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Mini Claim - Sarà Una Bella Lotta

Il tempo di Spin Time è ora

Giovanna Cavallo

Ci sono immagini che una città non dovrebbe dimenticare. Persone costrette a uscire dalle proprie case mentre arrivano i soccorritori, alle quali viene impedito di rientrare; soccorritori trasformati, loro malgrado, in leva di ordine pubblico; porte prese a calci. È cominciata così, la notte del 29 luglio, la storia più recente di Spin Time: con un’evacuazione che avrebbe dovuto essere temporanea e che, poche ore dopo, è diventata uno sgombero. Ma quella notte non è stato svuotato soltanto un edificio. È stato interrotto un pezzo di futuro di questa città.

Perché Spin Time non è stato semplicemente un palazzo occupato. È una storia lunga tredici anni che ha trasformato un edificio abbandonato in uno spazio vivo, restituito alla città. Il diritto all’abitare è stato il filo che ha tenuto insieme servizi, welfare comunitario, laboratori, cultura, relazioni. Una comunità ha costruito nel tempo un’altra idea di rigenerazione urbana che mette al centro gli abitanti e una visione condivisa dello spazio urbano e dei diritti che lo attraversano.

Ma quella notte non è stato svuotato soltanto un edificio. È stato interrotto un pezzo di futuro di questa città

È forse da qui che bisogna leggere la straordinaria risposta che ad agosto si è manifestata in via di Santa Croce in Gerusalemme. Non soltanto come solidarietà verso le famiglie lasciate in strada, ma come riconoscimento di un luogo. Due forme di empatia si sono sovrapposte: quella verso chi ha perso la propria casa e quella verso uno spazio che nel tempo è diventato parte della città. Ed è proprio questa sovrapposizione ad aver interrogato politica e istituzioni sul destino di un modello faticosamente costruito.

Il presidio nato in strada ha reso visibile questa connessione e portato alla luce domande radicali: come si decide chi ha diritto ad 7 abitare la città? E come può una città condividere e proteggere ciò che è di interesse pubblico, anche quando questo non coincide con la proprietà pubblica? Sono domande che mettono in tensione il principio della proprietà privata, ma anche l’idea stessa di amministrazione pubblica. Perché il coraggio di un’amministrazione sta nel misurarsi con le questioni sociali che la legalità, da sola, non può risolvere. Questo è ancora più evidente quando la proprietà dell’immobile di Santa Croce, rendendosi estranea alle conseguenze delle proprie scelte, ha mostrato una contraddizione fondamentale: le scelte economiche sul destino di un immobile producono conseguenze profondamente politiche sulla vita di una comunità. Costringere le famiglie a spezzare relazioni costruite in tredici anni significa intervenire sul sistema di relazioni che ha permesso a quelle stanze di diventare casa, e a quella casa di diventare un modello alternativo di abitare a disposizione della città. Ed è questo che lo sgombero ha interrotto.

Per questo il presidio non è stato soltanto una risposta emergenziale ma un atto politico che la comunità ha attuato per restare visibile e interrogare la città. Spin Time è una risposta particolare, nata da una storia unica, ma non irripetibile. Una città può scegliere di separare, oppure può scegliere di accogliere e trasformare. Il presidio di questa estate, attraversato ogni giorno da centinaia di cittadini, associazioni, artiste, artisti e persone della cultura, ci ha mostrato che la seconda possibilità esiste. Adesso bisogna scegliere se proteggerla e continuare a perseguirla.

Sara Moutawakil

Vorrei chiedere scusa alla mia professoressa di storia, con cui discutevo sempre, perché durante tutto l’anno continuava a ripeterci che il problema era nella struttura, come diceva Marx, e quindi nel capitalismo. Io e i miei compagni non le davamo realmente retta. Come si fa a distruggere il capitalismo? Ci sembrava una cosa così lontana, così concettuale, una cosa da interrogazione. Non riuscivamo a vedere il capitalismo nella nostra vita. Vorrei chiederle scusa perché non le ho creduto e perché adesso, per la prima volta, l’ho visto con i miei occhi.

Sono Sara, ho 18 anni e volevo solo studiare architettura, fare l’università come i miei coetanei e vivere quelli che tutti chiamano gli anni più belli della vita. Volevo prendere il diploma di fotografia, uscire la sera con i miei amici a San Lorenzo, partire ad agosto anche solo per qualche giorno. Volevo semplicemente continuare la mia vita.

Poi una sera sono uscita di casa con i miei amici e quando sono tornata non sapevo più se avrei potuto rivedere le mie cose. Dietro quella porta rossa ci sono troppi anni della mia vita. Ci sono le mie foto, i miei libri, la mia stanza, la mia bacheca con tutti i ricordi appesi. C’è tutta la vita di una ragazza. Mi sono ritrovata accompagnata dai soldatini del governo dentro casa mia, con 10, forse 15 minuti per prendere due vestiti e quello che riuscivo a portare via. Ma come faccio a scegliere cosa mi serve? È mia quella roba, rivoglio tutta la mia vita. Per voi magari non ha nessun valore, ma per me ha tutto il valore possibile.

Io non so ancora cosa mi hanno fatto. Credo che nessuno abbia veramente metabolizzato quello che è successo. Non so se preoccuparmi del mio passato, rimasto bloccato dietro quella porta, o del mio futuro. Non so dove trovare la forza di andare avanti, di concentrarmi sull’università, su quello che verrà, il futuro non lo vedo più. Non so nemmeno dove metterla tutta questa rabbia. Contro chi devo essere arrabbiata? Contro il governo? Contro il capitalismo? Come se prima non mi facessero già schifo. Solo che adesso è come se mi avessero anche calpestata. Io parlo al singolare perché posso parlare di quello che provo io, ma insieme a me 10ci sono altre centinaia di persone che stanno vivendo tutto questo e che magari stanno reagendo in modo ancora più doloroso. Lo so che esistono situazioni peggiori della mia. Potevo nascere in guerra, potevo essere una bambina in Palestina. Non voglio mettere il mio dolore sullo stesso piano di quello di chi vive una guerra. So di non aver vissuto neanche un briciolo di quello che vivono quelle persone. Ma è proprio questo che mi fa paura.

Qualche giorno fa potevo solo immaginare cosa significasse perdere la propria casa. Adesso ho provato, anche solo in minima parte, cosa significa non sapere più dove appartieni. Sono devastata, penso a quanto poco ho dovuto vivere per sentirmi così e penso a chi vive tutto questo ogni giorno, in maniera infinitamente peggiore. Probabilmente la maggior parte dei miei coetanei non leggerà neanche questo testo. Io però vorrei solo che le persone che ho conosciuto in questi anni, a scuola, nella vita, fuori da Spin Time, riuscissero per un momento a sentire quello che sto vivendo. Non immaginarlo: sentirlo. Vorrei che questo testo gli desse almeno un brivido. Un brivido soltanto, abbastanza forte da sentire per un secondo quello che è successo e quello che sta succedendo. Perché io non ho più speranza da raccontare. Ho solo rabbia, dolore, disperazione e il bisogno che qualcuno ascolti.

Adriano Ordonez Oyola

Spin Time è casa mia, ora e per sempre. Questo piccolo confusionario mondo è riuscito a trasformare il significato della parola comunità accrescendo il suo valore in mille modi possibili. I miei piccoli ricordi sarebbero molto meno importanti se non fossero costituiti dai colori, dagli odori e dai profumi, dalle canzoni cantate a squarciagola, dalle piccole chiacchiere nei corridoi, dalle moltissime attività, dalle birre dell’osteria, dalle serate in comita11 to ma soprattutto dai sorrisi di tutte quelle persone che ora posso considerare come parte della mia famiglia. Spin Time non è morto né mai finirà di rappresentare un luogo sicuro.

Quella maledetta e disgraziata notte di luglio ci ha dimostrato solamente che il bene dato torna sempre indietro e che ogni anima che col tempo ha attraversato questi spazi è riuscita a ricordarci e a lottare per noi e insieme a noi. In questi giorni di caldo soffocante sono stati tanti i problemi a cui fare fronte. I farmaci che le persone più fragili avevano lasciato all’interno del palazzo, riuscire ad attrezzarsi con materassini, gazebi, tende, luoghi in cui potersi fare la doccia, vestirsi e mangiare, l’elettricità e soprattutto la cura dei tantissimi figli e bambini a cui bisognava intrattenere le giornate per non farli sentire soli. La solidarietà è stata incredibile ed è partita dalle realtà romane più vicine fino a portare da noi persone da tutt’Italia. Senza di loro la nostra permanenza sarebbe finita molto presto.

Ad oggi tutte le famiglie sono state allocate in alloggi temporanei e per fortuna nessuno dorme più in tenda. Ciononostante la lotta continua perché è importante salvare e riconoscere tutto il lavoro che Spin Time è riuscito a fare in questi anni.

Velania A. Mesay

L’occupazione di via Santa Croce in Gerusalemme è stata la mia casa fin da quel giorno in cui io, mia madre e altre centinaia di persone in emergenza abitativa ci trovammo a trasformare un edificio abbandonato in qualcosa che si potesse chiamare dimora. Una dimora umile, dove gli spazi venivano condivisi, dove per cucinare dovevi convivere con i sapori e gli odori di altre culture, dove per fare una doccia spesso dovevi metterti in fila, dove d’estate si moriva di caldo e d’inverno il freddo entrava dalle fessure delle finestre vetrate. Spin Time è il luogo dove sono cresciuta tra gli anni del liceo, dell’università e oltre.

È il luogo in cui i miei piccoli sogni 13 hanno iniziato a prendere forma. Un luogo che ha dato a me, come a tante altre persone, la possibilità di vivere con dignità, in un tempo in cui i poveri vengono lasciati soli ai margini della società. Ora che sono costretta a guardare quel palazzo solo dall’esterno, penso che ci voglia fantasia per trasformare degli uffici in case. Eppure è proprio quello che era successo. Camera dopo camera, ognuno aveva trovato un modo per dire: questo è il mio posto. Mia madre, nella sua stanza, aveva appeso un quadro del Colosseo. Si è sempre sentita più romana che etiope e quella tela mi suscita ancora una grande tenerezza. Johana, la mia vicina di stanza, aveva ricoperto un’intera parete con una gigantografia della fontana di Trevi. Una sorta di tributo verso la città che ha dato i natali ai loro figli e che le accoglie e respinge allo stesso tempo?

Un luogo che ha dato a me, come a tante altre persone, la possibilità di vivere con dignità, in un tempo in cui i poveri vengono lasciati soli ai margini della società

Da quella cameretta situata al quinto piano dell’edificio spesso mi affacciavo e mi ritenevo fortunata, in fondo, a poter vedere tutto quel verde e le statue della Basilica di San Giovanni. Lì leggevo i libri che più mi hanno segnata, lì studiavo per l’esame di maturità, poi per gli esami universitari, lì scrivevo i miei primi articoli e lì iniziai a montare il mio primo documentario.

È proprio sulla terrazza del palazzo, tra parabole e fili, che ho festeggiato la mia laurea insieme agli occupanti che, dopo tanti anni, erano diventati un’estensione della mia famiglia e delle mie amicizie. Ho visto nascere bambini, li ho visti diventare adolescenti e poi adulti. Conosco ogni sagoma dei loro corpi, ogni tratto dei loro volti, e ricordare quanto siano cambiati – e quanto, insieme a loro, sia cambiata anch’io – mi commuove. Mentre il tempo passava, loro erano lì a testimoniarlo ogni volta che tornavo dopo i miei anni all’estero, dopo i mesi passati a girare un’inchiesta a Lesbo. Erano il mio punto di riferimento, una presenza familiare mentre tutto intorno continuava a cambiare. Eppure, c’era qualcosa che rimaneva invariato: ci saremmo ritrovati lì, a scambiarci due parole aspettando l’ascensore, a fumare una sigaretta sulle scale o durante i turni di sorveglianza.

Ora fa male immaginare i corridoi vuoti, silenziosi. E quel silenzio stride con il ricordo dei bambini che li attraversavano rincorrendosi sui tricicli e sulle biciclette, con la musica dei nigeriani che la domenica riempiva
ogni piano. Tra quelle mura non c’era mai silenzio.

Adesso, invece, tutto sembra rimasto fermo a quella sera del 29 luglio. Camminando per i corridoi si intravedono le stanze aperte degli ex abitanti. Tutto è traccia di una vita spesa lì dentro. Il letto ancora fatto, una padella sui fornelli, un libro aperto a metà, i panni stesi sugli stendini. E mentre osservo Destiny, ancora bambino, aiutare sua madre a trascinare una borsa più grande di lui, penso che l’ingiustizia possa stare tutta in poche immagini: le porte divelte senza alcuna necessità; un poliziotto annoiato che chiede quanto tempo manca per riprendere le proprie cose; il guardarsi attorno smarriti, cercando di capire cosa si possa ancora salvare.

Autori

Giovanna Cavallo, attivista. Esperta di diritti umani e di protezione internazionale;

Sara Moutawakil, studentessa, ex-abitante di Spin Time;

Adriano Ordonez Oyola, architetto, ex-abitante di Spin Time. Ha scritto la sua tesi di laurea sul palazzo di Santa Croce;

Velania A. Mesay, giornalista, autrice, documentarista, ex-abitante di Spin Time. Ha collaborato con Rai Radio 3, Internazionale, Altreconomia, MicroMega e altre testate nazionali.