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N. 4 Il Sud non sta sotto

Il Sud sta nell’amnesia delle identità che abbiamo perso

Le isole del Mediterraneo sono Sud? A Sud di cosa? Basta la comunanza nella subalternità a un Centro-Nord dove si scappa, per trovare punti di incontro identitari? Non sapendo rispondere a queste domande abbiamo messo in dialogo Franco La Cecla e Sara Corona, antropologo siciliano e archeologa sarda. Il risultato? Altre domande, e forse alcuni punti di partenza per mettere in discussione il concetto stesso di Sud, di identità nazionale, di comunanza definita dai confini, e non dal paesaggio o dall’inestricabile combinazione dei luoghi abitati e dei corpi della gente che li vive. Il Sud, forse, sta nell’amnesia di tutti i legami e le identità che abbiamo dovuto dimenticare per poter diventare Italia

FRANCO LA CECLA
Tra un siciliano nomade e una sarda in sospensione con l’Irlanda l’affermazione di essere entrambi del Sud fa scattare immediatamente una buona dose di perplessità. Cosa unirebbe queste due identità? Perfino il paesaggio non sarebbe familiare, perfino i rimandi alla cucina, al mare, alla lingua. Fuggendo la Sicilia ritrovavo nei mercati di strada a Bari, a Lecce, nei toni di una lingua deliziosamente impastata, le tracce delle stratificazioni greche, normanne, bizantine, vedevo nei corpi dei levantini il richiamo di Costantinopoli e le chiusure dell’ispanismo.


Ma cosa ritrovare a Orgosolo, cosa vedere di appaiato nello squaletto cucinato nel suo fegato, nel porceddu rosolato, nel nomadismo ostinato tra gli ovili, cosa nello stesso mare lasciato in disparte nell’Ogliastra, cosa nella profondità di un idioma dai toni scuri e taglienti? Ecco che allora il dubbio emerge.

Siamo davvero entrambi Sud? Oppure è una definizione che viene da fuori, un ennesimo modo di colonizzare con le parole, di subordinare, a cui non corrisponde nulla di sostanziale. Il Sud è già appartenenza al Nord, accettare di esserne definiti. Allora la questione ribalta il modo con cui – anche a sinistra – si è voluta leggere questa storia. Da De Martino a Gramsci, si vede una subalternità che è una lettura di classe ma non è una lettura identitaria, che rischia di ricacciare le forme di vita sarde o siciliane in un folclore o al massimo una etnografia che non coglie mai appieno il modo con cui le stesse forme di vita si manifestano. Per contrastare questo ho proposto a Sara di liberarci da parecchie sovrastrutture e cercare un approccio nuovo. Cercare di definire Sardegna e Sicilia (e il resto) in base al paesaggio, al territorio, all’inestricabile combinazione dei luoghi abitati e dei corpi della gente che li vive. Solo qui, in una rilettura delle forme di vita che passa per Wittgenstein, Cavell e approda a Veena Das ha senso capire in cosa consista vivere o essere di un certo luogo. Solo così si può rispondere alla domanda: di dove sei?

Siamo davvero entrambi Sud? Oppure è una definizione che viene da fuori, un ennesimo modo di colonizzare
con le parole, di subordinare, a cui non corrisponde nulla di sostanziale

SARA CORONA, SARDEGNA
La Sardegna è sud? Questa è la prima domanda che vorrei porre. In primis per quanto scrive Franco: essere “Sud” è ovviamente essere Sud di qualcosa, l’Italia – e tra noi sardi non è poi così pacifico che la Sardegna sia una propaggine dell’Italia, o l’essere sardi una variante dell’italianità. Un tempo, lo era: il tempo dei miei nonni e dei
miei genitori, quando in tante famiglie si scelse di non trasmettere il sardo e di comunicare con i figli solo in italiano, aprendo loro (così si credeva) le porte della modernità. Ma qualcosa sembra star cambiando. Uno studio del 2013 – il titolo del libro è Identità e autonomia in Sardegna e Scozia – ha mappato il senso di appartenenza identitaria nell’isola, con risultati davvero interessanti. Tra i giovani prevaleva l’identità sarda, spesso in contrasto con quella italiana (il 37% degli intervistati si sentiva “più sardo che italiano”, il 26% “solo sardo, non italiano”), mentre all’aumentare dell’età subentrava il senso di appartenenza all’Italia. Questo conflitto percepito tra
l’identità sarda e quella italiana, così marcato e apparentemente in crescita tra le nuove generazioni, è la prima ragione per cui stona definire la Sardegna “Sud” d’Italia. Non solo perché l’isola può non essere sentita come Italia da chi la abita, ma perché, al di là del sentire, è anche difficile trovarvi elementi reali di cultura, storia,
economia e politica in comune con l’Italia che non siano stati imposti in tempi recenti.

Detto ciò, cosa rende il caso della Sardegna diverso dalla Sicilia, o da Calabria, Basilicata, Puglia, la cui “italianità” è stata ugualmente costruita a tavolino negli ultimi 165 anni? Anche questi territori non sono italiani per natura, ma per processi politici che non si esaurirono con l’Unità d’Italia.

Certo, se anche fossimo meno ottimisti rispetto all’orgoglio identitario dei sardi, la Sardegna resterebbe comunque poco “sud”: un’isola a ovest dello stivale, a 8-9 ore di nave o un’ora di volo dalle sue coste, e più vicina alla Tunisia che a Roma. Ma se intendiamo il Sud in senso economico e politico, come terra (e popolazione) subordinata a un Centro-Nord che ha voluto quella subordinazione, la Sardegna forse potrebbe esserlo.

Il problema di questa concezione di Sud come soggetto subalterno, però, sta nel fatto che si prova a vedere non solo una coscienza di classe ma proprio la classe dove, di fatto, non c’è. Il Sud ha coscienza di se stesso? La disconnessione tra la Sardegna e le regioni del Meridione e dalla Sicilia – che pure hanno esperienze di marginalità per molti aspetti sovrapponibili alla nostra – è profonda. In Sardegna si immagina (e ci si sente connessi con) un’Italia pensata come Centro-Nord, luogo in cui decine di migliaia di sardi emigrarono
negli anni ’60 e ’70, e in cui oggi si continua a emigrare per studio e lavoro. Il meridione sembra altro da noi, luogo da visitare occasionalmente per interesse personale o in vacanza, e in cui sorprendersi nel trovare similitudini e differenze.

Ecco perché nel raccontare la Sardegna, così come la Sicilia e le regioni del meridione, può essere utile uscire da questa categoria di Sud che rende difficile individuare le distanze e i punti di rottura tra territori e comunità anche molto diverse, pur accomunate da esperienze simili di marginalità e, forse, colonizzazione.

FRANCO LA CECLA, SICILIA
Dal punto di vista dell’antropologia la categoria Sud, ma anche Mezzogiorno, come quella di Terzo Mondo o di Sud del mondo, funziona sempre meno. È stato soprattutto Michael Taussig nel suo lavoro sul feticismo tra i lavoratori neri delle miniere colombiane a ribaltare la prospettiva. Laddove i colonizzatori inventano categorie
per marginalizzare gli indios o i neri, questi se ne appropriano l’accusa fatta ai nativi e ai neri di essere dalla parte del demonio, dà ai colonizzati una forza temibile, li rende parte di ciò che i coloni temono di più, ne riempie gli incubi notturni, dà al vudù e agli spiriti locali una vitalità inaspettata. Le colonie diventano lo specchio dei
coloni, ogni colonialismo è costretto a vedersi nelle proprie vittime, questi giochi di riflessi e contro-riflessi sono alla base del crollo degli imperi. Su una scala europea, mediterranea, la categoria Sud è completamente svuotata e interroga uno statuto, quello nazionale, che fa fatica nella sua tangibile vecchiaia. Se la destra si attacca al
concetto di patria, è il mercato, nella sua globalizzazione, a svuotare ogni sovranismo. Probabilmente un secolo e più di nazionalismo è stato corroso da un ritorno alla realtà di cui la globalizzazione è solo un aspetto.

Quel superare i confini, quel rifiuto dell’impedimento a superarli – contro un’idea tribale di nazione – è oggi un
istinto primordiale. Pensiamo alla brutalità con cui lo stato sionista di Israele si è costituito come odio tribale contro i circostanti e il resto del mondo. Israele ha costruito la propria identità sulla riduzione dell’umanità a un noi, scimmiottando tra l’altro le ragioni dei popoli indigeni. Oggi non è più possibile costruire un noi solo sull’odio degli altri. Per questo ogni singulto autonomista tradisce il senso dell’indigenità, che è proprio non volere essere definito da confini. Se c’è qualcosa di profondo nella diaspora che costringe milioni di persone a cercare possibilità di vita altrove, è proprio il ribadire l’inconsistenza dei confini, il diritto a essere cittadini di un mondo non ridotto e definito dai privilegiati. Da Anna Harendt ad Agamben gli apolidi, i senza patria, introducono un concetto nuovo di appartenenza e identità. In questo senso Sardegna e Sicilia sono unite dalla diaspora di emigrati che dalla fine del Novecento ha portato centinaia di migliaia, milioni di persone dall’altra parte del mondo. La grande emigrazione italiana è il buco nero mai davvero esaminato per capire com’è cambiato il nostro Paese. E questa mancanza ha provocato immediatamente il nuovo razzismo italiano. Lo
racconta bene Vito Teti in “La razza maledetta, antimeridionalismo, separatismo, razzismo”.

Il Sud sta in questa amnesia, quella di tutti i legami e le identità che abbiamo dovuto dimenticare per poter
diventare Italia

SARA CORONA, SARDEGNA
Il problema delle categorie è che tendono ad assumere vita propria e allontanarsi da ciò che in origine dovevano descrivere. Etnia, nazione, Stato… Da decenni gli studiosi le sviscerano e discutono dei mille significati che possono assumere. A queste possiamo aggiungere la categoria di Sud, di cui discutiamo in queste pagine.

C’è stato un periodo in cui si credeva che il nazionalismo fosse in via di declino, complice la globalizzazione. Il tempo ha restituito una realtà diversa: gli Stati-nazione sono più affermati e solidi che mai. Tutti gli esseri umani oggi devono avere una nazionalità, come hanno gli occhi e una bocca – così scrive il sociologo Siniša Malešević.
L’Italia è una realtà dalla quale chi è nato italiano non può prescindere; anche chi rigetta l’identità italiana non può in ultima analisi liberarsene, complice la penetrazione profonda dell’educazione nazionale nel funzionamento cognitivo dell’individuo e del suo tessuto sociale. Non possiamo negare l’esistenza di un Meridione politico ed economico, inteso come “margine” d’Italia e al contempo geograficamente reale. Ma come possiamo restituire
centralità a questi territori, e alle popolazioni che li abitano, fuori da questa categoria di Sud?

Serve uscire da quel “nazionalismo metodologico” che ci fa percepire i luoghi a compartimenti stagni, quelli dei confini nazionali. In questo senso, gli studi indigeni sono un’interessante alternativa. Essi riconoscono prima di tutto il rapporto con la terra e le relazioni interne alla comunità: le nazioni in questo senso sono post, un dopo
sia temporale che esistenziale, che altera e ridefinisce tali relazioni. Un concetto simile può servire anche a capire le popolazioni che vivono nel territorio dell’attuale Italia da prima che quest’ultima esistesse, e che hanno perso risorse, autonomia e identità, diventando margine (Sud) con l’unificazione. Come le altre, quella di “indigeno” è una categoria. Implica un rapporto profondo con il territorio e l’ambiente naturale, e una continuità storica nel luogo che risale a prima degli Stati moderni e delle espansioni coloniali. La questione non è appropriarsi della categoria. Certo, da sarda, mi sono spesso chiesta perché non rivendichiamo il diritto di definirci quantomeno nativi della Sardegna. Mi sono anche chiesta perché, pur considerandoci un popolo, non ci definiamo “etnia”; e questo finché non ho letto un report parlamentare degli anni Settanta in cui questa possibilità ci veniva esplicitamente negata.

Il punto è questo: coltivare un nuovo modo di guardare a questi territori significa interrogare il linguaggio. Capire perché pensiamo dentro certe categorie e non altre, e in che modo queste ci impediscono, in ultima analisi, di vedere. Provare a pensare fuori da esse – anche quella di Sud – in quanto dispositivi di potere che tracciano
confini funzionali a mantenere quel potere.

Se la Sardegna è Sud Italia, è Sud d’Europa: allora i sardi sono italiani, bianchi, europei. Un confine fittizio produce un’enorme amnesia collettiva, facendoci dimenticare la realtà: e cioè che siamo un popolo mediterraneo che vive in un’isola mediterranea, più vicina all’Africa di quanto non sia all’Europa; abitata da gente dai colori
e dai tratti simili ad arabi, greci, palestinesi. Non diversamente accade ai siciliani e ad altri popoli “meridionali”. Il Sud sta in questa amnesia, quella di tutti i legami e le identità che abbiamo dovuto dimenticare per poter diventare Italia.

Autori

Franco La Cecla, antropologo e autore di Elogio dell’Occidente (2016), Compassione, un’antropologia politica (2025) e L’ottimismo del drago. Viaggio in Vietnam (2025)

Sara Corona, divulgatrice e ricercatrice sarda, scrive di nazionalismo, conflitti etno-identitari e uso politico della cultura.
Dottoranda in Nationalism Studies all’University College Dublin con una tesi sulla costruzione dell’identità italiana in Sardegna