Matera
«Tornare indietro è impossibile. […] Il percorso avviato è inarrestabile. […] possiamo solo andare avanti». Così si apriva il dossier con cui Matera si candidava a Capitale Europea della Cultura per il 2019. Un monito valido per tutti i Sud del mondo: non c’è alternativa; chi si ferma è perduto.
Da un lato è sottinteso che il neoliberismo economico, il turismo di massa, l’appropriazione e la mercificazione culturale non possono essere arrestati. Dall’altro che queste trasformazioni occupano una posizione più avanzata all’interno di un presunto progresso universale. Chi non partecipa attivamente alla messa a profitto del proprio territorio e della propria cultura non solo si perde, ma resta indietro. Questo ideale di progresso è stato da tempo interiorizzato anche dalle soggettività meridionali e periferiche, persino da quelle che a tale modello vorrebbero opporsi.
Rivendicare la lentezza contro la velocità, l’arcaico contro il moderno, la magia contro la razionalità, rimane un lamento retorico senza una seria critica del sistema economico-politico che ha creato quelle stesse opposizioni binarie.
Se l’elezione di Matera a Capitale Europea della Cultura nel 2019 sembrava rappresentare l’apice della mutazione antropologica vissuta dalla città, la sua recente elezione, assieme alla marocchina Tétouan, come Capitale Mediterranea per la Cultura e il Dialogo nel 2026, rappresenta purtroppo la conferma che tornare indietro è impossibile. Consolidata definitivamente come eventificio funzionale al turismo di massa, per Matera essere la Capitale della Cultura non significa altro che rappresentare il Capitale della Cultura, appropriatosi dell’immaginario, della storia e delle tradizioni del Sud con la stessa logica con la quale ha da sempre colonizzato le sue terre.
Come scriveva Jean Baudrillard in Simulacres et Simulation (1981), nel tardo-capitalismo il Simulacro non si limita più a rappresentare, nascondere o riprodurre la realtà ma la sostituisce, diventando esso stesso una verità che non ha più niente da nascondere.
A quale altro concetto richiamarsi, se non a quello di Simulacro, per parlare della Cerimonia di apertura di questa nuova tappa della storia materana che si concludeva con uno spettacolo di centinaia di droni a illuminare la notte lucana? Nel suggestivo teatro d’aria tra i Sassi e il parco della Murgia, i droni cerimoniali andavano a comporre figure d’acqua e pietra, e a rappresentare ciò che la loro luce andava a nascondere.
Questi droni si presentano come un Simulacro duplice.
Da un lato, raccontano ai materani la loro stessa città: anche il sapere del proprio territorio deve passare attraverso il linguaggio del potere per essere riconosciuto. Una volta che la città è rappresentata, la città stessa diventa non più necessaria, è sufficiente l’immagine priva di vita che ne restituisce il Simulacro. Ed essendo immediata, senza tempo né luogo, questa rappresentazione è equivalente per l’abitante e per il turista. Il drone come Simulacro è questo primo nascondimento: del Sud il Sud non sa più niente (non può sapere), se non attraverso la narrazione che di sé riceve in quanto Capitale.
Dall’altro, lo spettacolo del drone, attirando l’attenzione su di sé, nasconde tutto ciò che sta oltre l’orizzonte del visibile, rendendo i Sud ciechi alla propria condizione condivisa con gli altri Sud. Se il celebrato dialogo tra le sponde del Mediterraneo fosse una realtà e non un Simulacro, infatti, come potrebbe non apparire evidente l’assonanza perversa e inquietante tra quei droni che illuminavano il cielo notturno di Matera e i droni che, a neppure duemila chilometri di distanza, continuano a bombardare i cieli di Gaza e di Beirut? Non è un caso la Capitale del Mediterraneo, nonostante l’appello di cittadine e associazioni, non abbia ancora preso una posizione di rottura con il genocidario governo Israeliano: il Simulacro non produce cortocircuiti, ma opera per «ritrascrivere flussi contraddittori all’interno di circuiti integrati».
A partire dalle due funzioni del Simulacro-Drone emergono, oggi, due Sud differenti: da una parte, il Sud ancora terra di conquista e colonizzazione, che deve essere nascosto; dall’altra, il Sud ormai definitivamente colonizzato, che deve essere mostrato e premiato come esempio di resilienza. Così, il programma del progetto di Matera-Tétouan 2026, dal titolo Terre Immerse, diviene un interessante strumento d’analisi di questo processo di investitura (o investimento). Per ottenere il riconoscimento di Capitale, è lo stesso Sud che deve mostrarsi capace di trasformare il proprio linguaggio per renderlo significativo e produttivo nella struttura economica dalla quale vuole essere investito.
Matera come archivio della memoria e della storia. Il Sud, accettando di non poter essere protagonista della storia contemporanea, assume il posto assegnatogli dalla storia global-capitalista: un luogo-museo dove conservare ciò che il capitalismo ha obbligato a divenire passato e reso impotente. Impotente nel pensarsi soggetto attivo della propria azione storica. Matera accetta, così, di pensarsi come archivio. Ossia, ciò che già nel 1980, il sociologo Aldo Musacchio scongiurava come il peggior destino possibile per i Sassi, che non furono mai una forma architettonica pensata dall’alto, ma una forma di vita, un sistema integrato di oggetti e spazi prodotto dalle soggettività che li abitavano.
Associare la concezione del tempo meridiano alle idee di passato e arretratezza, del resto, è sempre stato uno dei più feroci abusi messi in atto nei confronti dei Sud. Basterebbe leggere le pagine finali di Sud e magia, dove De Martino scriveva:
«Per le genti meridionali si tratta di abbandonare lo sterile abbraccio con i cadaveri della loro storia, e di dischiudersi a un destino eroico più alto e moderno di quello che pur fu loro nel passato. […] Nella misura in cui questo avverrà sarà ricacciato nei suoi confini il regno delle tenebre e delle ombre […] e impallidirà anche il fittizio lume della magia, col quale uomini incerti in una società insicura surrogano, per ragioni pratiche di esistenza, l’autentica luce della ragione».
Se il Sud non è più magia, è proprio perché il progresso auspicato da De Martino ha vinto, la sua luce ha oscurato l’ombra, la sua civiltà reciso il legame che stringeva i vivi e i morti, il passato e il presente, in un abbraccio ciclico ed eterno. Ma non è l’antitesi di tutto ciò a dover essere recuperata. Non la magia, non la lentezza, perché le loro stesse denominazioni sono frutto del pensiero che le ha categorizzate in questo modo per sottometterle.
Il Sud non è periferico, a patto di non riconoscere un altro centro a partire da cui si definisce e localizza, un punto di accumulazione del proprio desiderio alienato. Interiorizzare questa divisione non significa essere lontani dal centro, ma allontanarsi anche da sé stessi. Significa tentare di tradurre, in un linguaggio estraneo, l’immagine improduttiva di sé stessi che quel pensiero ha costruito. Valorizzare, ossia mettere a profitto, le cosiddette aree interne significa voler tramutare in risorsa ciò che il capitalismo ha scartato. Il ripopolamento, le case a un euro, i festival culturali estivi non sono altro che distrazioni che mettono a tacere la questione centrale: perché quei luoghi vengono abbandonati?
Non è un caso che la parola prescelta per il racconto di questi luoghi sia resilienza.
Se il Sud ha accettato e continua ad accettare resiliente estrazioni petrolifere da parte delle stesse industrie che, durante il genocidio a Gaza, stringono accordi con il governo israeliano per concessioni estrattive nel territorio palestinese; se il Sud accetta resiliente l’assenza di adeguate strutture sanitarie che costringe migliaia di persone a migrare per curarsi; se il Sud accetta resiliente di conservare illegalmente tonnellate di rifiuti tossici e persino scorie nucleari sversate a poche centinaia di metri dalla costa; se il Sud accetta resiliente che i suoi fratelli e sorelle in fuga da altri Sud muoiano nel Mediterraneo o, se fortunati, finiscano imprigionati e sedati o, se ancor più fortunati, siano liberi di diventare schiavi, per raccogliere i frutti della terra delle aree interne; se il Sud accetta resiliente tutto questo, allora il Sud non si appartiene più.
I Sud vengono spesso narrati come luoghi nomadi e di passaggio, aperti e dai contorni sfumati, accoglienti. Eppure, proprio per l’incapacità di stabilire confini, l’apertura si è spesso trasformata in appropriazione. Un’invasione passata sempre attraverso le armi della Cultura.
Ne è un esempio lampante la discrasia tra la narrazione della crescita economica promessa dal turismo e le ricadute reali sulla vita di lavoratori e lavoratrici del settore. Nella trasformazione in atto, mentre migliaia di turisti invadono i Sud durante i loro periodi di non-lavoro, le città si svuotano di lavori dignitosi che non siano di natura precaria o stagionale. Gli abitanti sono così costretti – donne e giovani in particolare – a emigrare al Nord Italia o all’estero per aspirare a un lavoro adeguato alle loro competenze. Per chi non può permettersi il privilegio dell’emigrazione, non resta che la sottomissione a un sistema di sfruttamento, fondato su lavoro nero, sottopagato e demansionato. In altre parole, se nei Sud il turismo e la Capitale producono ricchezze e Capitali, a goderne non è che una piccola borghesia proprietaria e non la maggioranza della popolazione né i lavoratori e le lavoratrici che operano in questo settore e che producono tali profitti.
Ecco, l’utilità e il danno della cultura per la storia dei sud: quando non autodeterminata, essa diviene un ulteriore strumento di dominio delle popolazioni a cui la propria cultura è stata alienata
I Sud, da cui si emigrava e si continua a emigrare, diventano contemporaneamente una gabbia all’interno della quale rinchiudere persone migranti indesiderate e un giardino aperto dove accogliere, invece, migranti autorizzati, dotati di passaporti e portafogli desiderabili.
Il Simulacro di Matera-Capitale non è altro che l’ennesima ed estrema formulazione narrativa del Capitale: fare del Sud un “luogo aperto” e, soprattutto, “neutrale”, in cui poter “sperimentare” (Dossier Matera 2019) nuovi scenari per il futuro di una terra che ha ormai accettato e rimosso il suo essere colonizzata e arretrata, periferica e inattiva, conquistata ed espropriata. A metà tra il villaggio globale e il villaggio turistico, le città dei Sud vengono vendute sempre di più come villaggi turistici globali.
Ecco l’utilità e il danno della Cultura per la storia dei Sud: quando non autodeterminata, essa diviene un ulteriore strumento di dominio delle popolazioni a cui la propria cultura è stata alienata. Come scriveva Goffredo Fofi nel suo L’oppio del popolo (2019): «finita l’agricoltura, finito l’artigianato, finita perfino la fabbrica, la cultura non ha più bisogno di basi e riferimenti materiali e di classe: resta lo strumento centrale del dominio sulle coscienze, ma è anche un aspetto fondamentale della nuova economia».
Amplificata dall’apparato tecnologico e mediale in rapida espansione, la funzione della Cultura-Capitale come strumento di cattura dei Sud all’interno delle nuove morse del potere si rivela nella sua mostruosità. Aprire gli occhi su tali processi è il primo passo necessario per sfuggire all’abbagliamento delle luci che, da sempre, hanno lasciato i Sud a mordersi nella loro ombra.
Tétouan
Nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia, Hegel si sofferma sulla specificità del Mediterraneo come culla delle grandi potenze imperiali. In virtù della promiscuità che impone, il Mediterraneo non incute timore come l’infinita distesa dell’oceano, al contrario: soffia il richiamo della partenza, suscita il desiderio di conquista, di espansione: in altre parole, di sradicarsi.
Non è il mare della felice osmosi tra Nord e Sud, le nozze tra le sue due sponde sono un orizzonte capace unicamente di farsi attendere. Il Mediterraneo è uno squarcio al tempo stesso geografico e storico; racconta l’invasione, lo straripamento di una sponda sull’altra.
Eppure, la tentazione di smussare queste asperità è forte, in favore di un mediterraneismo un po’ ingenuo, che celebra la mescolanza tipica di questa regione mentre ne elude le circostanze. In questo modo si cede a una vuota estetizzazione di questa regione, che maschera una realtà desolante con gli ornamenti di un’estate perpetua. Il Sud non è più un luogo, né un’esperienza storica concreta, ma un’immagine, messa al servizio delle masse di turisti che sbarcano sulle sue coste durante l’alta stagione.
Nel Maghreb, il Marocco rappresenta la meta turistica prediletta. La vicinanza, sia geografica che culturale, contribuisce a creare un senso di familiarità sia per gli spagnoli (che possiedono lì due enclavi, Ceuta e Melilla) che per gli europei in generale. Per molti versi il Marocco appare come il volto civilizzato di un Maghreb un tempo conosciuto come la “costa dei Barbari”. Questo è il risultato di una politica marocchina volta a valorizzare il proprio patrimonio andaluso, al fine di superare la divisione ermetica che separa le due sponde del Mediterraneo. Pilastro della narrativa nazionale marocchina, questo andalusismo diventa il mezzo per lenire le ferite ancora vive del recente passato, tornando a un sincretismo precoloniale. Non è sorprendente che i paesi della sponda settentrionale alimentino, a loro volta, questa narrazione che permette loro di distogliere lo sguardo dalla miseria economica e sociale nella quale avevano lasciato il loro antico protettorato. L’Europa può, così, accontentarsi di sbandierare dei feticci, anziché permettere l’attualizzazione di questo Mediterraneo da parte delle sue due sponde.
Quando nel 1997 la medina di Tétouan diventò patrimonio Unesco, la decisione si basava sul suo ruolo di “città mediterranea” per eccellenza. Si intendeva sottolineare la sua funzione di punto di incontro tra “due civiltà”, passerella calpestata per sempre dai curiosi di quell’Oriente, di quell’esotismo a basso costo. L’esistenza del Sud sembra limitarsi alla transizione, alla mediazione, come se dovesse rendersi digeribile: guardate questo strano uccellino che la Storia ha prodotto, avvicinatevi, non morde (non morde più). È vostro e non è più vostro, riflesso alterato della vostra bellezza. È un bastardo a cavallo tra due civiltà. Vi restituisce la vostra gloria passata, adornata di zellige e di una grafia ipnotizzante.
Il Sud non è più un luogo, né un’esperienza storica concreta, ma un’immagine, messa al servizio delle masse di turisti che sbarcano sulle sue coste durante l’alta stagione
In questa cornice arriva l’elezione di Tétouan a «Capitale mediterranea della Cultura e del Dialogo» per l’anno 2026. Tétouan, riflesso di al-Andalus: l’imitazione del Nord da parte del Sud favorisce la sua “integrazione” (ossia, la sua dissoluzione), e invita quest’ultimo a umanizzarsi, nel modo in cui ciò è inteso in Europa. L’Unione per il Mediterraneo persegue questo tropismo andaluso nella sua presentazione dell’elezione di Tétouan, mettendo in risalto il carattere bicefalo della città. Terra marocchina incastonata in uno scrigno spagnolo, Tétouan rappresenterebbe ciò che costituisce, propriamente, il Mediterraneo: un cosmopolitismo felice, benché sofferto. Il suo gemellaggio con Matera per l’occasione sembra la messa in scena di un dialogo che dovrebbe attenuare lo scisma ricorrendo al dolce ricordo andaluso. Il mito si sostituisce alla realtà e permette di gettare un velo pudico sulla dominazione, prima coloniale e poi economica, del Nord sul Sud.
Prima di diventare la «Capitale mediterranea della Cultura e del Dialogo», Tétouan era stata la capitale del protettorato spagnolo (1912-1956). Il Sud nello specchio (rotto) del Nord: è come se il primo fosse degno di interesse solo in quanto estensione di un genio nato sulla sponda nord, come prolungamento, certo variegato, dell’Europa meridionale. Tétouan non è forse, dopotutto, la “figlia di Granada”? In seguito alla caduta di Granada nel 1492, Tétouan divenne infatti la città in cui gli esiliati andalusi trovarono rifugio. La loro presenza contribuì così a una “rinascita” della città, che ne porta ancora oggi l’impronta. La storia è quasi perfetta: la città che, sullo sfondo dell’esilio, sublima la tragedia per far rinascere, nel sud del Mediterraneo, ciò che un tempo era al Nord. All’epoca del protettorato, la Spagna fu infatti pronta a invocare proprio quel ricordo andaluso per giustificare la sua presenza in Marocco, in nome di una “continuità storica”.
Che si voglia o meno, valorizzare Tétouan alla luce della sua storia significa celebrare la più spagnola delle città marocchine, figlia di un’Europa meridionale un tempo coloniale. Ciò che la rende attraente dal punto di vista turistico è, allo stesso tempo, il frutto marcio del dominio del Nord sul Sud. È sufficiente “riappropriarsi” di questo patrimonio per emanciparsi da questa tutela, o bisogna sovvertirlo al di fuori di un quadro istituzionale che mira alla pacificazione? La valorizzazione non è forse un modo per sbiancare la macchia coloniale?
Riflessi (incrinati): le masse di turisti che vagano per la città, l’allontanamento dei Marocchini (degli studenti, dei lavoratori, ecc.) della sponda nord, se non in modo ridotto o stagionale. In quale dialogo poter sperare, se questo non consiste in altro che in un teatro organizzato tra “partner euromediterranei”? Si tratta di “europeizzare” il Mediterraneo, o di “mediterraneizzare” l’Europa? Si tratta di proseguire l’omogeneizzazione (economica, produttivista) del Sud da parte del Nord, sotto le mentite spoglie di una filiazione mediterranea?
«Forza, compagni, il gioco europeo è definitivamente finito, bisogna trovare qualcos’altro», dichiarava Fanon ne I dannati della terra. Non intendeva riformulare l’eterno scisma tra Nord e Sud, ma piuttosto rompere il circolo vizioso dell’imitazione del primo da parte del secondo. Non si tratta di riavvolgere il nastro delle ore passate di convivenza, ma di inventarne forme radicalmente nuove. E que- sto vale tanto per il Nord quanto per il Sud, a rischio altrimenti di trasformare l’Unione mediterranea in una farsa indecente.