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Il lavoro domestico è lavoro di cura: deve essere valorizzato

«Il lavoro domestico è parte essenziale del tessuto sociale ed economico del nostro paese». Con queste parole, il segretario generale della Filcams Cgil Fabrizio Russo apre il più recente Rapporto di ricerca della categoria sul lavoro domestico. A partire da questa consapevolezza, Russo evidenzia come nonostante ciò «questo lavoro continua a essere svalutato, lasciato ai margini, reso invisibile e fragile».

«Il lavoro domestico è parte essenziale del tessuto sociale ed economico del nostro paese»

Cosa significa, precisamente, «lavoro domestico»? A partire da quattro professioni – colf, baby-sitter e due livelli di badante, differenziati in base alla qualificazione del lavoro richiesto – la definizione indica genericamente tutte le mansioni che riguardano la “conduzione e governo della casa e cura delle persone”. Le attività che rientrano in queste forme di lavoro vanno dalla pulizia dell’ambiente-casa e degli oggetti personali dei datori di lavoro, fino alla preparazione di pasti e assistenza nel vestirsi, mangiare, lavarsi. Il lavoro domestico costituisce un nodo fondamentale del flusso circolare dell’economia: quello che alimenta e sostiene il ciclo riproduttivo, rendendo possibile il processo produttivo stesso.

Venendo ai dati, la difficoltà nel formulare statistiche sta nel fatto che si tratta di un settore ancora molto caratterizzato dall’irregolarità. Le due fonti istituzionali sono Inps e Istat: la prima inquadra solo l’area di lavoro regolare, mentre la seconda considera anche quella irregolare ma in modo aggregato, fornendo un valore calcolato su base annua ma non relativa a persone fisiche. In entrambi i casi, l’effetto è una sottostima delle persone effettivamente impiegate in questo settore.

Il 2022, ultimo anno in cui si può calcolare con precisione la percentuale di lavoro irregolare, ha registrato un totale di un milione e settecento-dieci mila lavoratrici domestiche, con il 47.1% di lavoro nero. Per il  2024, le proiezioni del report Filcams parlano di 817mila persone assunte con contratto regolare (di cui il quasi il 90% donne e oltre il 70% migranti), ma soprattutto di altre 800mila persone che hanno lavorato in nero, rimanendo nell’ombra. Molte persone, per garantirsi in qualche modo le tutele fondamentali, ricorrono a contratti fittizi: «dopo tanti anni di lavoro in nero dovevo rinnovare i miei documenti», racconta L., donna ucraina che lavorava come babysitter. «I miei datori di lavoro non volevano farmi il contratto, ho dovuto chiedere a una mia amica italiana di registrarmi e per anni mi sono pagata da sola i contributi».

Il 2022, ultimo anno in cui si può calcolare con precisione la percentuale di lavoro irregolare, ha registrato un totale di un milione e settecento-dieci mila lavoratrici domestiche, con il 47.1% di lavoro nero.

Oltre alle difficoltà del lavoro nero, anche quando le lavoratrici vengono regolarmente assunte, subiscono una legislazione discriminatoria: per il lavoro domestico, infatti, non è prevista, ad esempio, la copertura nei periodi di maternità e malattia: quando la lavoratrice si ammala, il pagamento è a carico del datore di lavoro ed è previsto solo per limitati periodi, – 8,10 o 15 giorni nell’anno calcolati in base all’anzianità di servizio del dipendente. «Nei contributi che i datori di lavoro devono versare all’INPS non è compreso quello che copre la malattia», spiega Filcams Cgil. «Mia madre, anche lei in Italia da ventisei anni, fino al 2025 lavorava come badante. Un anno fa si è ammalata e si è dovuta operare al cuore», racconta ancora L. «Dieci giorni non erano sufficienti per la sua convalescenza, e quindi non è potuta tornare al lavoro. La famiglia  da cui era assunta, in risposta, l’ha licenziata».

Il modo in cui viene disciplinato il licenziamento in Italia, poi, esprime il cuore delle discriminazioni legislative nell’ambito del lavoro domestico: «La legge 604 del 1966 che norma il licenziamento individuale ha introdotto il divieto di licenziamento in tronco, ma il settore del lavoro domestico è escluso da questo divieto; ciò significa che il datore di lavoro può licenziare senza alcuna motivazione», conclude Filcams Cgil. Il fatto che il rapporto di lavoro sia fra due soggetti privati, e che il luogo di lavoro sia un’abitazione, anch’essa privata aggrava la condizione di invisibilità delle persone che lavorano in questo settore, dove senza percorsi sindacali è difficile guadagnare forza contrattuale. «Ora sono in disoccupazione, ma ho trovato un lavoro per luglio con un buon contratto, grazie al percorso di contrattazione svolto insieme al sindacato», racconta I., che lavora da anni come badante.

Autore

La Redazione