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N.3 - Nessuno Lavora Da Solo

La notte è di chi ci lavora

Mentre la narrazione collettiva si ferma al tramonto, l’11% della forza lavoro italiana abita una soglia temporale diversa. Tra la creazione di nuove geografie urbane e rischi per la propria salute, le voci dell’articolo -un reportage narrativo- raccontano cosa succede al buio: la metà di mondo che garantisce il funzionamento della macchina diurna.

Sono le 2:47 e F. sta mangiando uno snack preso al distributore del terzo piano di un ospedale. Il corridoio del reparto di medicina interna profuma di detergente e di qualcos’altro che non si riesce a definire bene – secondo lei è «la notte stessa, quel senso di tempo sospeso che conosce solo chi ci lavora dentro». È una sensazione che prima le era sconosciuta e che con il tempo ha imparato a conoscere bene. Le mura del palazzo di fronte hanno un colore diverso alle tre di mattina, così come un altro è il colore che prendono alle cinque, quando sono illuminate da una luce bluastra. Non è ancora giorno, non è più notte, è una soglia che i lavoratori notturni attraversano costantemente.

In Italia – secondo i dati di Eurispes – sono circa due milioni e mezzo le persone che lavorano di notte; quasi l’undici per cento della forza lavoro. Sono medici, infermieri e autisti di ambulanza, operatori di magazzino e addetti alle pulizie degli uffici, panettieri e baristi, tassisti, sex worker, guardie giurate e cuochi di locali che restano aperti di notte. Sono persone che ogni sera escono di casa mentre gli altri rientrano, che fanno colazione alle tre del pomeriggio, che imparano a dormire con la tapparella abbassata mentre fuori il mondo va avanti, che bisbigliano: «Buonanotte amore, io vado a lavoro» a chi condivide il letto con loro. La narrazione dominante li immagina soli: un po’ ai margini e un po’ fuori dalla vita vera. La vita vera – quella che pompa ossigeno nelle corsie degli ospedali, che distribuisce pacchi nelle città silenziose, che guida i camion per togliere la spazzatura e farti trovare una strada pulita prima che tu apra gli occhi – accade anche di notte.

La vita vera – quella che pompa ossigeno nelle corsie degli ospedali, che distribuisce pacchi nelle città silenziose,
che guida i camion per togliere la spazzatura e farti trovare una strada pulita prima che tu apra gli occhi –
accade anche di notte

La notte «è più calmo, pacifico quasi, non percepisco tutta quella frenesia, la fretta, la prescia che uno può avere al mattino», dice T. che da bambino aveva paura del buio ma che ora lavora alla reception di un albergo in centro a Roma. Sarà che uno deve inventarsi modi creativi per aggirare le inquietudini e lui ride al ricordo di quando andava a dormire con l’abat jour sempre acceso: ora l’ha sostituito con la luminescenza al neon di un ingombrante e pomposo lampadario che cala dal soffitto. «Non sono mai solo: la gente entra ed esce di continuo». Spiega che – almeno per lui – il lavoro notturno nella maggior parte dei casi non assomiglia per
niente alla solitudine che chi non l’ha vissuto proietta su di esso.

Anche secondo R. operatore della logistica di quarantadue anni, «nessuno lavora da solo di notte». C’è un’intimità che nasce nel silenzio, nella condivisione di ciò che il resto del mondo non vede. Lavora lì da otto anni
facendo il turno che va dalla mezzanotte alle otto di mattina, e quando gli chiedi come ci è finito risponde con una risata breve e densa di amarezza. Di notte il magazzino ha un iter differente, «di giorno ci sono i capi,
le riunioni, le procedure. Di notte sei tu e la tua squadra. C’è una libertà strana». A casa a volte sua moglie lo aspetta all’alba, «giusto per darmi un bacio appena entro. Sa già che non c’è bisogno di parlare, devo solo mangiare qualcosa e andare a dormire. Questo a volte mi pesa; non la stanchezza ma il fatto che lei abbia dovuto imparare a dormire da sola».

M. – cinquantun anni e una voce arzilla come se ne avesse la metà – fa le pulizie notturne negli uffici. Entra
nell’edificio grigiastro quando tutti se ne sono andati e li lascia pronti per il giorno dopo. La mattina, quando
i lavoratori entrano e trovano tutto in ordine, non ci pensano, non la conoscono. «Conosciamo questi posti
meglio di chiunque altro» dice M. parlando al plurale, riferendosi anche alle altre due compagne che condividono il turno con lei. «Mi piace molto il mio lavoro. Forse non dovrei dirlo – ridacchia per un attimo e porta la mano laccata di smalto bordeaux alle labbra secche – ma è anche un po’ un gioco. Uno si fa i fatti degli altri: so chi si siede dove, vedo la scrivania e a seconda di quello che hai lasciato so che ti è successo. O almeno, ci provo». Passano la notte a sistemare e a fare le indovine; è una chiaroveggenza che parte dagli oggetti che gli altri lasciano dietro: un fazzoletto in più, le briciole sulla postazione di chi di solito la pulisce sempre, una foto che prima c’era e ora non c’è. «Uno suppone, pensa; se li sente pure più vicini così – spiega – e poi c’è questo
strano senso di soddisfazione nel contribuire al funzionamento di una macchina grande che non si accorge
per forza di te»

Mentre la macchina va avanti però, il corpo cede. Studi epidemiologici indicano che i lavoratori notturni hanno un rischio maggiore del 17% di eventi legati a malattie del cuore e della circolazione, e un rischio di quasi il 20% in più di mortalità per le stesse cause. Le alterazioni del ciclo sonno-veglia hanno effetti negativi di lungo
periodo sull’organismo: maggior rischio di malattie cardiovascolari e oncologiche, che aumenta in modo proporzionale al numero di anni trascorsi con ritmi di lavoro sfasati. Proprio per questo l’agenzia internazionale
per la ricerca sul cancro ha inserito il lavoro notturno nel Gruppo 2A, quello dei probabili cancerogeni per l’essere umano, con associazioni positive documentate su tumori del seno, della prostata, del colon e del retto.

Studi epidemiologici indicano che i lavoratori notturni hanno un rischio maggiore del 17% di eventi legati a malattie del cuore e della circolazione, e un rischio di quasi il 20% in più di mortalità per le stesse cause

P. lo sa bene soprattutto quando la mattina, nonostante le cuffie anti-rumore, la mascherina e le tapparelle abbassate, non riesce a prendere sonno. «Mi avevano detto che mi sarei adattato con il tempo ed è vero: mi
viene molto più facile ora non addormentarmi prima delle tre, eppure al mattino non dormo mai». Lavora all’Atac da una ventina d’anni e si ritrova spesso a guidare di notte. È vero, si fa a rotazione e quindi un po’ «la sfiga capita a tutti», ma ad alcuni più di altri. Confessa però che il dolore più grande non è il sonno che gli pesa, gli occhi che spesso bruciano per una luce alla quale non si è più abituati; è la consapevolezza che il mondo è diviso in due e che in quella parte illuminata dal sole c’è sempre meno spazio per lui. Te ne rendi conto quando è il compleanno del figlio a cui non si riesce ad arrivare riposati, quando ci sono le cene con gli amici che non vedi mai e che salti sempre perché inizi il turno quando loro finiscono. «Ti dimentichi cosa sia il mattino perché
il mondo si sveglia ed è pronto a cominciare ma tu hai già saldato il tuo debito»

C’è una vita che sembra sempre in ritardo di ore rispetto a quella degli altri, su un fuso orario che non appartiene a nessuno stato e che si consuma sempre con uno «scusa» per qualcosa che non hai scelto o che hai scelto per necessità.

B. la sera lavora al bar e di solito, nel migliore dei casi, stacca alle tre nei giorni della settimana; tempo di mettere tutto a posto e si sono fatte le quattro nel momento in cui abbassa la serranda. C. è seduta dall’altro lato del bancone, fuma dentro il locale perché la bellezza della notte sta anche nella libertà di potersi costruire delle regole diverse. Stanno assieme da circa sei mesi e a volte, quando non attacca troppo presto al mattino l’indomani, resta lì e aspetta B. mentre sistema tutto per il giorno dopo. Si guardano sorridendo in silenzio, complici. «Non è facile gestirsi – B. lava gli ultimi bicchieri mentre parla – però a volte trovi qualcuno che se
lo accolla ed è una grande fortuna. Impari a non dare nessun istante per scontato».

Fare questo lavoro vuol dire anche ricominciare da zero in un certo senso. Ci è stato insegnato che se hai bisogno di qualcosa troverai un bar, un bagno, tutti quei servizi che ti servono e di notte invece ti devi ingegnare: studi una nuova mappa e impari dove andare, le strade da fare, i visi ai quali chiedere quello che ti serve a un orario in cui tutti dormono. Ti hanno insegnato che alle nove al massimo sarai operativo e che nel weekend ti riposerai e invece inizi a gestire la vita sociale in un altro modo, a coltivare relazioni con persone che vivono come da manuale mentre tu hai dovuto inventartene uno tutto per te. «Ho smesso di cercare di far coincidere la mia vita con quella degli altri; adesso cerco solo di farla funzionare. Che non è la stessa cosa, ma è abbastanza», conclude B.

Fuori dalla finestra del secondo piano di casa mia vedo la luce bluastra che precede di pochissimo l’alba di cui mi raccontava F. qualche giorno fa. Non sono una night worker ma ho sempre trovato un maggiore conforto nel silenzio della notte. Scrivo spesso mentre gli altri dormono e come accade di solito mentre sono al PC sento
I., la mia coinquilina, uscire di casa e andare al lavoro. Ci incontreremo di nuovo questo pomeriggio, la nostra zona franca. Anche noi, a orari diversi, abbiamo impara to a incrociare due mondi, sfiorandoci a orari non nostri.
Ci vuole un po’ di fatica ma ne vale la pena.

Autore

Sara Paolella Caporedattrice per Scomodo. Ha scritto per diverse riviste di club culture, intelligenza artificiale, gentrificazione e turistificazione, salute mentale e nuove forme di attivismo giovanile