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L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro precario delle persone migranti

L’immigrazione continua a rappresentare uno dei principali fattori di tenuta demografica ed economica dell’Italia. In un Paese segnato dall’invecchiamento della popolazione e dal calo strutturale della forza lavoro, il lavoro delle persone con background migratorio è ormai una componente essenziale del sistema produttivo italiano.
Ma accanto al contributo lavorativo fondamentale emerge una realtà fatta di segregazione occupazionale, bassi salari e forte vulnerabilità sociale.

Circa il 90% delle persone con background migratorio si trova in età lavorativa (15-64 anni), contro poco più del 60% della popolazione nata in Italia. Nel 2024 le persone di origine straniera corrispondevano al 10,6% della popolazione attiva residente, pari a quasi 4 milioni di persone. Contrariamente alla narrazione politica dominante, gli stranieri lavorano più degli italiani. Con tassi pari al 65% tra i migranti nati nell’UE e al 63% tra quelli nati fuori dall’UE, la popolazione immigrata in Italia presenta una probabilità di occupazione superiore rispetto ai cittadini nati nel Paese. Al Nord l’occupazione di persone di origine straniera raggiunge il 68%, mentre nel Mezzogiorno scende al 52%, pur restando superiore a quella della popolazione locale che si ferma al 48%.

Circa il 90% delle persone con background migratorio si trova in età lavorativa (15-64 anni), contro poco più del 60% della popolazione nata in Italia.


Questa integrazione quantitativa, tuttavia, non coincide con una reale uguaglianza economica. Il lavoro delle persone migranti resta confinato nei segmenti più fragili del mercato: il 26% degli stranieri svolge mansioni non qualificate, contro appena il 7,6% degli italiani. Circa l’80% degli immigrati è inserito nel cosiddetto “mercato secondario”, fatto di lavori precari, fisicamente usuranti e a basso salario. Uno degli aspetti più evidenti è la dequalificazione professionale. Un immigrato su quattro svolge oggi un lavoro meno qualificato rispetto a quello esercitato prima della migrazione. Tra i laureati la quota sale al 42%. Il mancato riconoscimento dei titoli di studio e le difficoltà burocratiche impediscono infatti a molti lavoratori qualificati di accedere a occupazioni coerenti con le proprie competenze.


La segmentazione segue anche linee di genere molto nette. Il divario occupazionale di genere arriva a quasi 30 punti percentuali tra i nati all’estero, mentre i nati in Italia il gap di genere è di 16 punti percentuali. Il 60% delle donne di origine straniera è inattivo. Le lavoratrici migranti si concentrano soprattutto in cinque professioni: badanti, collaboratrici domestiche, addette alle pulizie, cameriere e operatrici socio-sanitarie. Le comunità ucraine e polacche in Italia sono composte per oltre il 74% da donne, confermando la centralità del lavoro di cura per le donne provenienti dall’Est Europa.


Nonostante gli alti livelli di occupazione, la povertà lavorativa colpisce in modo sproporzionato le persone migranti. Gli stipendi medi degli stranieri si attestano a 17mila euro contro i 24mila degli italiani. Anche le condizioni contrattuali risultano spesso più svantaggiose. Konaté, ragazzo di 28 anni proveniente dalla Costa d’Avorio, vive in Italia dal 2015 e racconta che una volta arrivato, prima di trovare un lavoro con contratto a tempo indeterminato presso l’azienda A2A – S.p.a. che offre multiservizi dalla vendita di energia allo smaltimento e riciclaggio dei rifiuti – la strada è stata lunga. «A Biella ho lavorato come vivaista, con un contratto part-time, poi ho trovato un lavoro presso A2A ma il mio contratto era a chiamata, poi mi hanno chiesto di andare ad Asti perché aprivano un nuovo punto di raccolta e mi hanno offerto un contratto a tempo indeterminato».

Il 35% delle persone nate all’estero vive in case sovraffollate, mentre l’insicurezza alimentare coinvolge quasi il 18% delle famiglie straniere, il doppio rispetto a quelle italiane.


La precarietà e l’insicurezza contrattuale rappresentano infatti un altro tratto distintivo del lavoro delle persone migranti: il 29% dei lavoratori stranieri rientra nei lavori con contratti atipici, contro il 17,2% degli italiani, mentre il 14,1% lavora in part-time involontario contro il 7,8% degli italiani. Pur rappresentando circa il 15% degli occupati, le persone di origine straniera costituiscono il 31% dei lavoratori poveri in Italia. Tra questi oltre due occupati su cinque non riescono a superare la soglia della povertà relativa. Le difficoltà economiche si riflettono anche nelle condizioni abitative e sociali. Il 35% delle persone nate all’estero vive in case sovraffollate, mentre l’insicurezza alimentare coinvolge quasi il 18% delle famiglie straniere, il doppio rispetto a quelle italiane.


Resta inoltre centrale il tema della cittadinanza. Il sistema italiano, fondato sulla Legge 91/1992 e sul principio dello ius sanguinis, richiede 10 anni di residenza legale per chi non ha legami di discendenza, il doppio rispetto ai 5 anni previsti nella maggior parte dei Paesi OCSE. Anche tra gli immigrati con almeno 10 anni di residenza, solo due migranti su cinque hanno ottenuto la cittadinanza italiana. Alan, 32 anni, nato in Ecuador e in Italia da 24 anni, oggi lavora come cuoco in un ristorante Roadhouse e vive ancora con il permesso di soggiorno.
«Il permesso di soggiorno ha una grande influenza sulla condizione di lavoro» racconta Alan, che specifica: «se cerchiamo lavoro, è il primo documento che ci chiedono, se invece dobbiamo richiedere il documento, dobbiamo dimostrare di essere dei lavoratori assunti».

Il lavoro delle persone migranti è indispensabile per sostenere il sistema economico italiano, ma continua a essere trattato come forza lavoro sostituibile e marginale.

Però, precisa Alan, che in quanto persona di origine straniera non sente di ricevere un trattamento diverso dai suoi colleghi, le problematicità sono uguali per tutti: «determinate aziende non rispettano alcune regole e leggi, soprattutto quelle per la tutela e i diritti del lavoratore». I dati raccontano dunque un paradosso strutturale: il lavoro delle persone migranti è indispensabile per sostenere il sistema economico italiano, ma continua a essere trattato come forza lavoro sostituibile e marginale. Senza le persone di origine straniera il mercato del lavoro italiano avrebbe sempre meno lavoratori attivi; senza politiche di integrazione e mobilità sociale, però, il rischio è quello di consolidare un’economia fondata sulla precarietà permanente.

Autore

La Redazione