«Mio marito le cose sue se l’è fatte, stava sempre in giro per lavoro. Io, invece, ho poco da raccontare di me, perché ho fatto solo la casalinga», mi dice M. senza giri di parole. A poco più di cinquant’anni non ha conseguito la licenza media ma quando sua figlia si è iscritta al liceo – «un liceo importante in cui si studia pure il latino», sottolinea con fierezza – ha deciso di tornare a scuola.
Risedersi tra i banchi, quasi quarant’anni dopo la sua prima volta, per M. è stato un gesto d’amore profondo, che non riusciva più a rimandare: «Glielo devo. Mia figlia si merita di non avere una madre ignorante come me, che non sa manco parlare in italiano. Anche se il napoletano o’sacc parlà bbuon prof», aggiunge poco prima di esplodere in una fragorosa risata che contagia il resto della classe.
La sensazione condivisa da molte donne, private dell’esperienza scolastica, è quella di avvertire un enorme vuoto tra loro e il mondo. Come se troppo spesso mancassero le parole per comunicare agli altri i propri pensieri.
Dalle parole di M. si capisce che per lei, così come per molte altre sue compagne, potersi esprimere in napoletano sarebbe molto più semplice. Ma non sempre possono farlo. «Il linguaggio è anche un luogo di lotta», ha scritto, a proposito, bell hooks, per ricordarci come gli oppressi lottino con la lingua per riprendere possesso di se stessi, per riconoscersi, per riunirsi, per ricominciare da capo.
Quando, un anno fa, ho scoperto che avrei iniziato a insegnare in una scuola serale di Scampia, quartiere della periferia nord di Napoli, non potevo immaginare quello a cui sarei andata incontro. Ho avuto l’occasione di riflettere intensamente sul concetto di scelta, osservando da vicino donne tra i 40 e i 60 anni accomodarsi, con un po’ di imbarazzo, ancora una volta tra i banchi di scuola.
Molte delle storie che ho ascoltato dalle donne per cui sono stata un’insegnante sono incomplete. Mi sorprende notare come loro riescano a raccontare con precisione ogni tappa della vita dei propri figli, ma hanno difficoltà a raccontare di loro stesse.
Esistono realtà in cui il rapporto fusionale con i figli rende la storia di chi li ha messi al mondo a tratti indecifrabile, mancano i confini che dovrebbero separare le due esistenze.
Ci sono donne che fin da bambine sono state forza lavoro gratuita nel focolare domestico, senza possibilità di scegliere altro. Addestrate a credere che per uscire da quella immotivata schiavitù avrebbero dovuto prendere marito e costruire la propria famiglia. Molte di loro hanno affidato le proprie certezze al copione sociale che il quartiere ha scritto per loro, prima ancora che venissero al mondo.
Ho visto con i miei occhi, per esempio, come, per molte madri, la gravidanza precoce sia stato il modo più sicuro per rientrare nei ranghi del proprio destino sociale, fatto di lavoro di cura non retribuito. Prima i figli, poi i figli dei figli, sostituendosi nella pratica al welfare state che se funziona male in città, non esiste nelle periferie dove l’accesso agli asili pubblici o sovvenzionati resta utopia. Ma non basta. Dopo essere state mogli, madri e nonne, alle donne che ho conosciuto in classe è spettato essere le badanti dei loro genitori: accuditrici gratuite fin dal primo momento, perché nate femmine.
«Mia madre mal sopportava l’idea di perdere due braccia che potessero alleggerirla dal carico domestico, per questo vedeva la scuola come una minaccia concreta. Mentre per mio padre era proprio fuori da ogni logica che ad andare avanti negli studi fosse la figlia. Di diritto spettava al maschio», mi spiega L. che è nata e cresciuta a Secondigliano, quartiere di Napoli, sempre nell’area nord della città.
Ma L. non è la sola a essersi sentita tagliata fuori dalla società per aver perso la possibilità di andare a scuola. Come lei anche T. mi racconta di non aver avuto scelta: «Ho dovuto lasciare la scuola perché a casa mia non c’erano più soldi. Dovevamo ripagare un debito grande e non sapevamo da che parte iniziare. Così a 13 anni mi sono messa a lavorare come estetista. Dovevamo far quadrare i conti in famiglia», ricorda T. che descrive anche come, inizialmente, fosse contenta del suo cambio di vita imposto: «Perché così evitavo di fare i compiti e non dovevo stare i pomeriggi con la capa n’copp e libri. Crescendo, però, mentre facevo le mani alle signore del Vomero mi sono resa conto di quante poche cose conoscessi. Se solo avessi potuto sarei tornata a scuola già da tempo perché è bello saper dire le cose giuste al momento giusto», ammette: «La verità è che sono tornata a scuola, sto qua, perché almeno quando vado ai colloqui di mio figlio finalmente riesco a capire cosa mi dicono le maestre e non mi metto più vergogna di fare una domanda».
«A me, invece, non piaceva la scuola quann’ er piccerell perché le maestre mi trattavano male. Venivo da una famiglia poverissima, loro lo sapevano e se ne approfittavano», interviene C. che in classe mi dà rigorosamente del Voi, come se non sapesse fare altrimenti. Ma nel cortile, quando chiacchieriamo nelle pause-sigaretta, cambia atteggiamento. Si sente a suo agio nel darmi del Tu: «Perché potresti essere mia figlia, nennè», mi dice affettuosamente, prima di spiegarmi come il non aver conseguito alcun titolo di studio, negli anni, le abbia permesso di svolgere solo lavoretti in nero, dall’operaia nelle fabbriche abusive di borse e pellame, al contrabbando di sigarette. La sensazione di isolamento e a tratti vergogna che ho colto nei discorsi di C. sembra comune anche a molte delle sue compagne. Tanto che la scuola serale che frequentano a Scampia diventa per loro un luogo di aggregazione e un trampolino necessario verso il mondo esterno.
La prima volta che ho messo piede nel quartiere è stato molto tempo fa. Ma è stato quando ci sono tornata per prendere servizio a scuola che il mio sguardo è cambiato: ho iniziato a scrutare ogni strada, palazzo, abitazione, nei minimi dettagli, come se quella fosse la prima volta per me nel quartiere.
All’uscita della metropolitana, la visuale è dominata dalle maxi opere dello street artist Jorit, che raffigurano i volti della pantera nera Angela Davis e dello scrittore degli ultimi Pier Paolo Pasolini, i cui sguardi sembrano fatti apposta per evocare la promessa di riscatto dal basso che l’area urbana attende. «Diventerà la più bella periferia della città tra qualche anno», ho sentito dire spesso. Attualmente resta dominante perlopiù la narrazione che lega il quartiere alle scene cult di Gomorra, la serie tv ispirata al romanzo di Roberto Saviano, meno quella delle esperienze di concreta resistenza quotidiana dei suoi abitanti: dalle sperimentazioni educative sui territori, che tengono i ragazzi di strada fuori dai guai, ai laboratori teatrali e artistici che coinvolgono e appassionano persone di tutte le età.
«Nella tua debolezza mi hai regalato la ricchezza. Ciao casa mia». Oppure: «Anche uno scantinato può», o ancora: «Qui siamo stati felici nonostante tutto». Lungo i grigi ballatoi delle Vele, le case popolari per cui tutti conoscono il quartiere, gli ex abitanti prima di essere sfrattati hanno lasciato le loro scritte di addio a quella che, nonostante tutto, l’incuria e il disagio, per anni è stata casa.
C’è un silenzio irreale quando, quel giorno per la prima volta, attraverso la strada che passa in mezzo alle abitazioni abbandonate, dopo aver scavalcato le transenne che proteggono i lavori di demolizione. Nella mia testa rivedo quelle terribili scene di terrore del crollo del ballatoio dell’ex Vela Celeste, avvenuto a luglio del 2024, dove tre persone persero la vita e tredici, di cui sette bambini, rimasero feriti.
Alla fine del tragitto, la scuola. Quando sono entrata in classe ho osservato le nuove iscritte e loro hanno osservato me: sono donne, adulte, bianche, per la maggior parte. Non provengono solo da Scampia, ma da tutta l’area limitrofa. «Cosa vi spinge qui?», chiedo incuriosita. A pensarci bene avrebbero potuto farmi la stessa domanda, invece si raccontano.
Per loro non è stato possibile proseguire gli studi. Perché sono nate in famiglie povere. Così, come migliaia di altre donne che non ho ancora incontrato, hanno perso fin da bambine la possibilità di confrontarsi con il sapere, quello necessario per costruire la propria identità. Come può una società che insegna la segregazione sociale e di genere in determinati contesti considerarsi civile e democratica? Non posso fare a meno di chiedermelo.
«Da quando è morta anche mia madre, fisso i mobili in casa, non so più cosa fare del mio tempo. Le stanze mi sembrano più grandi quando sono sola», confessa R., dopo aver fatto un lungo e profondo respiro: «Per questo sono tornata a scuola, mi sono portata dietro anche mia cugina, così facciamo qualcosa di diverso ogni tanto», conclude con lo sguardo rivolto verso di lei, cercando complicità. Ad accomunare le due cugine, oltre il grado di parentela, c’è la vita vissuta fino a oggi: entrambe figlie della periferia, entrambe senza possibilità di frequentare la scuola durante l’adolescenza. Per entrambe il non aver avuto un’istruzione si è trasformato in uno schermo che le ha distanziate dalla realtà esterna: «Da quando vengo a scuola diciamo che ho un pensiero, un impegno, che mi ravviva. Quando, invece, resto sola a casa mi vengono brutte cose in mente. Mio marito fatica tutto il giorno, dalla mattina alla sera, i miei figli e i miei nipoti se ne sono andati al nord, stanno meglio là pecchè cca’ nun se po’ campà, non ci sta lavoro», mi spiega R. che sta per compiere sessant’anni e ha scoperto che la scuola non è solo un posto dove apprendere ma anche un luogo di aggregazione, dove fare amicizia, imparare a essere se stesse in un modo nuovo.
Da quando R. e sua cugina G. sono tornate in classe ammettono che stanno anche pensando di iscriversi in palestra: «Perché così ci facciamo forza a vicenda. Tornare a scuola mi ha fatto uscire dal guscio e poi prendere la licenza media era una cosa che volevo fare da tanto tempo. Ma ogni volta che ci provavo mi mancava il coraggio e succedeva sempre qualcosa che mi faceva rimandare. La prima volta che l’ho detto a mio marito, ad esempio, quello si è messo a ridere», puntualizza R.
Grazie al tempo condiviso con M., R., L., C. e G. – uso solo le iniziali dei nomi perché i loro vissuti sono simili a quelli di tante altre donne – i pomeriggi trascorsi insieme si sono riempiti di storie che non avevano mai raccontato a nessuno. Così, ho compreso la carica enorme e il potere spaventoso che la riappropriazione del proprio tempo e del proprio spazio è in grado di generare in ognuno di noi. Prima, tante di queste donne non erano abituate a fare qualcosa per loro stesse, se non per ragioni strettamente utilitaristiche. Oggi le loro riflessioni intime, raccontate con un linguaggio comune, nuovo, riempiono l’aula di storie di stanchezza fisica, di sopportazione, di violenze domestiche, di dolore, di lotta. Sono le storie personali di donne fino a ora escluse che scelgono di prendere parte alla società in cui vivono. Esiste una famelica pretesa di apprendere le regole grammaticali, le cause storiche che muovono le guerre mondiali, le economie di altri luoghi, ma senza una finalità specifica, se non quella di arrivare alla consapevolezza che più si sa, più si sa di non sapere.
Non sono tornate sui libri di scuola per acquisire un titolo di studio spendibile sul mercato del lavoro, perché per molte di loro quel tempo è sfumato. Ma lo fanno per esperire il potere liberatorio della conoscenza che permette a loro di spogliarsi dei ruoli da sempre ricoperti. Molte volte in classe ho avuto la sensazione che il tempo fosse sospeso, che insieme stessimo costruendo un luogo sicuro e sacro per le donne, che né l’incombenza della cura né il maschile sono riusciti a intaccare.
Luogo e tempo si sono risignificati. All’attenzione per gli altri si è sostituita quella per se stesse: «Meglio che andare dal parrucchiere». Mi hanno fatto capire in molte che tornare a scuola non è stato soltanto necessario a dare un buon esempio ai figli, ma anche per far respirare la propria bambina interiore, la cui voce, seppur affievolita dal tempo che passa, è tornata a farsi sentire: «Mi sono accorta solo adesso che erano trent’anni che aspettavo di parlare, prima mi vergognavo di farlo», confessa G. Ma a vergognarsi non dovrebbe essere una bambina di 10 anni costretta a lasciare gli studi. Molto di più dovrebbe farlo chi ha le responsabilità politiche di rimuovere quegli ostacoli economici e sociali che, come tutti sappiamo, limitano nei fatti il pieno sviluppo della persona e impediscono l’uguaglianza tra i cittadini e le cittadine.