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N.2 - Tutte le lotte sono di classe

In Iran non vogliamo solo pane ma dignità

In Iran il movimento di contestazione non lotta solo per la sopravvivenza ma rivendica dignità. Iniziate lo scorso 28 dicembre al Grand Bazar di Teheran, le ultime proteste non sono un fenomeno estemporaneo legato alla crisi economica ma il risultato di decenni di compressione delle libertà civili e personali dei cittadini. L’analisi di Maysoon Majidi, giornalista curdo-iraniana, concede un punto di vista nuovo di una generazione che non si piega al potere del regime, vecchio e logorato, rivendicando uno sguardo di classe nell’orizzonte tracciato dal movimento “Donna Vita è Libertà”.

Le proteste che dal 28 dicembre hanno attraversato l’Iran non nascono né da uno slogan isolato né da un unico simbolo. Sono il prodotto di una frattura profonda, che affonda le sue radici nella crisi economica. Il crollo del valore della moneta e l’impennata incontrollata dei prezzi sono sintomi estremi di uno Stato che non garantisce più le condizioni minime della vita quotidiana a una parte sempre più ampia della società. Per questo, prima ancora che dalle università o dalle piazze, il segnale più forte della protesta è arrivato da un altro luogo: dai bazar e dalla loro chiusura. Un’istituzione che nella memoria collettiva iraniana è strettamente legata alla Rivoluzione del 1979. In Iran abbassare le serrande dei bazar non è mai un gesto puramente simbolico. Si tratta di un segnale di metodo. Questa azione implica l’interruzione di una rete economica che tiene insieme lavoro, credito, distribuzione e sopravvivenza urbana.

La chiusura dei bazar dimostra che la contestazione non è più limitata a gruppi politicizzati o a generazioni specifiche, ma ha raggiunto il cuore materiale della società.

Le serrande chiuse parlano di un’inflazione fuori controllo, di risparmi dissolti, di salari che non tengono mai il passo con i prezzi, di una classe media progressivamente spinta verso il basso e di classi popolari che non dispongono più di alcun margine di adattamento. Questi sono i segnali economici dell’incapacità di un sistema di garantire la riproduzione minima della vita, non solo per il presente, ma anche per il futuro. Nonostante questo, un punto fondamentale deve restare chiaro: queste proteste non possono essere ridotte a una “rivolta dei poveri” o a una “insurrezione degli affamati”. Le radici economiche sono reali, ma questo movimento non nasce esclusivamente dalla fame. Quanto accaduto nella provincia di Ilam chiarisce con precisione questa distinzione e, allo stesso tempo, rivela la profondità politica della protesta. In una situazione in cui l’accesso a Internet viene ripetutamente interrotto o limitato, i contatti con l’interno del Paese sono ostacolati e i dati ufficiali sulle vittime non sono affidabili, i comportamenti collettivi e i segnali sociali racchiudono significati più ampi.

Durante le proteste a Ilam, negozi e punti legati alla distribuzione di generi alimentari sono stati presi di mira, senza, però, che alcun cibo venisse rubato. Il riso non è stato portato via, accumulato, o trasferito nelle case. È stato sparso sulle strade. Se la protesta fosse stata soltanto una reazione alla carestia o alla fame, la logica dell’azione avrebbe portato all’appropriazione del cibo. Questa azione, invece, non è solo di “appropriazione”, ma di “delegittimazione ”. Si tratta di una una protesta simbolica contro una condizione in cui la vita quotidiana viene ridotta a umiliazione, discriminazione e assenza di futuro. Il messaggio di questo gesto è che il problema non è solo il pane, ma la dignità. Non è soltanto sopravvivere, ma il diritto a vivere.

È qui che il concetto di lotta di classe in Iran rivela la sua forma specifica. La classe in Iran non è definita soltanto dal livello di reddito, ma dal rapporto delle persone con la sicurezza, con il diritto di accesso alle risorse vitali e con la capacità di riprodurre la vita. In una struttura di questo tipo, anche una protesta economica diventa immediatamente politica, perché i meccanismi economici sono fin dall’inizio intrecciati con l’ordine securitario e ideologico. Il movimento “Donna, Vita, Libertà”, nato in Kurdistan e che poi si è diffuso in tutto l’Iran e nel mondo, non è scomparso e non scomparirà. Oggi, però, discriminazione e repressione si collocano all’interno di una crisi più ampia. Ridurre questi movimenti alla questione del velo non è soltanto una semplificazione della realtà, ma una negazione della dimensione complessa e del valore storico delle lotte delle donne in Iran.

L’uccisione di Jina (Mahsa) Amini nel 2022 è stata una scintilla, non l’origine dell’incendio. Quella scintilla ha agito in una società già saturata da pressioni economiche, sociali e politiche. La questione delle donne e del corpo femminile in Iran non è separabile dall’economia politica, si colloca proprio nel punto di intersezione tra dominio ideologico e disuguaglianza materiale. Le donne che oggi sono in prima linea nelle proteste sono le stesse che subiscono il peso maggiore della combinazione tra inflazione, precarietà lavorativa, discriminazione di genere e smantellamento dei servizi sociali e giuridici.

Da questa prospettiva, la questione di genere non si riduce al velo, ma rappresenta uno dei principali campi della lotta di classe in Iran. Senza una comprensione stratificata del significato di “Donna, Vita, Libertà”, una parte delle forze politiche e mediatiche ha tentato di appropriarsi di questo slogan, riducendo una “matrice politica” a strumento propagandistico, svuotato della sua capacità analitica ed emancipatrice.

In un Paese in cui non esistono né democrazia, né uguaglianza di genere, né giustizia sociale, questo non è soltanto uno slogan: è un orizzonte. È una cornice che lega la libertà individuale alla giustizia sociale e permette di comprendere che la liberazione delle donne non è ai margini della politica, ma ne costituisce il cuore. La rabbia che attraversa il Paese è il risultato di anni di impoverimento, di una gestione economica opaca e della combinazione di sanzioni, corruzione strutturale e priorità militari. Una combinazione che ha trasferito sistematicamente il costo della crisi sulle spalle delle classi più deboli. È l’imposizione di un ordine che richiede sacrifici continui senza offrire prospettive o garanzie, un ordine che esige obbedienza mentre restringe giorno dopo giorno la possibilità stessa di vivere.

Le proteste assumono, quindi, forme diverse a seconda delle regioni e dei gruppi sociali: scioperi, chiusura dei bazar, blocchi informali, assenze collettive dal lavoro o dai circuiti economici. Questi segnali, sebbene frammentati, indicano tutti una profonda crisi di legittimità. La questione non è più soltanto la rivendicazione di riforme o di diritti specifici, ma la messa in discussione del modello sociale. Le sanzioni internazionali hanno svolto un ruolo importante in questo processo, ma non nel modo in cui il regime lo racconta. Non hanno colpito il cuore del po tere politico ed economico, bensì insegnanti, pensionati, lavoratori del settore pubblico e piccoli commercianti. Hanno interrotto le catene di approvvigionamento, limitato l’accesso alla tecnologia e ai capitali e aumentato il costo di ogni infrastruttura essenziale.

Nel frattempo, nuovi shock hanno ulteriormente aggravato la discesa economica: primi tra tutti quelli della crisi bancaria e della crisi idrica. Il caso del sistema bancario è emblematico. Il collasso di istituti legati al potere, come la banca Ayandeh, non è stato affrontato con riforme strutturali, ma attraverso l’intervento dello Stato e la stampa di nuova moneta. Il risultato è stato un ulteriore aumento dell’inflazione e una redistribuzione sempre più diseguale della ricchezza. Le perdite vengono socializzate mentre i profitti restano concentrati. Questo meccanismo classico anche delle demo crazie assume una violenza ancora più esplicita in un contesto autoritario, poiché priva la società di qualsiasi possibilità di intervento o correzione.

È inoltre importante ricordare come l’Iran stia vivendo una delle peggiori crisi ambientali della sua storia con temporanea, risultato di decenni di politiche estrattive e di una pianificazione centralizzata inefficiente. Siccità, deviazione dei corsi d’acqua, costruzione di dighe senza una visione ecosistemica e sanzioni che limitano l’accesso alla tecnologia hanno trasformato l’acqua in una linea di frattura sociale. Anche qui è centrale la dimensione di classe. Le élite trovano soluzioni private, mentre le periferie urbane, le aree marginalizzate e le province più povere non dispongono delle stesse possibilità. Senza acqua non esistono né agricoltura e lavoro, né stabilità sociale. Ed è proprio qui che la crisi ambientale si trasforma in crisi della riproduzione sociale. Quando l’orizzonte del futuro si chiude, la protesta non è più una scelta, ma una necessità.

La Repubblica Islamica governa da anni senza consenso attivo. Il crollo della partecipazione elettorale è un segnale chiaro di questa crisi di legittimità. Tuttavia, la crisi non è soltanto del regime, ma anche della possibilità di elaborare un’alternativa. Il problema centrale è l’assenza di una leadership seria, affidabile e dotata di legittimità sociale. Questo vuoto apre lo spazio a narrazioni artificiali e a costosi progetti mediatici, che cercano di ridurre la pluralità della società iraniana a una semplice dicotomia.

In questo quadro, ridurre l’Iran alla scelta tra monarchia e Repubblica Islamica è una narrazione falsa e dannosa. La diaspora iraniana è parte della realtà, ma non rappresenta la complessità sociale del Paese. Le rivendicazioni dei manifestanti non confluiscono necessariamente in un progetto politico unitario. Molti rifiutano il regime senza desiderare un ritorno alla monarchia. Molti altri chiedono semplicemente la possibilità di vivere, senza inflazione, repressione e insicurezza permanente. È necessario essere cauti rispetto alla ricostruzione delle “legittimità storiche”. Una parte dei movimenti monarchici tende a ripulire il passato, ignorando o riscrivendo i crimini e la repressione strutturale di quel periodo. Tuttavia la memoria politica dell’Iran e, in particolare, quella delle comunità etniche e delle forze de mocratiche, non accetta questa cancellazione. La legittimità politica nasce dalla sofferenza, dalla resistenza e dall’organizzazione popolare e sociale, non dal capitale mediatico o dalla nostalgia.

L’opposizione è frammentata non per debolezza morale, ma a causa di decenni di repressione, esilio e distruzione delle organizzazioni politiche e sindacali. Questa frammentazione rende la rabbia diffusa e non lineare – non per questo, però, meno politica – mostrando perché la società, per trasformare la protesta in un processo di transizione, abbia bisogno di strutture: sindacati, reti di fiducia e capacità organizzative che il regime ha smantellato nel corso dei decenni.

Le proteste in Iran oggi non sono una battaglia simbolica tra civiltà o ideologie. Sono una lotta per la sopravvivenza, per la dignità materiale e per il diritto a un futuro possibile. Una lotta di classe in un contesto autoritario, in cui il conflitto non può esprimersi attraverso i canali ufficiali e per questo esplode nelle strade, nei bazar e nei silenzi elettorali. Queste proteste riguardano simultaneamente pane, acqua, lavoro, corpo, libertà e diritto all’autodeterminazione e al senso della vita, perché in Iran questi ambiti non sono separabili: la politica si manifesta esattamente là dove la vita quotidiana viene schiacciata. Chi osserva l’Iran dall’esterno deve partire da qui: non semplificare, non appropriarsi, non distorcere queste voci per confermare le proprie posizioni. Ascoltare. Perché senza questa attenzione, anche la solidarietà può trasformarsi in un’altra forma di espropriazione.

Autore

Maysoon Majidi, regista e giornalista curda. Attivista politica e per i diritti umani, presidente dell’associazione “Tre Dita”