Dalla lettura dell’affermazione «il futuro uccide», si capisce che non siamo noi ad aver ucciso il futuro. Ma che è questo, il futuro, il soggetto che ha la capacità d’azione e noi, così come presumibilmente tutte le altre creature della terra, degli oceani, e il pianeta stesso, stiamo morendo per sua mano. Ma, da dove proviene il futuro che uccide e da dove ha tratto tutto il suo potere?
Quando ci consideriamo vittime del cambiamento, anziché assumerci la responsabilità della nostra complicità nel crearlo, ci sentiamo impotenti di fronte a un avvenire che intossica. La prima cosa che dobbiamo fare, però, è ricordare che siamo, invece, nei fatti, responsabili e capaci. Ce ne rendiamo conto perché sappiamo prenderci cura degli altri e noi, a nostra volta, siamo stati accuditi. Non importa quanto incompetenti possiamo sentirci all’inizio, durante il percorso riusciamo a prenderci cura dei bambini, degli animali, delle piante, dei luoghi in cui viviamo, degli anziani, dei malati. Perché non c’è nessun altro a farlo al posto nostro. Perciò immaginare un futuro che uccide significa farci paralizzare, nuovamente, dal peso delle responsabilità.
Possiamo cedere le nostre capacità ad altri, oppure possiamo agire per conto nostro. Per farlo è necessario impegnarci a creare delle vere e proprie democrazie della cura.
Per democrazia della cura intendo un sistema politico che riconcepisce la democrazia come un ordine che mira alla funzione politica più importante: organizzare la vita in modo che tutto il pianeta possa prosperare. Per raggiungere questo obiettivo, la cura deve assumere un ruolo centrale nelle nostre esistenze. Per farlo, è necessario ridistribuire e ripensare la natura di tutte le responsabilità di cura e il posto degli altri valori alla luce della sua preminenza. Oggi non potremmo essere più lontani da un simile modello. Persino nelle cosiddette democrazie solide, il ruolo dei cittadini è circoscritto. Cediamo il potere agli esperti, ma cediamo il potere anche solo a coloro che sono interessati ad averlo. Come sosteneva Platone molto tempo fa, i migliori governanti sono quelli che non desiderano il potere. Noi cittadini, che abbiamo anche altre cose da fare, siamo quei governanti.
I cittadini genuinamente democratici non devono solo essere disposti ad accettare la responsabilità senza rimanere affascinati dal potere. Devono anche assumere un impegno profondo e duraturo verso la cura, essere disposti a permettere agli altri di accudire e fare scelte per se stessi, e confidare nel fatto che tutti preferiscono la pace e l’armonia alla distruzione. Anche se gli altri prendono decisioni radicalmente diverse dalle nostre, dobbiamo capire come far diventare possibile il prenderci cura, insieme, l’uno dell’altro. Le trasformazioni tecnologiche degli ultimi decenni – la creazione di Internet, la crescita dei social media, lo sviluppo della cosiddetta intelligenza artificiale – sono state trasformative per certi aspetti. Ma i leader di questi progressi tecnologici hanno adottato un approccio orientato verso il loro arricchimento, non verso il miglioramento della qualità dell’esistenza umana e delle altre forme di vita. Sono, in sintesi, Careless People, come recita il titolo del libro di Sarah Winn-Williams su Facebook. Il loro slogan è «muoviti velocemente e rompi le cose».
Muoversi velocemente e rompere le cose è un modo irresponsabile di stare al mondo. È una formula per la violenza, perché rompere le cose è per sua natura violento. È una formula per rafforzare e restituire obbedienza solo ai potenti, perché sono in grado di comandare ad altri di pulire i pasticci che lasciano dietro di loro. Ed è una formula per desensibilizzarci ai modi in cui siamo connessi gli uni agli altri e responsabili gli uni degli altri.
Perché rompere le cose ci lascia circondati non da cose, persone, relazioni, istituzioni, ricordi integri, ma ci lascia in un mondo di frammenti.
Il mondo sarebbe davvero un posto tanto peggiore se non ci fossimo mossi alla velocità vertiginosa del capitalismo negli ultimi cinquant’anni? Non ci sarebbe altrettanta ricchezza, o ricchezza così concentrata. Ma le vite delle persone e le vite delle altre creature e del pianeta sarebbero peggiori?
In risposta a questo dettame, «muoviti velocemente e rompi le cose», possiamo creare un futuro migliore dicendo: muoviti alla giusta velocità e ripara le cose, specialmente le relazioni. Non dico muoviti lentamente, perché a volte la velocità è importante. Non dico solo ripara le cose, perché nonostante l’incapacità degli uomini potenti che pensano di governare il mondo, noi possiamo percepire la realtà non in termini di cose, o ricchezza, ma in termini di relazioni che abbiamo – con altre persone vicine e lontane, con animali e piante e il mondo naturale – e che questi stessi altri hanno con noi. Un modo sintetico per dirlo: dobbiamo giudicare con cura.
Quindi cosa richiederebbe creare una società democratica che prenda sul serio un simile approccio di cura?
In primo luogo, dovremmo invertire l’ordine delle nostre priorità: dobbiamo passare «dalla democrazia al servizio dell’economia» a una nuova formula che vede «l’economia al servizio della democrazia». Dopotutto, la politica moderna sembra essere principalmente una risposta agli interessi di chi è ricco, non delle persone comuni. Studiosi come Benjamin Page, Jeffrey Winters, Martin Gilens hanno dimostrato che le élite hanno molte più probabilità di vedere adottate le loro preferenze politiche rispetto ai cittadini comuni. Ad esempio, secondo i cittadini è senza dubbio preferibile favorire politiche volte a incrementare l’assistenza sanitaria, azioni più forti per la protezione dell’ambiente, una maggiore redistribuzione economica, infrastrutture più solide, un’istruzione migliore e una tassa patrimoniale per finanziare il tutto. Le persone sostengono politiche più redistributive, come negli Stati Uniti e in Corea dove l’opinione pubblica sostiene l’idea che tassare i ricchi per sostenere i poveri sia una caratteristica essenziale della democrazia. Anche il Pew Research Center, nel 2021, faceva notare come le persone a livello globale siano favorevoli a implementare la protezione del pianeta. Ma i desideri dei cittadini non riescono a plasmare efficacemente le politiche pubbliche. Così, come conseguenza sempre più persone si allontanano dalla politica, sono disimpegnate. Negli Stati Uniti, sebbene sia ancora alto il numero di cittadini che ha votato alle ultime elezioni presidenziali, nel 2016 il 40% degli elettori, e nel 2020 e 2024 circa un terzo degli aventi diritto, non ha votato.
Forse, ad un’occhiata superficiale, l’intera idea di democrazia della cura sembra essere una contraddizione in termini. Se per democrazia intendiamo una forma di ordine politico in cui si presume che tutti siano uguali e ugualmente in grado di assumere un ruolo di potere, allora sembra lontana da una forma di governo basata sulla cura, in cui (come di solito pensiamo) i bisogni di alcuni sono soddisfatti da altri.
Essere bisognosi, vulnerabili, dipendenti, nessuna di queste caratteristiche sembra descrivere il cittadino democratico ideale.
La descrizione della cura come profondamente antidemocratica, però, si basa su una comprensione errata della realtà dell’esistenza umana, una realtà in cui siamo tutti interdipendenti. Le persone che si considerano “indipendenti” si affidano, ogni giorno, ad altri per essere aiutati nella risoluzione dei bisogni. E se non lo riconoscono, è perché hanno il privilegio di rimanere ignoranti della loro realtà.
Così stanno le cose: i potenti svalutano la cura e coloro che ne hanno più bisogno. Li maltrattano, li pagano meno, rendono le loro vite meno facili, meno confortevoli, meno sostenibili. La disuguaglianza risultante mina le pretese di uguaglianza democratica ed è profondamente ingiusta. Se penso solo a me stessa è probabile che ignori le profonde interconnessioni che ho con gli altri e con il mondo. Una tale mentalità ristretta potrebbe sembrare utile al perseguimento dei miei interessi democratici. Ma non è così. Quindi, andando avanti, la democrazia della cura spezzerà il modello di disaffezione delle persone verso la vita democratica? È possibile che questa sia la forma migliore di democrazia?
È possibile se immaginiamo un futuro diverso, uno che invece di ucciderci ci nutre. Dobbiamo cambiare le nostre istituzioni, come usiamo il tempo e come ci sosteniamo, data la ricchezza e l’abbondanza del nostro mondo. La struttura e gli orari di lavoro, le priorità per la crescita, la fornitura di salute e sicurezza pubbliche: tutte queste dimensioni devono essere rielaborate dal punto di vista della cura. Ma il cambiamento avverrà solo se rinunciamo a quel sogno/incubo tecnologico che ignora i nostri corpi e il mondo naturale e si diletta nel rompere le cose. Invece, dobbiamo formulare giudizi con cura. Il futuro può ucciderci solo se rifiutiamo di prendercene cura, ora.