Secondo un report pubblicato da Redacta nel 2025, solo la metà delle lavoratrici e dei lavoratori dell’editoria giudica il proprio reddito sufficiente a mantenersi. I dati raccolti dall’associazione sono la fotografia impietosa di un settore in cui i compensi drammaticamente bassi finiscono per escludere in maniera strutturale i figli di quelle che Antonio Gramsci definiva classi subalterne, accogliendo invece chi può prediligere il prestigio o la visibilità alla remunerazione. Ne parla Davide Piacenza ne La cultura che non posso permettermi, pubblicato di recente da Einaudi: «quale azienda dei media sarà mai portata ad alzare i suoi livelli di retribuzione, se i ranghi delle sue maestranze sono dominati da chi può scegliere di non anteporre le sue necessità economiche alla professione?». Quando incontro lo scrittore Jonathan Bazzi per parlarne sono esausta: sono nel mezzo di un periodo funambolico in cui cerco di destreggiarmi tra le mie inevitabilmente numerose fonti di reddito, una sensazione che chi lavora nella cultura conosce bene. «Vedo che fai un sacco di cose», mi dicono, ma i soldi sembrano comunque non essere mai abbastanza. Mi viene alla mente una frase di Virginia Woolf, «la libertà intellettuale dipende dalle cose materiali», e penso: «È vero».
GIADA ARENA A novembre hai pubblicato su Instagram uno screenshot del tuo conto in banca che mostrava 35 euro di entrate e 997 di uscite. «Questo Paese ha un mastodontico problema col valore assegnato al lavoro intellettuale» – hai scritto – «perché se le cose stanno così, se si viene pagati poco e sempre mesi e mesi dopo, significa che si permette che continui a vigere un enorme filtro di classe nell’ambiente culturale». Nella nostra bolla per settimane non si è parlato d’altro, ma trovo significativo che anche questo dibattito si sia trasformato nell’ennesima corsa all’attenzione: una gara a chi pubblica il post più virale, la storia più disgraziata o il j’accuse più veemente, invocando una lotta comune con dinamiche che invece riproducono la feroce competizione del settore.
JONATHAN BAZZI Dopo aver condiviso quel post non ho più detto niente: avrei potuto farne altri, lanciare una newsletter, pubblicare articoli, ma nessuna delle redazioni con cui collaboro mi ha chiesto di scriverne – forse perché si trattava di un terreno minato. Ho osservato il dibattito diventare un’arena performativa, in cui ho ricevuto anche attacchi più o meno velati. Per esempio sono stato criticato per aver scritto che i nostri compensi sono inferiori a quelli degli addetti alle pulizie: ho calcolato che quando lavoro a un articolo la mia paga oraria è di circa 4 o 5 euro, e so bene quanto si guadagna con le pulizie perché mia madre le ha fatte per vent’anni.
Oggi ogni questione si cala nell’atmosfera propria delle piattaforme, nella psicologia da social, dove tutto viene immediatamente metabolizzato, interpretato e ricodificato con quelle regole del gioco.
GIADA ARENA Sono regole che spingono all’atomizzazione e hanno attentato alla nostra capacità di immaginarci collettivi. Per il meccanismo alla base degli algoritmi dei social media, se siamo in disaccordo è meglio.
JONATHAN BAZZI Non c’è nessuna spinta alla ricomposizione del conflitto, perché l’attrito, la frizione, è la condizione di visibilità. Ogni occasione diventa un pretesto per posizionarsi, ma soffro l’idea di diventare portavoce di un determinato tema perché mi sento estremamente instabile, contraddittorio, cangiante. Sarebbe come venire tassidermizzato.
Ho scritto quel post in un momento di frustrazione, dopo aver provato invano a rendere più solida la mia situazione economica: ho fatto degli incontri per regolarizzare i rapporti con testate con cui già collaboravo, ma mi sono scontrato con la tendenza strutturale a non contrattualizzare, tagliare, risparmiare – pur chiedendo spesso di lavorare in esclusiva. Un giovane autore, nel caso in cui non abbia una famiglia benestante alle spalle, è costretto a collaborare con diverse realtà non per la smania di essere letto, ma perché anche le testate più grandi pagano raramente più di 100, 120 euro lordi a pezzo: come si può pretendere un’esclusiva con queste cifre?
GIADA ARENA Io sento molto il peso di essere, come te, un’eccezione: il lavoro culturale ci ha permesso di saltare inaspettatamente su un ascensore sociale, rendendoci quelli che Annie Ernaux definisce “transfughi di classe”. Grazie al libro di Piacenza ho scoperto il pensiero del sociologo Richard Hoggart, che negli anni ‘50 ha riflettuto sullo spaesamento del figlio della classe lavoratrice asceso, che si trova nel cosiddetto punto di sfregamento tra la cultura upper class e quella working class: da questo deriva una condizione di apolidia esistenziale in cui è forte la pressione a dimostrare continuamente il proprio valore.
Conosco bene questa sensazione, perché in me l’insidia maggiore è l’overworking: siamo cresciuti immersi nella retorica calvinista (e molto statunitense) del self made man, del “se vuoi puoi”, dell’uno su mille ce la fa e potresti essere proprio tu. E quindi eccomi a lavorare forsennatamente per dimostrare di essere abbastanza meritevole e competente per guadagnarmi da vivere con una professione creativa – una sensazione da cui i rampolli della borghesia che ci circondano sembrano quasi immuni. Tu come ti senti in questo punto di sfregamento?
JONATHAN BAZZI Siamo cresciuti in un periodo in cui la coscienza di classe se l’è dovuta vedere (probabilmente rimettendoci le penne) con la tensione al desiderio tipica della tv commerciale berlusconiana. Ci hanno spinto a desiderare in maniera smodata, è stato riversato su di noi un edonismo invischiante e un po’ inebriante.
Per questo ho recuperato la mia coscienza di classe solo negli ultimi anni, realisticamente durante la scrittura del primo libro [Febbre, ndr]: il mio intento era raccontare soprattutto le figure da cui ero attorniato durante l’infanzia e l’adolescenza a Rozzano, nel più grande agglomerato di case popolari del Nord Italia. Questo mi ha permesso di ritrovare le parole e recuperare le categorie per guardare più lucidamente alla storia della mia famiglia, alle ansie, la rabbia, i litigi. La privazione affettiva che ho vissuto ha chiaramente una matrice di classe, se ci fosse stata una dimensione materiale diversa le cose sarebbero andate in un altro modo – e lo penso tuttora, quando osservo tutte quelle persone per le quali i soldi sono un di più.
GIADA ARENA Quando ho letto Febbre ho provato un certo piacere nel vedere finalmente raccontate queste dinamiche, anche perché la tendenza è sempre stata quella di occultare le umili origini, uccidere simbolicamente ed edipicamente il padre come nello Zappatore di Mario Merola. Io invece sono molto riconoscente ai miei genitori e alla sveglia di mio padre puntata sulle quattro del mattino, perché altrimenti non sarei qui.
Non provo imbarazzo nel rivendicare le mie origini di borgata, anzi, gradirei che a provare imbarazzo fossero quelli che definisco “cosplayer di classe”, ossia i benestanti che negano o occultano i propri privilegi spesso appropriandosi delle narrazioni delle classi inferiori. Persone che sorvolano sulle numerose proprietà immobiliari, censurano i dettagli più opulenti dai propri pezzi di autofiction o raccontano sottovoce le vacanze intercontinentali per non farsi sentire dai colleghi sottopagati – storie vere, a cui ho assistito.
JONATHAN BAZZI La consapevolezza della propria posizione sulla scala sociale per molte persone non è realistica. Per intercettare e svelare queste contraddizioni serve uno sguardo che viene dal basso, ma chi sta in basso di solito non produce racconto, non produce dibattito: la selezione all’ingresso, implicita o esplicita che sia, determina che vengano raccontate storie e approfonditi temi che riguardano solo determinate classi sociali.
Per molte persone la scrittura non fa parte dell’orizzonte delle possibilità perché non conoscono altri che lo fanno: io vengo da un comune con un tasso di dispersione scolastica altissimo e i luoghi così difficilmente vengono raccontati dall’interno. Al massimo può accadere che autori con condizioni di nascita diverse decidano di ambientare la loro storia lì, spesso trasformandoli in una sorta di presepe.
È così che nei prodotti culturali viene a mancare il rapporto con la verità: sicuramente c’è una medietà, che in qualche caso si potrebbe anche definire mediocrità, che è data da questa cosa qui.
Un giovane autore, nel caso in cui non abbia una famiglia benestante alle spalle, è costretto a collaborare con diverse realtà non per la smania di essere letto, ma perché anche le testate più grandi pagano raramente più di 100, 120 euro lordi a pezzo: come si può pretendere un’esclusiva con queste cifre?
GIADA ARENA Personalmente credo ci sia un grosso problema di rappresentazione. Negli ultimi anni abbiamo giustamente problematizzato (e quindi migliorato) la rappresentazione mediatica delle persone queer o di diverse origini, ma stiamo facendo molta fatica a fare lo stesso con le storie working class. La conseguenza è un impoverimento della letteratura e delle arti in generale.
Bisogna anche constatare, però, un grosso problema aspirazionale, evocato da Raffaele Alberto Ventura nel suo Teoria della classe disagiata: esiste una classe “troppo ricca per rinunciare alle proprie aspirazioni ma troppo povera per poterle realizzare”, composta dalle tante persone che agognano una professione intellettuale o creativa nonostante l’evidente impossibilità del mercato italiano ad assorbirle tutte. Non voglio suonare darwinista, ma siamo troppi; credo che sia sano chiedersi regolarmente – e far chiedere alle persone con cui ci confrontiamo o a cui insegniamo – se ne valga la pena.
JONATHAN BAZZI Certo, questa è sicuramente un’altra questione. Percepisco un fraintendimento ormai endemico, capillare: la sovrapposizione tra opera e prodotto, tra creazione e potenziale commerciale, una sovrapposizione che permette, diciamo, degli accreditamenti indebiti. Penso alle redazioni che si rivolgono a persone con un elevato numero di follower per fare gli editorialisti, senza accorgersi che c’è differenza tra slogan e pensiero, tra contenuti su Instagram e ragionamento.
Questa superficialità, questa irresponsabilità, questa mollezza del sistema, sommata ovviamente all’elevato numero di contendenti, crea una combinazione non virtuosa e rende le cose ancora più difficili.
GIADA ARENA E cosa potremmo fare per cambiarle? Smettere di accettare compensi ridicoli sperando che gli altri facciano lo stesso? O magari guardare all’Irlanda, che ha appena introdotto un reddito di base per artisti e lavoratori creativi?
JONATHAN BAZZI Nel mio piccolo cerco di evitare prestazioni che non prevedono una retribuzione, sebbene mi sia capitato di farlo in passato e, in generale, provi un profondo imbarazzo a chiedere un compenso – quelli che non sono abituati ad avere i soldi tendenzialmente fanno più fatica a parlarne.
E poi è importante prendere consapevolezza della propria storia e della propria condizione, soprattutto se si scrive, per far sì che questo sguardo entri a far parte del proprio lavoro insieme a tutto ciò che siamo stati abituati a rimuovere, ad addomesticare. Rivendicare, insomma, la questione di classe, nonostante ci abbiano fatto credere che fosse vecchia, sorpassata.