Per anni il farmacista è stato considerato una figura distante dai conflitti del mondo del lavoro. Una professione qualificata, stabile, con uno stipendio dignitoso e un elevato riconoscimento sociale, anche se non si è i proprietari della farmacia. Oggi quell’immagine si sta incrinando. Ma tutto non inizia solo da oggi. L’insoddisfazione del personale delle farmacie private e pubbliche rispetto alle condizioni contrattuali e soprattutto salariali viene da una lunga stagione, circa vent’anni, in cui ai tagli dei governi alla spesa farmaceutica territoriale delle regioni comportavano diminuzioni della marginalità delle farmacie e problemi di sostenibilità economica.
Negli ultimi due anni però le lavoratrici e i lavoratori delle farmacie private sono diventati protagonisti di una mobilitazione sindacale senza precedenti. Scioperi nazionali, presìdi e assemblee hanno riportato al centro una categoria che fino a poco tempo fa sembrava lontana dalle dinamiche del conflitto collettivo. Al centro della vertenza c’è il rinnovo del Contratto collettivo nazionale delle farmacie private, scaduto nell’agosto 2024,e di quello per le farmacie pubbliche, scaduto nel dicembre 2024. Ma la posta in gioco riguarda anche il riconoscimento economico e professionale di un lavoro profondamente cambiato.
Negli ultimi due anni però le lavoratrici e i lavoratori delle farmacie private sono diventati protagonisti di una mobilitazione sindacale senza precedenti.
Le farmacie sono diventate presìdi sanitari territoriali: non più soltanto luoghi in cui si dispensano medicinali, ma punti di accesso alla salute. «Il Covid ha cambiato completamente la farmacia. Non siamo più soltanto professionisti del farmaco: vacciniamo, facciamo elettrocardiogrammi, holter, screening e altri servizi sanitari», ha detto a Claim Roberto, delegato Filcams.
Secondo Filcams CGIL, Fisascat CISL e UILTuCS, però, questa evoluzione non è stata accompagnata da un adeguato riconoscimento salariale né da un contratto capace di valorizzare la crescente professionalità dei dipendenti. Se durante la pandemia tutti i sanitari hanno fatto più del dovuto e tutto il possibile, era impensabile che qualcuno immaginasse che dovessero continuare a farlo gratis per la vaccinazione antinfluenzale corrente.
«I carichi di lavoro sono aumentati ma non abbiamo avuto un riconoscimento professionale ed economico. Se vogliamo avere una farmacia capace di offrire sempre più servizi ai cittadini è necessario che ci venga garantito un giusto riconoscimento» ha raccontato a Claim una delegata di Filcams.
Su questo terreno si è consumata la rottura con Federfarma. Dopo mesi di trattative estenuanti e senza avanzamenti, i sindacati hanno proclamato due scioperi nazionali, denunciando l’insufficienza delle proposte economiche avanzate dalla controparte e il mancato recupero del potere d’acquisto perso negli ultimi anni. Una mobilitazione inedita per un settore tradizionalmente poco sindacalizzato – anche perchè molto polverizzato e diffuso sul territorio – che racconta un crescente malessere tra farmaciste e farmacisti collaboratori.
Per comprendere la portata della vertenza bisogna guardare anche a ciò che è successo nelle farmacie speciali, gestite o partecipate dagli enti locali e rappresentate da Assofarm. Anche qui il contratto nazionale era scaduto e anche qui le organizzazioni sindacali hanno proclamato lo stato di agitazione e uno sciopero nazionale il 17 giugno 2026 che ha coinvolto oltre seimila lavoratrici e lavoratori.
Dopo la mobilitazione, Assofarm ha riaperto il tavolo negoziale. Il confronto ha portato a un’ipotesi di accordo che introduce aumenti salariali, una nuova indennità professionale per i farmacisti, maggiori tutele sulla genitorialità, miglioramenti normativi e un meccanismo di salvaguardia del potere d’acquisto legato all’andamento dell’inflazione. Un risultato che i sindacati rivendicano come frutto della mobilitazione: la dimostrazione che lo sciopero può ancora essere uno strumento efficace per riaprire il confronto e ottenere risposte concrete.
La differenza con la vertenza Federfarma è evidente. Federfarma ha usato ogni mezzo per intimidire i collaboratori e scoraggiarne l’adesione agli scioperi, arrivando a minacciare la segnalazione nominativa dei lavoratori alla Commissione di Garanzia, mentre Assofarm ha espresso rispetto per la mobilitazione e fin dal giorno stesso dello sciopero ha chiesto di riprendere il negoziato. Nelle farmacie comunali il conflitto ha trovato uno sbocco negoziale.
Federfarma ha usato ogni mezzo per intimidire i collaboratori e scoraggiarne l’adesione agli scioperi, arrivando a minacciare la segnalazione nominativa dei lavoratori alla Commissione di Garanzia
«Si è creata una situazione paradossale -continua il delegato- un farmacista che lavora in una farmacia comunale percepirà oltre 300 euro in più rispetto a un collega di una farmacia privata, pur svolgendo sostanzialmente lo stesso lavoro. Una disparità che non è più giustificabile.»
Per decenni il farmacista collaboratore è stato percepito come un lavoratore privilegiato. Oggi sempre più professionisti scoprono di condividere problemi comuni a molti altri settori del lavoro dipendente: salari che faticano a tenere il passo con il costo della vita, responsabilità crescenti, carichi di lavoro più pesanti e un riconoscimento economico insufficiente rispetto alle competenze richieste.
Per questo la sindacalizzazione della categoria sta crescendo, insieme a una sempre maggiore consapevolezza. Non è soltanto una battaglia per il rinnovo di un contratto, ma il segnale di una trasformazione più profonda: il bisogno di organizzarsi collettivamente per difendere salario, dignità e condizioni di lavoro.
«Questa è una professione bellissima ma a causa di queste condizioni molti di noi sono stanchi» conclude la delegata di Filcams.
La vertenza dei farmacisti racconta una storia che riguarda tutto il mondo del lavoro italiano. Le professioni cambiano, si specializzano, assumono nuove funzioni e nuove responsabilità. Ma se a questa evoluzione non corrisponde un analogo riconoscimento economico e contrattuale, tutte le categorie di lavoratori, anche quelle storicamente più restie alla mobilitazione, possono trovare risposte nel valore dell’esperienza sindacale collettiva.