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N.3 - Nessuno Lavora Da Solo

Il prezzo basso è complice dei caporali

Il caporalato nel settore agricolo, che dai campi di pomodoro pugliesi arriva fino alle distese di meli e peschi in Piemonte, è soltanto un’espressione visibile (e invisibilizzata) di una dinamica che attraversa molti settori dell’economia contemporanea. Guardare a ciò che succede nei campi significa interrogarsi su un modello più ampio, che quando taglia, lo fa a partire dalla dignità del lavoro. Sagnet nel 2011 ha organizzato il primo sciopero dei braccianti migranti a Nardò, in Puglia, lavorando successivamente alla creazione di NO CAP, che porta i prodotti senza sfruttamento alla distribuzione e sulle nostre tavole. Questa esperienza racconta come la complicità dello sfruttamento non rimanga isolata in un solo settore. È intrecciata tra mondi diversi come lo è la lotta dei lavoratori per una vita più degna.

Rimettere al centro il lavoro significa rimettere in discussione il modo in cui il valore viene prodotto e distribuito. Significa riconoscere che il prezzo non è un dato neutro, ma il risultato di rapporti di forza e scelte politiche

Nei campi italiani migliaia di braccianti lavorano ogni giorno in condizioni che spesso restano invisibili. Bassi salari, precarietà, dipendenza da intermediari: ciò che chiamiamo “caporalato” viene ancora raccontato come un’eccezione, un’anomalia da correggere attraverso più controlli e più repressione. L’esperienza di NO CAP racconta qualcosa di diverso.

Lo sfruttamento non è un incidente isolato. È il risultato di un si￾stema economico che, lungo la filiera, tende a comprimere il costo del lavoro e a trasferire il rischio su chi ha meno potere contrattuale. Nei campi questo meccanismo assume forme evidenti e spesso estreme, ma la logica che lo produce non è confinata all’agricoltura.

Il punto centrale è il prezzo. Quando il prezzo riconosciuto a chi produce non copre i costi reali – inclusi il lavoro regolare, la manutenzione dei terreni e la sostenibilità dell’attività agricola – qualcuno paga la differenza e quel costo viene scaricato quasi sempre sul lavoro: salari più bassi, maggiore precarietà, condizioni peggiori. Il caporalato nasce dentro questo squilibrio.

Guardare a ciò che accade nei campi significa interrogarsi su un modello più ampio. Negli ultimi anni, forme diverse di lavoro povero si sono diffuse anche in altri settori. Nella gig economy, per esempio, i riders operano in sistemi in cui il lavoro è frammentato, regolato da piattaforme digitali e spesso privo di tutele adeguate. Nella logistica, catene di subappalto sempre più complesse rendono difficile individuare responsabilità chiare, mentre la pressione sui tempi e sui costi si scarica sui lavoratori.

Non si tratta di realtà identiche e sarebbe un errore appiattirle. Ma esiste un filo comune.

Cambia il settore, non cambia la logica: filiere lunghe, forte pressione al ribasso sui costi, responsabilità che si disperde lungo la catena del valore. In questo contesto, il lavoro diventa la variabile di aggiustamento. Quando qualcosa non torna, è sul lavoro che si interviene.

Per questo la lotta allo sfruttamento non può limitarsi alla repressione delle sue forme più visibili. Intervenire solo a valle, quando emergono i casi più gravi, significa lasciare intatte le condizioni che li rendono possibili. È necessario risalire lungo la filiera, interrogare i meccanismi economici che determinano il prezzo e la distribuzione del valore.

Da questo punto di vista, le iniziative europee più recenti introducono un elemento importante. La direttiva sulla due diligence delle imprese – la Direttiva (UE) 2024/1760 – afferma un principio semplice ma dirompente: la responsabilità non si ferma al primo anello della filiera, ma riguarda l’intera catena. Questo significa che le condizioni di lavoro nei campi, nei magazzini o nelle piattaforme digitali non possono più essere considerate solo un problema di chi assume direttamente.

È un passaggio decisivo ma non automatico. Molto dipenderà da come queste norme saranno recepite e applicate. I Paesi Membri hanno poco più di un anno per adeguarsi. Senza interventi più ampi sulla formazione dei prezzi, sui rapporti contrattuali e sulla distribuzione del valore, il rischio è che le nuove regole restino formali.

È necessario prendere una direzione diversa. Non solo denuncia, ma costruzione di alternative: filiere più trasparenti, attenzione alla qualità del lavoro, tentativo di riportare coerenza tra valore del prodotto e condizioni di produzione. In questo senso, la lotta allo sfruttamento non è solo una questione di diritti, ma anche di modello economico.

Rimettere al centro il lavoro significa rimettere in discussione il modo in cui il valore viene prodotto e distribuito. Significa riconoscere che il prezzo non è un dato neutro, ma il risultato di rapporti di forza e scelte politiche.

Ciò che accade nei campi, allora, non è lontano da noi. È uno specchio. Mostra in forma più visibile una dinamica che attraversa molti settori dell’economia contemporanea. Affrontarla richiede uno sguardo più ampio: capace di collegare ambiti diversi senza confonderli, e di riconoscere che, in fondo, la prima domanda da porsi se si vuole davvero combattere lo sfruttamento è sempre la stessa: chi paga davvero il prezzo del lavoro?

Autore

Autore

Yvan Sagnet, attivista e scrittore camerunense, conosciuto per il suo impegno nella tutela dei diritti umani. Ha lavorato come
sindacalista ed è tra i fondatori dell’associazione internazionale anti caporalato NO-CAP