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N.3 Nessuno Lavoro Da Solo

Il sabotaggio è un pugno nello stomaco del capitalismo

Non sempre la frammentazione condanna il lavoratore a essere sottomesso e indifeso agli interessi di un padrone. Non esistono solo gli scioperi generali, i picchetti, i cortei. Silenziosamente, ogni lavoratore, solo o collettivamente, può trafiggere i nervi del capitalismo con un diritto tanto letale da poter essere considerato un’arma: il sabotaggio. Lo racconta Elizabeth Gurley Flynn, esponente di spicco degli Industrial Workers of the World (Iww), anche detti gli “Wobblies”, noti grazie agli scritti del giornalista sloveno Louis Adamic sulla guerra di classe operaista negli Usa, all’inizio del ventesimo secolo. Sabotaggio. La revoca consapevole dell’efficienza industriale dei lavoratori è un testo scritto da Flynn nel 1917 e pubblicato dall’Iww Publishing Bureau, qui tradotto per la prima volta in italiano

Il sabotaggio non è un’arma permanente: non sarà necessario quando sarà stabilita una società libera. Trafigge i nervi del capitalismo e lacera le viscere del sistema economico

Non intendo giustificare il sabotaggio su basi morali. Se i lavoratori ritengono che sia necessario, ciò di per sé lo rende un atto morale. La sua necessità ne giustifica l’esistenza. Mettere in discussione la moralità del sabotaggio sarebbe tanto assurdo quanto mettere in discussione la moralità dello sciopero o della lotta di classe stessa.
Per comprendere o accettare il sabotaggio, infatti, è necessario accettare il concetto di lotta di classe.

Se credi che tra i lavoratori e i loro datori di lavoro esista pace, armonia come tra fratelli, e che quindi ogni sciopero o serrata siano semplici litigi familiari; se credi che si possa raggiungere un punto in cui sia il datore di lavoro che il lavoratore ottengano abbastanza, un punto di compromesso amichevole della guerra industriale e della distribuzione economica, allora non esiste giustificazione né spiegazione del sabotaggio che possa essere adatta a te.

Il sabotaggio è un’arma nell’arsenale dei lavoratori per combattere la loro parte della lotta di classe. Questi comprendono, mano a mano che diventano più consapevoli, che per ottenere qualcosa devono guadagnare potere; che né appelli alla comprensione né ai diritti astratti porteranno a migliori condizioni di vita.

Per esempio, pensiamo al caso di una fabbrica di seta dove uomini, donne e bambini lavorano dieci ore al giorno per una paga media tra i sei e i sette dollari a settimana. Qualcuno di loro, o un comitato che li rappresenti, potrebbe sperare di ottenere migliori condizioni appellandosi alla compassione del datore di lavoro, raccontandogli la miseria e le difficoltà della loro vita, o al senso di giustizia? Supponiamo che un singolo operaio vada dal datore di lavoro e dica: «Io produco, come lavoratore salariato in questa fabbrica, tanto valore ogni giorno e la giustizia richiede che mi dia almeno la metà». Il datore probabilmente lo farebbe internare nel manicomio più vicino, considerandolo un criminale troppo pericoloso per essere lasciato libero in società. Non è la simpatia né la giustizia che fa presa sul datore di lavoro: è il potere. […]

Crediamo che la lotta di classe nella società si esprima nel potere economico del padrone da un lato, contrapposto a un crescente potere economico dei lavoratori dall’altro, andando a scontro diretto di quando in quando, ma scontrandosi continuamente ogni giorno per stabilire chi avrà la fetta più grande del prodotto del lavoro e la proprietà ultima dei mezzi di vita. Il datore vuole ore lunghe, il lavoratore intelligente vuole ore brevi. Il datore vuole salari bassi, il lavoratore intelligente vuole salari alti. Il datore di lavoro non si preoccupa della salute dei suoi sottoposti; si preoccupa soltanto di mantenere al minimo il costo di produzione. Il lavoratore intelligente, invece, si preoccupa di avere ventilazione, igiene e illuminazione che siano favorevoli al suo benessere fisico. Il sabotaggio sta alla lotta di classe come la guerriglia sta alla battaglia. Lo sciopero è la battaglia aperta della lotta di classe; il sabotaggio è la guerriglia, la guerra quotidiana tra due classi contrapposte. […]

Una forma di sabotaggio consiste nell’interferire deliberatamente con la qualità dei beni. E in questo impariamo molte lezioni dai nostri datori di lavoro. Ogni anno, nella parte occidentale degli Stati Uniti, vengono prodotti frutti e cereali che non trovano mai un mercato; banane e arance marciscono a terra, interi carichi di frut￾ta vengono gettati nell’oceano. Non perché la gente non abbia bisogno di questi alimenti o perché non potrebbe farne buon uso nelle grandi città dell’Est, ma perché la classe imprenditoriale preferisce distruggere una larga percentuale della produzione per mantenere alto il prezzo in città come New York, Chicago, Baltimora e Boston. Se mandassero tutte le banane che producono nella parte orientale degli Stati Uniti, probabilmente compreremmo le banane a tre per un centesimo. Ma distruggendone una grande quantità, riescono a mantenere il prezzo a due per cinque centesimi. […] E questo vale per patate, mele e moltissimi altri beni di prima necessità richiesti dalla maggioranza delle persone. Eppure, se il lavoratore tenta di applicare lo stesso principio, la stessa teoria, la stessa tattica del suo datore di lavoro, ci troviamo di fronte a ogni sorta di sottili obiezioni morali.

Anche il servizio può essere sabotato. Nell’industria alberghiera e della ristorazione, per esempio. […] I camerieri della città di New York erano circa cinquemila. Di questi, circa un migliaio erano militanti, quelli su cui si poteva contare in uno sciopero. Quel piccolo sciopero fece più sensazione a New York dei 200.000 lavoratori dell’abbigliamento che scioperavano nello stesso periodo. Non ottennero molto per sé, a causa del numero ridotto, ma ottennero molto nel dimostrare al datore di lavoro il loro potere di danneggiare i suoi guadagni. Per esempio, redassero dichiarazioni giurate e raccontarono tutto su ogni hotel e ristorante di New York, sulle condizioni delle cucine e delle dispense. Raccontarono come il burro nei piccoli piattini venisse rimandato in cucina e qualcuno, con le dita, togliesse le ceneri di sigaro, i mozziconi di sigaretta e i fiam￾miferi, per poi rimettere il burro nella riserva generale. Racconta￾rono come i tovaglioli usati a tavola, magari da una persona affetta da tubercolosi o sifilide, venissero usati per asciugare i piatti nella dispensa. Raccontarono storie che vi farebbero venire la nausea e quasi far imbiancare i capelli, sulle condizioni igieniche di tutti i grandi ristoranti e hotel di New York. E scoprii che questo era uno dei modi più efficaci per raggiungere il pubblico, perché il “caro pubblico” non viene mai raggiunto attraverso la simpatia.

Un giorno una ricca signora mi portò in un club aristocratico di donne del West Side che non sapevano come impiegare il loro tempo, così avevano organizzato questo ritrovo. Mi fu chiesto di parlare dello sciopero dei lavoratori degli alberghi. Sapevo che non era affatto quello che volevano. Volevano solo vedere che tipo di persona fosse un “agitatrice dei lavoratori”. Ma colsi l’occasione per fare pubblicità agli scioperanti. Parlai loro delle lunghe ore nelle cucine roventi; dei fornelli fumanti e bollenti. Parlai del superlavoro, del lavoro eccessivo e della paga insufficiente dei camerieri e di come questi dovessero dipendere dalla generosità o dall’ubriachezza di
qualche cliente per ricevere una buona mancia; tutte cose di questo genere. E rimasero impassibili.

Poi cominciai a raccontare loro ciò che camerieri e cuochi mi avevano detto sulle condizioni delle cucine e vidi immediatamente sui loro volti un’espressione di gelido orrore. Si interessarono quando iniziai a parlare di qualcosa che riguardava il loro stomaco, mentre non sarei mai riuscita a raggiungerle con un appello umanitario.
Immediatamente cominciarono a redigere risoluzioni e a cancellare prenotazioni in questi grandi hotel, decidendo che i loro club non avrebbero più dovuto riunirsi lì. Crearono un bel trambusto attorno ad alcuni dei grandi hotel di New York.

Quando i lavoratori tornarono al lavoro, dopo aver capito l’efficacia di colpire il padrone attraverso lo stomaco del pubblico, non esitarono a praticare il sabotaggio nelle cucine. Se qualcuno di voi ha mai ricevuto una zuppa immangiabile, troppo salata o troppo pepata, era un modo per far sapere che in cucina c’erano ragazzi che volevano farsi sentire dal padrone. All’Hotel McAlpin il capo cameriere chiamò gli uomini davanti a sé, dopo che lo sciopero era finito e perso, e disse: «Ragazzi, potete avere ciò che volete, vi daremo le ore, vi daremo i salari, vi daremo tutto, ma per l’amor di Dio, smettetela con questo sabotaggio in cucina!». In altre parole, ciò che non erano riusciti a ottenere con lo sciopero riuscirono a ottenerlo colpendo il gusto del pubblico, rendendo il cibo non consumabile e costringendo così il padrone a prendere atto della loro efficienza e del loro potere in cucina.

Al sabotaggio si obietta perché, si dice, distrugge la fibra morale dell’individuo, qualunque cosa essa sia! La fibra morale del lavoratore! Ecco un povero operaio che lavora dodici ore al giorno, sette giorni su sette, per due dollari al giorno nelle acciaierie di Pittsburgh. Per quell’uomo usare il sabotaggio significherebbe distruggere la
sua fibra morale. Bene, se così fosse, allora la fibra morale è l’unica cosa che gli rimane. […] C’è anche l’obiezione secondo cui usare il sabotaggio svilupperebbe in sé uno spirito di ostilità verso gli altri. Ma chi usa il sabotaggio non pensa solo a sé. Se pensasse solo a sé, non lo userebbe: sarebbe più facile e sicuro non farlo. Chi usa
il sabotaggio di solito agisce individualmente, ma per il beneficio proprio e altrui. Richiede coraggio, individualità, crea nel lavoratore autostima e fiducia in sé come produttore. Sostengo che il sabotag￾gio, lungi dall’essere subdolo e codardo, sia coraggioso e aperto. […]

Spero che i lavoratori sabotino non solo la produzione, ma anche l’eccesso di offerta dei produttori. In Europa i sindacalisti portano avanti una propaganda che noi negli Stati Uniti siamo troppo codardi per attuare. È contro la legge. Tutto è “contro la legge” quando diventa abbastanza grande perché la legge se ne occupi nell’interesse della classe lavoratrice. Se il sabotaggio viene scartato perché “contro la legge”, come sappiamo che il prossimo anno non toccherà alla libertà di parola, di assemblea o di stampa? Che qualcosa sia contro la legge non significa necessariamente che non sia buono: spesso è proprio il contrario. […]

Il sabotaggio non è un’arma permanente: non sarà necessario quando sarà stabilita una società libera. È semplicemente una misura di guerra e scomparirà con la guerra, come lo sciopero, la serrata, il poliziotto, la mitragliatrice, il giudice con il suo decreto, tutte le armi del capitale e del lavoro scompariranno con l’avvento di una società libera. […] Il sabotaggio è una spada splendente: trafigge i nervi del capitalismo, colpisce al cuore e allo stomaco, lacera le viscere del sistema economico.

Autore

Elizabeth Gurley Flynn Protagonista dei movimenti operai statunitensi del Novecento e leader sindacale degli Industrial Workers of the World. È morta nel 1964 a Mosca