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Mini Claim - Sarà Una Bella Lotta

La rendita deprime il benessere collettivo

Walter Tocci

C’è un tipo di ricco che ha oggi raggiunto il prestigio internazionale, ma che solo qualche decennio fa era considerato una palla al piede dello sviluppo economico e un corruttore della politica.

A Roma veniva chiamato “palazzinaro”. Aldo Fabrizi, nella sua formidabile interpretazione in C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, rispondeva così a chi gli chiedeva conto della mancanza dei servizi: «Le fognature? E allora er Tevere che ce sta a fa’?». Il manifesto di denuncia delle malefatte immobiliari fu il film Le mani sulla città di Francesco Rosi. Se ne interessò anche la migliore letteratura italiana con il romanzo La speculazione edilizia di Italo Calvino. Negli anni Settanta, noi comunisti inondammo la periferia di manifesti e di comizi utilizzando la frase rivolta dal costruttore Francesco Caltagirone al plenipotenziario andreottiano Franco Evangelisti: «A Fra’, che tte serve?». Pur nell’afflato del compromesso storico, la durissima propaganda contribuì alla grande avanzata elettorale.

Quasi tutti gli urbanisti sentivano come un dovere deontologico il contrasto alla rendita. Gianni Agnelli la considerava un settore parassitario da contrastare mediante il “patto dei produttori” tra sindacati e imprenditori. In realtà ha sempre vinto il “blocco edilizio”, come lo chiamava Valentino Parlato, a cominciare dall’affossamento della riforma urbanistica del ministro democristiano Sullo. Negli anni Ottanta il ricco palazzinaro venne sostituito gradualmente da una nuova figura di rentier, il ricco finanziere che tramite una società immobiliare acquistava le aree, le trasformava e vendeva gli edifici. Fu un salto di forma imprenditoriale, dal piccolo costruttore che si avvaleva di un prestito bancario, si passò a una più forte concentrazione di aree e a una maggiore compenetrazione tra edilizia e finanza.

La rendita deprime l’economia mentre si vanta di salvarla. Questa ambigua forma di ricchezza è la causa principale del declino italiano

Il caso più eclatante fu Berlusconi che realizzò il quartiere Milano 2, da cui trasse le risorse iniziali per creare l’impero televisivo e, di lì in avanti, quelle per la «discesa in campo» in politica. Infatti, è sempre rimasto affezionato a quella impresa edilizia, come dimostra la sua legislazione del Piano Casa, una sorta di condono preventivo per costruire in deroga ai piani regolatori.

Il finanziere-costruttore fu una figura transitoria: prese le distanze dal modo di produzione palazzinaro e preparò la fase successiva di una completa integrazione tra mattone e finanza con l’avvento, negli anni Novanta, del “fondo immobiliare”, che ancora oggi opera sull’intero ciclo edilizio, non solo le costruzioni, ma anche la gestione dello stock.

Esso venne utilizzato per la più sciagurata ristrutturazione del capitalismo italiano. Quando il gioco si fece duro nella concorrenza internazionale, infatti, le grandi famiglie si ritirarono mettendo a rendita i patrimoni costruiti a supporto dell’attività industriale. Fu triste vedere un prestigioso marchio industriale affiancato a quello immobiliare nel nome dell’impresa: Pirelli & C. Real Estate. L’esempio di Tronchetti Provera venne seguito da Agnelli, Benetton, Falck e tanti altri. A forza di creare valore spostando risorse dall’industria al mattone alla fine si ottenne bassa produttività.

La rendita deprime l’economia mentre si vanta di salvarla. Questa ambigua forma di ricchezza è la causa principale del declino italiano. Lo stesso meccanismo è alla base della più grande crisi del secolo. Chi l’avrebbe detto che il tanto celebrato turbo-capitalismo delle nuove tecnologie si sarebbe inceppato sul vecchio sogno piccolo borghese della casetta in proprietà, con 5 milioni di americani insolventi per le rate dei subprime nel 2008.

La crisi ha dimostrato che la rendita immobiliare si comporta a tutti gli effetti come un prodotto finanziario. Si è compiuta la piena integrazione tra economia di carta e di mattone. Anzi, la rendita è diventata la forma di valorizzazione prevalente in quello che ormai si può definire il “capitalismo dei rentier”.

In questa transizione si è consumato il più impressionante naufragio del discorso pubblico. Si era discusso tanto della rendita quando era un settore arretrato, ma è calato il silenzio quando è diventata la forma dominante del capitalismo. Non c’è più stato bisogno di minacciare colpi di Stato, il dominio era assicurato. Gli Agnelli non hanno più stigmatizzato l’immobiliare, poiché se ne erano serviti per proteggersi dalla globalizzazione. Un giornale come il Corriere della Sera, soltanto dopo le inchieste della Magistratura, confessa candidamente: «La rendita sta vincendo, e questa per Milano, storica città della crescita, è la vera ferita. Una modernità che umiliasse il merito non l’avevamo prevista».

Eppure si doveva sapere che la valorizzazione immobiliare non è frutto di meritocrazia, poiché dipende in gran parte dalle infrastrutture, dalla qualità e dal prestigio del contesto urbano, cioè viene alimentata dall’azione dei cittadini e dalle iniziative dell’amministrazione pubblica. La rendita è quattro-cinque volte maggiore del profitto generato nel processo costruttivo. La prima richiede solo l’attesa di un guadagno immeritato, ma per il secondo ci vuole un’impegnativa attività industriale. Eppure, nel senso comune, e purtroppo anche nella legislazione, si parla del “premio di cubatura”, che regala al proprietario maggiori edificazioni rispetto a quanto stabilito dai piani regolatori.

Semmai il “premio” dovrebbe essere pensato per la città che determina la valorizzazione. Invece, nel piano romano di Bufalotta si è calcolato che l’operatore ha ottenuto, in base alle leggi vigenti, una ren-dita del 106% rispetto ai costi di costruzione e ha versato al Comune solo il 6%. L’onere per il proprietario è stato circa quattro volte più basso delle tasse che paga un operaio. L’Italia è un paradiso fiscale per l’immobiliare. Tutto ciò favorisce la ricchezza proprietaria e aumenta la povertà pubblica. Al contrario, se una quota maggioritaria della rendita fosse incamerata dal pubblico e reinvestita nelle infrastrutture la città sarebbe nel contempo più giusta e più produttiva.

In mezzo secolo c’è stata la mutazione camaleontica del rentier immobiliare. Però questa mutazione sembra approdare a una quarta fase: la rendita militare. Se non sono bastati i bombarda- menti e le stragi a espellere i palestinesi dalla loro terra, si prova con modi più suadenti, trasformando Gaza beach in un villaggio alla Truman Show. L’immobiliare è la prosecuzione della guerra con altri mezzi, parafrasando Carl von Clausewitz.

I palazzinari non vengono più disprezzati. Sono diventati capi di Stato.

Questo articolo è tratto da “Dai palazzinari di periferia ai capi di Stato”, un più lungo contributo che l’autore ha pubblicato sulla rivista “Dissonanze”

Andrea Alzetta (Tarzan)

Dopo la vittoria elettorale dei neonazisti in Sassonia, torna nel nostro Paese il dibattito su come arginare l’onda nera che rischia di travolgere l’Europa. Da più parti, a sinistra, si afferma che «non ci occupiamo più dei lavoratori», «tutta questa attenzione all’accoglienza dei migranti ci fa perdere voti», «se non la smettiamo di occuparci solo dei froci», «parliamo solo di chi occupa invece che di chi lavora e una casa fatica a tenersela», «anche noi dobbiamo occuparci della sicurezza» e via dicendo. Tutte mezze verità o stronzate. Per fortuna poi esistono anche analisi più articolate e complesse, che però si disperdono in un sentire comune diviso, vittimistico e rancoroso.

Nessuno ha la ricetta vincente ma qualche segnale su come affrontare la destra e la sua narrazione tossica ogni tanto appare e sarebbe bene coglierlo. Credo che quello che è avvenuto in via Santa croce, dopo lo sgombero di Spin Time, possa offrirci qualche spunto interessante.

Una risposta moltitudinaria. Tutte le categorie “stereotipate” ritenute la causa delle sconfitte della sinistra, invece di scaricarsi vicendevolmente la colpa, si sono unite e hanno individuato nella finanza speculativa e nella destra i responsabili dello sgombero. La conclusione è chiara: la Destra sta con le élite e la grande finanza e la sinistra deve stare dall’altra parte.

Conclusione che emerge anche da una scelta netta, che un tempo avremmo definito “di classe”, dell’amministrazione romana, che rende la partita su Spin Time ancora aperta. Gli “invisibili” di Spin Time hanno chiamato alla mobilitazione per il 19 settembre. Scuole, università, associazionismo laico e cattolico, mondo del terzo settore, attori, poeti e cantanti, insieme alla politica, sono chiamati a ribellarsi a questa ingiustizia.

Il tutto con una inedita consapevolezza che nessuno si salva da solo, sul piano sociale come su quello politico. Forse qualcosa di più del campo largo. Questa consapevolezza parte da un’esperienza, la realtà di Spin Time, che in questi anni ha tenuto tutto insieme: questione abitativa, lavorativa, di welfare comunitario, di formazione e cultura con l’idea che la libertà e un mondo migliore siano l’antidoto alla paura, ai muri, ai conflitti fra poveri e alla guerra.

Tutte le categorie “stereotipate” ritenute la causa delle sconfitte della sinistra, invece di scaricarsi vicendevolmente la colpa, si sono unite

Recuperando quello sguardo glocale che dopo le giornate di Genova come movimenti avevamo perso. Ribaltando l’idea della destra della “protezione” contro l’altro, esaltando invece la “protezione reciproca” e producendo un modello neo-cooperativo e neomutualistico che parla ai non garantiti e li mette in movimento attorno a un’idea di conflitto verticale. Un’altra idea di città pubblica, dove a decidere del futuro non siano solo i fondi speculativi e la turistificazione, può restituire spazi, tempo e bellezza a tutti. La politica, come la democrazia, se non riesce ad attraversare corpi, relazioni e sentimenti rimane cosa arida e chiusa nelle stanze del potere.

Un ultimo elemento che è emerso con l’esperienza di Spin Time, è la dimensione comunitaria. Quella che la destra usa per costruire una narrazione artificiale fatta di identità chiuse, nazionalismi e nemici interni ed esterni.

La dimensione di cura, presa in carico e solidarietà che si è vista dopo lo sgombero non è solo il risultato dell’esperienza dei 13 anni all’interno di Spin Time, ma da quello che da lì è esploso all’esterno, nel rione Esquilino. La costruzione del Polo civico dell’Esquilino, che mette insieme più di 50 realtà associative del Rione, è stato il vettore della partecipazione, del mutualismo e della solidarietà che ha rifiutato di veder cancellare l’esperienza di Spin Time come problema di ordine pubblico.

Dovremmo moltiplicare Spin Time e i poli civici per battere le destre e ricostruire una vera e rinsavita sinistra.

Autori

Walter Tocci, politico e intellettuale. È stato
vicesindaco di Roma e assessore alla Mobilità nella
giunta Rutelli, e membro della camera dei deputati;

Andrea Alzetta (Tarzan), attivista per il diritto
all’abitare, portavoce di Spin Time. È stato consigliere
comunale di Roma dal 2008 al 2013.