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N.2 - Tutte le lotte sono di classe

Nella lotta di classe non si pareggia

A dodici anni dalla pubblicazione di “La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi. Vero!” – titolo ispirato dalla celebre frase del miliardario Warren Buffet – l’autore fa un bilancio del quadro drammatico delle disuguaglianze nel mondo. In questa fotografia, Marco Revelli smette di parlare semplicemente di ricchi, e comincia a parlare di oligarchi diventati profeti della religione del Dio denaro.

Che le diseguaglianze crescessero con il passare degli anni, contraddicendo ogni ottimismo neoliberista, ce ne eravamo accorti anche senza consultare gli indici di Gini. Per tutto il primo quarto del nuovo secolo, la megamacchina globale del capitalismo iperfinanziarizzato che ha sostituito il “vecchio” capitalismo industriale di matrice fordista che aveva dominato il ‘900, è andata accumulando in misura crescente ricchezza “in alto”, a favore del 10% di popolazione mondiale più ricco, e deprivando in forma sempre più feroce la parte più povera. Ovunque, a cominciare dal “centro dell’Impero” fino alle sue semi-periferie (noi compresi).

Già alla metà del secondo decennio del secolo, negli Stati Uniti, al riemergere dalla devastante crisi dei “sub prime”, la iper-upper class appariva come l’unica beneficiaria dello sviluppo: le famiglie a reddito alto o altissimo sono state le uniche ad aver visto i propri beni patrimoniali crescere in misura esponenziale tra il 2001 e il 2016, con un aumento del 33% rispetto ai precedenti valori mediani; mentre le famiglie a medio reddito hanno visto il loro “patrimonio netto mediano” diminuire del 20% e quelle a basso reddito hanno registrato una perdita del 45%! E nel decennio successivo quel processo si è ulteriormente accelerato. L’indice di Gini relativo alla distribuzione della ricchezza patrimoniale fa registrare per gli Stati Uniti, nel 2024, la cifra record di 0,75 punti (è utile ricordare che nel Gini’s Index l’indicatore “0” esprime una distribuzione perfettamente paritaria, tutti hanno la stessa quota di ricchezza, mentre l’indicatore “1” rappresenta l’assoluta diseguaglianza).

Ma noi – noi Europa, noi Italia, la parte di mondo dove sembrava che una qualche pratica redistributiva fosse stata operante, non stiamo meglio: la Germania fa segnare un valore pari a 0,67, la Francia 0,57, l’Italia 0,54… E poi, worldwide, 0,85 per il Brasile, 0,82 per la Russia, 0,81 per il Sudafrica e gli Emirati Arabi, 0,75 per la Svezia (la Svezia! Ricordate la sua mitica socialdemocrazia?). L’indicatore aggregato per il pianeta intero batte tra gli 0,75 e gli 0,80 punti.

Di tutto questo eravamo informati (come non esserlo?). Sapevamo che «il 10% più ricco possiede il 75% della ricchezza globale e guadagna più del restante 90%, mentre la metà più povera detiene appena il 2% della ricchezza». Che lo 0,001% più ricco «controlla una ricchezza tre volte superiore a quella della metà dell’umanità». Che «i paesi ricchi si accaparrano il 69% della ricchezza globale, pur rappresentando solo il 21% della popolazione». Così come ci era stato detto in tutte le lingue che «il 10% più ricco emette 24 tonnellate di CO2 pro-capite l’anno, contro le 5 tonnellate del 50% più povero». E che «il Sud del mondo riceve solo il 21% del reddito da lavoro, nonostante rappresenti il 90% della forza lavoro globale». Lo sapevamo e forse ci eravamo persino assuefatti, rassegnati. Consapevoli che «la lotta di classe esiste, e l’hanno vinta i ricchi».

Poi, però, è arrivato come da rito l’ultimo Rapporto Oxfam, intitolato emblematicamente Nel baratro delle diseguaglianze, a risvegliarci come uno schiaffo in pieno viso. Ci informa che oggi 12 “uomini d’oro” collocati sulla cuspide del mondo possiedono, da soli, quanto altri 4 miliardi di abitanti del pianeta schiacciati sul livello più basso. Dice anche che la ricchezza posseduta da tremila miliardari globali ha rag- giunto la dimensione di 18,5 trilioni di dollari, l’81% in più rispetto a cinque anni fa. E che nell’ultimo anno, tra il 30 novembre 2024 e il 30 novembre 2025, i loro patrimoni sono aumentati a un ritmo tre volte superiore al tassomedio annuo registrato nei cinque anni precedenti.

Ma la notizia sconvolgente è quella di quei 12 uomini – tutti maschi, quasi tutti bianchi – che pesano come la metà esatta dell’umanità. E che per tutta l’umanità decidono. Sono indicati per nome e cognome, per dimensione dei rispettivi patrimoni, e per settori in cui sono concentrati i loro “asset”.

Ci sono, naturalmente, Elon Musk e Mark Zuckemberg, rispettivamente primo con 497 miliardi di dollari e sesto con 223. C’è Jeff Bezos, 254 miliardi, Bernard Arnault imprenditore del lusso, 183 miliardi, Warren Buffett, 152 miliardi. E poi Larry Ellison, fondatore e presidente di Oracle, 320 miliardi, Rob Walton, figlio del fondatore di Walmart, 123 miliardi, Larry Page, 232 miliardi, e Sergey Brin, 215 miliardi, entrambi co-fondatori di Google, Jensen Huang, 176 miliardi, amministratore delegato di NVIDIA, Michael Dell, 155 miliardi, fondatore e CEO di Dell Inc., e infine Steve Ballmer, anche lui ex CEO Google, 156 miliardi. Una metà di loro ha la proprietà diretta di gran parte del sistema mediatico globale. Gli altri ne sono coinvolti più o meno indirettamente. Tutti insieme non hanno solo le mani sulle nostre borse, ma anche sulle nostre menti.

In un contesto siffatto parlare di Democrazia rischia di apparire un non-senso. Un’atroce illusione. In un mondo in cui il dislivello di potenza è tale che 12 individui “valgono” quanto l’esatta metà degli abitanti del pianeta, la parola stessa “Democrazia” appare priva di significato. Quale Demos, se tutto il Kratos è concentrato in poche mani? Il concetto stesso di “popolo” diventa un’astrazione, un “significante vuoto” sostituito da quell’altra entità, quella sì per sua natura astratta, ma non per questo meno ferocemente operativa nelle vite reali, che è il Denaro. L’“equivalente generale” che nella lettura di Karl Marx costituisce “l’espressione più alta dell’alienazione”: il grande feticcio che riducendo i rapporti umani a mere relazioni tra cose (merci) si afferma, totalitariamente, come “potenza estraniata dell’umanità” perché nessuno è più “ciò che è”, ma “ciò che ha”.

«Che diamine! Certamente mani e piedi e testa e di dietro, questi, sono tuoi! E pure tutto quel di cui frescamente godo è perciò meno mio? Se io posso comprarmi sei stalloni, le loro forze non sono mie? Io ci corro sopra e sono un uomo più in gamba, come se avessi ventiquattro piedi». Questa è la verità, tanto evidente quanto indicibile, che Mefistofele rivela al Faust di Goethe, e che Marx chiosa così: «Ciò ch’è mio mediante il denaro, ciò che io posso, cioè può il denaro, comprare, ciò sono io, il possessore del denaro stesso. Tanto grande la mia forza quanto grande la forza del denaro. Le proprietà del denaro sono mie, di me suo possessore: le sue proprietà e forze essenziali. Ciò che io sono e posso non è, dunque affatto determinato dalla mia individualità. Io sono butto, ma posso comprarmi le più belle donne. Dunque non sono brutto, ché l’effetto della bruttezza, il suo potere scoraggiante, è annullato dal denaro. Io sono, come individuo, storpio, ma il denaro mi dà 24 gambe: non sono dunque storpio. Io, che mediante il denaro posso tutto ciò che un cuore umano desidera, non possiedo io tutti i poteri umani? Il mio denaro non tramuta tutte le mie impotenze nel loro contrario?»

Questo, ci dicono i numeri, e dovrebbero confermare i filosofi (se fossero onesti) è oggi il potere che domina il mondo: una potenza estraniata. Un “feticcio”, un gigantesco cumulo di cose che “magicamente” assume sembianza di persone e domina le vite degli uomini, di tutti gli uomini, dell’intera umanità, privando ognuno del possesso di sé. Le mort qui saisit le vif, appunto.

Autore

Marco Revelli, politologo, giornalista e saggista italiano. Autore di La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi”. Vero! (Laterza, 2014)