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N.2 - Tutte le lotte sono di classe

Il maranza è negli occhi di chi guarda

Negli ultimi mesi la narrazione intorno ai cosiddetti maranza ha dominato le cronache, incarnando tutte le paure di un’Italia che, invece di interrogarsi sulle cause strutturali del disagio giovanile, sanziona ancora una volta chi è giovane, povero e migrante. Nella Milano delle Olimpiadi Invernali e delle disuguaglianze crescenti, però, c’è chi rifiuta questa etichetta e prova a cambiare il proprio quartiere: si tratta di Q3T – Quartiere Tre Torri, un’associazione di ragazzi dell’omonimo complesso di case popolari nella periferia est della città.

Poche settimane fa il governo Meloni ha presentato il suo nuovo pacchetto sicurezza. La ricetta è ormai nota: più reati, più sanzioni, maggiore discrezionalità per prefetti e forze dell’ordine, meno garanzie per chi è giovane, per chi è povero, per chi è migrante, per chi manifesta. I provvedimenti riprendono alcune delle proposte elaborate dalla Lega nella tanto sbandierata legge anti-maranza, mentre nulla si muove sulle cause strutturali che alimentano la diffusa percezione di insicurezza nel Paese. A Milano, capitale della fobia dei maranza, la forbice economica continua ad allargarsi, per inerzia, come una valanga che cresce e accumula forza, mentre la città sfoggia lustrini e paillettes per le Olimpiadi invernali. In questo contesto, poco sembra muoversi per ricucire le ferite di una città che si è abituata a un clima allarmista, al punto da perdere contatto con la realtà. Eppure, lontano dai riflettori, nascono nuovi attori sociali proprio in quei contesti marginali dove l’opinione pubblica continua a cercare il mostro da sbattere in prima pagina. È il caso di Q3T, ossia Quartiere Tre Torri, un’associazione nata dall’omonimo complesso di case popolari che occupa una porzione della cittadina di Cernusco Sul Naviglio, nella periferia orientale di Milano. Q3T non è una cooperativa sociale o un gruppo di attivisti, ma una comitiva di ragazzi di zona che – autonomamente – si è data l’obiettivo di cambiare il proprio quartiere.

«Devo dirti che, a volte, questo clima gira anche a nostro favore», mi dice Giacomo ridendo sotto i baffi. «Quando vedono ragazzi tatuati, gente di strada come Andre, a petto nudo, che invece di distruggere o fare del male sta ripulendo il quartiere, la gente si sorprende. Attiriamo la loro attenzione e il progetto cresce». Giacomo, in arte 18carati, è videomaker e co-fondatore dell’associazione insieme ad Andre, in arte Andre Tyson, classe 2000, ex pugile e volto pubblico del progetto. I due si conoscono da molto giovani, in quartiere. Me lo racconta Andre: «Siamo cresciuti tutti in un quartiere popolare, anche se Cernusco viene spesso raccontata come una cittadina modello. Quando eravamo piccoli sembrava che per dire la tua, o anche solo per capire chi eri, dovessi per forza passare dalla strada sbagliata. Io, per fortuna, ho incontrato il pugilato. Mi ha dato disciplina. Mi ha insegnato a smettere di fare cazzate, a non perdere tempo, a credere in me stesso».

Giacomo, invece, ha trovato la sua strada attraverso il videomaking: «Sono cresciuto qui, mi sono formato qui, ed è qui che ho incontrato la mia passione per le foto e per i video. È stato grazie agli sport adrenalinici: lo skate e la BMX. Dopo tanti anni, oggi lavoro con artisti top in Italia, ma senza lo skate-park davanti alle Gescal non avrei mai iniziato”.

I due, mentre sorseggiamo un caffè in piazza Tre Torri, mi raccontano com’è nato Q3T e come si è evoluto da “movimento” ad associazione legalmente riconosciuta. «Abbiamo iniziato con un’idea cinematografica, quasi documentaristica», racconta Giacomo. «Parliamo più o meno del 2018. Prima ancora di iniziare a lavorare sul sociale abbiamo deciso di realizzare dei cortometraggi che raccontassero cosa può offrire davvero il quartiere: una strada positiva e una negativa. Dopo il Covid abbiamo girato La Tela, un progetto autoprodotto, in cui abbiamo recitato insieme ad amici e ragazzi del quartiere. Poi è arrivato La Trappola, dove abbiamo coinvolto anche degli artisti: un cortometraggio multilingua, girato anche a Parigi». Andre prosegue: «Questi progetti ci hanno dato un’enorme soddisfazione, ma non ci bastava.

A un certo punto abbiamo pensato: ok, bello tutto, però adesso dobbiamo fare qualcosa di concreto per il quartiere. È lì che abbiamo scoperto il sociale come modo per aiutare davvero le persone. Il passaggio mentale è avvenuto quando abbiamo proiettato il primo film. Ci è piaciuta la proiezione ma soprattutto la risposta del pubblico, l’evento in sé, quello che si era creato. Abbiamo capito che i ragazzi imparavano di più stando lì, al teatro, vivendo l’evento, piuttosto che vedendo il film da soli a casa. Da lì la svolta è diventata concreta. Abbiamo iniziato riqualificando l’intero centro giovanile dove siamo cresciuti e oggi facciamo decine di attività, che coinvolgono anche quartieri limitrofi come Pioltello». I ragazzi del quartiere, a volte molto giovani, vanno e vengono lungo la piazza. Passano a salutarci e, di volta in volta, Andre me li presenta, spronandoli a raccontarsi e a non essere timidi. Gli chiedo come, secondo lui, questo clima allarmista e la fobia dei maranza stiano incidendo sulla vita delle persone.

«Io ti parlo dal nostro punto di vista. So che quello che facciamo sta cambiando il modo in cui le persone guardano il quartiere. Poi, per quanto riguarda quello che si sente sui social, cerco di starne fuori. È una dimensione che influenza troppo le persone e dalla quale non voglio farmi influenzare. È tutto un discorso di etichette: è più facile etichettare, puntare il dito, dire ‘voi siete maranza’. A noi questa cosa ha dato solo più motivazione per spingere e fare di più».

Andre, che oggi abita nella vicinissima Pioltello, mi racconta come la mancanza di contatto umano e di relazioni tenda ad amplificare i pregiudizi. «Tutti dicevano che con i social ci saremmo evoluti, che ci sarebbe stato meno razzismo. Pochi mesi fa stavamo girando un videoclip qui in zona e arriva uno a urlare: ‘voi non siete di qua’, insulti razziali, ‘non siete italiani’. Ma le persone non sanno quanta comunità c’è tra i ragazzi. Ti faccio un esempio: NPT, il collettivo di Baby Gang e Simba.

Su Pioltello noi lavoriamo insieme, siamo una sola famiglia. Sono un gruppo di persone che ha fatto sacrifici per ottenere certi risultati, ragazzi super produttivi, con voglia di fare e collaborare. Eppure vengono giudicati male da persone che non li conoscono, che ignorano tutto ciò che di positivo fanno per gli altri».

Il sole sta per scollinare dietro le torri di Cernusco e con Andre e Giacomo finiamo a parlare di politica – o meglio, di cosa voglia dire per loro fare politica. Inizia Andre, ridendo: «Mio padre me lo diceva sempre: ‘Guarda, che tu lo voglia o no, quello che fai è politica’». Poi però precisa: «Io sinceramente non credo di fare politica, perché fare del bene non vuol dire necessariamente fare politica. Certo, se fare del bene significa creare connessioni, mettere insieme le persone, fare in modo che qualcuno venga incontro per costruire qualcosa di bello, allora sì, in quel caso potremmo collaborare con la politica. Ma non è l’unica cosa che cambia la vita delle persone». Giacomo, invece, racconta come secondo lui la politica sia qualcosa di estraneo non solo a Q3T, ma ai bisogni dei giovani in generale: «Se ne parlassi con i miei genitori, loro già dai tempi della scuola, con gli amici, avevano un’attitudine politica, un pensiero preciso. I giovani di oggi, invece, spesso non hanno un punto di vista strutturato sulle cose. La maggior parte non sa nemmeno se si sente di sinistra o di destra, capito? Noi stessi abbiamo sempre fatto le nostre attività senza pensare alla politica. È come se la politica si fosse staccata dalla vita di tutti i giorni. A noi interessa solo il bene di Milano Est».

Mentre la nostra conversazione volge al termine, Andre mi rivolge una frase che, inizialmente, può sembrare criptica, ma che credo racconti molto del progetto Q3T: «Noi stiamo cercando di arrivare dall’altra parte della moneta. Lo facciamo a modo nostro. Non è facile, ma ce la faremo». In effetti, Andre, Giacomo e i ragazzi dell’associazione lavorano prima di tutto per rispondere a un bisogno condiviso: prendersi cura del proprio quartiere, renderlo un posto migliore per chi lo abita. «Passare dall’altra parte della moneta», in questo senso, non significa tanto mostrare all’esterno un’immagine positiva delle periferie — ribaltare lo sguardo di chi la osserva da fuori — quanto trasformare dall’interno le sue condizioni materiali. Non si tratta dunque di raccontare l’esistenza di un’altra faccia della medaglia, ma di costruirla in prima persona. L’esigenza non è quella di affermarsi individualmente, ma di generare possibilità collettive, di creare contesti in cui restare, crescere, immaginarsi altrove senza dover necessariamente andare via.

Autore

Gabriel Seroussi, giornalista che si occupa di musica rap, sottoculture giovanili e comunità marginalizzate, autore di La periferia vi guarda con odio (Agenzia X, 2025)