Da sempre, l’essere umano si è mosso in gruppi. La tribù, per i popoli antichi, la comunità, è sinonimo di sopravvivenza, di sicurezza. Per questo, la punizione peggiore in quei tempi era essere espulsi dalla comunità. Popoli amerindi come gli Aymara consideravano che «povero è chi non ha una comunità». E l’essere umano ha sempre saputo che la sua forza risiedeva proprio lì, nello stare insieme. Nel corso della storia, e non per caso, sono nate diverse forme associative per vivere meglio, portare avanti il lavoro, iniziative e progetti. Questo vale anche sul piano sociale e politico. I lavoratori dipendenti si organizzano per ottenere il riconoscimento delle proprie rivendicazioni, dando vita ai sindacati. Si organizzano per l’autogestione, creando cooperative. I quartieri si organizzano in funzione delle proprie esigenze territoriali, e così via. Gli esempi nella vita reale sono innumerevoli.
Anche sul piano politico ci si unisce attorno a delle idee. Esistono molte forme per farlo, perché sappiamo che ogni essere umano è unico e diverso dagli altri. Ma questo non ci impedisce di condividere storie, cultura, gusti, bisogni, pensieri, convinzioni e molto altro. Siamo esseri sociali, portati naturalmente alla vita collettiva. Nascono così assemblee, associazioni, partiti, fronti e altre forme di organizzazione.
Fin qui, in sintesi, il quadro generale dell’unità.
Conclusesi le guerre d’indipendenza in Uruguay, i primi raggruppamenti che vi avevano partecipato diedero origine a quelli che furono chiamati i partiti fondatori; al contempo, le diverse ondate migratorie portarono nuove idee, soprattutto dal vecchio continente. Cominciò così la costruzione dell’assetto istituzionale che è giunto fino ai nostri giorni.
I cosiddetti partiti fondatori esercitavano una predominanza pressoché assoluta; tutto il resto era una sorta di arcipelago di idee disperse o organizzate, ma di piccole dimensioni, quasi una semplice scenografia del pluralismo. Lo stesso accadeva tra le organizzazioni sindacali.
Dopo la guerra di Corea cambiarono lo Stato sociale, il modello di industrializzazione sostitutiva delle importazioni, il mondo del lavoro e i termini dello scambio economico internazionale. Iniziò un’altra epoca, segnata dalla crisi, dalla mancanza di mercati e di lavoro. Fu allora che molti iniziarono a porsi una domanda: esiste un altro Uruguay possibile?
La conseguenza fu la convocazione del cosiddetto «Congresso del Popolo» nel 1964. Lì si discusse di tutto: programma, idee, organizzazione. Vi parteciparono lavoratori, studenti, intellettuali, accademici, piccoli e medi imprenditori: commercianti, industriali e produttori agricoli.
Da quell’incontro scaturirono due conseguenze fondamentali. Nel 1965 nacque la Convenzione Nazionale dei Lavoratori (Cnt): unità nella lotta, rispetto della diversità. Nel 1971 nacque il Frente Amplio: la riunificazione di tutti gli arcipelaghi, dispersi o già organizzati, di ciò che oggi chiamiamo progressismo. La parola d’ordine era: unità nella diversità.
L’unità nasce dal Sud? L’unità nasce dall’essenza stessa dell’essere umano, ma il potere è il suo grande nemico: divide et impera.
Costruimmo la consapevolezza che uniti si era più forti, ma che per diventare davvero grandi occorreva includere la diversità, le sfumature, gli obiettivi di lungo e di breve periodo, il consenso e ciò che era concretamente possibile. È stato, ed è tuttora, un lungo e difficile apprendistato. Una lotta per non perdere la bussola; la consapevolezza costante che nessuno si salva da solo; la certezza che ci sarà sempre qualcosa ancora da costruire; che il cammino è ciò che conta davvero; che quando ci siamo tutti il progetto funziona e cresce; che chi se ne va perde; che nessuno vale più di un altro. Per i partiti più strutturati, fondati su dogmi e verità quasi sacre, questo processo è stato più difficile. Per i movimenti, gli spazi collettivi e le associazioni è stato invece più naturale. La regola del gioco è stata lo statuto; l’obiettivo periodico era il programma, discusso collettivamente. I grandi principi guida sono stati: l’uguaglianza, la distribuzione della ricchezza, le opportunità, la felicità pubblica e, in un mondo ostile, la pace e l’integrazione. Questi furono i primi due pilastri. Il terzo fu la coerenza, insieme all’etica e all’apertura. Per tutto questo è evidente che unità e unanimità non sono la stessa cosa, e che la sfida più difficile consiste proprio nel costruire l’unità in questo terreno tanto diverso quanto fecondo, l’unico che ci permette di crescere, di vivere, di affrontare nuove sfide, di assumere il cambiamento e di continuare sempre a camminare.
Quando tutte le prospettive sono identiche, non c’è più spazio per il dubbio né per le domande; il rischio è quello di un paesaggio estremamente ordinato, ma immobile. Questo è il fondamento del primo principio: unità nella diversità. Cinquantacinque anni di cammino, finora, ne sono la testimonianza. Continuiamo a camminare. L’unità nasce dal Sud? L’unità nasce dall’essenza stessa dell’essere umano, ma il potere è il suo grande nemico: divide et impera. Come dice una canzone di Patxi Andión: «Non hai mai voluto salvarti da solo, perché non esiste salvezza, dicevi, se non è insieme a tutti».