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N. 4 Il Sud non sta sotto

Il meridione si racconta da solo

Nel 2017 ci lasciava a quarant’anni Alessandro Leogrande, scrittore e giornalista tarantino che ha modellato un nuovo sguardo sul e, soprattutto, dal Meridione. Alla sua eredità è ispirata la Scuola di Reportage Narrativo di Conversano (Bari), uno spazio di apprendimento accessibile per leggere il presente da una prospettiva meridionalista e critica, dando così forma a pratiche alternative di intervento sul territorio attraverso il racconto giornalistico e l’inchiesta sociale. Dal Sud si può re-immaginare il mondo.

Nel 2017 ci lasciava a quarant’anni Alessandro Leogrande, scrittore e giornalista tarantino che ha modellato un nuovo sguardo sul e, soprattutto, dal Meridione. Alla sua eredità è ispirata la Scuola di Reportage Narrativo di Conversano (Bari), uno spazio di apprendimento accessibile per leggere il presente da una prospettiva meridionalista e critica, dando così forma a pratiche alternative di intervento sul territorio attraverso il racconto giornalistico e l’inchiesta sociale. Dal Sud si può re-immaginare il mondo.

Pensiamo che, a distanza di quasi dieci anni dalla sua scomparsa, il pensiero di Alessandro Leogrande possa
rappresentare un punto di partenza per sperimentare nuove grammatiche di confronto con il mondo.
Un modello che – pur non volendo essere tale – ha indicato strade e mostrato coordinate capaci di tradursi
in un nuovo agire culturale e, dunque, politico; coordinate per chi opera sul territorio, chi sceglie di sviluppare nuove forme di organizzazione e mettere in campo nuovi strumenti di analisi, lettura e partecipazione ai conflitti.

Ci siamo chiesti a lungo cosa significasse entrare in dialogo con l’opera e la vita di Alessandro Leogrande: lo
abbiamo fatto ripercorrendo le tracce che da Ryszard Kapuściński, Svetlana Aleksievič e Rodolfo Walsh ci
fanno approdare allo sguardo del giornalista tarantino. Abbiamo proseguito tenendo assieme le grandi costellazioni valoriali e politiche del meridionalismo in dialogo con Tommaso Fiore, Rocco Scotellaro, Danilo Dolci, Gaetano Salvemini, Giuseppe Di Vagno e altri ancora per riabilitare la tradizione del meridionalismo
critico
, per dirla con le parole del professor Marco Gatto. E, infine, abbiamo tentato di creare un dialogo vivo
che riuscisse a scongiurare ogni pericolo di musealizzazione del suo agire.

Per dare forma e suole di vento a questa idea abbiamo immaginato una scuola, uno spazio di apprendimento aperto, accessibile e plurale, in grado di mettere in campo gli strumenti del reportage narrativo e dell’inchiesta
sociale per leggere antiche e nuove fratture che attraversano il Meridione d’Italia e non solo. Per mettere in
discussione il Sud “fuori dalla Storia”, il “Sud dell’innocenza” e comprendere che «c’è un’altra storia del Sud moderno» come già Alessandro Leogrande aveva compreso nel 2005 con Nel paese dei vicerè. Ce lo raccontano
Christian Elia, docente e tutor della Scuola, e Chiara Romano, ex studentessa.

GUARDARE DAL SUD – CHRISTIAN ELIA
Ci sono territori che vengono raccontati per luoghi comuni, generando un immaginario che si sente in dovere
di mettere in scena sé stesso. L’Italia meridionale (e la Puglia in questo non fa differenza) si trova in una fase narrativa che è come una rappresentazione teatrale, con una drammaturgia che si è spogliata di ogni momento
critico.

Esiste uno spessore, un carotaggio, che supera la fase narrativa del rosario di luoghi comuni: la vita lenta, i riti
sempre uguali, il cibo come grammatica del racconto. Per andare oltre, però, bisogna darsi strumenti. In questo
senso la geopoetica – nata dall’intuizione del poeta scozzese Kenneth White – non è una mera disciplina
estetica, né un semplice esercizio di contemplazione paesaggistica: è, nella sua accezione più profonda, un
atto di re-immaginazione del mondo, un tentativo di ricucire la frattura tra l’essere umano e la terra, intesa
non come oggetto di dominio ma come “apertura” vivente. Guardare alla geopoetica dal Sud, e in particolare
dalla Puglia, significa adottare una prospettiva privilegiata: quella di un territorio che è da sempre soglia, ponte e frontiera, un luogo dove le tensioni tra micro-dinamiche locali e macro-logiche globali si manifestano con una chiarezza quasi brutale.

Per troppo tempo, la narrazione dominante ha guardato al Mezzogiorno attraverso il filtro di un estrattivismo
predatorio: terra da sfruttare, manodopera da esportare, spazi da trasformare in discariche industriali o parchi
divertimento per un turismo mordi-e-fuggi. La geopoetica, vista dal Sud, capovolge questo sguardo, ci invita a
leggere il territorio non attraverso le lenti dell’efficienza estrattiva, ma attraverso la sua biografia geologica, storica e umana. In Puglia il nesso tra il “micro” – la zolla di terra, l’ulivo secolare, il borgo che si svuota – e
il “macro” – la geopolitica dell’energia, i flussi migratori, la speculazione finanziaria – è palpabile.

Non si tratta di rifiutare lo sviluppo in quanto tale, ma di contestarne la matrice coloniale, rivendicando il primo vero diritto umano: fare domande

Da una geografia passiva a una attiva: qui, ad esempio, si gioca la partita del dominio contemporaneo. Pensiamo
alla questione energetica: la terra pugliese è stata spesso trattata come una riserva di spazio per grandi impianti (dai complessi siderurgici pesanti fino alle distese di pannelli fotovoltaici o pale eoliche che spesso non alimentano la comunità locale, ma servono i mercati globali). Non si tratta di rifiutare lo sviluppo in quanto tale, ma di contestarne la matrice coloniale, rivendicando il primo vero diritto umano: fare domande. Il dominio si esercita proprio laddove il “micro” viene privato di voce, dove la storia locale viene cancellata in favore di una narrazione di “sviluppo” che è, in ultima analisi, alienazione.

Ecco che, con occhi e occhiali diversi, con gli strumenti della geopoetica, lo stesso paesaggio diventa denuncia,
proposta, esempio e cede senza rimpianti il ruolo di cartolina. Un territorio che rifiuta di essere trasformato
in un mero asset contabile con la concretezza del radicamento. La geopoetica, dal punto di vista della Puglia,
diventa quindi un’ecologia politica: guardare dal Sud significa riconoscere che non esiste distinzione netta
tra “natura” e “storia”. Il paesaggio pugliese – i terrazzamenti, le lame, i muretti a secco – è il prodotto di una
negoziazione millenaria tra l’uomo e la terra. È, in senso geopoetico, un’opera d’arte collettiva. Quando il capitale
macro-economico ignora questa stratificazione, non sta solo distruggendo risorse, sta cancellando un’identità
e un modo di abitare il mondo. Lo sfruttamento moderno è, in fondo, l’imposizione di una forma unica su un mondo plurale

La Puglia, con la sua complessità, ci insegna che il “micro” è il luogo dove si costruisce l’alternativa. Per sfuggire
alle maglie di un sistema che trasforma tutto in merce, bisogna imparare a risiedere davvero, a guardare
il territorio con una precisione che rasenta la cura. Dalla Puglia, lo sguardo non è più quello di chi subisce
la storia, ma di chi – finalmente consapevole della propria specificità – inizia a tessere una nuova trama del
mondo. Se il “macro” tende ad appiattire le differenze per facilitare il dominio, il “micro” pugliese – ostinato,
solido, materico – è l’ostacolo necessario, la soglia dove il dominio si arresta e inizia l’esercizio della libertà.
Guardare dal Sud significa dunque dichiarare che la geografia non è un destino, ma il terreno su cui riscrivere,
con i piedi ben piantati nella terra e lo sguardo aperto all’orizzonte, la nostra possibilità di futuro

“SERÁ POSIBLE EL SUR?” – CHIARA ROMANO
Lo cantava Mercedes Sosa, mentre con altri artisti argentini animava negli anni Sessanta un movimento di
presa di coscienza e riscatto per il suo pueblo, la classe subalterna. Anch’io mi chiedo, con il canto di Mercedes,
“il mio territorio, se si guardasse allo specchio, si riconoscerebbe?”. Del Sud è come se si fosse già detto tutto: ogni narrazione appiattita sull’unico mantra dominante al servizio dell’industria turistica e del profitto, ogni margine di utopia e dissenso stroncato dalla sovraesposizione mediatica. Eppure in questa caricatura non riconosco le regioni fatte di viscere, frammenti tra campagne e paesi, storture dolorose ma anche sacche di resistenza al limite del possibile. Non si può continuare a rimandare un discorso critico su un Meridione, di cui, allo specchio, si fatica a intuire i connotati.

Questa urgenza mi ha portato in provincia di Bari, a Conversano, nella Scuola di Reportage Narrativo Alessandro Leogrande. Uno spazio di apprendimento dove ragionare insieme, da Sud, su come disarticolare i discorsi calati dall’alto e decolonizzare gli sguardi, lontano dai consunti vocabolari ufficiali. Il reportage narrativo è, per noi, uno strumento di conoscenza della realtà, prima ancora che di analisi o rappresentazione: mettersi in ascolto, non distogliere lo sguardo, mantenere un’attenzione lucida e inquieta. La consapevolezza di convivere con le macerie ci obbliga a scardinare l’inerzia, a far tracimare quello stagno paludoso che ci immobilizza – ma facciamo una fatica enorme per trovare una nuova grammatica che interpreti la crisi.

In questa ricerca collettiva, l’orizzonte di Alessandro Leogrande ci indica una posizione da cui sperimentare e praticare nuovi strumenti e linguaggi, pur maneggiando con cura la sua eredità. Ridisegnando nuovi significati, proviamo a creare un immaginario altro che possa sostituirsi a quello dominante. Al Sud i decenni di gestione dei territori in ottica coloniale hanno soffocato ogni germe di eresia, i desideri dal basso non trovano sponde e alleanze da cui trarre sostanza; allora, se le visioni collettive sono soffocate, possiamo guardare il presente e fare della memoria il grimaldello per ribaltarlo – quella memoria dei luoghi intrisa di cultura rurale, prima che venisse distorta, risemantizzata e ridotta a simulacro per il mercato. Rovesciare il presente un frammento dopo l’altro, senza cadere in facili propositi di palingenesi totali, come ammonisce Leogrande, ma traendo dalla stratificazione delle storie una sintesi creativa di passato e presente e, con essa, un’alternativa. Perché, diceva Edward Said, cos’è la coscienza critica se non la ricerca incessante di alternative? Da questa prospettiva, il percorso della scuola ha prodotto molto più della somma degli elementi che ne hanno composto ogni parte.

Autori

Francesco Romito, direttore della Scuola di Reportage Narrativo “Alessandro Leogrande”

Christian Elia, giornalista indipendente, docente e tutor della Scuola Leogrande

Chiara Romano, docente, giornalista di Napoli Monitor ed ex studentessa della Scuola

La Scuola di Reportage Narrativo “Alessandro Leogrande” è nata nel 2024 a Conversano, in provincia di Bari, ed è un progetto della Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”