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Mini Claim è il modo in cui Claim sceglie di stare nelle piazze, in formato tascabile, per poter essere letto e distribuito massivamente.
Come Claim è una rivista lenta e di approfondimento, per incontrarci attraverso la carta anche durante le lotte.

il corpo
queer
è di chi
lo abita

Se il riduzionismo di classe è la teoria socio politica che riconosce nella diseguaglianza economica la causa di tutte le forme di oppressione, è possibile ribaltare la visione in senso critico, affermando che la lotta al capitalismo comincia se lo riconosciamo come sistema socialmente disfunzionale che si auto alimenta a partire da tutte le disuguaglianze. Che si disarticolano subdole in ogni spazio della nostra quotidianità, e che sono conseguenza di un’accumulazione delle ricchezze partita dall’esproprio dei lavoratori dai loro mezzi di sussistenza.

La classe lavoratrice viene ulteriormente frammentata dalle gerarchie fondate su genere, “razza” ed età. Su queste divisioni si sono acuite le ferite che hanno sistematizzato lo sfruttamento, la trasformazione e il controllo dei nostri corpi.

Il corpo queer è di chi lo abita parte da qui, dalla paura delle lotte e dall’accanimento dei persecutori, verso nuove ma antichissime forme di organizzazione intersezionale per organizzare la rivolta. Per dare corpo a una intifada queer.

Che la lotta per una vita degna riparta dai corpi queer, corpi indisciplinati, corpi lavoranti, corpi assoggettati alle dinamiche di potere.

Il Mini Claim è uno strumento per stare, fisicamente, nelle piazze. Per approfondire, con sguardo critico, le battaglie che le animano. È una versione ridotta della rivista Claim, edita da Filcams Cgil, tascabile e condivisibile nei cortei. Per informare e per dire poche cose, ma chiaramente. Con lo sguardo di Lucia Caponera sulle discriminazioni che subiscono le persone della comunità LGBTQIA+ sul luogo di lavoro; il dialogo tra Jonathan Silvestro e Federico Zappino sulla centralità della lotta di classe nella rivolta queer contro i neofascismi; e la testimonianza di Geremia Trinchese e JUPI su queerness e tradizioni.

Ci trovate nei pride di tutta Italia.

Buona lotta.

I movimenti LGTBQIA+, con il loro portato dirompente, nel corso dei decenni dai margini si sono spostati occupando il centro della scena. Da non essere neanche nominate, o peggio dall’essere vessate, arrestate, picchiate (condizioni che continuano ad esistere in molti Paesi e in forme disparate), le persone LGTBQIA+ sono passate in pochi decenni al centro del dibattito. Le nostre istanze e rivendicazioni, dalle assemblee e dalle piattaforme sono passate nel corso del tempo nei programmi elettorali dei partiti, nelle notizie dei TG, nelle agende politiche; sono diventate motivo di scontro o incontro, perfino catalizzatrici di consenso elettorale per le destre.

Le nostre identità, i nostri corpi, i nostri desideri sono diventati argomenti divisivi, attorno ai quali tutti si sentono chiamati ad esprimersi, come in una consultazione referendaria: sì/no.

Negli ultimi tempi, con l’ascesa delle ultra destre nel mondo, negli Usa e in Europa, le (insufficienti) conquiste ottenute sono a rischio. Come persone queer, qual è l’orizzonte politico in cui muoverci, in questa nuova ristrutturazione del capitalismo, durante questa crisi economica e sociale?

Ne abbiamo parlato con Federico Zappino, filosofo politico, teorico queer, attivista e traduttore.

JONATHAN SILVESTRO C’è stata una fase, durata qualche decennio, in cui le forze democratiche-progressiste erano al Governo nei principali Paesi occidentali. In Italia, centro-sinistra e riformisti sostenevano istanze di uguaglianza e inclusione; negli Usa era lo stesso. La fase ora è cambiata in termini di politiche, dibattito, perfino di tutele e leggi. Con l’ascesa delle forze di estrema destra nel mondo, con l’attacco frontale alle soggettività trans*, ma anche alla comunità in generale, alle famiglie omogenitoriali, in atto in tutto il mondo. Come sono cambiate le forme di mobilitazione e interlocuzione?

FEDERICO ZAPPINO Di fronte alle trasformazioni globali, ai movimenti transfemministi e queer, alle migrazioni, tutte “minacce” per lo Stato-nazione, si respira da tempo un vento di cambiamento, un cambio di passo nell’esercizio del potere, un ridiventare straight del mondo contro germogli di cambiamento sociale ritenuti potenzialmente pericolosi, che mettono in crisi una serie di strutture etero-patriarcali, binarie e bianche. Anche i confini si intensificano. Qualche anno fa, Orbán disse che il principale obiettivo dell’Europa sarebbe dovuto essere quello di crescere giovani che avessero a cuore il desiderio di fare famiglia (etero, ovviamente) per arrestare il calo delle nascite e la presunta minaccia demo grafica rappresentata dalle migrazioni. Questo discorso è molto comune nel neo-conservatorismo globale.

JONATHAN SILVESTRO Che senso ha fare Pride, fare militanza in questo mondo quindi?

FEDERICO ZAPPINO Di fronte a noi abbiamo forme di potere molto più schiette. Le formazioni di centro-sinistra erano nostre alleate su temi come il matrimonio e, più in generale, i diritti civili. Ma non ci seguivano se si parlava di rapporti di classe, istanze queer o transfemministe più ambiziose. Oggi non abbiamo quasi nessun alleato, abbiamo anzi nemici che utilizzano poteri dello Stato per rifondare una nazione coesa, etero-patriarcale, bianca. Il nemico che abbiamo di fronte è ovvio: è l’autoritarismo. Il rischio, però, è di pensare che il suo correttivo sia il neoliberismo, o il liberalismo. Se la nostra lotta non è intersezionale, se non riesce a leggere neoliberismo e neoconservatorismo come due facce della stessa medaglia, allora non ha senso. L’estrema destra attuale non è che il prodotto storico del capitalismo neoliberista, perché si innesta sulle sue promesse mancate. Si era presentato come “inclusivo”, come un capitalismo che avrebbe integrato in sé gli aspetti più nobili della democrazia liberale. Ma in realtà non ha mai sovvertito le matrici delle disuguaglianze: ha solo “incluso”, cioè ha concesso qualche diritto in un sistema strutturalmente disuguale. Le vit torie elettorali di Trump nel 2016 e nel 2024 hanno fatto leva, ad esempio, sul risentimento maschile e bianco. Volgendo lo sguardo all’Europa, il bersaglio dell’autoritarismo sono le minoranze etniche, di genere, di classe. Le destre europee si sono compattate
nel contrasto all’Unione Europea – la stessa che, nel 2016, spinse l’Italia a legiferare sulle unioni civili – narrata come una minaccia totalitaria che vuole imporre un’unica visione, erodendo la sovranità nazionale.

JONATHAN SILVESTRO A volte le istanze legate ai diritti civili, come matrimonio egualitario e adozione, vengono derubricate da alcune aree dei movimenti come forme di sussunzione. È un pericolo vero?

FEDERICO ZAPPINO Quando la politica parla di matrimonio lo fa passare solo come una questione di pari dignità. Ma il suo riconoscimento è anche una questione di classe. Quando mai abbiamo sentito dire che questa disuguaglianza, rispetto alle coppie etero, è anche una disuguaglianza economica? Fino alla legge sulle unioni
civili, solo le coppie gay e lesbiche più ricche potevano permettersi di pagare notai e avvocati per mettere al riparo case e proprietà in caso di morte del partner. Quindi le unioni civili sono state molto importanti anche dal punto di vista di classe. Detto questo, la mia idea è che le rivendicazioni dei movimenti dovrebbero andare anche oltre un dibattito già impostato da altri. La militanza funziona quando ha grandi sfide davanti a sé. Il legislatore non può che correggere una discriminazione, ma non tocca a lui gettare il cuore oltre l’ostacolo. Tocca ai movimenti.

Quando la politica parla di matrimonio lo fa passare solo come una questione di pari dignità. Ma il suo riconoscimento è anche una questione di classe

JONATHAN SILVESTRO Attualmente c’è un tentativo di alcune forze conservatrici di appropriarsi di temi storicamente legati alle donne e alle minoranze. Il femonazionalismo, di cui Marine Le Pen è stata espressione molto prima di Giorgia Meloni, è un esempio. Negli Usa ci sono gruppi che rivendicano di non essere LGBTQIA+, pur essendo omosessuali. In Italia Francesca Pascale, ex di Berlusconi e parte di Forza Italia, ha fondato insieme ad altre persone il movimento “Gay conservatori e liberali”. Secondo te hanno uno spazio di agibilità? Dobbiamo preoccuparci?

FEDERICO ZAPPINO Da tempo, in Europa, discorsi presuntamente femministi o LGBTQIA+ si appropriano del tema della sicurezza o della violenza di genere in chiave anti-migratoria. In un Paese conservatore come l’Italia, la destra è riuscita a battere la sinistra sulla rappresentanza femminile: con Berlusconi ci fu la prima donna Presidente del Senato e Meloni è la prima donna Presidente del Consiglio. Ma il punto è che essere una donna, così come essere gay, o trans, non è di per sé una garanzia politica, e dirlo mi costa molta fatica. A fare la differenza è solo quello che fai, come metti a tema la tua oppressione per rendere il mondo un posto migliore,
per chiunque. Quindi sì, hanno spazio di manovra, il problema è capire quale alternativa siamo in grado di opporre. Siamo di fronte a uno scontro epocale. Ma la soluzione non va ricercata nella causa del male, bensì nella sua opposizione. E ciò significa che dobbiamo sovvertire le matrici di produzione delle disuguaglianze, tutte,
quelle di genere e sessuali, quelle razziali, quelle di classe. Cosa significhi, concretamente, sovvertirle lo deve dire la militanza.

Autori

Di Jonathan Silvestro, Federico Zappino

In questa parte di mondo, che ruota intorno ai dettami e alle asimmetrie di potere, dove l’eteronormatività risulta essere un dispositivo garantista e rassicurante, l’accesso al lavoro non è uguale per tutte le persone. La discriminazione nei confronti delle soggetti vità LGBTQIA+ esiste e persiste. Nonostante i passi avanti normativi, come la direttiva europea 2000/78/CE, recepita in Italia con il D.lgs. 216/2003, i dati e le esperienze dirette evidenziano barriere concrete, che vanno dall’assunzione fino ai percorsi per fare carriera.

In Italia non esiste una legislazione che riconosca i crimini d’odio basati su orientamento e identità di genere e che possa svolgere una funzione culturale e pedagogica. Senza di essa, il messaggio percepito a livello sociale è che le discriminazioni delle persone LGBTQIA+ siano “meno gravi” rispetto ad altre forme d’odio, come quello razziale o religioso. Da un lato tutele solide, specifiche e ben collaudate all’interno del perimetro del diritto del lavoro, dall’altro vuoto normativo stringente nel diritto penale per quanto riguarda i reati d’odio e le discriminazioni fuori dal contesto occupazionale.

Il fulcro della legislazione italiana sui crimini d’odio è rappresentato dalla Sezione I-bis del Libro II del Codice Penale, che ha recepito all’interno del codice i contenuti della Legge Mancino (D.L. 122/1993).

L’Articolo 604-bis c.p. punisce la propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio. C’è un elenco delle caratteristiche protette, ma l’orientamento sessuale e l’identità di genere ne sono normativamente esclusi. La legge non prevede che queste aggravanti vengano applicate automaticamente alle aggressioni omo-lesbo-bi-transfobiche. Era esattamente questo che il Ddl Zan, pur con le sue evidenti lacune, mirava a modificare nel 2021; è esattamente questo che certa politica attendista e reazionaria ha scientemente affossato.

Allo sfruttamento lavorativo e alle barriere imposte dal mercato a danno delle persone LGBTQIA+, si aggiungono l’assenza di tutele, di riconoscimento e di precarietà abitativa

Il report della Gay Help Line, il contact center contro l’omotransfobia istituito da Roma Capitale nel 2006, ci consegna anche quest’anno una fotografia lucida e senza zone d’ombra. Il lavoro condotto, che riporta i dati del 2025, mostra come l’accesso al lavoro, la stabilità occupazionale, il riconoscimento dei legami familiari e il diritto alla cura siano condizionati dal grado di accettabilità sociale attribuito alle identità e alle relazioni delle persone.
La discriminazione in ambito lavorativo con il 33,87% di casi legati all’orientamento sessuale e l’11,29% motivati dall’identità di genere, è l’ambito che colpisce di più. Questi dati mettono in luce una realtà complessa, senza infingimenti – si legge nel report – secondo la quale la discriminazione non è mai un fenomeno isolato, ma l’effetto di più vulnerabilità che si sommano.

E così il pregiudizio si trasforma rapidamente in un danno materiale ed economico concreto, colpendo con precisione quasi chirurgica chi è meno tutelato. Il report conferma che oltre 1/3 delle persone LGBTQIA+ in Italia ha subito discriminazioni sul lavoro in linea con la LGBTIQ Survey II della FRA, l’agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali. Le modalità principali includono la mancata assunzione/rinnovo, il mobbing, il ricatto e l’outing. La visibilità forzata, spesso legata alla discrepanza tra documenti ed espressione di genere, espone maggiormente alle logiche performative del mondo del lavoro, minando un diritto sancito dalla nostra carta costituzionale, secondo il quale lo Stato tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni.

Le persone transgender e non binarie rappresentano un’intersezione di vulnerabilità e marginalità in cui, allo sfruttamento lavorativo e alle barriere imposte dal mercato, si aggiungono l’assenza di tutele, di riconoscimento, la precarietà abitativa e l’assenza di reti di protezione. Tutte condizioni che rendono il confine tra lavoro povero, sfruttamento e abuso estremamente sottile. Abuso che è sinonimo di lassismo in questo caso; un agente innescato da politiche inefficaci e risorse sempre meno sufficienti. L’Indagine sulle discriminazioni lavorative nei confronti delle persone trans e non binarie condotta da Istat e Unar – Ufficio nazionale antidiscriminazioni
razziali – nel 2023, riporta un dato incontrovertibile: il 57,1% delle persone occupate o ex-occupate che hanno partecipato all’indagine ritiene che la propria identità di genere trans o non binaria abbia costituito uno svantaggio nel corso della vita, passando da misgendering, microaggressioni e insulti. Situazioni che hanno un impatto devastante sul quotidiano e che acuiscono e alimentano minority stress e invisibilizzazione delle identità. E poi c’è il sommerso, che ci ha abituati a non vedere, a non ricordare. Proust direbbe che viviamo con il nostro essere ridotto al minimo e che la maggior parte delle nostre facoltà restano addormentate riposando sull’abitudine. Destarsi significa ascoltare. Margherita – nome di fantasia – è una donna transgender di 32 anni e mi racconta che è ancora in attesa di una convocazione per avviare la richiesta di protezione internazionale. Vive in un limbo da 5 mesi. Nel suo paese di origine la terapia ormonale per intraprendere un percorso di affermazione di genere non è consentita.

Le persone “come lei” rischiano la vita. La vita scorre lenta nel guazzabuglio di norme e potere.

Autore

Di Lucia Caponera

Il 9 maggio a Torre Annunziata è stata festa grande: a Palazzo Glicine – nel quartiere di Pruvulera – la mamma Delfina Faraglioni e il papà Gennaro Martagliati, che nove mesi prima si erano sposati come tradizione vuole a Quartiere dei Pescatori, con un parto lesbico e trans hanno finalmente dato vita alla criaturacriaturo, bambolottabambolotto CiroCiretta: lə bambinə preferitə di tutta la città. E allora feste, musiche, banchetti, campane, drappi e drappeggi: da Palazzo Glicine fino al mare. E di nuovo dal mare fino a Palazzo Glicine. Benedizioni, buoni raccolti, buone campagne, buon sesso, buon vino, buon cibo e tanta felicità. Tutte e
tutti possono essere contente e contenti: questə bambinə non è una muscolessa, palestrata, macista e bastarda. Questə bambinə è un’altra cosa: è beneficio e abbondanza. Questə bambinə è per la città di Torre e alla città di Torre porta fortuna. Questə bambinə è femminella!

«E allora auguri! Auguri e Figli Femminelle!»

Quando JUPI – nelle vesti di Delfina – mi racconta il rito della Figliata, la cosa che incredula passa più tempo a descrivere è l’atmosfera di festa e di gioia con cui la comunità di Torre Annunziata ha accolto il parto di CiroCiretta, bambolotto femminella. Lo ripete più volte: i musici; i tammurrianti; ballanti; curiosi. Banchetti e
balli, balli e banchetti. E ancora balli e banchetti, banchetti e balli.

JUPI è una delle fondatrici di Korybass, collettivo artistico fondato a Napoli nel 2023 ispirato alla tradizione dei Coribanti, sacerdoti della dea della natura Cibele venerata sul Monte Partenio, conosciuto oggi per la juta delle femminelle, e descritti da Korybass come «un gruppo gender-non-conforming che sfida le norme sociali di qualsiasi epoca; un mix tra rito religioso, intifada queer e performance art». Korybass da un anno porta avanti le tradizioni del calendario femminiello, dopo esser stato scelto e riconosciuto dall’associazione Afan (Associazione Femminelle Antiche Napoletane) come movimento tramandatario. Nella storia dei movimenti campani e nella cultura delle ‘femminelle’ i gruppi riconosciuti sono sempre stati tre: le femminelle di montagna; le femminelle
di campagna; e le femminelle di mare. Napoli, e Torre Annunziata, ospitano e accolgono le femminelle di mare. E il loro calendario di eventi e pratiche di comunità:

Lo sposalizio (a settembre);
La morte di Carnevale;
La figliata (9 mesi dopo lo sposalizio);
E il passaggio di testimone, il rito in cui la sposa e mamma dell’anno
porta con una festa a conoscere il bambino partorito a colei che
sarà la nuova sposa e la nuova mamma.

In questo momento siamo in un vortice di eventi e domande storiche e terminologiche a cui siamo noi a dover dare significato e risposta

Korybass è iniziato come un polo in città per talk, eventi e performance, e nell’ultimo anno ha svolto un lavoro di ricerca e dialogo non solo con il futuro – descritto da JUPI come quello che ‘auspicabilmente si potrebbe e speriamo tutte che si potrà’ – ma con il passato e le tradizioni che le comunità prima di noi hanno costruito. Un
passato da scandagliare, dice. Scandagliare nel senso che «il sogno di connettersi con un patrimonio culturale è diventato necessità di riappropriarsene», di dire a chi ci guarda che siamo tutte vive, belle e in salute. «Siamo diverse, elettroniche, nate dal mare e cemento. È vero. ‘Le femminelle di città, le femminelle urbane’ ci hanno detto scherzando. Forse però è vero».

Quest’anno la sposa e mamma è stata JUPI, interpretando il rito storico nelle vesti di Delfina, e lo sposo e padre è stato Amber, nelle vesti di Gennaro. «Questi eventi, sia il matrimonio che la figliata, non succedevano da 16 anni», mi dice JUPI, raccontandomi di come la tradizione si fosse fermata e di quanto sia stato difficile lavorare un anno per riprenderla.

«Ci abbiamo provato, non con pochi clash culturali. Ma ci hanno chiesto di essere istruite a recuperare il calendario femminiello, e noi lo abbiamo fatto. Rispettando la tradizione e a modo nostro riscrivendole: allo sposalizio c’ero io, JUPI, come sposa, e lo sposo era un’altra persona femminella, non l’uomo CIS muscoloso che l’ironica tradizione vuole. Noi abbiamo fatto il matrimonio TxT lesbico, rivoluzionando lo sposalizio. Ed è stata la stessa cosa per La Figliata, dove tutto il cast di parenti, amiche, sorelle e partecipanti era composto da persone trans e gender-non-conforming. Lo abbiamo fatto perché ne sentiamo la responsabilità: in questo momento siamo in un vortice di eventi e domande storiche e terminologiche a cui siamo noi a dover dare significato e risposta». Ad esempio, «prima del rito abbiamo fatto un babyshower, che ovviamente non è previsto dal calendario femminiello. Per noi però era importante per festeggiare il fatto che dal parto non nascesse né un maschio e né una femmina, ma CiroCiretta. Nell’iconografia del calendario nasce un maschietto caratterizzato da un grande fallo di legno a significare l’abbondanza. Ma per noi anche l’abbondanza è un’altra cosa».

Napoli si svuota e così finiamo per condannarci a svuotare le identità delle persone che sono qui che o si perdono e si omologano o se ne vanno a mescolarsi altrove

Tutto è per una questione di identità. Di identità propria e della città. «Napoli si riempie ogni giorno di più di cose che vengono da fuori e si svuota di tutto quello che ha sempre avuto dentro, così si svuotano tutte le tradizioni che le persone di Napoli hanno sempre portato avanti. E finiamo per condannarci a svuotare infine le identità delle persone che sono qui che o si perdono e si omologano o se ne vanno a mescolarsi altrove. Noi invece vogliamo riprenderci il nostro spazio». Ed è per questo che la parola femminella, che porta con sé un significato profondo e sacrale, viene trattata con enorme rispetto.

«Siamo in un momento in cui le parole vengono svendute, usate e modificate a piacere. Ogni giorno c’è qualcuno che parla dell’ultima femminella, affibbiando questo ruolo una volta a una persona e una volta a un’altra. Ma qui non c’è fine, non c’è morte e, soprattutto, non c’è ultimo: le femminelle esistono e stanno bene. Ed esisteranno per sempre. Finché ci sarà una femminella esisterà Napoli, finché esisterà Napoli ci sarà una femminella. Non può essere diversamente».

Questi riti si fanno a cavallo con l’arrivo delle nuove stagioni, arrivano dall’antica Grecia e avvengono diversamente, in diverse parti del mondo, chiamati in diversi modi. Tutti però con la stessa missione: attraverso il ribaltamento, attraverso il nuovo, portare un beneficio, portare abbondanza. Urlare ‘auguri’ e ‘buona fortuna’ alle persone e ai campi che ascoltano. Così che, attraverso la mimesi di chi è femminella, della persona che contiene in sè maschile e il femminile, si rinasca in qualcosa di nuovo.

Il mondo che guarda alla tradizioni come qualcosa che riporta all’ordine patriarcale è un mondo finto. E questo mondo ci stava inscatolando, facendo male, uccidendo. Mentre parliamo, sorridendo, concordiamo sul bisogno di un mondo nuovo che da qualche parte c’è già e che scavando, «scandagliando», può essere ritrovato. Concordiamo sul bisogno di parole nuove. Di significati nuovi.

E allora che il mondo nuovo sia adesso, che il mondo nuovo sia il nostro: auguri e figli femminelle!

Autori

Di Geremia Trinchese, Jupi

Direttore:

Gabriele Bartoloni

Vicedirettore:

Mosè Vernetti

Ideazione e supervisione generale del progetto:

Edoardo Bucci e Cecilia Pellizzari

Redazione:

Giada Arena
Leonardo Bianchi
Annaflavia Merluzzi
Filippo Zingone

Progetto grafico e impaginazione a cura di:

Lola Giffard-Bouvier, con il supporto di Frita

Con i contributi di:

Lucia Caponera, Ottavia Cernuschi, JUPI, Jonathan Silvestro, Geremia Trinchese, Federico Zappino

Foto di:

Francesco Minniti

Copertina e infografica di:

Lola Giffard-Bouvier

Supervisione per la stampa di:

Dario Iori

Editore:

FILCAMS CGIL NAZIONALE
C.F.: 80185530583

Rappresentante legale FILCAMS CGIL NAZIONALE:

Fabrizio Russo

Registrazione Tribunale di Roma:
  1. 122/2025
Direttore responsabile:

Gabriele Bartoloni

Stampa:

O.GRA.RO. S.r.l

Vicolo dei Tabacchi, 1 – 00153 Roma

Chiuso in tipografia:

15 Giugno 2026

Un ringraziamento speciale a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori della Filcams.
Una rivista edita da:
Progetto e supervisione editoriale a cura di: