Lo Stato d’Israele è nato dal furto delle terre palestinesi. Dalla Nakba, la nostra catastrofe, quando la comunità ebraica che abitava la Palestina ha distrutto 500 villaggi, espulso 700mila persone, ucciso migliaia di palestinesi, effettuato centinaia di massacri, tra cui quelli di Tantura e Deir Yassin, con l’obiettivo di costruire uno Stato che fosse solo per loro. L’Occidente ha subito deciso di riconoscere il nuovo Stato e ha iniziato a difenderlo, proteggerlo e finanziarlo con armi e denaro.
Noi palestinesi che veniamo quotidianamente vessati, sappiamo che la mentalità degli israeliani non è cambiata con il tempo. Ancora oggi cercano continuamente di rubare le nostre terre, di mandarci via dalle nostre case per ampliare i loro insediamenti e i confini dello Stato di Israele. In alcuni momenti, dalla Nakba a oggi, i metodi degli israeliani possono anche essere cambiati, ma il loro obiettivo è sempre lo stesso.
Nel film-documentario No Other Land, premiato con l’Oscar, su cui abbiamo lavorato per anni, siamo riusciti a raccontare la realtà quotidiana dell’occupazione e a spiegare le leggi razziste che vigono qui. Misure militari applicate arbitrariamente contro di noi. Che ai coloni ebrei, invece, danno il diritto di espandersi, prosperare e avviare progetti economici sulla nostra terra. La loro presenza consente allo Stato di Israele di costruire strade pubbliche, infrastrutture e trasporti. Lo stesso Stato che distrugge le nostre case mentre noi cerchiamo di ottenere i permessi per costruirle. Sprechiamo i nostri soldi per pagare gli avvocati e vincere le battaglie legali nei tribunali israeliani, ma i risultati rimangono sempre gli stessi: il rifiuto delle nostre richieste per i permessi e la demolizione delle strutture palestinesi.
Se dovessi scegliere un altro titolo per il film No Other Land, lo chiamerei La Nakba continua.
La distruzione di Khalet al-Dabaa
Lo scorso maggio il villaggio di Khalet al-Dabaa, in cui abitavano circa un centinaio di persone, è stato cancellato dalla mappa. Le forze israeliane hanno distrutto ogni casa, ogni recinto per animali, ogni pannello solare. Le famiglie sono rimaste senza un tetto, a dormire all’aperto, sotto il cielo.
Khalet al-Dabaa era uno dei villaggi più belli di Masafer Yatta, ai suoi residenti piaceva molto piantare gli alberi. Ma è stato demolito con il pretesto che l’area fosse destinata all’addestramento per l’esercito, anche se il villaggio esisteva da centinaia di anni.
Israele ha applicato leggi discriminatorie per legittimare la presenza dei coloni nelle terre palestinesi. Ha definito centinaia di migliaia di dunam come “terre dello Stato”, rivendicando per sé l’autorità di governo su di esse. Tra gli anni Settanta e Ottanta Israele ha iniziato a costruire insediamenti su queste terre. Alla fine degli anni Novanta, ha avviato una vera e propria politica di proliferazione degli avamposti coloniali. Sebbene questi avamposti siano illegali anche secondo le stesse leggi dello Stato ebraico, nella pratica non esiste alcuna differenza: Israele fornisce infrastrutture sia agli insediamenti, sia agli avamposti, che sono i germogli delle colonie.
South Hebron Hills, Cisgiordania, agosto 2025
A prima vista Susiya sembra un qualsiasi villaggio agricolo palestinese tra le colline a Sud di Hebron, alle porte del deserto del Negev. Tende e baracche di lamiera sono sparse tra le terre aride, gli ulivi costeggiano i pendii, i recinti per le pecore si nascondono nelle valli. Come la maggior parte degli altri, anche Susiya è soffocata dalla colonia a fianco. Nella notte dello scorso 15 agosto il villaggio è diventato teatro di un brutale assalto in cui due residenti sono rimasti a terra sanguinanti, così gravemente feriti da dover essere ricoverati in ospedale.
Alle 00:50, Khader Nawajah, 56 anni, stava dormendo nella cabina di un camion parcheggiato vicino a casa sua. La moglie Fatima, anche lei 56 anni, riposava accanto a lui. Entrambi cercavano sollievo dal caldo soffocante della loro abitazione, coperta dal tetto in lamiera. La figlia di Khader e Fatima, Dalia, 28 anni, dormiva nella sua piccola stanza a pochi metri di distanza dal camion.
Il primo suono che all’improvviso li ha svegliati, nel cuore della notte, è stato quello del vetro in frantumi: la jeep di famiglia, parcheggiata fuori, colpita dalle pietre. Poi sono arrivate le grida, il battere dei passi e il fragore dei sassi lanciati contro le pareti di metallo.
«All’improvviso, i coloni erano tutto intorno a noi, più di 15, alcuni incappucciati armati di bastoni e pietre», ricorda Khader. È sceso dal camion cercando di illuminare la scena con una torcia, per capire che cosa stesse succedendo. Ma, subito, una grossa pietra l’ha colpito in volto. Il sangue gli colava dalla testa mentre i coloni continuavano a lanciargli i sassi addosso. Sono riusciti a rompergli un braccio e a farlo cadere sulle ginocchia. Fatima ha provato immediatamente a correre verso la stanza di Dalia. Gli aggressori, però, l’hanno inseguita, impedendoglielo. Uno dei coloni l’ha presa a bastonate, talmente forte da spezzarle il braccio destro. Poi, con le pietre, i coloni hanno iniziato a colpire anche il suo corpo e il suo viso. «Sentivo mia figlia urlare da dentro la casa: “Papà! Papà!”. Ma non riuscivo a raggiungerla», racconta ancora Fatima.
Dopo qualche minuto, Dalia è riuscita a trascinare anche la madre all’interno della casa.
Tremando, mentre le pietre non smettevano di colpire la porta. Intanto, fuori, Khader giaceva a terra sanguinante e ansimante. «Eravamo sicuri che volessero ucciderci», ricorda ancora oggi. Solo quando i vicini sono accorsi con le torce, gridando, i coloni se ne sono andati, scappati nel buio della notte.
La vita prima dell‘attacco
Per la famiglia al-Nawaj’ah, la sopravvivenza era una battaglia quotidiana già prima della notte dell’attacco dei coloni. Khader possedeva un gregge di pecore, la sua principale fonte di sostentamento, ma è stato costretto a venderlo dopo che i coloni lo hanno ripetutamente molestato nei pascoli. Soffre di diabete e ipertensione. Ecco perché lui e Fatima spesso dormono all’aperto, visto che a casa non hanno neppure l’elettricità per far funzionare i ventilatori che servono a raffreddare l’aria. Per la famiglia al-Nawaj’ah, l’uliveto – sei dunam di terra ricca di piante – è linfa vitale. Ma anche gli alberi sono stati oggetto di attacchi: «L’anno scorso, i coloni ci hanno impedito di raccogliere le olive mature. Hanno persino picchiato un attivista israeliano che stava con noi», racconta Khader.
Oggi, dopo l’aggressione dei coloni, le vite di Khader e Fatima sono ferme, bloccate nell’ospedale in cui sono ricoverati. Khader ha il naso fratturato, punti di sutura sulla testa e un braccio rotto ingessato. Fatima ha subito un intervento chirurgico per ricomporre le ossa fratturate del suo braccio. Dalia è tormentata dalle urla dei suoi genitori e l’immagine di suo padre immerso nel sangue non le da pace.
Un villaggio sotto assedio
Il villaggio di Susiya è da tempo nel mirino di Israele. Negli anni Ottanta le autorità israeliane hanno dichiarato le terre originarie del villaggio un “sito archeologico”, espellendo i residenti e costringendoli a trasferirsi nei terreni agricoli adiacenti. Da allora, la comunità è stata distrutta più volte, l’ultima nel 2015. Ma le famiglie non si sono arrese: ricostruiscono il villaggio con tende e baracche di lamiera che trasformano in case e scuole.
Il villaggio di Susiya è accerchiato dagli insediamenti e dagli avamposti israeliani. I soldati pattugliano regolarmente l’area, schierandosi sempre dalla parte dei coloni quando scoppiano gli scontri. I residenti non hanno accesso alle reti idriche e elettriche, nonostante vivano a pochi metri dalle infrastrutture che forniscono energia e acqua agli insediamenti.
La strategia è chiara: soffocare Susiya fino a quando le famiglie palestinesi, stremate, non si arrenderanno e andranno via.
Masafer Yatta: il quadro generale
L’assalto a Susiya fa parte di una campagna più ampia che colpisce tutta Masafer Yatta, un gruppo di villaggi a sud di Hebron in cui vivono migliaia di palestinesi.
Nel 1999, l’esercito israeliano ha espulso oltre 700 residenti, dichiarando l’area una “zona di esercitazione militare”. Le famiglie hanno lottato per anni in tribunale con l’obiettivo di riuscire a tornare nelle loro case. Nel maggio 2022, però, la Corte suprema israeliana ha dato ragione all’esercito, autorizzando, di fatto, l’espulsione dell’intera popolazione palestinese.
Da allora le demolizioni si sono fatte più frequenti. Case, scuole, cisterne d’acqua, ulivi e pannelli solari vengono rasi al suolo con la scusa che mancano i permessi che sarebbero necessari alla loro costruzione, – permessi che Israele non concede quasi mai. Così, i residenti vivono nella costante incertezza: non possono neppure sapere se domani, quando si sveglieranno, le loro case saranno ancora in piedi.
«Questa non è violenza casuale», mi ha detto un attivista palestinese di Yatta: «È organizzata. I coloni attaccano, l’esercito li protegge e i tribunali danno la copertura legale. È tutto un unico sistema».
La perdita di un fratello
Per me, la violenza non è astratta. Si è portata via il mio amico, Awdah Hathaleen, un attivista della comunità di Umm al-Khair.
Awdah era più di una vittima, uno dei tanti numeri che vengono comunicati in maniera fredda dai media. Era un uomo che custodiva storie, che accoglieva i visitatori con il tè all’ombra di un albero di fichi. Credeva fermamente nella dignità umana, anche quando tutto sembrava contro di noi. Awdah organizzava proteste, documentava le demolizioni, si fermava disarmato di fronte alle ruspe, per impedire che distruggessero le abitazioni della sua comunità. La sua voce era insieme rabbia e speranza: un promemoria necessario a tenere a mente che la vita deve essere vissuta sempre, anche sotto assedio.
Il 28 luglio, Awdah è stato ucciso dal colono Yinon Levi, un uomo noto per essere stato alla guida di violente incursioni nelle terre palestinesi. Levi è stato sanzionato da almeno otto paesi, tra questi ci sono Regno Unito, Francia e Canada. Eppure qui, in Cisgiordania, circola liberamente, protetto dallo Stato di Israele.
«La morte di Awdah ci ha mostrato quanto siano poco preziose le nostre vite agli occhi degli occupanti», racconta uno degli abitanti di Umm al-Khair. Per me, la sua morte ha significato perdere un amico la cui risata e il cui coraggio risuonano ancora nelle mie orecchie. La sua assenza è una ferita dolorosa nella nostra comunità, un’ulteriore prova di come la violenza non miri solo a rubare le nostre terre ma anche a spezzare il nostro spirito.
La complicità internazionale
Nonostante le condanne, gli Stati Uniti e l’Unione Europea continuano a fornire a Israele sostegno militare, diplomatico ed economico. Le scuole e i progetti idrici finanziati dall’Ue vengono regolarmente demoliti. Le simboliche dichiarazioni di “preoccupazione” dei funzionari sono le uniche reazioni delle istituzioni internazionali.
Nel frattempo, i coloni sanzionati all’estero, come Yinon Levi, agiscono impunemente in Cisgiordania. Per i palestinesi, questo doppio standard è la prova della complicità internazionale. «L’Ue costruisce una scuola, Israele la demolisce, allora l’Ue rilascia una dichiarazione di preoccupazione. Questa è complicità. Mentre i nostri figli rimangono senza scuole».
La cancellazione, una pietra alla volta
Quello che è accaduto a Khader e Fatima al-Nawaj’ah non è durato solo una notte. Fa parte di una strategia per eliminare la presenza palestinese nell’Area C: attraverso sentenze, ordini militari e la violenza dei coloni che fungono da esecutori non ufficiali dello Stato.
La cancellazione dei palestinesi non avviene in un colpo solo. Ma lentamente, logorando le famiglie finché non riescono più a resistere. Una pietra, un osso rotto, una demolizione, un omicidio alla volta. Eppure nonostante il dolore, la determinazione persiste. «Siamo qui, anche se ci rompono le ossa», sottolinea Fatima con la voce fioca, con il braccio immobilizzato. «Questa terra è la nostra vita. Senza non siamo nulla». Khader, ancora stordito dalle ferite alla testa, ha ripetuto le sue stesse parole: «Possono attaccarci, distruggere le nostre case, uccidere i nostri amici. Ma non ce ne andremo. Questa è la nostra terra». E così, a Susiya, a Masafer Yatta, a Khalet al-Dabaa, le famiglie ricostruiscono quello che viene distrutto, seppelliscono i morti e si aggrappano ostinatamente alla terra sotto i loro piedi. Rifiutandosi di scomparire, mentre il mondo resta fermo a guardare.