Arrivo a Napoli sotto il diluvio, nei giorni in cui – poco più a sud – il ciclone Harry devasta città e campagne, nell’indifferenza generale di un Paese che da sempre finge di non vedere tutto ciò di cui non vuole preoccuparsi. È così l’Italia: non ti nomino così non esisti e, qualora non potessi più negare la tua esistenza, sarò io a scegliere per te un nome che dica chi sei e quali sono i tuoi diritti. Penso a questo mentre raggiungo La Tarantina nel suo vascio ai Quartieri Spagnoli. A proposito di identità liminali, sovradeterminazione e definizioni, lei ribadisce con orgoglio di essere l’ultimo femminiello di Napoli: «Perché il genere mio non esiste più, esistono i gay, le donne trans, è tutta una Patagonia», dice ridendo. Il femminiello non cede ai tentativi di classificazione di uomo, donna, transgender, drag queen: obbligarlo a una di queste definizioni significherebbe riportare a una logica binaria, con una lente contemporanea, una figura che nasce ed esiste in un contesto culturale specifico.
I femminielli hanno sempre performato il proprio genere appro priandosi di costumi e ruoli che la società assegna alle donne, senza spirito emulativo o di travestimento, ma identitario. La loro pre senza a Napoli fa parte del tessuto culturale, della memoria col lettiva, gode di rispetto e ammirazione, sebbene questa apparente integrazione si fondi su un equilibrio precario, condizionato dalla richiesta di aderire ai ruoli di cura: accudire, cucire, consolare e, nell’accezione più folkloristica, anche benedire e portare fortuna. Un’inclusione vincolata, nella misura in cui non sovverte l’ordine sociale e il sistema di potere.
La vita della Tarantina è una testimonianza ineguagliabile e le sue storie, dalla Puglia alla Dolce Vita romana passando per Napoli, ricordano quelle del protagonista di Big Fish: le ascolti incredulo, poi ti mostra una foto, ti presenta qualcuno, e tutto si tiene.
Il vascio della Tarantina conserva l’anima segreta di un Paese dove l’indicibile è passato sottotraccia, sussurrato, al vaglio del tempo.
Ogni tanto, dalla strada, qualcuno si affaccia incuriosito a guardare dentro la sua casa esposta al mondo, in questo quartiere che è diventato teatro a cielo aperto o cartolina. Mi fa accomodare sul divano e, seduta sul letto di fronte a me, mi mostra una foto in bianco e nero dov’è con due amiche: «Qua ci avevano arrestate, lo sai che c’era tanta severità ai miei tempi». Io, in silenzio, resto ad ascoltarla.
«La mia amica organizzava un veglione e ce lo diceva due o tre mesi prima, così ci preparavamo per tempo: orecchini, collane, affitta vamo vestiti lunghi da sera. Lei si raccomandava di arrivare con un taxi per non farci vedere dalla gente, ma c’era uno di noi (bello, alto, benestante) che aveva ricevuto un mazzo di rose e perciò scese in piazza, attirando l’attenzione. Tutti a urlare: uh, o’ femmenell’! Così arrivò la polizia. Una di noi era femmina e se ne andò, un altro si tolse la parrucca e si mise i vestiti da uomo in tempo, ma restavano trenta di noi, tutte vestite da sera. Una volta in questura e messe in fila, passava il questore e ci sputava in faccia una a una – ma quando arrivarono alla Shangai, con tutto il mazzo di rose in mano, questa gli tirò un cazzotto in faccia. La Shangai era audace, si era operata alla testa e teneva il cervello d’argento. Bell’e buono ci portano in galera, non con gli altri detenuti, ma in un corridoio sotto terra, isolate e tutte divise: siamo rimaste lì un mese, senza vestiti e senza lavarci».
Cosa è cambiato oggi?
Non era facile, ma la società ci rispettava perché portavamo fortuna, avevamo grazia e dolcezza. Oggi è meglio? A me hanno messo una bomba davanti casa e quando qualche ragazzo gay passa di qua scappa, come se si vergognasse di me. Oggi loro si tengono per mano in mezzo alla strada, mentre io non ho mai potuto tenere la mano di un uomo in pubblico, eppure se non ci fossimo state noi… Ma tanto ormai sono tutte morte, sono rimasta solo io.
Tu sei nata in Puglia, ma sei andata via presto. Quando è successo?
Sono nata ad Avetrana da una famiglia povera, in tempi di guerra. In famiglia ho sempre subito discriminazioni perché ero effemminato. Mio papà era prigioniero in Albania e io dormivo con mia mamma, ma a volte anche con i miei fratelli. Non l’ho mai detto a nessuno perché mi vergognavo, ma ora lo voglio dire: quando avevo nove o dieci anni, il mio fratello più grande ha approfittato di me. Si è sparsa la voce e sono stata messa alla porta, avevo undici anni ed era appena finita la guerra; in paese quando passavo si chiudevano dentro casa o mi sputavano. Ti dico la verità: tentai il suicidio gettandomi sotto la corriera, ma quando i carabinieri chiamarono la mia famiglia arrivò il mio fratello maggiore, che mi diede un ceffone e andò via. Di notte mi andavo a rifugiare dove dormivano i cavalli e lì sono stata violentata altre volte ancora. Ti parlo chiaro perché è andata così: non c’era una carezza, mi giravano e lo facevano. Io subivo tutta la violenza nel buio della notte – mi pisciavano addosso, mi bruciavano i piedi – mentre di giorno mi evitavano, si nascondevano.
Quando hai deciso di scappare?
Mi addormentavo accucciata in piazza, tutta sporca e con i vestiti che trovavo. Una sera vennero due guardie, mi portarono in casa e capii che avevano già preparato tutto, tremavo. Uno mi gettò un secchio d’acqua addosso perché ero sporca, ridevano, mi prendevano a schiaffi. Ancora sento queste mani addosso che mi violentavano, il rumore dell’acqua a ogni schiaffo. A turno mi usavano e ridevano, io ero senza forze, ero come morta. Quando finirono mi gettarono fuori e vidi la strada per Manduria: me ne vado, non voglio più tornare indietro. Piano piano, con i vestiti bagnati addosso, arrivai in città e trovai riparo in una chiesa.
Come sei arrivata fino a Napoli, così giovane?
Conobbi un marinaio, era l’unica persona che avevo. Un giorno mi disse che aveva finito il militare e sarebbe tornato a casa; iniziai a supplicarlo di portami, ma per lui ero solo un passatempo. Quando arrivammo a Napoli mi disse che sarebbe andato a casa e poi sarebbe tornato a prendermi: ovviamente non tornò mai. La mattina mi misi accanto a un banco della frutta, quando arrivò una signora elegante che cominciò a dirmi sorridente: «O’ Femmene’, che vuoi mangiare?». Aveva capito che ero sola, così mi prese della frutta e mi chiese di accompagnarla a casa. Trovai riparo nel suo casino, dove davo una mano a sistemare le stanze per i clienti. Un giorno la signora mi chiese di entrare ad aiutarla e vidi per la prima volta un uomo nudo: li avevo visti cacciarli di fuori, mai nudi. Piano piano cominciai a sentirmi a mio agio, a truccarmi un po’, a scendere di notte per gioco. Si sparse la voce, ero la più desiderata. Da me venivano tutti gli americani, belli, anche in gruppo. Non sapevano che ero femminiello, perché qui c’erano solo donne, eppure nessuno si è mai accorto di niente. Li facevo toccare fra di loro, poi mi bagnavo le dita e fingevo che fosse la bocca. Era un teatro, io non facevo niente, prendevo solo i loro soldi.
Hai ribaltato il sistema di potere: dopo tutta la violenza, il sesso è diventato uno strumento di liberazione con cui prendere in giro gli uomini e guadagnare indipendenza.
Avevo il letto pieno zeppo di dollari, ma a me dei soldi non è mai fregato nulla perché avevo vissuto la fame – allora li regalavo a tutti. Facevo finta di aver bisogno di piccoli servizi, una compera, un aiuto a portare le cose in casa, ma solo per dare qualche soldo a chi aveva bisogno. Pensa che avevo una scimmietta: la vestivo, la lavavo, mi teneva compagnia. In quel periodo lasciavo i soldi da una parte e non li trovavo più, allora mi dicevano che sicuramente c’era uno spiritello in casa. Un giorno misi i soldi sul comò e mi nascosi dietro la porta per guardare: vidi una mano afferrare le banconote e urlai. C’era la scimmia con tutti i soldi in bocca, che scappò alla finestra per buttarli di sotto. Nella strada si diceva che c’era la Bella ‘Mbriana che faceva piovere i soldi, ma erano i miei.
Come mai poi sei andata a Roma?
Un’amica mi convinse ad andare a Roma perché era bella, potevamo fare le cameriere, ricominciare. Lì ho conosciuto Goffredo Parise, uno scrittore importante con cui diventammo amici. Mi portava in giro, mi presentava della gente, ma io mica sapevo chi fossero. Molto dopo ho scoperto che erano Pasolini, Moravia, Fellini – tutta gente che mi voleva bene e mi rispettava. Un giorno Marcello Mastroianni, con cui avevo una bella amicizia, venne a Roma con una ragazza. Mi trovai in macchina con lei e Goffredo, che mi chiese se l’avessi riconosciuta: era Brigitte Bardot. Io e Goffredo eravamo diventati una cosa sola, mi raccontava tutto, eravamo una cosa io e lui, capisci che intendo? Non eravamo gelosi, ci dicevamo tutto. Era oltre.
Ti sei mai innamorata?
Io non so cos’è l’amore, non lo so, per il male che ho subito. Quando una persona viene violentata, usata, perde tutto. Quando per tutta la vita mi hanno detto che l’amore era la violenza che subivo, che significato può avere per me l’amore? Sei mai tornata ad Avetrana, rivisto la tua famiglia? Anni fa mi scrisse un uomo di Avetrana, un ex prete che ora è sposato con un altro uomo: mi ha detto di tornare, che non era più come una volta, che mi volevano bene. Io non ne volevo sapere niente, ma un giorno un amico mi invitò a fare una gita e mi ritrovai nella piazza di Avetrana: avevano organizzato una festa a sorpresa per me, con tutto il paese. È stato bello, ma quando subisci tanto male, violenze, maltrattamenti, umiliazioni, specie se da bambino, non lo puoi dimenticare. Molte persone le ho perdonate, ma non ho più fiducia di nessuno. Ti posso rispettare, questo sì. Tutti pensano alla vanità, ma che te ne fai se a nessuno importa di te? Dopo il terremoto ho perso la casa qua sopra, all’ultimo piano, e sono venuta nei bassi. La felicità è stare bene con se stessi e io sto benissimo con me.