Sono circa 1 milione 895 mila le donne, nel nostro Paese, che hanno subito molestie sul lavoro durante la loro vita. Quelle che denunciano alle forze dell’ordine sono pochissime, il 2,3 per cento, mentre quasi una donna su quattro non ne parla con nessuno
«Il mio capo mi toccava il sedere dietro al bancone. Mi dava pacche come se fosse una cosa carina. Poi passava ai commenti, inappropriati, sul mio corpo e i miei vestiti. Io mi sentivo a disagio ma non riuscivo a capire perché», racconta Clara, con la voce rauca per l’ennesima sigaretta appena spenta. Il suo tono è a tratti infastidito, in altri momenti imbarazzato, la bocca leggermente piegata da un lato, tipica di chi non riesce a dissimulare lo schifo, la nausea che dallo stomaco sale fino al volto. Aveva 21 anni, frequentava l’università e per mantenersi durante il percorso di studi aveva deciso di lavorare nel tempo libero che riusciva a ritagliarsi tra una lezione e l’altra, nel locale nuovo che un gruppo di conoscenti aveva appena aperto a qualche centinaio di metri dalla casa in cui abitava con le tre coinquiline, ormai le sue migliori compagne di vita.
«Mi giravo per sistemare i bicchieri nella lavastoviglie e sentivo qualcuno tra i clienti in fondo allo stanzone adibito a bar dire: “Dai, piegati di più”». Altri ridevano, si scambiavano occhiatine maliziose, pugnetti da amici che vogliono fingersi fratelli ma che in realtà si conoscono a malapena: «Hai la camicetta più sbottonata del solito oggi, ma che cerchi? Sei in calore?”», ricorda di essersi sentita dire da uno che sorseggiava coca-cola e rum. Neppure il coraggio di incrociare il suo sguardo, mentre gridava per superare il vociare indistinto e la radio accesa in sottofondo. Cercava la complicità degli amici per farsi quattro risate sguaiate e allietare la serata che stava per iniziare.
«Ma chi sei? Che cazzo vuoi?», aveva pensato Clara nella testa, stringendo le dita finché le unghie non avevano lasciato il segno sul palmo della mano, per la troppa pressione. Aveva fermato per qualche secondo anche il respiro, per tenere dentro parole che non avevano il permesso di uscire. Al massimo le poteva capitare, quando era proprio sicura che nessuno la stesse guardando, di muovere le labbra come se stesse parlando, ma senza emettere suoni o fare rumore, per sfogare una piccola parte della rabbia che sentiva montare dentro.
Una volta uno le si era avvicinato un po’ troppo. Alticcio probabilmente per l’ennesimo Campari e prosecco bevuto d’un fiato. Con l’alito pesante e i modi bruschi, l’aveva presa per un braccio e tirata verso sé. Se l’era ritrovato a pochi centimetri dalla faccia e quella sensazione non le era piaciuta affatto. Non una parola. Se ricorda bene non si era neppure tolta il solito sorriso di cortesia che aveva disegnato sul volto ogni volta che iniziava il turno. Ma con uno scatto repentino s’era scrollata di dosso il tizio con la giacca di pelle, liberata il braccio dalla sua presa molliccia, aveva girato le spalle ed era tornata al suo posto, dietro al bancone.
Le sarebbe piaciuto parlarne con Ugo, il capo. Quello – tra il gruppo di conoscenti che qualche mese prima aveva rilevato il bar Luca, aperto 24 ore su 24, 7 giorni su 7 – con cui pensava di essere in maggior confidenza. Era stato lui a offrirle il lavoro come cameriera o barista in base all’orario del turno e a quello che serviva al locale. Le capitava di dover fare perfino la promoter a volte, quando qualche brand di vodka o gin pagava per allestire la serata.
«La domenica mattina servivo cappuccini con latte di soia, yogurt ai mirtilli, muesli o caffè. Tramezzini e insalate a pranzo. Aperitivi a 10 euro durante la settimana e cocktail fino all’alba. Ugo sapeva che avevo bisogno di soldi da quando avevo lasciato casa dei miei e la vita che non sopportavo più al paesino, fatta di giornate tutte uguali e di amici a cui voglio un bene dell’anima ma che non mi capivano», spiega Clara tra una telefonata e l’altra. Ha sempre il cellulare in una mano da quando lavora come consulente per le imprese che vogliono superare i momenti di crisi, nell’altra le camel light. Nessuno riesce a metterle più i piedi in testa, nessuno. A quanto racconta, neanche il direttore generale della società che l’ha assunta. Grazie agli anni di psicoterapia oggi si sente proprio la persona che vuole essere, nonostante i crolli emotivi, i compromessi e qualche mental breakdown dovuto alla perenne ricerca di un equilibrio tra vita privata e professionale.
«Pensavo che Ugo mi stesse facendo un favore. Credevo che mi avesse offerto un lavoro per aiutarmi a pagare l’affitto. Invece no, ero io a servirgli. Mi pagava in nero e facevo praticamente tutto quello che mi chiedeva. Turni infiniti sempre con il sorriso e zero proteste. Neppure di fronte alle avances dei clienti che solo oggi ho imparato a chiamare con il loro nome: “Molestie”», sottolinea scandendo il termine sillaba per sillaba, con un tono che si potrebbe definire perfino sarcastico: «Al tempo credevo che fosse normale, ero carina e mi piaceva piacere, perciò se poi qualcuno ci provava un po’ troppo insistentemente beh, probabilmente, ero io che l’avevo provocato, mi dicevo».
Ugo non faceva altro che rafforzare le convinzioni di Clara. Battutine frequenti sui suoi outfit, commenti che pensava fossero brillanti su gonne corte o t-shirt aderenti. Pacche fin troppo amichevoli per farle capire che in alcuni giorni la vedeva più bella del solito, la sentiva più sua, soprattutto quando beveva o dopo che litigava con la compagna. Sguardi biechi, borbottii, a volte persino rimproveri a voce alta «come se fosse mio padre, davanti alle colleghe – “così capiscono anche le altre”, si giustificava – quando non reagivo con cortesia, non soltanto alle sue attenzioni mai richieste ma anche a quelle dei clienti. Per quello, non dissi niente a Ugo del tizio con la giacca di pelle. E ripresi a servire come se niente fosse successo quella volta come migliaia di altre negli anni che continuai a lavorare al bar Luca».
Per Ugo, come per gli altri tre soci con cui si era messo in affari, Clara e le cameriere/bariste/tuttofare del locale erano pagate per vendere. E per vendere serve sempre un atteggiamento accondiscendente, un aspetto affascinante meglio se anche provocante quando è possibile, ed è importante dire sempre di sì: «Eh, nel pubblico si lavora così, se non ti piace puoi sempre andartene», rispondeva a chi provava ad obiettare.
Clara non ha mai detto niente a nessuno, neppure alle coinquiline diventate migliori amiche, non perché si vergognasse ma perché non aveva gli strumenti per decifrare i suoi stati d’animo. «Mi sentivo come un oggetto che non può tradire la funzione per cui è stato creato, altrimenti finisce nella spazzatura», confessa oggi per la prima volta, dopo anni. Non ha mai alzato la voce con il suo vecchio capo, non ha mai denunciato il tizio con la giacca di pelle anche se dopo quella sera è tornato al locale centinaia di volte. E tante di quelle ha aspettato la fine del suo turno per provare a riaccompagnarla a casa. Ha mentito la notte in cui lui proprio non la finiva di abbracciarla, gli ha detto di essersi fidanzata con un personal trainer che si sarebbe arrabbiato se li avesse visti insieme.
Non era vero, ma era convinta che solo il timore di un maschio, grosso e possessivo, avrebbe potuto farla sentire libera di tornare a casa, da sola. Eppure non c’è stata una volta in cui ha percorso quelle poche centinaia di metri che separavano il bar dal suo appartamento senza guardarsi ossessivamente indietro. Fino al giorno in cui, dopo la laurea, non ha deciso di lasciare il lavoro che Ugo le aveva offerto.
Proprio come Clara, sono circa 1 milione 895 mila le donne, nel nostro Paese, che hanno subito molestie sul lavoro durante la loro vita, circa il 13,5 per cento del totale, secondo gli ultimi dati Istat. Quelle che denunciano alle forze dell’ordine sono pochissime, il 2,3 per cento, mentre quasi una donna su quattro non ne parla con nessuno. Perché mancano i punti di riferimento, le procedure e la fiducia in un sistema che sia in grado di dare seguito alla denuncia. Nonostante l’Italia abbia ratificato nel 2021 la Convenzione n. 190 dell’Ilo, sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro, non esiste ancora un reato autonomo per le molestie subite in ambito professionale: il riferimento più diretto è l’articolo 26 del Codice delle pari opportunità, che le considera una forma di discriminazione.