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N.2 - Tutte le lotte sono di classe

La lotta di classe può far male

Le palestre popolari non sono solo luoghi di disciplina sportiva e condivisione di valori comuni, ma possono trasformarsi in uno spazio in cui mettere in discussione il proprio rapporto con la violenza, il machismo, le figure paterne e persino gli oligarchi delle Big Tech. A testimoniarlo un racconto autobiografico (e satirico) del memer Giulio Armeni, in arte filosofiacoatta, che nasce da una domanda: che cosa c’entra la lotta di classe con la lotta e basta?

In pratica è successo questo: Putin ha invaso l’Ucraina, dando inizio a una guerra per procura tra Russia e Occidente > la NATO si è espansa sempre più verso Est > gli USA, per vincere la Terza Guerra Mondiale a pezzi, hanno tollerato un genocidio da parte di Israele > si è così sancita la sostituzione del diritto internazionale a favore della forza > come conseguenza finale, io mi sono iscritto a pugilato. Quindi, a ben vedere, non è una crisi dei trent’anni: è crisi mondiale.

Arrivo alla palestra popolare. Immagino che quando la Musk Enterprise invaderà l’Italia per le sue riserve di energia solare, questo fabbricato sarà una roccaforte contro i droni. A conferma di ciò, alle pareti della sala, vecchie glorie della boxe e indimenticati eroi di quartiere campeggiano accanto a bandiere dell’ANPI, del Kurdistan e della Palestina. Sul pavimento si stende un tappeto di gomma a puzzle, il che riesce a coniugare violenza e metodo Montessori. Il marcantonio maestro di palestra è il clone fisico di Andrew Tate, il celebre lottatore misogino che sui social incita i maschi a vincere la selezione naturale. Il che mi ricorda la nomea che hanno le arti marziali, per colpa di McGregor e dei fratelli Bianchi: brodo primordiale del celebre machismo tossico.

Da quando a sei anni ho cominciato col basket, ho problemi con gli allenatori: ma non nel senso che sono una testa calda à la Balotelli. Il contrario: mi ammansisco senza motivo e inizio a tremare. Scompensi che abbiamo tutti, sin da piccoli, con le figure paterne. Destra e sinistra sono solo delle proposte di panacea a questo tremore atavico. Risultato: nel salutare il maestro, balbetto.

“B-b-buonasera! Giulio.” Mi tende la mano guantata: “Piacere! Ma-Ma-Max.” Il ragazzo balbetta più di me, ma non per emozione, proprio per tic. Il risultato di questo duetto è che un basilare scambio di informazioni – prezzi e orari – dura circa tre ore. Torno a casa a capo chino, pensando che, tecnicamente, non puoi avere una crisi dei trent’anni se non hai ancora superato quella dei sei.

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Il giorno dopo mi presento al primo allenamento con una domanda in testa: ma ‘sta lotta di classe, quella che ribalta le statue e smolecola i padri, è fisicamente una lotta? Cioè: è possibile una lotta di classe senza metterci corpo e faccia? E la Sinistra può imparare qualcosa dalla nobile arte del pugilato? Al termine della lezione, ho stilato il primo postulato per un manuale di lotta.

REGOLA 1: la lotta parte dal suolo.

Ovvero: il pugno parte dal piede. Il piede fa una rotazione, come a pestare una sigaretta, e la forza scorre attraverso gamba, tronco, braccio e solo alla fine si schianta nel pugno. Un pugile dev’essere connesso col suolo: non agisce di forza sua, ma la prende in prestito dalla madre terra e se ne fa tramite. Max ce lo spiega in termini molto meno alati, inceppandosi nel parlato un paio di volte, ma compiendo movimenti fluidi che non necessitano ulteriori appunti. Più parla sporco, più i suoi pugni sono puliti, diretti, a bersaglio. Hai l’impressione che le sue parole non dette finiscano nei denti degli altri. I pugili chiamano questo concetto filosofico “catena cinetica”. Il mio principale rimpianto come giocatore di basket è di non aver mai colto l’importanza della catena cinetica. Anche nel basket non si tira con le dita, ma con le gambe. Solo che, a differenza della lotta, si prende tutta la forza della terra per scaricarla in una carezza.

Il pugilato mi illude di poter diventare una persona più terrena: come fidanzato, figlio, amico, fratello e cittadino – in generale, come lottatore. Penso a questo, mentre a fine allenamento posiamo tutti sudati per una foto con la bandiera della Palestina, con le braccia troppo indolenzite per sollevarla. In quei giorni una flotta si sta avvicinando a un ring di 40 km x 10 dove un milione e mezzo di persone sono all’angolo.

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4 del mattino. Il mio cellulare squarcia il buio: la faccia è un sacco e il feed una scarica di colpi da KO. Mike Tyson è un angelo che salta la corda. Bische di lottatori thailandesi nella foresta. Bambine bionde tirano ganci più forti dei miei. Cicalone racconta una rissa di quando era giovane. Franchino il Criminale disserta sulla catena cinetica. Vorrei solo spegnermi, ma non sempre ciò che rimbambisce addormenta. Sono sballottato nella pugno-sfera.

È naturale: in questa vita, non appena il sangue seccato riprende a bollirci per qualcosa, come il miracolo di San Gennaro, l’algoritmo lo fiuta e ci banchetta. Tutti i tiktoker della pugno-sfera ti confidano il segreto per sferrare il cazzotto letale. Ma se tutti danno il colpo del KO, a tappeto chi ci va? I conti non tornano. Dove finiscono le mie nocche, deve in qualche modo cominciare un volto.

E poi c’è lui: Mark Zuckerberg. Lui che, nella sua crisi dei quarant’anni, per allenarsi noleggia il più forte lottatore al mondo: Alex Pereira, un indio brasiliano di due metri che fa vacillare la mia eterosessualità a colpi di calci rotanti. Cresciuto in una favela, ex meccanico alcolista, soprannominato Poatan, che in lingua tupi significa “mani di pietra”.

I due posano dopo un allenamento: Poatan, imperturbabile, svetta su uno Zuck madido di sudore e col sorriso incredulo di chi finalmente brilla di virilità riflessa. Vedendo queste sessioni di sparring – ovvero delle prove generali di match – ti senti un suddito romano che assiste alle vittorie dell’imperatore Commodo nei suoi ludi gladiatori.

Poatan, io sono innamorato di te, ma davvero mi chiedo: cosa avresti fatto a Zuckerberg solo pochi anni fa, se lo avessi incontrato, che so, in infradito nella tua favela alla ricerca di un wi-fi? Ora sei solo il suo giaguaro al guinzaglio. Ma poi, da quando i miliardari sono palestrati? Da quando Zuckerberg boxa con Pereira e Bezos solleva 200 kili in panca piana? Un tempo il super ricco era, per usare dei termini cicaloniani, un mollaccione scureggione. Il povero aveva l’unica consolazione di sapere che se si fosse trovato cinque minuti in una stanza con lui, l’avrebbe gonfiato. Ora neanche quello.


Pensiero delle 4 di mattina: la violenza è sempre illegittima? Forse il ricco è un figlio viziato che ha subodorato che il genitore – il popolo – non può applicare le punizioni di cui si riempie la bocca? Della serie “Alla prossima sono botte!” e poi le botte non arrivano mai? E allora, se sono così tranquilli, perché questi bastardi si stanno addestrando? Sanno qualcosa che noi non sappiamo?

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L’inizio del secondo allenamento è dedicato a “fare il vuoto”, ovvero il boxare da soli, “contro l’ombra”. Mi fermo un attimo a osservare la sala. Sembriamo tutti degli alienati che combattono nel metaverso.

Seconda parte: ci sistemiamo a coppie, e comincia la politica. Eseguiamo delle prove di colpi. Max ci fa ripetere delle combinazioni che richiedono una grande padronanza del destra-sinistra, il che per alcuni è già difficile – basti pensare ai nostri riflessi quando qualcuno in macchina ci dice dove svoltare. Quando poi sei in coppia, l’effetto specchio scompiglia le categorie di sinistra-destra. La mia destra diventa la sinistra dell’avversario, e viceversa; immedesimarsi richiede sempre quell’attimo di ritardo, come indicare a bruciapelo il cuore sul petto di una persona.

Terza parte: lo sparring, il più grande mescolatore, perché le coppie ruotano di continuo. Una procedura brutale per chi soffre di ansia sociale, ma molto efficace nel far scoppiare le bolle. In pratica ti avvicini a un estraneo (un pischello o una signora), sorridi dicendo come ti chiami, suona il gong e hai due minuti per menargli. Che poi dare addosso a degli sconosciuti è quello che facciamo ogni giorno sui social, solo che qui dentro, invece che dividere, unisce.

Se fossi un personaggio di un videogioco di lotta e avessi la mia mossa speciale, sarebbe fermarsi a chiedere scusa ogni volta che un pugno va a segno. Poi, mi si para davanti lui: Mirmillone. Lo chiamano così perché, oltre a essere un coatto DOP, sul suo polpaccio si staglia l’iconico gladiatore con gladio e visiera reticolata. Ok, ripasso: se lui è Mirmillone – tozzo e muscoloso – io sono il Reziario, agile e dalle lunghe leve. Cicalone, nei suoi tutorial, diceva che il più alto deve sempre tenere l’altro a distanza. Vado. All’inizio funziona. Orbito. Lo punzecchio varie volte sul nasino col mio tridente immaginario e non chiedo neanche scusa. Disgraziatamente, però, Cicalone non indicava cosa fare una volta che l’avversario basso riesce a colmare la distanza. Mirmillone mi arriva sotto e io mi chiudo in posizione fetale.


Lì apprendo una grande lezione di vita: se ti trasformi in un sacco umano, le persone non si placano, anzi; assumi magicamente la forma di ciò che odiano. Faccio in tempo a sentire Max urlarmi la

REGOLA 2: nella lotta non chiu-chiudere gli occhi.

Dire che vado a tappeto non rende giustizia. Divento un tappeto, un tappeto magico. Sono il tappeto di Aladino che sorvola i continenti, piroetta tra le stelle; faccio dieci volte il giro della Terra e al mio ritorno, a Mirmillone che è al mio capezzale, sussurro la verità che mi è stata dischiusa:

REGOLA 3: la lotta può far male.

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Quando ti deviano il setto, mettersi le dita nel naso è un’esperienza pirandelliana: non ti riconosci. Osservo malinconicamente il resto dell’allenamento seduto sul tatami, come un bimbo dell’asilo che ha fatto chiamare i genitori. Penso a quanto abbiamo sempre estetizzato la violenza. Mi torna in mente uno degli esempi più sublimi e truculenti: il Perseo con la testa di Medusa.

Il suo scultore, Benvenuto Cellini, nella sua Vita, riporta un ricordo d’infanzia: un giorno vide far capolino tra le ceneri del caminetto una rarissima e brillante salamandra. Il padre allora gli mollò uno schiaffo. E nell’asciugargli le lacrime, motivò così: “Ora non la dimenticherai mai più”.

Non so quale sia la morale di questa storia. È sconclusionata come un manuale di lotta abortito alla seconda riga, un balbettio. Ma forse un meme può ancora colpire, laddove la lingua è a tappeto:

Autore

Giulio Armeni scrittore, comico e memer. Dal 2010 gestisce il progetto satirico Filosofia Coatta