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Mini Claim è il modo in cui Claim sceglie di stare nelle piazze, in formato tascabile, per poter essere letto e distribuito massivamente.
Come Claim è una rivista lenta e di approfondimento, per incontrarci attraverso la carta anche durante le lotte.

SARÀ
UNA
BELLA
LOTTA

Claim deve molto a Spin Time, ed è al fianco della sua comunità che rimarremo fino a che non vinceremo questa lotta. È qui che continueremo a immaginare mondi nuovi e parole diverse per interpretare e descrivere ciò che ci circonda. È qui che scegliamo di essere per capire come stare in un mondo dove l’alleanza tra estrema destra e oligarchia capitalista continua a umiliare i fragili in ogni angolo del pianeta. Siano questi migranti, lavoratori poveri o giovani precari.

È in questa strada che rimaniamo, perché la partita è ancora aperta. Qui «un altro mondo è» ancora «possibile e necessario», come si legge sullo striscione appeso sopra il cancello rosso che per oltre un mese è stato sotto il perenne controllo delle forze di polizia. È qui che «La lotta continua».

Il primo numero di questa rivista lo ha aperto Ken Loach usando proprio queste tre parole, nonostante intorno a noi tutto il mondo bruci, nonostante sia sempre più difficile trovare la forza per continuare a lottare. Lui, così come tanti altri autori e autrici di Claim, lo abbiamo incontrato dentro quelle mura. In tanti negli anni, e da tutto il mondo, sono venuti a conoscere il palazzo. In tanti ne hanno parlato, con film, reportage, disegni che a volte lo raffiguravano come un’arca che naviga nei mari dell’indifferenza, a volte come una fortezza che difende i più fragili da un mondo che li ha rifiutati.

Dalle fiamme del 29 luglio a Spin Time si sta svolgendo una lotta contro il tempo. Un tempo di sconfitte, in cui il riscatto collettivo è soppiantato dalla prevaricazione reciproca, in cui gli spazi vitali sono sempre meno. Un tempo che ci vuole gli uni contro gli altri.

Per questo il corteo di oggi non rappresenta soltanto il tempo di Spin Time. È il tempo di chi vuole credere che sia possibile vivere in uno spazio urbano in cui i diritti di chi lo abita non siano gentili concessioni – né effetti collaterali – di una speculazione più ampia che decide i parametri del benessere, ma siano invece le fondamenta di città e comunità realmente democratiche. Destre neofasciste e grandi capitali finanziari schiacciano mondi alternativi in un rullo compressore a doppio taglio. Prima si specula su un diritto fondamentale – quello ad avere un tetto sopra la testa – trasformandolo in un asset finanziario. Poi quello stesso diritto viene negato attraverso la repressione, la stigmatizzazione e la marginalizzazione. Eppure, in Via di Santa Croce in Gerusalemme 55, non si difende soltanto il diritto alla casa. Dentro quelle mura, e nell’immaginario di chiunque abbia attraversato lo spazio, si è fatta strada l’idea che forse, insieme alla casa, ci stanno sottraendo molte altre cose fondamentali per vivere una vita dignitosa e libera. E quello che preoccupa chi ci governa è che una volta cacciate, queste idee, queste persone, non si sono dissolte. Forse proprio per questo non abbiamo ancora letto Piantedosi, Meloni o Salvini rivendicarsi una vittoria. Magari per paura che un eventuale successo della trattativa per l’acquisto del palazzo potesse, o possa tutt’oggi, essere considerata una loro sconfitta politica.

Il ministro degli Interni è quello che ha definito «carico residuale» le persone innocenti morte a pochi metri dalle nostre coste, e non ha mai perso l’occasione di minacciare le famiglie di Santa Croce, e i quasi cento minori, di dover essere sbattuti per strada. E ancora lo scorso Gennaio, ne lui ne Fratelli d’Italia o la Lega si sono sottratti dal cavalcare l’onda di Torino per provare a incassare un altro risultato sulla pelle di una comunità. Ora che avrebbero finalmente un’occasione per farli tornare a casa loro, devono essere sconfitti. Possono essere sconfitti. Non vogliono che il senso di Spin Time venga riconosciuto e tutelato. Hanno bisogno di cancellare la possibilità che le forme di espressione, di solidarietà e lotta emerse nei 26 giorni in cui abbiamo lottato, notte e giorno, in Via della Resistenza di Spin Time 55, possano continuare a vivere dentro quel palazzo.

Lì dentro oggi, a presidiare il cancello c’è la banalità del male: la normalità di un sistema che ha oltrepassato la linea che la città democratica è disposta difendere, e che mette l’interesse privato davanti a quello dell’intera città. È il confine tra chi è legale e chi non lo è, ed è la lotta a determinare quanto e fino a dove si sposterà.

Dal 29 luglio siamo usciti, ci hanno costretti a uscire, lasciando famiglie, lavoratrici, lavoratori, il vicinato e la città intera a dover dare una dimostrazione di umanità alla destra che cavalca la rabbia di chi quell’umanità la sta perdendo. Dentro quelle mura c’era tutto quello che non piace alle destre, ma che la sinistra non ha il coraggio di ricomporre. Dai preti solidali ai rave, dai sindacati ai collettivi. E Spin Time continua a vivere in tutte e tutti coloro che, nelle diversità, hanno una cosa in comune: non abbassano la testa.

Chiunque si candidi a guidare una coalizione sociale contro le destre non lasci da sole questa piazza, questa comunità, la città, il Sindaco e il Comune di Roma nel tentativo di tutelare questa esperienza una volta per tutte ma non solo, nel replicarla e nel farla vivere ovunque. Il grido che viene dalla manifestazione a difesa del palazzo è anche questo: Uscite. Uscite dalle vostre bolle, dalle strategie di coalizione e, a partire da qui, concordando su una cosa semplice e rivoluzionaria: la casa è un diritto fondamentale e inalienabile per l’esistenza di ogni essere umano.

Impariamo dalla creatività di chi lotta per costruire un’altra idea di vivere comune.

Sarà una bella lotta

Dopo lo sgombero di Spin Time e il (provvisorio, speriamo) fallimento della trattativa per la vendita con Investire SGR, si è aperto un dibattito che riguarda il futuro della città. Come si distribuiscono le risorse pubbliche, quali forme di abitare vogliamo sostenere, che valore attribuiamo alle comunità che costruiscono welfare e, soprattutto, come evitare che una vertenza particolare rimanga tale e possa invece diventare l’occasione per sperimentare politiche capaci di parlare a molti.

È a partire da queste domande che occorre focalizzare il punto di osservazione. Spin Time non è una parte di città da preservare contro il resto: è una molecola di città possibile. Il suo mantenimento non va letto soltanto come la soluzione positiva a una singola vertenza, ma come la possibilità di aprire un varco dentro un modo diverso di intendere le politiche urbane. Perché la discussione non riguarda solo la sorte di uno stabile o delle persone che lo hanno abitato: riguarda il riconoscimento di una forma di abitare capace di produrre relazioni, servizi, mutualismo, cultura e welfare comunitario. Se il Comune riconoscesse che la funzione sociale di un bene, il diritto all’abitare e il valore prodotto da una comunità possono orientare una scelta pubblica anche in presenza di interessi immobiliari e logiche di rendita, quel principio potrebbe iniziare a pesare anche nelle altre grandi scelte sulla città.

Non si tratta di pretendere che una città protegga una comunità contro le altre, ma di lavorare affinché una città sappia riconoscere nelle comunità una risorsa per tutte le altre. È la differenza tra una politica assistenziale e una politica trasformativa. Dal Dente Cariato ai Mercati Generali, dal Rialto alle grandi operazioni immobiliari, la questione è sempre la stessa: chi decide quale valore debba prevalere nelle trasformazioni urbane? Il valore finanziario dell’operazione? La rendita immobiliare? Oppure anche il valore sociale, culturale e abitativo prodotto dai territori e dalle comuni-tà che li attraversano? La risposta che proponiamo è che da Spin Time possa partire un salto evolutivo delle politiche pubbliche. Il riconoscimento del valore sociale, una volta affermato, non deve restare una valutazione ex post, un modo per risolvere un’emergenza quando il conflitto è ormai esploso, ma può diventare un criterio ex ante: un principio che guida la programmazione e ispira la trasformazione urbana prima che i progetti si decidano.

L’ambizione non è salvare Spin Time e poi tornare alla normalità: è usare Spin Time per cambiarla quella normalità

Ciò che oggi rende debole il soggetto pubblico di fronte ai privati, nei processi di rigenerazione, è un confronto strutturalmente impari. Da un lato, gli operatori privati dispongono di una capacità sofisticata di calcolo del proprio interesse economico: sanno quantificare rendimenti, rischi, margini, tempi di ritorno. Dall’altro, l’interesse pubblico resta un principio astratto, che si esprime quasi soltanto attraverso verifiche di conformità amministrativa in chiave difensiva, mai progettuale. Il privato sa esattamente che cosa vuole ottenere da un’operazione; il pubblico, nella migliore delle ipotesi, sa soltanto che cosa non può permettere.

Se invece riempissimo di contenuti il concetto di interesse pubblico, qualificandolo come l’insieme delle ambizioni di impatto sociale e ambientale che l’amministrazione intende generare su ciascuna porzione di città, le cose cambierebbero. Il valore sociale e quello ambientale diventerebbero due cose insieme: un parametro minimo, sotto il quale nessuna operazione di rigenerazione può avere luogo; e un criterio premiale, per selezionare i progetti in ragione di quale operatore intende concorrere con più efficacia e concretezza a generare i cambiamenti desiderabili.

Il salto che si propone è intendere il valore sociale come elemento di intenzionalità politica e strategica, non come vincolo formale. Un esempio concreto: se l’amministrazione intende ridurre le disuguaglianze e accrescere l’inclusione sociale, per ogni ambito di città interessato dalla rigenerazione potrà stabilire quanto ciascun progetto dovrà contribuire a quell’obiettivo complessivo, e non ammetterà progetti che non rispettino quel valore minimo. In fase di valutazione comparativa tra più proposte, potrà attribuire punteggi premiali a chi offre un impatto superiore. Di fatto, i privati che vogliono lavorare con il pubblico dovranno competere non solo sui valori economici, ma anche e soprattutto sul valore sociale.

L’obiezione prevedibile è che il valore sociale non si possa misurare con il rigore con cui si misura un rendimento finanziario. È un’obiezione datata. Le metodologie di valutazione d’impatto (teorie del cambiamento, indicatori di risultato, valutatori indipendenti) sono oggi mature, standardizzate e già impiegate dalla finanza a impatto in tutta Europa; le stesse imprese che sviluppano le grandi operazioni immobiliari pubblicano bilanci di sostenibilità con obiettivi quantificati. Il punto non è la misurabilità: è chi stabilisce che cosa misurare. Finché a definire gli indicatori è il privato, la misurazione serve alla rendicontazione; quando li definisce il pubblico, la misurazione diventa una politica. E gli strumenti amministrativi per farlo esistono già: i bandi, le convenzioni urbanistiche, gli oneri, i piani attuativi. Si tratta di riempirli con obiettivi di impatto espliciti, misurabili e vincolanti, ambito per ambito.

Non è un’utopia amministrativa: è ciò che il caso Spin Time rende finalmente pensabile. La stessa acquisizione dell’immobile potrebbe essere accompagnata da un contratto a impatto sociale, con obiettivi misurati da un valutatore terzo: il primo esperimento del criterio che qui si propone di generalizzare. Se il problema è che le risorse pubbliche sono scarse, allora la domanda non è soltanto se e perché spenderle qui, ma perché una città dovrebbe continuare a considerare il patrimonio immobiliare soltanto come una voce di bilancio, invece di interrogarsi sul valore sociale che può produrre. La mobilitazione di queste settimane ha mostrato che una vertenza nata da una comunità può diventare una questione cittadina e nazionale. L’ambizione, quindi, non è “salvare Spin Time” e poi tornare alla normalità: è usare Spin Time per cambiare quella normalità.

I privati che vogliono lavorare con il pubblico dovranno competere non solo sui valori economici, ma anche e soprattutto sul valore sociale

Se domani il Comune acquisisse l’immobile, la vittoria non sarebbe soltanto aver garantito continuità a una comunità che ha prodotto valore per la città, né solo aver dimostrato che un bene privatizzato può tornare a svolgere una funzione pubblica. Sarebbe l’apertura di una domanda più grande: che cosa può cambiare, dopo Spin Time, nel modo in cui Roma decide del proprio patrimonio, delle proprie trasformazioni e del rapporto tra interesse pubblico e rendita? È questa la sfida vera. Non chiedere che Roma faccia un’eccezione per Spin Time. Chiedere che l’esperienza di Spin Time contribuisca ad aprire una nuova stagione di politiche urbane nella quale il valore sociale non sia più l’argomento di chi resiste, ma il criterio di chi programma.

Autori

Di Chiara Cacciotti, Luigi Corvo

Walter Tocci

C’è un tipo di ricco che ha oggi raggiunto il prestigio internazionale, ma che solo qualche decennio fa era considerato una palla al piede dello sviluppo economico e un corruttore della politica.

A Roma veniva chiamato “palazzinaro”. Aldo Fabrizi, nella sua formidabile interpretazione in C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, rispondeva così a chi gli chiedeva conto della mancanza dei servizi: «Le fognature? E allora er Tevere che ce sta a fa’?». Il manifesto di denuncia delle malefatte immobiliari fu il film Le mani sulla città di Francesco Rosi. Se ne interessò anche la migliore letteratura italiana con il romanzo La speculazione edilizia di Italo Calvino. Negli anni Settanta, noi comunisti inondammo la periferia di manifesti e di comizi utilizzando la frase rivolta dal costruttore Francesco Caltagirone al plenipotenziario andreottiano Franco Evangelisti: «A Fra’, che tte serve?». Pur nell’afflato del compromesso storico, la durissima propaganda contribuì alla grande avanzata elettorale.

Quasi tutti gli urbanisti sentivano come un dovere deontologico il contrasto alla rendita. Gianni Agnelli la considerava un settore parassitario da contrastare mediante il “patto dei produttori” tra sindacati e imprenditori. In realtà ha sempre vinto il “blocco edilizio”, come lo chiamava Valentino Parlato, a cominciare dall’affossamento della riforma urbanistica del ministro democristiano Sullo. Negli anni Ottanta il ricco palazzinaro venne sostituito gradualmente da una nuova figura di rentier, il ricco finanziere che tramite una società immobiliare acquistava le aree, le trasformava e vendeva gli edifici. Fu un salto di forma imprenditoriale, dal piccolo costruttore che si avvaleva di un prestito bancario, si passò a una più forte concentrazione di aree e a una maggiore compenetrazione tra edilizia e finanza.

La rendita deprime l’economia mentre si vanta di salvarla. Questa ambigua forma di ricchezza è la causa principale del declino italiano

Il caso più eclatante fu Berlusconi che realizzò il quartiere Milano 2, da cui trasse le risorse iniziali per creare l’impero televisivo e, di lì in avanti, quelle per la «discesa in campo» in politica. Infatti, è sempre rimasto affezionato a quella impresa edilizia, come dimostra la sua legislazione del Piano Casa, una sorta di condono preventivo per costruire in deroga ai piani regolatori.

Il finanziere-costruttore fu una figura transitoria: prese le distanze dal modo di produzione palazzinaro e preparò la fase successiva di una completa integrazione tra mattone e finanza con l’avvento, negli anni Novanta, del “fondo immobiliare”, che ancora oggi opera sull’intero ciclo edilizio, non solo le costruzioni, ma anche la gestione dello stock.

Esso venne utilizzato per la più sciagurata ristrutturazione del capitalismo italiano. Quando il gioco si fece duro nella concorrenza internazionale, infatti, le grandi famiglie si ritirarono mettendo a rendita i patrimoni costruiti a supporto dell’attività industriale. Fu triste vedere un prestigioso marchio industriale affiancato a quello immobiliare nel nome dell’impresa: Pirelli & C. Real Estate. L’esempio di Tronchetti Provera venne seguito da Agnelli, Benetton, Falck e tanti altri. A forza di creare valore spostando risorse dall’industria al mattone alla fine si ottenne bassa produttività.

La rendita deprime l’economia mentre si vanta di salvarla. Questa ambigua forma di ricchezza è la causa principale del declino italiano. Lo stesso meccanismo è alla base della più grande crisi del secolo. Chi l’avrebbe detto che il tanto celebrato turbo-capitalismo delle nuove tecnologie si sarebbe inceppato sul vecchio sogno piccolo borghese della casetta in proprietà, con 5 milioni di americani insolventi per le rate dei subprime nel 2008.

La crisi ha dimostrato che la rendita immobiliare si comporta a tutti gli effetti come un prodotto finanziario. Si è compiuta la piena integrazione tra economia di carta e di mattone. Anzi, la rendita è diventata la forma di valorizzazione prevalente in quello che ormai si può definire il “capitalismo dei rentier”.

In questa transizione si è consumato il più impressionante naufragio del discorso pubblico. Si era discusso tanto della rendita quando era un settore arretrato, ma è calato il silenzio quando è diventata la forma dominante del capitalismo. Non c’è più stato bisogno di minacciare colpi di Stato, il dominio era assicurato. Gli Agnelli non hanno più stigmatizzato l’immobiliare, poiché se ne erano serviti per proteggersi dalla globalizzazione. Un giornale come il Corriere della Sera, soltanto dopo le inchieste della Magistratura, confessa candidamente: «La rendita sta vincendo, e questa per Milano, storica città della crescita, è la vera ferita. Una modernità che umiliasse il merito non l’avevamo prevista».

Eppure si doveva sapere che la valorizzazione immobiliare non è frutto di meritocrazia, poiché dipende in gran parte dalle infrastrutture, dalla qualità e dal prestigio del contesto urbano, cioè viene alimentata dall’azione dei cittadini e dalle iniziative dell’amministrazione pubblica. La rendita è quattro-cinque volte maggiore del profitto generato nel processo costruttivo. La prima richiede solo l’attesa di un guadagno immeritato, ma per il secondo ci vuole un’impegnativa attività industriale. Eppure, nel senso comune, e purtroppo anche nella legislazione, si parla del “premio di cubatura”, che regala al proprietario maggiori edificazioni rispetto a quanto stabilito dai piani regolatori.

Semmai il “premio” dovrebbe essere pensato per la città che determina la valorizzazione. Invece, nel piano romano di Bufalotta si è calcolato che l’operatore ha ottenuto, in base alle leggi vigenti, una ren-dita del 106% rispetto ai costi di costruzione e ha versato al Comune solo il 6%. L’onere per il proprietario è stato circa quattro volte più basso delle tasse che paga un operaio. L’Italia è un paradiso fiscale per l’immobiliare. Tutto ciò favorisce la ricchezza proprietaria e aumenta la povertà pubblica. Al contrario, se una quota maggioritaria della rendita fosse incamerata dal pubblico e reinvestita nelle infrastrutture la città sarebbe nel contempo più giusta e più produttiva.

In mezzo secolo c’è stata la mutazione camaleontica del rentier immobiliare. Però questa mutazione sembra approdare a una quarta fase: la rendita militare. Se non sono bastati i bombarda- menti e le stragi a espellere i palestinesi dalla loro terra, si prova con modi più suadenti, trasformando Gaza beach in un villaggio alla Truman Show. L’immobiliare è la prosecuzione della guerra con altri mezzi, parafrasando Carl von Clausewitz.

I palazzinari non vengono più disprezzati. Sono diventati capi di Stato.

Questo articolo è tratto da “Dai palazzinari di periferia ai capi di Stato”, un più lungo contributo che l’autore ha pubblicato sulla rivista “Dissonanze”

Andrea Alzetta (Tarzan)

Dopo la vittoria elettorale dei neonazisti in Sassonia, torna nel nostro Paese il dibattito su come arginare l’onda nera che rischia di travolgere l’Europa. Da più parti, a sinistra, si afferma che «non ci occupiamo più dei lavoratori», «tutta questa attenzione all’accoglienza dei migranti ci fa perdere voti», «se non la smettiamo di occuparci solo dei froci», «parliamo solo di chi occupa invece che di chi lavora e una casa fatica a tenersela», «anche noi dobbiamo occuparci della sicurezza» e via dicendo. Tutte mezze verità o stronzate. Per fortuna poi esistono anche analisi più articolate e complesse, che però si disperdono in un sentire comune diviso, vittimistico e rancoroso.

Nessuno ha la ricetta vincente ma qualche segnale su come affrontare la destra e la sua narrazione tossica ogni tanto appare e sarebbe bene coglierlo. Credo che quello che è avvenuto in via Santa croce, dopo lo sgombero di Spin Time, possa offrirci qualche spunto interessante.

Una risposta moltitudinaria. Tutte le categorie “stereotipate” ritenute la causa delle sconfitte della sinistra, invece di scaricarsi vicendevolmente la colpa, si sono unite e hanno individuato nella finanza speculativa e nella destra i responsabili dello sgombero. La conclusione è chiara: la Destra sta con le élite e la grande finanza e la sinistra deve stare dall’altra parte.

Conclusione che emerge anche da una scelta netta, che un tempo avremmo definito “di classe”, dell’amministrazione romana, che rende la partita su Spin Time ancora aperta. Gli “invisibili” di Spin Time hanno chiamato alla mobilitazione per il 19 settembre. Scuole, università, associazionismo laico e cattolico, mondo del terzo settore, attori, poeti e cantanti, insieme alla politica, sono chiamati a ribellarsi a questa ingiustizia.

Il tutto con una inedita consapevolezza che nessuno si salva da solo, sul piano sociale come su quello politico. Forse qualcosa di più del campo largo. Questa consapevolezza parte da un’esperienza, la realtà di Spin Time, che in questi anni ha tenuto tutto insieme: questione abitativa, lavorativa, di welfare comunitario, di formazione e cultura con l’idea che la libertà e un mondo migliore siano l’antidoto alla paura, ai muri, ai conflitti fra poveri e alla guerra.

Tutte le categorie “stereotipate” ritenute la causa delle sconfitte della sinistra, invece di scaricarsi vicendevolmente la colpa, si sono unite

Recuperando quello sguardo glocale che dopo le giornate di Genova come movimenti avevamo perso. Ribaltando l’idea della destra della “protezione” contro l’altro, esaltando invece la “protezione reciproca” e producendo un modello neo-cooperativo e neomutualistico che parla ai non garantiti e li mette in movimento attorno a un’idea di conflitto verticale. Un’altra idea di città pubblica, dove a decidere del futuro non siano solo i fondi speculativi e la turistificazione, può restituire spazi, tempo e bellezza a tutti. La politica, come la democrazia, se non riesce ad attraversare corpi, relazioni e sentimenti rimane cosa arida e chiusa nelle stanze del potere.

Un ultimo elemento che è emerso con l’esperienza di Spin Time, è la dimensione comunitaria. Quella che la destra usa per costruire una narrazione artificiale fatta di identità chiuse, nazionalismi e nemici interni ed esterni.

La dimensione di cura, presa in carico e solidarietà che si è vista dopo lo sgombero non è solo il risultato dell’esperienza dei 13 anni all’interno di Spin Time, ma da quello che da lì è esploso all’esterno, nel rione Esquilino. La costruzione del Polo civico dell’Esquilino, che mette insieme più di 50 realtà associative del Rione, è stato il vettore della partecipazione, del mutualismo e della solidarietà che ha rifiutato di veder cancellare l’esperienza di Spin Time come problema di ordine pubblico.

Dovremmo moltiplicare Spin Time e i poli civici per battere le destre e ricostruire una vera e rinsavita sinistra.

Autori

Di Walter Tocci, Andrea Alzetta (Tarzan)

A Spin Time ho lavorato più di un anno per realizzare il film omonimo, Spin Time: che fatica la democrazia. Per questo ora conosco tutti e voglio bene pure a quelli che non conosco. Dal 30 luglio, dallo sgombero, passo al presidio quasi quotidianamente. Saluto, mi informo e, se ho tempo, mi siedo a chiacchierare con uno dei leader storici dell’occupazione, Paolo detto Paolone. Di solito si mette davanti al cancello rosso dell’ingresso. Dietro le sbarre del cancello ci sono i poliziotti, annoiati e tristi come i carcerati. Un’immagine paradossale, che sembra indicare i veri colpevoli. I poliziotti rappresentano lo Stato che quando ha venduto questo palazzo ha tradito i suoi stessi interessi, cioè i nostri.

Qui c’era l’Inpdap, era un palazzo della mutua che è stato ceduto a un fondo privato insieme ad altri 395 immobili nel 2004, governo Berlusconi. Nella vendita lo Stato ci ha rimesso almeno 500 milioni, secondo la Corte dei conti. E dopo aver fatto questo cattivo affare, lo Stato ha affittato gli stessi palazzi dal privato, spendendo altri 5 miliardi. Per l’immobile di Santa Croce l’affitto è stato pagato anche dopo che l’Inpdap se n’era andato, quasi 3 milioni l’anno per altri tre anni. Poi lo Stato si ricompra 22 palazzi, spendendo altri 400 milioni.

Chi difende questo tipo di affari non difende il diritto di impresa, difende il diritto alla razzia. E anche adesso che siamo in mezzo alla strada, lo Stato continua a pagare alla proprietà 206 mila euro al mese di indennizzo per mancato reddito, dopo aver versato altri 21 milioni per mancato sgombero, e il Comune, per gestire la piccola catastrofe provocata dallo sgombero, si è alleggerito di altri 3 milioni.

Si capisce perché la protesta del 19 settembre è indirizzata principalmente verso Investire Sgr che gestisce il fondo proprietario, i suoi azionisti e chi consente di arricchirsi a discapito della qualità della vita di tutti noi.

Dicevo che quando ho tempo mi siedo vicino a Paolone, perché mi affascina il modo in cui risponde alle richieste più svariate. Come molti altri, sta qui dalla mattina alla sera, dal 30 luglio. Ci sono state cinque ondate di caldo, una bomba d’acqua, 400 persone da proteggere, migliaia di attivisti da coordinare, centinaia di iniziative da valutare, problemi sugli alloggi temporanei, sulle relazioni con le forze dell’ordine: questura, prefettura, Digos, carabinieri, servizi segreti buoni e cattivi, pompieri e protezione civile.

Si deve trattare su tutto: ottenere i permessi per gli abitanti per tornare a prendersi un paio di mutande. I primi giorni lo negavano anche per le medicine. Bisogna chiedere il permesso per far passare gli aiuti esterni: tende, materassini, generatori. Bisogna gestire problemi di salute e di nervi, quello che sbrocca, una bambina in rianimazione. Gli alloggi temporanei dall’altra parte di Roma, i bambini morsi dalle cimici al Divino Amore, i tavoli con gli assessori, col sindaco, con l’eminenza grigia del sindaco, le polemiche, le ripicche, la stampa.

Paolone smista le richieste: «chiedi a Maurita, chiedi a Flavia, chiedi a Giovanna. Parla con Laura che c’ha un cuore grosso come ‘sto palazzo». È stanco, dimagrito, pieno di gratitudine per la solidarietà ricevuta. Il suo stile inconfondibile in questa emergenza è diventato leggendario: ascolta, annuisce e poi risponde affettuoso: «fa’ come cazzo te pare». Se si tratta di un’iniziativa risponde: «me fido de te, daje». Se c’è un problema di relazione: «ve la dovete risolve’ tra di voi». Se il problema persiste: «Dije che nun rompesse er cazzo».

E a tutti quelli che come me ogni tanto, guardando il cancello, chiedono: «ma perché non ce lo riprendiamo?». Risponde: «Nu ze po’ fa’, quarcuno se farebbe male».

Il motto di Spin Time è stato sempre prima le persone. Una regola semplice ma sincera. E siamo tutti sinceramente preoccupati per le sorti dei più fragili, ma questo affetto pure è frutto di un lavoro, più precisamente di un lavoro culturale. La cultura che trasforma, non solo quella che si fruisce, ma quella che si pratica, in uno spazio e con delle relazioni che ti consentono di esprimerti.

Il film che ho fatto è servito anche a me, ha trasformato anche il mio punto di vista. Prima di lavorarci sapevo che dal primo al settimo piano ci abitava tanta gente, ma non avevo nessun contatto con loro. Valeva per me come per tutti i visitatori, frequentavamo solo i piani di sotto: ci andavamo a ballare, ad ascoltare musica di ogni genere, dall’elettronica alla classica, andavamo a sentire la presentazione di un libro, a partecipare a un dibattito, a vedere il teatro che non trovi nei teatri.

Ci trovavi attivisti per la casa, militanti del clima, militanti LGBTQIA+, gruppi femministi, associazioni di genitori, militanti di Action, militanti del PD, a sinistra del PD, dei centri sociali, delle sardine, di Sant’Egidio, di Mediterranea. Docenti universitari, dottorandi, laureandi, studenti universitari e medi, liceali, bambini, rapper, bambini-rapper. Scrittori, giornalisti, documentaristi, film maker, artisti visivi, performer, urbanisti, architetti, falegnami, serigrafisti, cuochi, orchestrali, dj berlinesi. Suore preti e vescovi. E militanti latinoamericani, gruppi folkloristici, suonatori di tamburo brasiliani, cerimoniali senegalesi, concorsi di danza peruviana, cantastorie calabresi. Ma difficilmente incontravi qualcuno che viveva nel palazzo.

Il motto di Spin Time è stato sempre «prima le persone». Una regola semplice ma sincera

Di tutta questa offerta culturale e formativa agli abitanti non sempre importava. Anzi tendevano ad associarla a rumore, droga, pericolo. E nelle assemblee dei piani di sotto si chiedevano spesso perché non si lasciassero coinvolgere, con lo stesso cruccio concui spesso ci domandiamo «perché i poveri votano a destra? Con tutto quello che facciamo per loro?»

Il film l’ho girato anche per rispondere a questa domanda. Una domanda complessa che ne contiene molte altre. La risposta è stata la solita: la risposta non esiste, è porsi la domanda che cambia le cose. E in questo palazzo di domande ne sono state fatte tante e infatti siamo cresciuti. Gli abitanti sono in mezzo a noi, motivati come e più di noi. Osservo i volontari che fanno giocare i bambini, curano i malati, distribuiscono beni primari, raccolgono richieste, organizzano gli interventi di decine di artisti e intellettuali che portano la loro solidarietà. La comunità si è evoluta: siamo di più, più capaci, più organizzati, ma il miracolo vero è come sono cambiate le relazioni. È aumentato il rispetto reciproco e con quello la capacità di comunicare e realizzare.

Ovviamente siamo preoccupati, la trattativa per l’acquisizione del palazzo potrebbe essere lunga, nel frattempo potremmo disperderci. O potrebbe finire male, potrebbe davvero diventare un albergo di lusso, dove magari le persone che prima ci abitavano lavoreranno come già facevano, nelle pulizie, nelle cucine, nei garage, senza mai guadagnare abbastanza per pagare l’affitto.

Se avete visto il film, sapete cos’è il teatro dell’Oppresso. Se non l’avete visto, è qui: https://www.youtube.com/watch?v=RkgpNCcJsoI. È un tipo di teatro scritto e interpretato dagli oppressi, che sul più bello si interrompe per interpellare il pubblico: voi cosa fareste in questa situazione?

Non abbiamo più un teatro ma ci sono tante assemblee per portare proposte. Basta chiedere a Paolone.

Autore

Di Sabina Guzzanti

Giovanna Cavallo

Ci sono immagini che una città non dovrebbe dimenticare. Persone costrette a uscire dalle proprie case mentre arrivano i soccorritori, alle quali viene impedito di rientrare; soccorritori trasformati, loro malgrado, in leva di ordine pubblico; porte prese a calci. È cominciata così, la notte del 29 luglio, la storia più recente di Spin Time: con un’evacuazione che avrebbe dovuto essere temporanea e che, poche ore dopo, è diventata uno sgombero. Ma quella notte non è stato svuotato soltanto un edificio. È stato interrotto un pezzo di futuro di questa città.

Perché Spin Time non è stato semplicemente un palazzo occupato. È una storia lunga tredici anni che ha trasformato un edificio abbandonato in uno spazio vivo, restituito alla città. Il diritto all’abitare è stato il filo che ha tenuto insieme servizi, welfare comunitario, laboratori, cultura, relazioni. Una comunità ha costruito nel tempo un’altra idea di rigenerazione urbana che mette al centro gli abitanti e una visione condivisa dello spazio urbano e dei diritti che lo attraversano.

Ma quella notte non è stato svuotato soltanto un edificio. È stato interrotto un pezzo di futuro di questa città

È forse da qui che bisogna leggere la straordinaria risposta che ad agosto si è manifestata in via di Santa Croce in Gerusalemme. Non soltanto come solidarietà verso le famiglie lasciate in strada, ma come riconoscimento di un luogo. Due forme di empatia si sono sovrapposte: quella verso chi ha perso la propria casa e quella verso uno spazio che nel tempo è diventato parte della città. Ed è proprio questa sovrapposizione ad aver interrogato politica e istituzioni sul destino di un modello faticosamente costruito.

Il presidio nato in strada ha reso visibile questa connessione e portato alla luce domande radicali: come si decide chi ha diritto ad 7 abitare la città? E come può una città condividere e proteggere ciò che è di interesse pubblico, anche quando questo non coincide con la proprietà pubblica? Sono domande che mettono in tensione il principio della proprietà privata, ma anche l’idea stessa di amministrazione pubblica. Perché il coraggio di un’amministrazione sta nel misurarsi con le questioni sociali che la legalità, da sola, non può risolvere. Questo è ancora più evidente quando la proprietà dell’immobile di Santa Croce, rendendosi estranea alle conseguenze delle proprie scelte, ha mostrato una contraddizione fondamentale: le scelte economiche sul destino di un immobile producono conseguenze profondamente politiche sulla vita di una comunità. Costringere le famiglie a spezzare relazioni costruite in tredici anni significa intervenire sul sistema di relazioni che ha permesso a quelle stanze di diventare casa, e a quella casa di diventare un modello alternativo di abitare a disposizione della città. Ed è questo che lo sgombero ha interrotto.

Per questo il presidio non è stato soltanto una risposta emergenziale ma un atto politico che la comunità ha attuato per restare visibile e interrogare la città. Spin Time è una risposta particolare, nata da una storia unica, ma non irripetibile. Una città può scegliere di separare, oppure può scegliere di accogliere e trasformare. Il presidio di questa estate, attraversato ogni giorno da centinaia di cittadini, associazioni, artiste, artisti e persone della cultura, ci ha mostrato che la seconda possibilità esiste. Adesso bisogna scegliere se proteggerla e continuare a perseguirla.

Sara Moutawakil

Vorrei chiedere scusa alla mia professoressa di storia, con cui discutevo sempre, perché durante tutto l’anno continuava a ripeterci che il problema era nella struttura, come diceva Marx, e quindi nel capitalismo. Io e i miei compagni non le davamo realmente retta. Come si fa a distruggere il capitalismo? Ci sembrava una cosa così lontana, così concettuale, una cosa da interrogazione. Non riuscivamo a vedere il capitalismo nella nostra vita. Vorrei chiederle scusa perché non le ho creduto e perché adesso, per la prima volta, l’ho visto con i miei occhi.

Sono Sara, ho 18 anni e volevo solo studiare architettura, fare l’università come i miei coetanei e vivere quelli che tutti chiamano gli anni più belli della vita. Volevo prendere il diploma di fotografia, uscire la sera con i miei amici a San Lorenzo, partire ad agosto anche solo per qualche giorno. Volevo semplicemente continuare la mia vita.

Poi una sera sono uscita di casa con i miei amici e quando sono tornata non sapevo più se avrei potuto rivedere le mie cose. Dietro quella porta rossa ci sono troppi anni della mia vita. Ci sono le mie foto, i miei libri, la mia stanza, la mia bacheca con tutti i ricordi appesi. C’è tutta la vita di una ragazza. Mi sono ritrovata accompagnata dai soldatini del governo dentro casa mia, con 10, forse 15 minuti per prendere due vestiti e quello che riuscivo a portare via. Ma come faccio a scegliere cosa mi serve? È mia quella roba, rivoglio tutta la mia vita. Per voi magari non ha nessun valore, ma per me ha tutto il valore possibile.

Io non so ancora cosa mi hanno fatto. Credo che nessuno abbia veramente metabolizzato quello che è successo. Non so se preoccuparmi del mio passato, rimasto bloccato dietro quella porta, o del mio futuro. Non so dove trovare la forza di andare avanti, di concentrarmi sull’università, su quello che verrà, il futuro non lo vedo più. Non so nemmeno dove metterla tutta questa rabbia. Contro chi devo essere arrabbiata? Contro il governo? Contro il capitalismo? Come se prima non mi facessero già schifo. Solo che adesso è come se mi avessero anche calpestata. Io parlo al singolare perché posso parlare di quello che provo io, ma insieme a me 10ci sono altre centinaia di persone che stanno vivendo tutto questo e che magari stanno reagendo in modo ancora più doloroso. Lo so che esistono situazioni peggiori della mia. Potevo nascere in guerra, potevo essere una bambina in Palestina. Non voglio mettere il mio dolore sullo stesso piano di quello di chi vive una guerra. So di non aver vissuto neanche un briciolo di quello che vivono quelle persone. Ma è proprio questo che mi fa paura.

Qualche giorno fa potevo solo immaginare cosa significasse perdere la propria casa. Adesso ho provato, anche solo in minima parte, cosa significa non sapere più dove appartieni. Sono devastata, penso a quanto poco ho dovuto vivere per sentirmi così e penso a chi vive tutto questo ogni giorno, in maniera infinitamente peggiore. Probabilmente la maggior parte dei miei coetanei non leggerà neanche questo testo. Io però vorrei solo che le persone che ho conosciuto in questi anni, a scuola, nella vita, fuori da Spin Time, riuscissero per un momento a sentire quello che sto vivendo. Non immaginarlo: sentirlo. Vorrei che questo testo gli desse almeno un brivido. Un brivido soltanto, abbastanza forte da sentire per un secondo quello che è successo e quello che sta succedendo. Perché io non ho più speranza da raccontare. Ho solo rabbia, dolore, disperazione e il bisogno che qualcuno ascolti.

Adriano Ordonez Oyola

Spin Time è casa mia, ora e per sempre. Questo piccolo confusionario mondo è riuscito a trasformare il significato della parola comunità accrescendo il suo valore in mille modi possibili. I miei piccoli ricordi sarebbero molto meno importanti se non fossero costituiti dai colori, dagli odori e dai profumi, dalle canzoni cantate a squarciagola, dalle piccole chiacchiere nei corridoi, dalle moltissime attività, dalle birre dell’osteria, dalle serate in comita11 to ma soprattutto dai sorrisi di tutte quelle persone che ora posso considerare come parte della mia famiglia. Spin Time non è morto né mai finirà di rappresentare un luogo sicuro.

Quella maledetta e disgraziata notte di luglio ci ha dimostrato solamente che il bene dato torna sempre indietro e che ogni anima che col tempo ha attraversato questi spazi è riuscita a ricordarci e a lottare per noi e insieme a noi. In questi giorni di caldo soffocante sono stati tanti i problemi a cui fare fronte. I farmaci che le persone più fragili avevano lasciato all’interno del palazzo, riuscire ad attrezzarsi con materassini, gazebi, tende, luoghi in cui potersi fare la doccia, vestirsi e mangiare, l’elettricità e soprattutto la cura dei tantissimi figli e bambini a cui bisognava intrattenere le giornate per non farli sentire soli. La solidarietà è stata incredibile ed è partita dalle realtà romane più vicine fino a portare da noi persone da tutt’Italia. Senza di loro la nostra permanenza sarebbe finita molto presto.

Ad oggi tutte le famiglie sono state allocate in alloggi temporanei e per fortuna nessuno dorme più in tenda. Ciononostante la lotta continua perché è importante salvare e riconoscere tutto il lavoro che Spin Time è riuscito a fare in questi anni.

Velania A. Mesay

L’occupazione di via Santa Croce in Gerusalemme è stata la mia casa fin da quel giorno in cui io, mia madre e altre centinaia di persone in emergenza abitativa ci trovammo a trasformare un edificio abbandonato in qualcosa che si potesse chiamare dimora. Una dimora umile, dove gli spazi venivano condivisi, dove per cucinare dovevi convivere con i sapori e gli odori di altre culture, dove per fare una doccia spesso dovevi metterti in fila, dove d’estate si moriva di caldo e d’inverno il freddo entrava dalle fessure delle finestre vetrate. Spin Time è il luogo dove sono cresciuta tra gli anni del liceo, dell’università e oltre.

È il luogo in cui i miei piccoli sogni 13 hanno iniziato a prendere forma. Un luogo che ha dato a me, come a tante altre persone, la possibilità di vivere con dignità, in un tempo in cui i poveri vengono lasciati soli ai margini della società. Ora che sono costretta a guardare quel palazzo solo dall’esterno, penso che ci voglia fantasia per trasformare degli uffici in case. Eppure è proprio quello che era successo. Camera dopo camera, ognuno aveva trovato un modo per dire: questo è il mio posto. Mia madre, nella sua stanza, aveva appeso un quadro del Colosseo. Si è sempre sentita più romana che etiope e quella tela mi suscita ancora una grande tenerezza. Johana, la mia vicina di stanza, aveva ricoperto un’intera parete con una gigantografia della fontana di Trevi. Una sorta di tributo verso la città che ha dato i natali ai loro figli e che le accoglie e respinge allo stesso tempo?

Un luogo che ha dato a me, come a tante altre persone, la possibilità di vivere con dignità, in un tempo in cui i poveri vengono lasciati soli ai margini della società

Da quella cameretta situata al quinto piano dell’edificio spesso mi affacciavo e mi ritenevo fortunata, in fondo, a poter vedere tutto quel verde e le statue della Basilica di San Giovanni. Lì leggevo i libri che più mi hanno segnata, lì studiavo per l’esame di maturità, poi per gli esami universitari, lì scrivevo i miei primi articoli e lì iniziai a montare il mio primo documentario.

È proprio sulla terrazza del palazzo, tra parabole e fili, che ho festeggiato la mia laurea insieme agli occupanti che, dopo tanti anni, erano diventati un’estensione della mia famiglia e delle mie amicizie. Ho visto nascere bambini, li ho visti diventare adolescenti e poi adulti. Conosco ogni sagoma dei loro corpi, ogni tratto dei loro volti, e ricordare quanto siano cambiati – e quanto, insieme a loro, sia cambiata anch’io – mi commuove. Mentre il tempo passava, loro erano lì a testimoniarlo ogni volta che tornavo dopo i miei anni all’estero, dopo i mesi passati a girare un’inchiesta a Lesbo. Erano il mio punto di riferimento, una presenza familiare mentre tutto intorno continuava a cambiare. Eppure, c’era qualcosa che rimaneva invariato: ci saremmo ritrovati lì, a scambiarci due parole aspettando l’ascensore, a fumare una sigaretta sulle scale o durante i turni di sorveglianza.

Ora fa male immaginare i corridoi vuoti, silenziosi. E quel silenzio stride con il ricordo dei bambini che li attraversavano rincorrendosi sui tricicli e sulle biciclette, con la musica dei nigeriani che la domenica riempiva
ogni piano. Tra quelle mura non c’era mai silenzio.

Adesso, invece, tutto sembra rimasto fermo a quella sera del 29 luglio. Camminando per i corridoi si intravedono le stanze aperte degli ex abitanti. Tutto è traccia di una vita spesa lì dentro. Il letto ancora fatto, una padella sui fornelli, un libro aperto a metà, i panni stesi sugli stendini. E mentre osservo Destiny, ancora bambino, aiutare sua madre a trascinare una borsa più grande di lui, penso che l’ingiustizia possa stare tutta in poche immagini: le porte divelte senza alcuna necessità; un poliziotto annoiato che chiede quanto tempo manca per riprendere le proprie cose; il guardarsi attorno smarriti, cercando di capire cosa si possa ancora salvare.

Autori

Di Giovanna Cavallo, Sara Moutawakil, Adriano Ordonez Oyola, Velania A. Mesay

Claim deve molto a Spin Time, ed è al fianco della sua comunità che rimarremo fino a che non vinceremo questa lotta. È qui che continueremo a immaginare mondi nuovi e parole diverse per interpretare e descrivere ciò che ci
circonda. È qui che scegliamo di essere per capire come stare in un mondo dove l’alleanza tra estrema destra e
oligarchia capitalista continua a umiliare i fragili in ogni angolo del pianeta. Siano questi migranti, lavoratori poveri o giovani precari.

È in questa strada che rimaniamo, perché la partita è ancora aperta. Qui «un altro mondo è» ancora «possibile
e necessario», come si legge sullo striscione appeso sopra il cancello rosso che per oltre un mese è stato sotto il perenne controllo delle forze di polizia. È qui che «La lotta continua».

Il primo numero di questa rivista lo ha aperto Ken Loach usando proprio queste tre parole, nonostante intorno a noi tutto il mondo bruci, nonostante sia sempre più difficile trovare la forza per continuare a lottare. Lui, così come tanti altri autori e autrici di Claim, lo abbiamo incontrato dentro quelle mura. In tanti negli anni, e da tutto il mondo, sono venuti a conoscere il palazzo. In tanti ne hanno parlato, con film, reportage, disegni che a volte lo raffiguravano come un’arca che naviga nei mari dell’indifferenza, a volte come una fortezza che difende i più fragili da un mondo che li ha rifiutati.

Dalle fiamme del 29 luglio a Spin Time si sta svolgendo una lotta contro il tempo. Un tempo di sconfitte, in cui il riscatto collettivo è soppiantato dalla prevaricazione reciproca, in cui gli spazi vitali sono sempre meno. Un tempo che ci vuole gli uni contro gli altri.

Per questo il corteo di oggi non rappresenta soltanto il tempo di Spin Time. È il tempo di chi vuole credere che sia possibile vivere in uno spazio urbano in cui i diritti di chi lo abita non siano gentili concessioni – né effetti collaterali – di una speculazione più ampia che decide i parametri del benessere, ma siano invece le fondamenta di città e comunità realmente democratiche. Destre neofasciste e grandi capitali finanziari schiacciano mondi alternativi in un rullo compressore a doppio taglio. Prima si specula su un diritto fondamentale – quello ad avere un tetto sopra la testa – trasformandolo in un asset finanziario. Poi quello stesso diritto viene negato attraverso la repressione, la stigmatizzazione e la marginalizzazione.

Eppure, in Via di Santa Croce in Gerusalemme 55, non si difende soltanto il diritto alla casa. Dentro quelle mura, e nell’immaginario di chiunque abbia attraversato lo spazio, si è fatta strada l’idea che forse, insieme alla casa, ci stanno sottraendo molte altre cose fondamentali per vivere una vita dignitosa e libera. E quello che preoccupa chi ci governa è che una volta cacciate, queste idee, queste persone, non si sono dissolte. Forse proprio per questo non abbiamo ancora letto Piantedosi, Meloni o Salvini rivendicarsi una vittoria. Magari per paura che un eventuale successo della trattativa per l’acquisto del palazzo potesse, o possa tutt’oggi, essere considerata una loro sconfitta politica.

Il ministro degli Interni è quello che ha definito «carico residuale» le persone innocenti morte a pochi metri dalle
nostre coste, e non ha mai perso l’occasione di minacciare le famiglie di Santa Croce, e i quasi cento minori, di dover essere sbattuti per strada. E ancora lo scorso Gennaio, ne lui ne Fratelli d’Italia o la Lega si sono sottratti dal cavalcare l’onda di Torino per provare a incassare un altro risultato sulla pelle di una comunità. Ora che avrebbero finalmente un’occasione per farli tornare a casa loro, devono essere sconfitti. Possono essere sconfitti. Non vogliono che il senso di Spin Time venga riconosciuto e tutelato. Hanno bisogno di cancellare la possibilità che le forme di espressione, di solidarietà e lotta emerse nei 26 giorni in cui abbiamo lottato, notte e giorno, in Via della Resistenza di Spin Time 55, possano continuare a vivere dentro quel palazzo.

Dal 29 luglio siamo usciti, ci hanno costretti a uscire, lasciando famiglie, lavoratrici, lavoratori, il vicinato e la città
intera a dover dare una dimostrazione di umanità alla destra che cavalca la rabbia di chi quell’umanità la sta perdendo. Dentro quelle mura c’era tutto quello che non piace alle destre, ma che la sinistra non ha il coraggio di ricomporre. Dai preti solidali ai rave, dai sindacati ai collettivi. E Spin Time continua a vivere in tutte e tutti coloro che, nelle diversità, hanno una cosa in comune: non abbassano la testa.

Chiunque si candidi a guidare una coalizione sociale contro le destre non lasci da sole questa piazza, questa comunità, la città, il Sindaco e il Comune di Roma nel tentativo di tutelare questa esperienza una volta per tutte ma non solo, nel replicarla e nel farla vivere ovunque. Il grido che viene dalla manifestazione a difesa del palazzo è anche questo: Uscite. Uscite dalle vostre bolle, dalle strategie di coalizione e, a partire da qui, concordando su una cosa semplice e rivoluzionaria: la casa è un diritto fondamentale e inalienabile per l’esistenza di ogni essere umano.

Impariamo dalla creatività di chi lotta per costruire un’altra idea di vivere comune.

Autore

Di La Redazione di Claim

Direttore:

Gabriele Bartoloni

Vicedirettore:

Mosè Vernetti

Ideazione e supervisione generale del progetto:

Edoardo Bucci e Cecilia Pellizzari

Redazione:

Giada Arena
Leonardo Bianchi
Annaflavia Merluzzi
Filippo Zingone

Progetto grafico e impaginazione a cura di:

Lola Giffard-Bouvier, con il supporto di Frita

Con i contributi di:

Andrea Alzetta, Chiara Cacciotti, Giovanna Cavallo, Luigi Corvo, Sabina Guzzanti, Sara Moutawakil, Velania A. Mesay, Adriano Ordonez Oyola, Walter Tocci, Mosè Vernetti

Foto di:

Mattia Crocetti

Supervisione per la stampa di:

Dario Iori

Editore:

FILCAMS CGIL NAZIONALE
C.F.: 80185530583

Rappresentante legale FILCAMS CGIL NAZIONALE:

Fabrizio Russo

Registrazione Tribunale di Roma:
  1. 122/2025
Direttore responsabile:

Gabriele Bartoloni

Stampa:

O.GRA.RO. S.r.l

Vicolo dei Tabacchi, 1 – 00153 Roma

Chiuso in tipografia:

15 Giugno 2026

Ringraziamo tutta la comunità di Spin Time, Action e Santa Croce, dagli abitanti alle realtà sociali, e ogni persona e organizzazione che dall’incendio del 29 luglio ha sostenuto e supportato la resistenza e difeso la dignità delle persone a cui è stata tolta la casa. Ringraziamo inoltre Paolone per non aver mai smesso di presidiare il cancello del palazzo. E per ricordarci l’importanza di non abbassare mai la testa.
Come sempre, un ringraziamento speciale a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori della Filcams che rendono possibile questo progetto.
Una rivista edita da:
Progetto e supervisione editoriale a cura di: