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N.3 - Nessuno Lavora Da Solo

Lavoratori: armiamoci di solidarietà

Luisa Morgantini è una testimonianza storica dell’ultimo secolo di lotte operaie. In questo suo intimo contributo per Claim, racconta come la sua vita sia stata sempre connessa alla lotta per la dignità sul lavoro. Dalla sua prima occupazione di fabbrica in Piemonte a 11 anni, fino all’alleanza tra i lavoratori di Gaza e quelli italiani più forte che mai dal genocidio, dalle conquiste operaie degli anni ’70 fino al rullo compressore neoliberista che ha frammentato l’unità dei lavoratori, al centro del suo operato c’è sempre la solidarietà. Contro le guerre, contro chi grazie alle guerre si arricchisce, la solidarietà nei luoghi, da Roma fino alla Palestina, è la dimostrazione che nessuno lavora da solo. La sua vita, dedita alla lotta e alla pace, lo dimostra, giorno dopo giorno.

La mia prima esperienza sindacale è stata nella fabbrica Sasa, una fabbrica tessile dove lavorava mia madre, in Piemonte. Avevo dieci anni, erano gli anni della crisi del tessile, ma a quel tempo ovviamente non lo sapevo. Sapevo solo che avevano annunciato la chiusura della fabbrica e che quindi le lavoratrici e i lavoratori l’avevano occupata. Io c’ero rimasta dentro per mesi. Insieme ai miei due fratellini dormivamo in mezzo ai telai: c’era una puzza terribile di canapa, però a me piaceva moltissimo. Si giocava ma soprattutto si mangiava il minestrone, che io adoravo perché lo mangiavamo tutti insieme. L’ho continuato ad adorare anche diventando grande: tornavo dai luoghi di conflitto e appena arrivavo a casa mi facevo un minestrone. Era un modo per sentirmi al sicuro. Quel minestrone era legato a un’idea di comunità che non avevo mai conosciuto fuori dalla fabbrica.

Perdemmo la battaglia, la fabbrica fu chiusa e mia madre fu licenziata insieme a tutti gli altri lavoratori. Si fece però una grande manifestazione che terminò con il comizio di una dirigente sindacale, Teresa Noce. Io l’ascoltavo e pensavo: è brutta come me ed è bravissima. Voglio fare anche io la sindacalista. Una scelta di vita che nasce da una sconfitta operaia. Ovviamente non sapevo chi fosse Teresa Noce, per me era solo una donna, e io volevo essere come lei.

Non ho studiato, ho terminato quella che al tempo era chiamata la scuola dell’obbligo. Mia mamma infatti era convinta di avermi fatta studiare perché non avevo, come tutti, interrotto la scuola in quinta elementare. Anche mio padre era operaio in una fabbrica chimica; anche loro erano in lotta. Io però ero molto amata dal direttore, mi prese infatti sotto la sua ala. Sosteneva che fossi un’anarchica faraonica, ma al tempo non avevo idea di che cosa significasse. Solo quando cominciai a leggere di partigiani della Vald’ossola, scoprii che era stato nella resistenza.

Un giorno, mentre ero con lui nel suo ufficio, vide i lavoratori della fabbrica in sciopero che manifestavano. Scendemmo insieme e per un momento mi trovai dalla parte del padrone, ma decisi di lasciarlo e unirmi ai lavoratori, tra i quali c’era anche mio padre. Mia madre mi sgridò, perché i lavoratori si lamentarono di avere una ragazzina in mezzo a loro che dicevano parolacce. Fu il secondo episodio che mi convinse di voler diventare una sindacalista e rifiutare la proposta del direttore che voleva che studiassi con il suo aiuto.

Invece di studiare trovai un impiego volontario alla Camera del Lavoro: era il giorno di Carnevale del ‘54. Presto iniziai a sentire il bisogno di andarmene di casa per cercare la mia libertà. Le montagne e il paese mi stavano stretti. Anche se il mio paese, Villadossola, prima Repubblica partigiana della Val d’Ossola, mi è sempre rimasto caro. A mio padre, partigiano, chiedevo sempre di raccontarmi della Resistenza, ma lui rispondeva sempre di no: «Perché la guerra è brutta da qualsiasi parte la si guardi», mi diceva. Ma io ero una antifascista entusiasta.

A 18 anni desideravo essere una donna libera e decidere della mia vita. Sono scappata di casa in un settembre caldissimo, nel 1958. Dove andare? Oltre al Paese, Torino e Novara, non avevo visto nulla. Ogni domenica distribuivo l’Unità, ero comunista, lo ero da quando avevo undici anni. In uno dei giornali che distribuivo lessi un articolo che diceva: «Bologna: dotta e comunista». Ed è così che decisi quale treno prendere. Scappai di casa per andare in una città che non conoscevo.

Una volta arrivata, non sapevo dove andare, quindi mi presentai alla Camera del Lavoro dicendo che avrei voluto lavorare lì. Mi vedevano strana, 50 chili di peso, capelli corti, pantaloni e maglia blu, telefonarono alla cdl di Novara, dove gli dissero che ero un po’ matta ma intelligente. Mi diedero un posto all’Inca (Istituto Nazionale Confederale di Assistenza), dove facevo le pratiche per i pensionati. In quel periodo, erano gli anni Sessanta del boom economico, avevamo la certezza del lavoro, in un modo o nell’altro lo si trovava.

Dal 1960 agli anni ‘80 è stata una continua conquista dei lavoratori, degli operai, che rappresentavano una fetta enorme della popolazione. Erano una potenza. Erano un problema per i padroni. Per me, come donna, il lavoro era emancipazione, un’idea ai tempi più forte di quella della liberazione dal patriarcato, che è arrivata dopo. C’era l’idea di essere uguali, al pari degli uomini. Di poter essere colleghe e compagne, non solo fidanzate.

Io nel sindacato lavorai come funzionaria solo dall’autunno caldo del 1969, ma partecipai a tutte le lotte precedenti. Il sindacato si è costruito in quegli anni, è stato una forza rivoluzionaria. Nel ‘66 ero uscita dal Pci, con l’XI Congresso, prima ancora che uscisse Il Manifesto: ero indecisa se andare a Cuba, con Fidel Castro e Che Guevara, o se rimanere in Italia e lottare con i lavoratori. Ero in crisi. Ma invece di partire per Cuba decisi di andare in Inghilterra. Così come per Bologna fu la lettura di un articolo di un sindacalista a confincermi di partire. Lessi dell’importanza dei delegati sindacali di base: l’idea del sindacato come cinghia di trasmissione del Partito che sentivo astratto e con un linguaggio codificato non mi tornava, mentre nel sindacato sentivo che si combatteva concretamente per i diritti dei lavoratori. Di ritorno dall’Inghilterra, dove avevo conosciuto il mondo, iniziai a lavorare a Milano, nella società Umanitari, dove mi occupavo di formazione sindacale. Lì conobbi gli attivisti della FIM-Cisl, che al posto del libro di Mao sventolavano il Vangelo, ma rivendicavano uguaglianza, parità e diritti, quindi mi ci ritrovai nonostante fossi comunista. Erano cattolici operaisti che mi accolsero perché volevano lavorare all’unità tra marxisti e cattolici, nella FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), e io mi sono sempre considerata unitaria.

Per la Palestina i lavoratori si sono ribellati davanti all’orrore perpetrato dallo Stato di Israele. La frammentazione individualista è stata vinta dalla solidarietà

Seguirono tante, tantissime conquiste operaie. Si lottava per la conquista dei diritti salariali, ma non solo. Negli anni ‘70 c’erano i Consigli operai di gramsciana memoria e le rivendicazioni del sindacato uscivano dalle fabbriche e si estendevano alla politica internazionale. Ci fu il Vietnam e la lotta contro le guerre, il Brasile e la lotta contro le dittature, la lotta a supporto delle liberazioni nazionali come in Angola. Il sindacato era aperto – fuori dai luoghi di lavoro – al mondo. Quando ci fu il massacro di Sabra e Shatila, come metalmeccanici organizzammo lotte di solidarietà, rimaste vive fino agli anni ‘90. La solidarietà era importantissima ed era parte integrale e fondamentale dell’attività sindacale. La cultura sindacale della FLM si fondava molto sulla solidarietà internazionale.

Facevamo anche battaglie per la trasformazione delle aziende militari in aziende con funzioni sociali. Senza successo però, perché il declino industriale era già in atto. Fino agli anni ‘80 conquistammo tutto, poi questa cosa è finita e si è passati alla precarizzazione. Arrivarono le crisi, il lavoro indeterminato iniziò a diventare un miraggio, i sindacati cessarono di essere un elemento di pulsione rivoluzionaria.

Il lavoro oggi non è più lo stesso. Non esiste più la catena di montaggio ma permane la frammentazione. I luoghi di lavoro sono diversi e in molti lavorano da casa. Ovviamente, anche la solidarietà, a causa di queste trasformazioni, è cambiata. Non c’è più il luogo come la fabbrica, dove i lavoratori stavano insieme e lottavano tutti insieme. La divisione è profonda: i diritti sindacali sono difficili da conquistare, ma anche solo da mantenere e difendere. Il liberismo accettato ormai da tutta la sinistra ha disgregato la forza della classe lavoratrice. E ricomporre i nuovi mondi dei lavoratori è qualcosa che non si è ancora riuscito a fare.

Oggi però penso che, paradossalmente, la tragedia del genocidio e della pulizia etnica del popolo palestinese, abbia rimesso insieme i lavoratori di tutte le categorie. Per la Palestina abbiamo visto attivarsi medici, vigili del fuoco, operai precari, lavoratori portuali, studenti. I lavoratori si sono ribellati davanti all’orrore perpetrato dallo Stato di Israele. La frammentazione individualista è stata vinta dalla solidarietà tra lavoratori. Siamo però in un momento storico dove le fondamenta delle democrazie sono sotto attacco.

Noi andiamo in Palestina per combattere insieme contro il capitalismo, contro le guerre e contro l’imperialismo, contro un sistema che si finge razionale ma è, invece, talmente irrazionale da essere auto distruttivo. Vedo un risveglio delle coscienze, anche se il prezzo lo sta pagando il popolo palestinese e tutti i popoli oppressi. Lo vedo nella solidarietà tra lavoratori. Non solo tra lavoratori italiani e palestinesi, come i sanitari o i giornalisti, ma anche tra di noi: tra operai, studenti, giornalisti contro le guerre, e la volontà di distruggere intere società e paesi non certo per la democrazia ma per dominare il mondo.

Dobbiamo ritornare a prendere in mano l’utopia. I teologi della liberazione dicevano che l’utopia è un principio di lotta. Dobbiamo sapere che se si costruiscono le armi, si fabbricano le guerre. Dobbiamo provare a riproporre una visione di mondo, che in fondo noi avevamo, ma che è stata sconfitta da Seattle in poi. Senza estremismi ma con freddezza, determinazione e una passione per l’umanità. Oggi c’è un movimento internazionale, ma non ancora la capacità di mettere insieme le forze e salvarci da ogni sfruttamento, fondamentalismo e nazionalismo. Non so se ce la faremo ma so con certezza che vale la pena tentare. E cercare, cercare sempre.

Autore

Luisa Morgantini Attivista per la pace. Figlia di partigiani, è stata la prima donna eletta nella segreteria della Federazione lavoratori metalmeccanici a Milano. Già vice-presidente del Parlamento europeo, oggi è presidente dell’associazione AssoPacePalestina che ha fondato