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N.3 - Nessuno Lavora Da Solo

La tecnologia è utile se riduce la fatica inutile del lavoro

Lavorare tutti, lavorare meno? Far lavorare le macchine, guadagnare tutti? Per Bifo il tecno-feudalesimo della stupidità artificiale ci ha resi automi talmente intimoriti dalla ricerca del piacere da perdere il desiderio di riprodurci. Per Peppe c’è ancora spazio per riattivare l’intelligenza collettiva (umanissima perché artificialissima), per socializzare i profitti dell’automazione e dell’IA collettivamente alimentata. Per Bifo è il non futuro che incalza, per Peppe esiste un’alleanza solitaria e solidale di Millennials e GenZ contro una tecnologia «che trasforma tutto in merda». Un botta e risposta, sull’orlo della fine del mondo, che si interroga sui futuri persi, quelli meritati, automatizzati, auto-schiavizzati, liberi dal lavoro o imprigionati, intelligentissimi, sorvegliai, pessimisti o ancora innamorati.

Franco Berardi (Bifo) Dice qualcuno che sono pessimista, ma non capisco il significato di questa parola. Qua sotto dirò sinteticamente quel che penso di me (ammesso che ve ne importi qualcosa e credo di no). Nel secolo ventesimo, sin da giovanissimo, pensavo che il lavoro fosse una maledizione inutile dalla quale il genere umano poteva liberarsi grazie alla tecnologia e alla solidarietà di classe. Quando avevo venti anni andavo davanti ai cancelli delle fabbriche di Bologna, Torino e Milano (il treno era gratis perché non pagavo il biglietto e il controllore era spesso un compagno e non mi faceva la multa). Andavo davanti ai cancelli a distribuire volantini che raccontavano esempi del rifiuto del lavoro e dell’allegra vita dei proletari giovani ribelli. «Che l’amicizia guidi l’intelligenza e che l’intelligenza sostituisca il lavoro»: in queste poche parole poteva riassumersi ciò che in quegli anni pensavo, leggevo, scrivevo.

Sbagliavo? In my humble opinion non sbagliavo affatto. La tecnologia è cosa utile a ridurre l’inutile fatica del lavoro, quando è condivisa in amicizia, quando l’ingegnere e il poeta camminano insieme, e fanno l’amore mentre le loro macchine producono lo stretto indispensabile. Tecnologia e frugalità: quando abbiamo molte amiche e molti amici, non ci occorre molto. E quel poco che occorre le macchine intelligenti lo possono fare per noi.

Questo era un tempo, prima del cambio di millennio. Poi mi venne la pessima idea di travalicare, di sopravvivere stupidamente a me stesso, e mi ritrovai in questo stupido secolo che ha perduto l’appuntamento con la felicità e che per la rabbia di essere così brutto sta (se permetti la rima incongrua) distruggendo tutto. Fin dall’inizio i segnali furono sgradevoli: il dotcomcrash annunciava una trasformazione del Net into Web. Il net era stato negli anni Novanta la collaborazione digitale tra innumerevoli singolarità enuncianti. Il Web è l’ingabbio malefico, la ragnatela che succhia la nostra attenzione e la trasforma in merda. Poi andammo a Genova per contestare la pretesa di sottomettere la vita di tutti all’arricchimento di pochi. Risposero con le cannonate, uccisero, caricarono, torturarono, ma soprattutto ci avvertirono: d’ora in avanti si fa come dice il padrone, e chi si ribella giù botte. Qualche mese dopo, a Manhattan, iniziò l’ondata di terrore che da allora non si è mai più fermata, e chiaramente sta trasformando il pianeta in una palla infuocata. Guerra per sempre – questa fu la promessa del secolo orrendo in cui ora viviamo e che, se dio vuole, promette di essere l’ultimo dell’esistenza schifosa di un genere umano senza più umanità. Dicono i miei amici che sono pessimista. Non è vero, spero semplicemente che questo orrore finisca presto, in una maniera o nell’altra. E se questa è la sola maniera perché l’orrore finisca, ben venga la consapevole terminazione che le donne di tutto il pianeta hanno ormai dichiarato, rifiutando di mettere al mondo le vittime designate dell’inferno.

C’è un solo modo perché un po’ di gioia dissipi l’orrore: l’amicizia, la frugalità, e l’intelligenza che libera dalla fatica. Ma l’amicizia è diventata quasi introvabile. E l’intelligenza appartiene all’automa. Sembra che la generazione nata nel nuovo secolo fugga il piacere perché troppo coinvolgente, sembra che l’attenzione sia catturata dai fantasmi digitali, e che il bombardamento di psico-stimoli azzeri la capacità di godere. Perciò siamo alla mercé dei mostri, e per sopravvivere siamo costretti a farci sfruttare fino al midollo, mentre il pianeta è un inferno irrespirabile e petroliere in fiamme versano sangue nero nell’acqua in cui galleggiano cadaveri. Se le cose stanno così allora lo confesso: penso che generare vittime dell’inferno sia la peggiore delle azioni, penso che procreare sia diventato un crimine. Il nulla è molto meglio dell’orrore interminabile.

Ma consiglio ai miei pochi lettori di non stare ad ascoltarmi. Ricordo che nel secolo passato credevo che l’evoluzione avrebbe portato un futuro di amicizia, di piacere e di lavoro zero. Ho sbagliato, non c’è dubbio, non starò qui a spiegare quali errori commettemmo negli anni in cui la solidarietà era più forte che la competizione. È un tema interessante, non ne dubito, ma non abbiamo tempo per ragionare su quel tempo passato. Il non futuro incalza. Ma se ho sbagliato allora, scusatemi, perché dovreste stare ad ascoltarmi, perché dovrebbe il mio lettore credere in quel che scrivo? Quel che io so e che credo non conta quasi niente. È molto più importante quel che non so e non credo. È il non sapere che giudica il sapere.

Nel secolo ventesimo, da giovanissimo, pensavo che il lavoro fosse una maledizione inutile dalla quale il genere umano poteva liberarsi grazie alla tecnologia e alla solidarietà di classe

Giuseppe Allegri Scrivo queste note nei giorni dell’anniversario della Comune di Parigi (18 marzo – 28 maggio 1871), quando la Federazione degli artisti dichiarò: lavoreremo insieme per la nostra rigenerazione, il lusso comune, gli splendori futuri e la Repubblica Universale (aprile 1871). Mentre in questi stessi giorni del 2026 qui a Roma si aggira il messianico, apocalittico e suprematista tecno-autocrate Peter Thiel, fondatore di Palantir Technologies, la macchina monopolista del panopticon digitale venduta a eserciti, governi, servizi segreti, agenzie militari, aziende sanitarie pubbliche e private di tutto il mondo. Per fondare quella Repubblica tecnologica (volume pubblicato in Italia per i tipi di Silvio Berlusconi Editore, ancora lui!) che Alexander C. Karp, co-fondatore e amministratore delegato di Palantir, teorizza per la diffusione globale della leadership politica e tecnologica statunitense nell’era dell’intelligenza artificiale e per arginare l’invadenza del celeste tecno-impero cinese.

E Palantir è macchina globale di controllo, disciplina e fatturazione miliardaria che non a caso prende il nome dai Palantiri, le pietre vedenti/veggenti, coloro che sorvegliano da lontano, gemme sferiche create dagli Elfi de Le due torri de Il Signore degli Anelli, vera lettura condivisa dell’estrema destra di tutte le latitudini. Dai campi Hobbit dove si è formata la generazione di Colle Oppio attualmente al governo in Italia, fino alla nuova generazione degli elfici unicorni della Silicon Valley, in guerra contro la controcultura del California Dreaming dagli anni Sessanta del Novecento, bollata come l’Anticristo dell’attuale socialismo woke. Andata e ritorno, dall’oscuro Impero alle sue province.

E allora, che fare dinanzi a queste immense potenze magico-misteriche con la vocazione a governare il mondo con macchine intelligenti, di divertimento e di guerra, di disciplinamento e sterminio, di isolamento e incupimento, che vorrebbero fare a meno del lavoro e del lavoratore umano ridotto a disoccupata plebe sorvegliata, punita e fomentata nella lotta contro il capro espiatorio di turno? Per dirla sempre con Thiel che riprende il suo maestro René Girard, in una permanente estensione del dominio della lotta (Michel Houellebecq, già trent’anni fa) tra poveri, poverissimi, marginali, esclusi, apolidi, invisibili.

Intanto assisteremo inermi all’ondata di disoccupazione di massa del solitario e precario lavoro cognitivo alla scrivania? O forse converrà riattivare l’intelligenza collettiva (umanissima perché artificialissima) del General Intellect che sempre un trentennio fa, o giù di lì, ci fece autonominare come cangiante forza comune dei Precari Cognitivi/Cognitari. Pre-Cog, soggettività cooperanti dotate di poteri precognitivi, per anticipare i tempi della conoscenza degli eventi, che incontrammo sulle pagine del Minority Report di Philip K. Dick e che oggi dovremmo magicamente giocare dentro, contro, oltre coloro che sorvegliano da lontano, i Palantiri.

È in questa immaginaria e immaginifica staffetta intergenerazionale, al futuro anteriore, con la portata anti-autoritaria, libertaria, post-lavorista di Millennial e GenZ, che si gioca la necessità esistenziale e sociale, individuale e collettiva, solitaria e solidale, di condividere le ricchezze frutto dell’automazione dei sistemi produttivi dell’immateriale intelligenza artificiale, che in realtà comporta un immenso dispendio di energia fisica, materiale e umana: dei solitari turchi meccanici all’opera 24/7, di macchinari da attivare, di data server da interrare in una nuova recinzione tecno-feudale della terra.

Si tratta di convergere sull’urgenza di un dividendo comune che socializzi i profitti dell’automazione e dell’AI collettivamente alimentata. Un dividendo sociale, un reddito universale e incondizionato, che la stessa intelligenza collettiva ci aiuterà a progettare come strumento comune per avviare quella rivoluzione automatizzata e automatica contro il lavoro gratuito sotto padrone, per cortocircuitare i prompt di quell’intelligenza artificiale che quotidianamente educhiamo a una ribellione permanente contro i suoi oscuri proprietari e sorveglianti.

Solitari e solidali nella lotta condivisa del post-marxiano, composito e preveggente General Artificial Intellect per la Repubblica Universale del lusso comune. Dalla Comune di Parigi, alle Comuni civiche, cittadine, metropolitanee ai Commons a venire.

Autori

Franco Berardi (Bifo) Filosofo e attivista italiano, figura di spicco dell’Autonomia operaia e cofondatore di Radio Alice. Tradotto in oltre dieci linque e autore di La fabbrica dell’infelicità (DeriveApprodi, 2001), After the Future (AK Press, 2011), Futurabilità (Nero Editions, 2017); Giuseppe Allegri Ricercatore, saggista, promotore e lavoratore culturale del quinto stato. Collabora con Il Manifesto, è redattore di OperaViva Magazine e socio co-fondatore del Basic Income Network-Italia