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Mini Claim - Sarà Una Bella Lotta

La casa è un diritto e il suo valore è sociale

Dopo lo sgombero di Spin Time e il (provvisorio, speriamo) fallimento della trattativa per la vendita con Investire SGR, si è aperto un dibattito che riguarda il futuro della città. Come si distribuiscono le risorse pubbliche, quali forme di abitare vogliamo sostenere, che valore attribuiamo alle comunità che costruiscono welfare e, soprattutto, come evitare che una vertenza particolare rimanga tale e possa invece diventare l’occasione per sperimentare politiche capaci di parlare a molti.

È a partire da queste domande che occorre focalizzare il punto di osservazione. Spin Time non è una parte di città da preservare contro il resto: è una molecola di città possibile. Il suo mantenimento non va letto soltanto come la soluzione positiva a una singola vertenza, ma come la possibilità di aprire un varco dentro un modo diverso di intendere le politiche urbane. Perché la discussione non riguarda solo la sorte di uno stabile o delle persone che lo hanno abitato: riguarda il riconoscimento di una forma di abitare capace di produrre relazioni, servizi, mutualismo, cultura e welfare comunitario. Se il Comune riconoscesse che la funzione sociale di un bene, il diritto all’abitare e il valore prodotto da una comunità possono orientare una scelta pubblica anche in presenza di interessi immobiliari e logiche di rendita, quel principio potrebbe iniziare a pesare anche nelle altre grandi scelte sulla città.

Non si tratta di pretendere che una città protegga una comunità contro le altre, ma di lavorare affinché una città sappia riconoscere nelle comunità una risorsa per tutte le altre. È la differenza tra una politica assistenziale e una politica trasformativa. Dal Dente Cariato ai Mercati Generali, dal Rialto alle grandi operazioni immobiliari, la questione è sempre la stessa: chi decide quale valore debba prevalere nelle trasformazioni urbane? Il valore finanziario dell’operazione? La rendita immobiliare? Oppure anche il valore sociale, culturale e abitativo prodotto dai territori e dalle comuni-tà che li attraversano? La risposta che proponiamo è che da Spin Time possa partire un salto evolutivo delle politiche pubbliche. Il riconoscimento del valore sociale, una volta affermato, non deve restare una valutazione ex post, un modo per risolvere un’emergenza quando il conflitto è ormai esploso, ma può diventare un criterio ex ante: un principio che guida la programmazione e ispira la trasformazione urbana prima che i progetti si decidano.

L’ambizione non è salvare Spin Time e poi tornare alla normalità: è usare Spin Time per cambiarla quella normalità

Ciò che oggi rende debole il soggetto pubblico di fronte ai privati, nei processi di rigenerazione, è un confronto strutturalmente impari. Da un lato, gli operatori privati dispongono di una capacità sofisticata di calcolo del proprio interesse economico: sanno quantificare rendimenti, rischi, margini, tempi di ritorno. Dall’altro, l’interesse pubblico resta un principio astratto, che si esprime quasi soltanto attraverso verifiche di conformità amministrativa in chiave difensiva, mai progettuale. Il privato sa esattamente che cosa vuole ottenere da un’operazione; il pubblico, nella migliore delle ipotesi, sa soltanto che cosa non può permettere.

Se invece riempissimo di contenuti il concetto di interesse pubblico, qualificandolo come l’insieme delle ambizioni di impatto sociale e ambientale che l’amministrazione intende generare su ciascuna porzione di città, le cose cambierebbero. Il valore sociale e quello ambientale diventerebbero due cose insieme: un parametro minimo, sotto il quale nessuna operazione di rigenerazione può avere luogo; e un criterio premiale, per selezionare i progetti in ragione di quale operatore intende concorrere con più efficacia e concretezza a generare i cambiamenti desiderabili.

Il salto che si propone è intendere il valore sociale come elemento di intenzionalità politica e strategica, non come vincolo formale. Un esempio concreto: se l’amministrazione intende ridurre le disuguaglianze e accrescere l’inclusione sociale, per ogni ambito di città interessato dalla rigenerazione potrà stabilire quanto ciascun progetto dovrà contribuire a quell’obiettivo complessivo, e non ammetterà progetti che non rispettino quel valore minimo. In fase di valutazione comparativa tra più proposte, potrà attribuire punteggi premiali a chi offre un impatto superiore. Di fatto, i privati che vogliono lavorare con il pubblico dovranno competere non solo sui valori economici, ma anche e soprattutto sul valore sociale.

L’obiezione prevedibile è che il valore sociale non si possa misurare con il rigore con cui si misura un rendimento finanziario. È un’obiezione datata. Le metodologie di valutazione d’impatto (teorie del cambiamento, indicatori di risultato, valutatori indipendenti) sono oggi mature, standardizzate e già impiegate dalla finanza a impatto in tutta Europa; le stesse imprese che sviluppano le grandi operazioni immobiliari pubblicano bilanci di sostenibilità con obiettivi quantificati. Il punto non è la misurabilità: è chi stabilisce che cosa misurare. Finché a definire gli indicatori è il privato, la misurazione serve alla rendicontazione; quando li definisce il pubblico, la misurazione diventa una politica. E gli strumenti amministrativi per farlo esistono già: i bandi, le convenzioni urbanistiche, gli oneri, i piani attuativi. Si tratta di riempirli con obiettivi di impatto espliciti, misurabili e vincolanti, ambito per ambito.

Non è un’utopia amministrativa: è ciò che il caso Spin Time rende finalmente pensabile. La stessa acquisizione dell’immobile potrebbe essere accompagnata da un contratto a impatto sociale, con obiettivi misurati da un valutatore terzo: il primo esperimento del criterio che qui si propone di generalizzare. Se il problema è che le risorse pubbliche sono scarse, allora la domanda non è soltanto se e perché spenderle qui, ma perché una città dovrebbe continuare a considerare il patrimonio immobiliare soltanto come una voce di bilancio, invece di interrogarsi sul valore sociale che può produrre. La mobilitazione di queste settimane ha mostrato che una vertenza nata da una comunità può diventare una questione cittadina e nazionale. L’ambizione, quindi, non è “salvare Spin Time” e poi tornare alla normalità: è usare Spin Time per cambiare quella normalità.

I privati che vogliono lavorare con il pubblico dovranno competere non solo sui valori economici, ma anche e soprattutto sul valore sociale

Se domani il Comune acquisisse l’immobile, la vittoria non sarebbe soltanto aver garantito continuità a una comunità che ha prodotto valore per la città, né solo aver dimostrato che un bene privatizzato può tornare a svolgere una funzione pubblica. Sarebbe l’apertura di una domanda più grande: che cosa può cambiare, dopo Spin Time, nel modo in cui Roma decide del proprio patrimonio, delle proprie trasformazioni e del rapporto tra interesse pubblico e rendita? È questa la sfida vera. Non chiedere che Roma faccia un’eccezione per Spin Time. Chiedere che l’esperienza di Spin Time contribuisca ad aprire una nuova stagione di politiche urbane nella quale il valore sociale non sia più l’argomento di chi resiste, ma il criterio di chi programma.

Autori

Chiara Cacciotti, antropologa e attivista. È autrice
del libro Qui è tutto abitato. L’occupazione romana
di Santa Croce/Spin Time Labs come esperienza
abitativa liminale (Ombre Corte, 2024);

Luigi Corvo, economista e docente di Economia
Aziendale all’Università degli Studi di Milano-
Bicocca, esperto di innovazione sociale e di economia
a impatto sociale. È cofondatore di Open Impact.