Questo articolo prende forma per raccontare i ragionamenti nati durante la lavorazione del film dal punto di vista di Filippo Tantillo, un ricercatore che si occupa da anni di aree interne e che restituisce una visione più complessa e meno stereotipata di quello che significa oggi vivere e lavorare in aree come queste.

Non esiste una situazione ideale dove vivere senza problemi: una tutta idilliaca, a contatto con la natura, o
una tutta metropolitana. Una buona parte delle persone vive una esistenza ubiqua tra questi luoghi, alternando
la vita in città con quella nelle aree interne. Oggi sembra non essere più la residenza a definire una persona, ma la sua maniera di spostarsi sul territorio.

Parlare del Molise, attraversato dal Tratturo e per questo depositario di una lunga tradizione di nomadismo,
permette in qualche modo di recuperare un pezzo che forse conserviamo ancora nella parte più antica del cervello, legato alla nostra umanità nomadica. Permette di ricordare che oggi nascere in un posto o in un altro fa
una differenza enorme sui propri percorsi di vita. Ritorno al Tratturo è il racconto di un cammino in queste
terre, di alcuni incontri e di alcuni inciampi sulla strada.

Ed è proprio questo movimento continuo, questo stare tra i luoghi, a definire anche il modo in cui in queste terre si lavora. Chi vive nelle aree interne ha quasi sempre un reddito che si compone di più attività: è questa multiattività la vera cifra della loro economia tradizionale, lo stesso spostarsi continuo che il Tratturo racconta
da secoli, applicato al lavoro fordista. Anche chi ha un contratto da dipendente, in un’impresa manifatturiera, in un’azienda agricola, nella pubblica amministrazione, spesso affianca un’attività correlata, magari nella ristorazione
o nell’accoglienza turistica. E coltiva anche un orto. È una caratteristica che rende difficilissimo misurare statisticamente il peso del lavoro reale: ragionare per codici ateco “il metalmeccanico è (solo) un metalmeccanico” nelle aree interne non ci permette di comprendere di cosa vivano realmente le persone.

Questa fatica nel misurare non deve però nascondere un dato oggettivo: nelle aree interne hanno sede buona
parte dei distretti produttivi del Paese, soprattutto nel settore agroindustriale e dell’artigianato industriale.
Una economia diversa da quella delle città, dove prevale il cooperativo o il terziario. È nelle aree interne del Nord
Italia che si trovano le fabbriche che hanno reso il nostro Paese leader mondiale in settori come la meccanica
strumentale, le macchine per fare macchine. Siamo il secondo paese in Europa per forza manifatturiera dopo la Germania, e questo segmento industriale è concentrato proprio nelle aree interne e nelle piccole città di
provincia, non nelle grandi città, luoghi dove però chiudono a ripetizione fabbriche da duecento operai l’una.
Oggi i problemi principali lavorativi in queste zone sono due: da un lato la contrazione del tessuto produttivo,
con la conseguente perdita di posti di lavoro; dall’altro una capacità di generare surplus finanziario molto più
bassa di quella delle città, perché la parte produttiva dell’economia resta forte mentre quella finanziaria è
quasi assente. Un discorso quasi analogo si può fare per quel che riguarda il settore agro-silvo-pastorale, energetico e agroindustriale nel Sud del Paese.

La risposta a questa crisi che le politiche pubbliche hanno proposto fino ad oggi è spingere su autoimprenditorialità e turismo. Ma dopo trent’anni di politiche attive del lavoro, l’esperienza spesso ci dice che l’autoimprenditorialità in Italia non decolla: sono state finanziate migliaia di start-up, ma quelle sopravvissute
sul territorio restano pochissime, per lo più in settori non innovativi. In parte è colpa dello sguardo a breve
termine di queste politiche: si aprono i finanziamenti, si dà una spinta iniziale, e poi si lascia il territorio a
“rendersi sostenibile” da solo, dentro un mercato che si indebolisce a causa dello spopolamento. Senza un welfare che garantisca abitabilità a buoni livelli è impensabile invertire i trend demografici negativi delle aree
interne e innescare uno sviluppo economico virtuoso: ce lo insegnano i paesi strutturalmente a bassa densità
di popolazione, come quelli del Nord Europa.

Noi italiani siamo quasi sotto shock da questo punto di vista, perché siamo stati storicamente un Paese densamente popolato, fin sulle montagne. Oggi abbiamo zone con la densità della Norvegia o della Finlandia. Penso al Friuli, al Molise, con una differenza sostanziale: quei paesi non vivono la bassa densità come uno spopolamento in corso, ma come una condizione strutturale, attorno alla quale hanno costruito un welfare che non considera la distanza, per esempio quella dei bambini dalla scuola, come un costo, ma come una condizione
di base della cittadinanza. È il caso della Finlandia, il cui welfare scolastico e sanitario non si preoccupa di essere “sostenibile” nel breve periodo perché la sua sostenibilità sta nell’innescare politiche di sviluppo capaci
di generare autonomia. In Italia si continua a pensare che costruire una scuola in cima alla montagna non
convenga.

È sbagliato dire che le aree interne si contrappongono alle città. Non sono un modello necessariamente alternativo, ne sono complemento all’interno di una stessa contemporaneità

Ma cosa convenga e cosa no dipende molto spesso dallo sguardo con cui si osservano questi territori. Le aree interne contano per il futuro del Paese, e con esse conta la costruzione di un’abitabilità strutturale: non possiamo
permetterci di disinvestire in zone che costituiscono il 60% del territorio nazionale e in cui vivono tra i 13 e i
15 milioni di persone, che sono depositarie delle risorse energetiche strategiche. Le banche e un sistema pubblico aziendalizzato ragionano per il massimo profitto nel minor tempo possibile, mentre le aree interne avrebbero bisogno di investimenti a più lungo raggio.

Le aree interne possono davvero rappresentare un’alternativa alla sofferenza della città, una volta che verrà effettivamente garantita l’abitabilità al loro interno. Non puoi non avere scuole, perché altrimenti non puoi
fare figli lì. Non puoi non avere trasporti, altrimenti gli anziani restano chiusi in casa e, quando stanno male,
muoiono. Non puoi non avere sanità o punti nascita, altrimenti non nascerà più nessun bambino. Sono cose
realizzabili, immaginando un ruolo diverso dello Stato come investitore di lungo periodo, capace di promuovere
davvero l’innovazione e di ascoltare quello che succede sul territorio. Ed è un obiettivo alla nostra portata:
rispetto ad altri paesi siamo messi meglio, perché parliamo di aree che non distano mai più di due ore da una
città, spesso molto meno, dove esiste ancora una rete di servizi, magari meno robusta al Sud che al Nord, ma
comunque presente. Basterebbe un cambio di direzione.

Peraltro, le aree interne restano ancora il luogo dove esiste una parte consistente dei risparmi delle famiglie
italiane. Soldi “sotto il materasso” che non vengono investiti sul territorio perché nessuno, le istituzioni per
prime, ci crede, e che finiscono per essere usati per mandare i figli a studiare a Milano: così i soldi destinati allo
sviluppo delle aree interne ripartono di nuovo verso i poli urbani. Eppure un’alternativa possibile esiste, e non
è così remota: in alcune zone sta già funzionando, con un aumento di nuove attività, anche se resta una scommessa fragile, concentrata nelle aree un po’ più servite. Penso all’Appennino bolognese, all’Oltrepò Pavese, o alla Sabina, in Italia centrale, dove si registrano tassi di ritorno interessanti, al netto della presenza di immigrati,
che sta anch’essa cambiando molto queste aree.

Questi fenomeni di ritorno sono sostenuti, tra le altre cose, dal recupero del sistema dei trasporti su ferro, anche
se serve ancora un ulteriore cambio di rotta. Oggi si continua a favorire, per esempio, il rafforzamento dell’alta velocità Roma-Milano, mentre una città come Orvieto, storicamente collegata benissimo tra Roma e Firenze, ha oggi due soli intercity al giorno, contro i dieci di solo pochi anni fa. Una zona ricca di servizi si ritrova così improvvisamente isolata, dentro una logica, quella per cui bisogna comprarsi l’auto per andare a lavorare,
e lavorare per pagarsi l’auto che serve per andare a lavorare, che nella sostanza è un inganno, e che si può
ancora decidere di rompere.

Rompere quella logica significa anche restituire spazio a un’idea su cui, durante la lavorazione del film, ci siamo
interrogati a lungo, soprattutto con Elio, con Francesco, ma anche con Silvia e con Gemma: quella della
felicità come possibile obiettivo politico. Una felicità che si contrappone al benessere individualizzato spesso
proposto per queste aree, che non è la strada giusta, perché è un benessere che si costruisce insieme, per
la collettività: uno stato di autonomia che sopravvive quando esistono relazioni; relazioni che in queste aree
devono spesso confrontarsi con l’assenza di ciò che dovrebbe essere garantito dal pubblico: spazi, scuole,
servizi. Spesso quel ruolo, in mancanza di altro, se lo assume qualcun altro.

Va detto però che è sbagliato dire che le aree interne si contrappongono alle città, non sono un modello necessariamente alternativo, ne sono complemento all’interno di una stessa contemporaneità. I flussi in entrata e
in uscita tra aree interne e città sono continui, e oggi lo sono ancora di più: più che emigrare, i ragazzi delle
aree interne praticano forme di pendolarismo di lungo periodo. Si va fuori, ma si torna: si mantiene un’attività
in paese, un’associazione culturale, si studia a Milano e poi si intraprende in un’altra area interna, magari in
Sardegna. I mercati del lavoro sono diventati molto più grandi, favoriti dalla mobilità: le aree interne fanno
parte di un unico sistema nazionale, con poli che aggregano di più e zone che aggregano di meno. Non
è un modello alternativo nel senso che, purtroppo, la “macchina dell’infelicità” opera tanto nelle aree interne
quanto nelle città, si tratta di un fenomeno che va letto in relazione reciproca tra i due contesti. Forse è proprio
la crescente incapacità delle città di assorbire chi arriva il motivo per cui oggi si riscoprono le aree interne: in
città non si arriva più, o se ci si rimane si lavora ma non basta per vivere. L’alternativa, per molti, sta tra il restare
precari in un lavoro subordinato in città, magari con settecento euro al mese, oppure nel tornare a recuperare,
per esempio, il mulino del proprio nonno nel paese d’origine, ma in autonomia, non “a padrone”.

Autore

Filippo Tantillo, ricercatore esperto di politiche del lavoro e dello sviluppo. Autore, tra gli altri, di L’Italia lontana
(2022), L’Italia Vuota (2023), Riabitare i vuoti (2026), e autore di vari film tra cui Ritorno al Tratturo (2026)