Le ondate di calore non sono soltanto un’emergenza climatica. Sono sempre più una questione di salute e sicurezza sul lavoro. Dai campi ai cantieri, passando per supermercati, mense, magazzini e piattaforme di consegna, le temperature estreme stanno trasformando il lavoro in un’attività sempre più rischiosa.
Secondo un’analisi di Greenpeace Italia, basata sui dati Worklimate e Istat, sono oltre 1,5 milioni i lavoratori esposti al caldo estremo nel nostro Paese, soprattutto nei settori dell’agricoltura, dell’edilizia, della logistica e dei trasporti, ma non sono esenti i settori del commercio, del turismo e degli appalti, dove spesso incontriamo situazioni al limite.
Il cambiamento climatico rende le ondate di calore sempre più frequenti e intense, aumentando il rischio di malori, infortuni e morti sul lavoro. Per i sindacati non si tratta più di un’emergenza straordinaria, ma di una condizione strutturale che richiede nuove tutele. Da tempo si chiedono protocolli nazionali che prevedano la sospensione delle attività nelle ore più calde, la rimodulazione dei turni, pause aggiuntive, aree ombreggiate o climatizzate e un ricorso più ampio agli ammortizzatori sociali quando lavorare in sicurezza diventa impossibile.
Sono oltre 1,5 milioni i lavoratori esposti al caldo estremo nel nostro Paese, soprattutto nei settori dell’agricoltura, dell’edilizia, della logistica e dei trasporti, ma non sono esenti i settori del commercio, del turismo e degli appalti, dove spesso incontriamo situazioni al limite.
In realtà una tutela normativa esiste già. Il Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro (D.Lgs. 81/2008) impone ai datori di lavoro di valutare anche il rischio microclimatico e di adottare tutte le misure necessarie per ridurlo. Negli ultimi anni Inail, il progetto Worklimate e la Conferenza delle Regioni hanno elaborato linee guida sempre più dettagliate, mentre la CGIL ricorda che garantire acqua potabile, pause, dispositivi di protezione e una diversa organizzazione del lavoro non rappresenta una scelta, ma un obbligo previsto dalla legge.
Ma nonostante le norme esistenti, le cose vanno in altro modo.
È il caso del Carrefour Le Gru di Grugliasco, alle porte di Torino, dove il 20 giugno lavoratrici e lavoratori hanno scioperato con il sostegno delle RSU di Filcams CGIL Torino e UILTuCS Torino. Tra le motivazioni della protesta c’erano l’aumento dei carichi di lavoro, i continui trasferimenti di personale, ma anche condizioni ambientali rese sempre più difficili dal caldo.
«Da anni ormai, insieme ai miei colleghi RSU, denunciamo la difficile situazione climatica del nostro punto vendita», racconta Chiara Merengoni, delegata Filcams CGIL e cassiera a Le Gru. «Il supermercato è stato costruito nel 1993, quando la crisi climatica non era quella di oggi. L’impianto di climatizzazione è ormai obsoleto, tarato per le temperature di oltre trent’anni fa. I motori vanno spesso in blocco e si rompono». Una situazione che, con estati sempre più torride, si traduce in un rischio concreto per chi lavora. «Per fortuna non ci sono stati episodi gravi, ma ci sono stati colleghi costretti a fermarsi per capogiri e malesseri. Lavorare in ufficio con 27 gradi è un conto, lavorare a quella temperatura spostando continuamente pesi all’interno del punto vendita è un’altra cosa».
Per la delegata sindacale la soluzione non può essere affidata agli interventi di emergenza. «L’unico rimedio è una ristrutturazione completa dell’impianto e la modernizzazione del sistema di ricircolo dell’aria». Qualcosa, però, sembra essersi mosso proprio dopo la mobilitazione di giugno. «I nostri superiori hanno sempre cercato di fare quello che potevano quando l’impianto si bloccava. Dopo lo sciopero qualcosa è cambiato: la nuova proprietà sembra intenzionata a investire per rendere i punti vendita più vivibili sia per i lavoratori sia per i clienti».
«Da anni ormai, insieme ai miei colleghi RSU, denunciamo la difficile situazione climatica del nostro punto vendita»
Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto chi lavora all’interno di edifici. A metà luglio i rider di Glovo, Deliveroo e Just Eat hanno scioperato a Milano, Bologna e Firenze chiedendo il blocco delle consegne nelle ore più calde della giornata. Una richiesta coerente con le ordinanze regionali emanate per limitare il lavoro durante le ondate di calore, ma accompagnata da una rivendicazione precisa: il rispetto di quei provvedimenti non deve tradursi in una riduzione del salario.
Anche chi lavora nei servizi essenziali vive situazioni analoghe. Ad Adria, nella cucina della mensa dell’ospedale, le lavoratrici hanno denunciato temperature fino a 32,7 °C durante il turno. Filcams CGIL, Fisascat CISL e UILTuCS hanno chiesto interventi immediati, denunciando condizioni incompatibili con la tutela della salute e annunciando ulteriori iniziative in assenza di risposte concrete.
Ma i casi di caldo estremo sui luoghi di lavoro continuano ad aumentare. Nei giorni scorsi Filcams CGIL, Fisascat CISL e UILTuCS hanno segnalato temperature elevate anche in alcuni supermercati Carrefour di Lucca, Pisa e Massa, denunciando condizioni di lavoro insostenibili per dipendenti e disagi per i clienti. La gestione in franchising rende poi tutto più farraginoso: «Trattandosi di una gestione in franchising, si assiste a un continuo rimpallo di responsabilità su chi debba finanziare i lavori di ripristino degli impianti di climatizzazione» si legge nel comunicato dei sindacati, che hanno chiesto interventi urgenti e avvertito che, senza risposte da parte dell’azienda, valuteranno anche il ricorso allo sciopero.
Dalle mense ospedaliere ai supermercati, fino alle piattaforme di consegna, emerge un filo comune: il caldo estremo non è più un evento eccezionale, ma una condizione con cui migliaia di lavoratrici e lavoratori sono costretti a confrontarsi ogni estate. Per questo i sindacati chiedono che il rischio da calore venga affrontato come qualsiasi altro rischio professionale, attraverso una diversa organizzazione del lavoro, la rimodulazione degli orari, pause adeguate, ambienti sicuri e la tutela del salario quando le condizioni meteorologiche rendono impossibile lavorare.
Con estati che ormai superano sempre più spesso i 40 gradi, la questione non riguarda soltanto la produttività. Riguarda il diritto di lavorare in condizioni sicure. Perché nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra uno stipendio e la propria salute, tra lavorare e rischiare la vita. In altre parole, tra morire di caldo o morire di fame.