In questa parte di mondo, che ruota intorno ai dettami e alle asimmetrie di potere, dove l’eteronormatività risulta essere un dispositivo garantista e rassicurante, l’accesso al lavoro non è uguale per tutte le persone. La discriminazione nei confronti delle soggetti vità LGBTQIA+ esiste e persiste. Nonostante i passi avanti normativi, come la direttiva europea 2000/78/CE, recepita in Italia con il D.lgs. 216/2003, i dati e le esperienze dirette evidenziano barriere concrete, che vanno dall’assunzione fino ai percorsi per fare carriera.
In Italia non esiste una legislazione che riconosca i crimini d’odio basati su orientamento e identità di genere e che possa svolgere una funzione culturale e pedagogica. Senza di essa, il messaggio percepito a livello sociale è che le discriminazioni delle persone LGBTQIA+ siano “meno gravi” rispetto ad altre forme d’odio, come quello razziale o religioso. Da un lato tutele solide, specifiche e ben collaudate all’interno del perimetro del diritto del lavoro, dall’altro vuoto normativo stringente nel diritto penale per quanto riguarda i reati d’odio e le discriminazioni fuori dal contesto occupazionale.

Il fulcro della legislazione italiana sui crimini d’odio è rappresentato dalla Sezione I-bis del Libro II del Codice Penale, che ha recepito all’interno del codice i contenuti della Legge Mancino (D.L. 122/1993).
L’Articolo 604-bis c.p. punisce la propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio. C’è un elenco delle caratteristiche protette, ma l’orientamento sessuale e l’identità di genere ne sono normativamente esclusi. La legge non prevede che queste aggravanti vengano applicate automaticamente alle aggressioni omo-lesbo-bi-transfobiche. Era esattamente questo che il Ddl Zan, pur con le sue evidenti lacune, mirava a modificare nel 2021; è esattamente questo che certa politica attendista e reazionaria ha scientemente affossato.
Allo sfruttamento lavorativo e alle barriere imposte dal mercato a danno delle persone LGBTQIA+, si aggiungono l’assenza di tutele, di riconoscimento e di precarietà abitativa
Il report della Gay Help Line, il contact center contro l’omotransfobia istituito da Roma Capitale nel 2006, ci consegna anche quest’anno una fotografia lucida e senza zone d’ombra. Il lavoro condotto, che riporta i dati del 2025, mostra come l’accesso al lavoro, la stabilità occupazionale, il riconoscimento dei legami familiari e il diritto alla cura siano condizionati dal grado di accettabilità sociale attribuito alle identità e alle relazioni delle persone.
La discriminazione in ambito lavorativo con il 33,87% di casi legati all’orientamento sessuale e l’11,29% motivati dall’identità di genere, è l’ambito che colpisce di più. Questi dati mettono in luce una realtà complessa, senza infingimenti – si legge nel report – secondo la quale la discriminazione non è mai un fenomeno isolato, ma l’effetto di più vulnerabilità che si sommano.
E così il pregiudizio si trasforma rapidamente in un danno materiale ed economico concreto, colpendo con precisione quasi chirurgica chi è meno tutelato. Il report conferma che oltre 1/3 delle persone LGBTQIA+ in Italia ha subito discriminazioni sul lavoro in linea con la LGBTIQ Survey II della FRA, l’agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali. Le modalità principali includono la mancata assunzione/rinnovo, il mobbing, il ricatto e l’outing. La visibilità forzata, spesso legata alla discrepanza tra documenti ed espressione di genere, espone maggiormente alle logiche performative del mondo del lavoro, minando un diritto sancito dalla nostra carta costituzionale, secondo il quale lo Stato tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni.

Le persone transgender e non binarie rappresentano un’intersezione di vulnerabilità e marginalità in cui, allo sfruttamento lavorativo e alle barriere imposte dal mercato, si aggiungono l’assenza di tutele, di riconoscimento, la precarietà abitativa e l’assenza di reti di protezione. Tutte condizioni che rendono il confine tra lavoro povero, sfruttamento e abuso estremamente sottile. Abuso che è sinonimo di lassismo in questo caso; un agente innescato da politiche inefficaci e risorse sempre meno sufficienti. L’Indagine sulle discriminazioni lavorative nei confronti delle persone trans e non binarie condotta da Istat e Unar – Ufficio nazionale antidiscriminazioni
razziali – nel 2023, riporta un dato incontrovertibile: il 57,1% delle persone occupate o ex-occupate che hanno partecipato all’indagine ritiene che la propria identità di genere trans o non binaria abbia costituito uno svantaggio nel corso della vita, passando da misgendering, microaggressioni e insulti. Situazioni che hanno un impatto devastante sul quotidiano e che acuiscono e alimentano minority stress e invisibilizzazione delle identità. E poi c’è il sommerso, che ci ha abituati a non vedere, a non ricordare. Proust direbbe che viviamo con il nostro essere ridotto al minimo e che la maggior parte delle nostre facoltà restano addormentate riposando sull’abitudine. Destarsi significa ascoltare. Margherita – nome di fantasia – è una donna transgender di 32 anni e mi racconta che è ancora in attesa di una convocazione per avviare la richiesta di protezione internazionale. Vive in un limbo da 5 mesi. Nel suo paese di origine la terapia ormonale per intraprendere un percorso di affermazione di genere non è consentita.
Le persone “come lei” rischiano la vita. La vita scorre lenta nel guazzabuglio di norme e potere.