Solo dopo qualche tempo Sartorius capì che le cose destinate alla propria fine talvolta possono rivelarsi non solo le più resistenti, ma addirittura quelle votate a una esistenza eterna.
Andrej Platonov, Mosca felice
Ultimamente si fa un gran parlare del tramonto della società occidentale e dei segni che inevitabilmente lo annunciano. È passato più di un secolo dalla pubblicazione del Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler, che uscì nel 1918 e venne ripubblicato nel 1923: la destra se ne è spesso appropriato per denunciare una decadenza e una necessità di riscatto, la sinistra per un ipocrita senso di colpa e per affermare la necessità di un cambiamento. A prescindere dai modi in cui è stato strumentalizzato (persino dallo stesso autore), vi si trovano due intuizioni ancora attuali.
La prima è ciò che Spengler chiama Zivilitation, ossia la situazione per cui una società si “imbarca su se stessa” e si ostina su valori e convinzioni superati, morti, come se fossero ancora vitali, generando quindi decadenza; la seconda è che l’Occidente si è costruito sull’ansia inarrestabile a essere di più e produrre più denaro. Oggi sappiamo che questi due obiettivi – il progresso e il capitalismo esteso – sono valori decaduti che scalpitano per dimostrare di essere ancora vivi. Non che siano spenti, anzi la loro ombra lunga si proietta sulle nostre vite e sul pianeta, ma l’intrinseca malvagità con cui questi due obiettivi vengono perseguiti ci suggerisce che, sebbene possano risultare seducenti, una parte dell’umanità non ci crede più. Gli stessi mostri che vivono per dimostrare che sviluppo e denaro rimangono i valori di tutti sono talmente “partigiani” e antagonisti da dover obbligare gli altri a crederci. Che si tratti di Trump o Meloni, Erdogan o Netanyahu, i petrolieri dell’Eni o i banchieri europei, le loro violente pantomime ricordano più Nerone o Caligola e il suo cavallo eletto a primo ministro che le sorti progressive. L’Occidente sembra essere rimasto bloccato nella sua fede indimostrabile nello sviluppo del capitale come una promessa di migliore vita per tutti e viene continuamente smascherato da chi rivela che l’unica cosa che permane è la guerra e la violenza dei più forti.
Il problema è che, per troppo tempo dopo Spengler, i “progressisti” hanno creduto che il tramonto fosse qualcosa di destra.
Con buona pace di Marx o di Toni Negri, il capitalismo spinto il più avanti possibile nella sua versione integrale non apre a nessuna “caduta” del capitale, ma solo a un lento e inesorabile tramonto. Gli imperi cadono, lo sappiamo, ma la questione è ancora la stessa legata all’Impero Romano o al Commonwealth: nessuno si accorge che il motore è già spento e che si sta andando giù, irrevocabilmente. Peter Brown ci ha insegnato che gli imperi cadono quando il valore presunto che li teneva uniti non regge più. Nel caso dell’Impero Romano si trattava di una forma di dominazione violenta basata su un’appartenenza che si svuotava alla periferia – i famosi barbari che lo erano e non lo erano, ma dimostravano l’esistenza di un “fuori impero”. L’universalismo cristiano, per quanto alleato con il potere imperiale, lo corrode dall’interno perché vi introduce il resto del mondo: cives romanus sum conta molto meno della nuova identità, che “barbarizza” l’impero. L’alleanza tra chiesa e impero consente una lenta caduta, ma non la impedisce.
Oggi siamo in una situazione abbastanza simile. L’Occidente ha rallentato la sua caduta con il colonialismo, che ha preteso di occidentalizzare il resto del mondo ma non ci è riuscito. Oggi la Cina, ma anche l’Africa e l’America Latina con i loro popoli indigeni, sono il fuori che mangia un Occidente che si scopre impreparato a questo allargamento di mondo. Il risultato sono gli scossoni, i singulti, le mostruosità e il risentimento di una compagine che si trova senza nuovi paradigmi, fondamentalmente bloccata. Da un certo punto di vista, questo tramonto potrebbe essere un’occasione formidabile – come lo è stato il passaggio dalla romanità all’Europa medievale. Non solo, i secoli della caduta del mondo romano sono stati fertilissimi per la storia del pensiero umano: la nascita del monachesimo, la fine di un certo tipo di schiavitù, Plotino, l’incontro tra mondo arabo e mondo greco, l’incredibile fioritura di Bisanzio. Soprattutto per la coscienza di chi abbandonava un mondo per transitare in un altro, si trattava di un passaggio che liberava energie nuove e invitava a ragionare sul senso di ciò che stava finendo. L’arte di vivere pagana, di cui alla fine della sua vita si è tanto occupato Michel Foucault, si doveva confrontare con l’avvento di altre culture e società.
Sarebbe interessante cercare nell’oggi le tracce di un pensiero che si interroga sul tramonto e sul passaggio. Tempo fa ho scritto un testo, Elogio dell’Occidente, che andava paradossalmente in questo senso, cercava cioè di capire cosa sia rimasto nell’Occidente che può ancora servire a un mondo nuovo. E interrogandomi, constatavo una cosa fondamentale: che l’Occidente, e con esso l’Europa, ha creato al suo interno anche gli strumenti per una critica a se stesso. I rivoluzionari asiatici che percorrevano l’Europa alla fine dell’Ottocento e tra le due guerre apprendevano proprio qui i metodi e le pratiche per demolire il colonialismo. Dall’Occidente i mondi in via di decolonizzazione assorbivano il senso di una narrazione che suggeriva la possibilità di coniugare nuove individualità con mondi collettivi – la grande letteratura latino-americana, quella del subcontinente asiatico, quella africana. Certo, forse il vero valore che l’Occidente e l’Europa non riescono più a trasmettere è quello di un’organizzazione democratica della società. La democrazia ad alcune società nuove sembra troppo debole per contrastare il capitale e l’aggressività dei mercati, oppure troppo lontana da un’etica che si è costruita confucianamente su millenni di pensiero collettivo.
Da un po’ di tempo rifletto sulla dimensione individuale e collettiva del tramonto. Siamo una società che è afflitta dallo sviluppismo e continua a fuggire il senso della fine. Come ha raccontato Frank Kermode nel suo Il senso della fine: studi sulla teoria del romanzo, l’assenza della fine impedisce ogni narrazione. Chiudere, accettare il fading presente nelle nostre vite e negli eventi storici, aiuta la nascita di nuove narrazioni. Il tramonto è in questo senso l’emergere quotidiano di un fenomeno che, nella sua grandiosità, rappresenta il sipario che va calato alla fine di ogni opera, ma nello stesso tempo induce a pensare che solo accettando la conclusione del giorno possiamo imparare a guardare nell’oscurità. Nella nostra incapacità di leggere la natura – un’incapacità distruttiva – vi è anche l’impossibilità di servirci della natura come metafora per la nostra vita. Albe e tramonti ci suggeriscono, nel modo complesso e ambiguo con cui procede la natura, l’esistenza di cominciamenti e conclusioni. Per il particolare momento storico che viviamo, ci fanno sospettare che la cifra del tramonto è anche quella del nostro tempo. La decadenza, il grottesco clownismo dei potenti, il crollo dei valori dei fondamenti dell’Occidente, l’incapacità di sfuggire al già accaduto, la balbuzie con cui guardiamo alla fine della vita e alle generazioni che ci hanno preceduti fa sì che non riusciamo a non sentirci in una fase di irrevocabile declino. Questo riguarda l’Occidente ma non altre culture che hanno diverse maniere di specchiarsi nella natura e nel tempo, culture collettive e comunitarie che non hanno cancellato l’idea del legame con i già vissuti e con chi vivrà dopo di noi. Nel suicidio che sembra essere insito nell’inguaribile amore per la guerra – in cui l’Occidente ha eccelso – c’è l’incapacità di venire a patti con la natura finita dell’umanità, con l’importanza della pace come maniera di continuare la vita sulla terra. Può darsi che la Cina imbocchi la stessa strada militare dell’Occidente, anche se come forma di dominio finora ha preferito la continuazione inglobante alla distruzione del vicino. L’emergere dei popoli indigeni nel mondo suggerisce altri tipi di cosmologie che non prevedono l’esaurimento non solo delle risorse ma delle possibilità di mediazione.
All’Occidente rimane la responsabilità di comprendere il proprio tramonto, di farne qualcosa che serva a una rigenerazione. Mai come adesso questo tramontare corrisponde a un crepuscolo che ci aiuta a vedere le cose in un’altra luce, a comprendere che esistono altre presenze accanto alla nostra prepotente solitudine. Abbiamo negli ultimi due secoli presunto di aver capito il resto del mondo e oggi ci troviamo di fronte all’emergere di mondi che non capiamo. Tramontare significa sbarazzarsi di ideologie ingombranti, di certezze crepate e in polvere: la nostra “modernità” mostra il volto più grottesco, l’inutilità e la devastazione del petrolio e del cemento armato. Il tramonto non è solo una metafora ma uno strumento, una metodologia per costruire un oltre che sarà possibile solo dopo una conclusione.