È sera. Trasferisco dalle dita alla tastiera l’essenza di cipolla per il soffritto di una pasta che al momento cerca all’interno del mio stomaco uno spazio che non c’è mai stato; incapace di qualsiasi altra funzione motoria, mi accingo a scrivere quello che potrebbe essere il primo articolo pubblico della mia vita. Bello, mi sono detto, di fronte alla proposta di questo esperimento di Claim in cui, invece di essere intervistati, i personaggi in questione si scrivono direttamente il pezzo da soli. Bello innanzitutto perché esperienze passate hanno alimentato il mio disprezzo verso la stampa, che pare non riuscire a rinunciare al bisogno di sparare minchiate; bello anche che questa proposta “fai da te” si intoni così bene col fatto che del voler far da me io ci abbia fatto un po’ una bandiera. Ho chiamato la mia etichetta Megghiu Suli, che vuol dire “miglior sole” ma anche “meglio da soli”: ci sta che a un certo punto qualcuno abbia pensato che, fra le varie manie onanistiche, avrei probabilmente accettato di farmi da solo pure un articolo.
Mentre scrivo ho un sacco di pensieri contemporaneamente, tipo: la grafica coi testi nella copertina del disco nuovo sarà sufficientemente leggibile? Sarà stato furbo metterek-pop come genere principale nei metadata con cui il distributore digitale inserirà il prossimo singolo nelle piattaforme di streaming?
Esistono soluzioni non radical chic e accessibili su larga scala per sfuggire al capitalismo e rinunciare a petrolio,fast fashion, inquinamento e Spotify senza trasformarsi in ascetici fricchettoni autoemarginati?
È normale avere desideri omicidi nei confronti dei potenti più spregevoli del pianeta o questi desideri fanno di me un cattivo tanto quanto loro? È legittimo farci turbare, nel nostro angolino privilegiato di primo mondo, godendo del nostro insostenibile status di più ricchi, sviluppati e civilizzati, alimentando nel frattempo morte e violenza laddove avevamo già causato ingiustizia e prevaricazione? Ha senso parlare di pace laddove manchi giustizia? Ci sta riflettere sulla mia falla di coerenza mentre contemporaneamente mi trovo con un piede nel supporto dichiarato alla Global Sumud Flotilla e con l’altro nel tormentone virale trash di «‘A minchia mi pisa ‘nchilu»? È intellettualmente degradante che le masse si identifichino nella rappresentazione delle più prepotenti e stereotipate bassezze dell’istinto umano, o è proprio chi si considera intellettuale e inclusivo a degradare nella più banale delle pruderie inciampando goffamente nell’ipotesi terrificante di essere forse egli stesso un’anomalia, un’inadeguatezza, un errore? A lasciar trapelare l’orrore per un’inferiorità numerica malcelata dietro a ciò che fino a poco prima era scintillante orgoglio d’élite? A non trattenere lo sdegno per la minaccia di vedersi sottratto l’appannaggio intellettuale dell’arte intesa come privilegio esclusivo degli aulici, degli impegnati, degli studiati, degli informati, accessibile solo a chi abbia avuto briga, voglia o semplicemente mezzi per approcciare, indagare, affrontare, comprendere, soffrire, apprezzare, esprimere e celebrare la profondità e l’impegno intellettivo come missioni aprioristicamente superiori e più umanamente degne? Chi si strugge protendendo necessariamente alla serietà, all’indignazione e all’altezza dei contenuti è più umano di chi tende in maniera ugualmente necessaria all’edonistica, autoironica, dissacrante, catartica, consapevolmente triviale ineluttabilità del volgare, intesa come appartenenza a costumi e pulsioni della massa ed espressione delle proprie più primitive sensazioni? Sto forse diventando un paraculissimo borghese fascio di merda ed è forse questa una schifosa apologia del populismo?
Temo francamente di sì, ma sono comunque piuttosto sicuro di voler azzardare l’ipotesi del sempreverde successo del trash come manifestazione di una lotta di classe. Lotta che non può che essere persa dagli scandalizzati del contenuto mentre dal lato opposto si dorme sereni, senza neanche sapere di lottare, con la certezza dei vincenti che ignorano il dubbio non (solo) in quanto scemi, ma in quanto incarnazione paradossale di berserkr serafici proiettati al successo, di übermensch già oltre ogni limite di valore morale tradizionale. L’esigenza di voler dire l’indicibile non si rivolge al giudizio intellettivo, quanto piuttosto al diritto compiacente o no (non è di certo prerogativa dell’arte quella di dover compiacere a prescindere) di trovare nell’arte uno spazio libero per tutto ciò che di comunicabile esista nel sottosopra degli istinti umani – che finiranno sempre, ci piaccia o no, per unire molto più facilmente di qualsiasi altro valore ricercato, studiato e imparato. Mi piacerebbe, insomma, provare ad osservare questo bisogno di “scorrettezza” e noncuranza contenutistica anche come rivendicazione di un concetto inevitabilmente osteggiato dalla civiltà, ma che si intreccia alla salvezza dell’umano: la disobbedienza.
Quale atto più rivoluzionario dell’infrazione di un canone quando il compromesso civile va in crisi?
Bene, se siete arrivati fin qui vengo finalmente alla questione: fin dall’inizio la mia intenzione era di compiere un ulteriore atto onanistico, ossia raccontare il processo creativo dietro al mio nuovo disco intitolato Quaglia Sovversiva. L’album nasce infatti dalla stessa vocazione alla disobbedienza che mi ha portato a scegliere l’indipendenza dai meccanismi di un’industria che di musicale ha sempre meno ed è parte di un sistema capitalista che si rinnova appropriandosi delle stesse istanze dei suoi oppositori, sfruttando magari il bel faccino di cantanti multiplatino che si ritrovano a denunciare genocidi e poi a posare per gli stessi brand che su quel genocidio continuano a speculare – ma scusate, continuo a divagare, torno al mio lavoro.
L’anno scorso ascoltavo a ripetizione Amore mio aiutami di Piero Piccioni, colonna sonora dell’omonimo film che però non ho mai visto, e la musica mi arrivava in maniera talmente efficace che la tensione emotiva pareva raccontarmi una storia devastante, pur non avendo la minima idea delle vicende o dei personaggi per cui furono composte. Bello, mi dico, che questa musica mi racconti le emozioni di un film di cui non so nulla, o che comunque me ne descriva sinesteticamente lo spettro sentimentale. Un po’ come in quell’esperimento terribile in cui dei cretini versano metallo fuso all’interno dei formicai per poi pulire attorno tutta la terra e cavarne fuori il calco in negativo del sistema di gallerie, camere e livelli scavato in chissà quanti mesi di lavoro dalle formichine e ora riempito in questo micelio di ferro e sticazzi degli abitanti sfollati o uccisi. Insomma, penso: e se partissi da un negativo emozionale di una storia, dal calco interno del formicaio (la colonna sonora) per poi immaginarci, tutto attorno, il film? Ecco, questo è più o meno ciò che è accaduto, ossia che questo disco vorrebbe essere la colonna sonora di un film che non esiste e che forse non vedrete mai.
I brani sono quindi uniti da un filo rosso che non si vede ma c’è, da una trama impercettibile che si sviluppa proprio attorno alla disobbedienza. Tutto parte da un benzinaio, che accendendosi una sigaretta causa un’esplosione devastante che fa scoppiare la terza guerra mondiale. Ne seguono altre tre, e così finiamo in un’epoca post-apocalittica con un gruppo di ribelli sgangherati che lottano per difendere l’isola di Naso da crescenti ingiustizie in nome del profitto: l’occupazione militare di colonizzatori senza scrupoli, la costruzione di orrendi schermi pubblicitari di propaganda sulle architetture storiche, l’arrivo di giganteschi mostri da crociera, le luci fredde anti-melatonina che costringono all’iperproduttività, eccetera. A un certo punto persino l’isola si rompe i coglioni, e c’è anche Archimede che si ritrova nell’epoca dei fatti per un errore di calcolo sulla sua macchina del tempo; questa vicenda pare sia anche nell’ultimo Indiana Jones, io non l’ho visto ma in quanto concittadino di Archimede mi sento più in diritto di raccontarla.
Quanto contenuto c’è in questo disco? Non lo so, ma sicuramente c’è della disobbedienza.