Cos’è il dumping contrattuale, e perché costituisce un problema sociale e politico? Questa pratica consiste nell’abbassamento del costo del lavoro, attraverso l’applicazione di contratti collettivi che prevedono una retribuzione e tutele inferiori a quelle previste dai contratti nazionali sottoscritti dai soggetti più rappresentativi (sigle sindacali che comparativamente rappresentano la maggioranza della forza lavoro di categoria). Oltre a penalizzare gravemente i lavoratori sul piano retributivo, genera una forma di concorrenza sleale tra le imprese fondata sul ribasso del costo del lavoro.
Questo tipo di contratti viene definito «pirata» proprio perché fondato su un’intenzione peggiorativa rispetto ai contratti più tutelanti per i lavoratori, e l’appellativo è ormai riconosciuto anche dalla giurisprudenza, prova ne sono due sentenze del 2025 del Tribunale di Roma e della Corte Costituzionale. Le evidenze di dumping contrattuale si trovano soprattutto nel terziario: se nel 1995 i contratti collettivi riferiti a questo settore erano 26, nel 2025 sono diventati 263. Al di là del numero, il problema risiede nel contenuto: uno studio del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) mostra infatti come in questa molteplicità ci sia una grossa differenza salariale tra i contratti leader e quelli pirata, che si colloca tra il 14% e il 40% della retribuzione annua. A sottoscriverli sono, inoltre, sigle che non hanno mandato né rappresentatività.
Uno studio del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) mostra una grossa differenza salariale tra i contratti leader e quelli pirata, che si colloca tra il 14% e il 40% della retribuzione annua.
Nel turismo e nei pubblici esercizi questa forbice è particolarmente marcata: per un aiuto pasticcere, accedere a un contratto collettivo nazionale può significare guadagnare il 40% in più di una persona che sia invece inquadrata con un contratto pirata. Nell’ambito alberghiero, la differenza per un cameriere è del 29%, per un fattorino di circa il 26% e un pizzaiolo di oltre il 16%. Questo si riflette non solo sul salario, ma anche sui contributi pensionistici, determinando un effetto di grave penalizzazione per i lavoratori soggetti al dumping contrattuale. Lo studio del Cnel analizza anche come la differenza tra queste tipologie contrattuali si esprima nell’accesso al welfare: i contratti leader garantiscono mediamente condizioni più favorevoli sugli orari di lavoro, le maggiorazioni per gli straordinari, trattamenti in caso di infortunio o malattia e così via. Anche la classificazione e inquadramento del personale risultano peggiorativi nei contratti pirata: questi in molti casi accorpano figure professionali che nei contratti leader sono differenziate, provocando un abbassamento generale dell’inquadramento lavorativo che comprime i salari, le tutele e mortifica la professionalità.
Negli ultimi anni il fenomeno della contrattazione pirata si è espanso notevolmente, comportando un riverbero anche nel mercato degli appalti, sia pubblici che privati: chi risparmia sul piano contrattuale gode di una maggiore concorrenzialità e si aggiudica più facilmente gli appalti, garantendosi un più ampio margine di guadagno sempre a danno dei lavoratori.
L’applicazione di questa contrattazione varia anche geograficamente: se complessivamente sul territorio nazionale i contratti leader coprono circa il 95%, al centrosud l’applicazione dei contratti pirata è del 15-20%, soprattutto nel lavoro stagionale. La regione più colpita è la Calabria, con la provincia di Vibo Valentia che raggiunge addirittura il 26.46%.
Il settore maggiormente penalizzato è quello della vigilanza, in particolare non armata, dove le stime sul territorio nazionale vedono addirittura il 20% dell’applicazione del contratto pirata (a fronte di un 4-5% nel settore del commercio). In questo settore il fenomeno del dumping contrattuale è talmente radicato che, in molti casi, l’unica via percorribile rimane quella giudiziaria. E’ successo per le lavoratrici e i lavoratori di HS Servizi Srl e Hexiss Srl. Nel caso della prima azienda ci sono volute tre sentenze per raggiungere il contratto giusto, da ultima quella del tribunale di Milano di dicembre 2025 che, su spinta di un ricorso presentato dalla Filcams, ha condannato le due società a garantire a tutto il personale i trattamenti economici e normativi previsti dal CCNL leader, nei fatti annullando il contratto pirata firmato da AISS con l’Ugl.
Se complessivamente sul territorio nazionale i contratti leader coprono circa il 95%, al centrosud l’applicazione dei contratti pirata è del 15-20%, soprattutto nel lavoro stagionale. La regione più colpita è la Calabria, con la provincia di Vibo Valentia che raggiunge addirittura il 26.46%.
«Lavoro nella vigilanza dal 2015, mi ci sono voluti più di dieci anni, innumerevoli vertenze e tre sentenze per arrivare a lavorare sotto un giusto contratto», racconta C.G., dipendente di HS Servizi Srl a Claim. Nonostante la vittoria, l’azienda tenta sempre di non applicare il contratto nella sua integrità, «un sacco di colleghi riscontrano problemi nelle buste paga, ad esempio rispetto alle indennità notturne domenicali che non vengono conteggiate, io stessa a fine mese devo sempre rifare i conti e controllare che non sottraggano qualcosa, è logorante», continua C.G.
Tuttavia spesso accade che le compagnie, in particolare quelle che operano nel settore della vigilanza, non applichino i giusti contratti nonostante venga imposto dall’esito delle sentenze o da percorsi vertenziali collettivi.
«Lavoro nella vigilanza dal 2015, mi ci sono voluti più di dieci anni, innumerevoli vertenze e tre sentenze per arrivare a lavorare sotto un giusto contratto».
«Faccio il receptionist in un’azienda dal 2020, nel 2024 con Cgil Filcams abbiamo vinto una vertenza e ottenuto la firma di un contratto nazionale, ma non è mai stato applicato. Abbiamo fatto un nuovo esposto e siamo in attesa dell’esito», racconta A. a Claim. «L’azienda continua a pagarmi seguendo il vecchio contratto, percepisco intorno ai 6€ l’ora, per circa 42 ore settimanali. Gli straordinari ci vengono pagati come rimborso chilometrico, senza rispettare le tutele legate ai turni di notte o al monte ore. Lavorando più o meno 160 ore mensili porto a casa, togliendo tredicesima e quattordicesima, poco più di 1000€», spiega l’addetto al controllo accessi.
La frustrazione maggiore, per A., deriva dal fatto che «siamo completamente abbandonati a noi stessi, ho provato mille volte a chiamare l’amministrazione per lamentare la mancata applicazione delle mie tutele contrattuali e di volta in volta mi rimbalzano a persone diverse, nessuno mi ha mai dato delle risposte». L’azienda di A., come molte altre in Italia, non rispetta neanche le direttive in materia di formazione: «non riceviamo i corsi adeguati, ci vengono fatte delle lezioni online di sicurezza sul lavoro mettendo insieme receptionists e personale che lavora nei cantieri, che avrebbero bisogno di formazioni completamente diverse, è tutto molto evanescente», conclude.