La lotta femminista è lotta di classe. E lo è sin dal suo principio. La nascita della teoria economica moderna coincide storicamente con la rivoluzione industriale. Non si tratta di una semplice concomitanza cronologica, ma di un legame strutturale. È in questo periodo che si trasformano profondamente i luoghi, i tempi e le modalità della produzione. Il lavoro, da attività diffusa e integrata nella vita quotidiana, viene progressivamente separato dallo spazio domestico e concentrato nei luoghi dell’industria.
Prima di questo passaggio, le famiglie erano unità produttive complesse. Producevano principalmente per il proprio sostentamento e scambiavano l’eccedenza sui mercati locali. La distinzione netta tra produzione e riproduzione, tra lavoro e vita, non era ancora codificata nei termini che oggi diamo per scontati. Con l’industrializzazione, questa organizzazione viene smantellata. L’industria ha bisogno di manodopera stabile, disciplinata, disponibile per tempi lunghi e ritmi imposti dall’esterno.
Le persone che compongono la famiglia vengono così riconfigurate come forza lavoro salariata e, allo stesso tempo, come consumatrici. Tuttavia, questo processo non è neutro.
La transizione al capitalismo industriale si fonda su una divisione sessuata del lavoro che assegna valore economico solo a ciò che passa dal mercato. Il lavoro produttivo, retribuito, diventa l’oggetto privilegiato dell’analisi economica. Tutto ciò che resta fuori dal mercato viene reso invisibile.
La teoria economica così come la conosciamo si sviluppa nel momento storico in cui nasce il capitalismo, con l’obiettivo di capire come gestire al meglio le risorse in questo sistema totalmente diverso rispetto a quanto tutti gli agenti economici (Stato, imprese, famiglie) avessero sino a quel momento sperimentato. E sin dal principio incarna lo spirito del capitalismo, stabilendo quali attività abbiano valore e quali non ne abbiano.
In questa prospettiva, il lavoro di cura continua a essere svolto, ma viene espulso dal campo del valore. Viene espulso in quanto invisibile, in ragione del fatto che viene tradizionalmente svolto dalle donne e naturalizzato come espressione di una presunta vocazione femminile. La teoria economica classica nasce dunque già parziale. Definisce come economico solo ciò che è scambiato sul mercato e costruisce le proprie categorie a partire dall’esperienza maschile del lavoro salariato. Questo significa che la classe lavoratrice non è mai stata (come non lo è tuttora) un soggetto neutro: è un soggetto sessuato, attraversato da rapporti di potere che vengono messi in luce grazie al femminismo. È per questo che parlare di lotta di classe senza considerare questa dimensione significa accettare una definizione incompleta del conflitto. Si potrebbe pensare che, nel corso di oltre due secoli, le cose siano cambiate in modo sostanziale. E, per molti aspetti, è indubbio che sia così. Le condizioni materiali di vita sono migliorate, l’accesso all’istruzione si è ampliato, i diritti formali delle donne hanno conosciuto avanzamenti importanti. Tuttavia, i duecento anni trascorsi dalla rivoluzione industriale non hanno azzerato le disuguaglianze. Né quelle di reddito, né quelle di genere.
E questo vale anche per i Paesi considerati economicamente più avanzati. Il caso italiano è emblematico. L’Italia fa parte del G7, il gruppo delle economie più ricche e industrializzate del mondo ed è uno dei Paesi fondatori dell’Unione europea. Eppure, se si osservano le condizioni materiali di vita e di lavoro delle donne, il quadro cambia radicalmente. Sotto il profilo della parità di opportunità tra uomini e donne, il Paese è ancora oggi molto lontano da una situazione di equità.
Quando parliamo di disuguaglianze di genere, abbiamo sempre la sensazione di doverci aggrappare alle nostre percezioni soggettive, ma fortunatamente ci corrono in soccorso i dati. Ogni anno, il World Economic Forum elabora il Global Gender Gap Report, uno degli strumenti più utilizzati a livello internazionale per valutare le disuguaglianze di genere. Il rapporto analizza diversi ambiti, tra cui la partecipazione economica, le opportunità lavorative, l’istruzione, la salute e la rappresentanza politica.
I risultati relativi all’Italia sono particolarmente sconfortanti. Nella graduatoria complessiva, il Paese si colloca all’85a posizione. Ancora peggiore è il dato relativo alla parità di opportunità e alla partecipazione economica, dove scivola al 117° posto. Questo significa che, nonostante la ricchezza prodotta e il livello di sviluppo economico, l’accesso delle donne al lavoro, la qualità dell’occupazione e la distribuzione del reddito restano fortemente diseguali.
Siamo ben distanti dall’equità anche secondo i dati dell’Inps, che attraverso il Rendiconto di Genere Inps restituisce una fotografia dettagliata delle condizioni economiche e lavorative delle donne in Italia. Il quadro che emerge è quello di una discriminazione profonda e persistente, che attraversa l’intero ciclo di vita lavorativa.
In Italia, il tasso di occupazione femminile si ferma intorno al 52%, con una distanza di circa 18 punti percentuali rispetto a quello maschile. Si tratta di un divario strutturale, che riflette un’organizzazione del mercato del lavoro e del welfare fortemente penalizzante per le donne.
Ancora più preoccupante è il dato sull’inattività: oltre il 42% delle donne risulta inattivo, ovvero non solo privo di un’occupazione, ma anche fuori dal mercato del lavoro e non più impegnato nella ricerca attiva di un impiego.
Questo dato ha un effetto paradossale. Poiché il tasso di disoccupazione viene calcolato considerando esclusivamente chi non lavora ma cerca attivamente un’occupazione, l’elevata inattività femminile contribuisce ad abbassare artificialmente il tasso di disoccupazione delle donne. Si tratta però di una buona notizia solo sul piano statistico.
Dal punto di vista sociale ed economico, è un segnale allarmante di esclusione strutturale dal lavoro retribuito.
Ciononostante, l’Italia occupa l’ultima posizione in Europa per tasso di occupazione femminile, così come per tasso di occupazione femminile giovanile. Questo significa che la penalizzazione di genere si manifesta precocemente e accompagna le donne lungo tutto il percorso lavorativo, limitandone l’autonomia economica e la possibilità di costruire carriere stabili.
Sempre secondo il Rendiconto di Genere, le donne italiane percepiscono in media una retribuzione inferiore di circa il 20% rispetto a quella degli uomini. Il dato sul gender pay gap continua a suscitare forti reazioni nel dibattito pubblico, soprattutto sui social, dove spesso viene liquidato come un mito o una distorsione ideologica. Tuttavia, al di là della vulgata, il divario retributivo di genere esiste ed è spiegabile almeno per tre ragioni strutturali.
La prima riguarda la copertura contrattuale. Non tutte le lavoratrici e i lavoratori sono tutelati da un Contratto collettivo nazionale di lavoro e le donne risultano sovrarappresentate nei settori meno regolati, più frammentati e caratterizzati da salari più bassi. La seconda ragione concerne la struttura stessa della retribuzione. Anche laddove si applichi un Ccnl, il salario è composto da una parte fissa e da una parte variabile.
Quest’ultima viene spesso assegnata sulla base di criteri che presuppongono una disponibilità di tempo ampia e flessibile, modellata implicitamente su un lavoratore senza carichi di cura. Un modello che ignora il fatto che, ancora oggi, il lavoro di cura familiare grava in modo sproporzionato sulle donne, limitandone la possibilità di conformarsi a queste aspettative.
La terza ragione è a monte del rapporto di lavoro. Alle donne, più frequentemente che agli uomini, vengono proposti contratti sottomansionati, precari o peggio retribuiti sin dall’ingresso nel mercato del lavoro. Questa penalizzazione iniziale produce effetti cumulativi nel tempo, incidendo sia sul reddito percepito che sui contributi previdenziali e quindi sulla sicurezza economica futura.
Il sistema capitalistico continua a poggiare sulle disuguaglianze. Non le corregge. Anzi, se ne alimenta e le riproduce, perché esse sono costitutive del suo funzionamento. Le disuguaglianze di reddito, di genere, di tempo e di potere, che vengono presentate come un effetto collaterale, sono in realtà il nerbo della sua struttura economica e sociale. Senza questa asimmetria permanente, il sistema perderebbe una parte significativa della propria capacità di estrazione di valore. La disuguaglianza di genere occupa in questo quadro una posizione centrale. Il capitalismo si regge su una separazione artificiale tra produzione e riproduzione che consente di svalutare, invisibilizzare o esternalizzare il lavoro necessario alla riproduzione della vita.
Questo lavoro continua a essere svolto in larga parte dalle donne e continua a rappresentare una condizione imprescindibile per il funzionamento del mercato, pur restando fuori dai suoi meccanismi di riconoscimento e remunerazione. È per questo che la lotta di classe è, inevitabilmente, una lotta femminista. E, allo stesso tempo, che la lotta femminista è una lotta di classe. Perché pensare di affrontare le disuguaglianze sociali senza mettere in discussione la gerarchia di genere significa abbracciare una critica parziale e, in ultima analisi, inefficace del sistema.
Ribaltare il tavolo delle ingiustizie implica allora uno spostamento dello sguardo. Significa interrogare ciò che viene definito economico e capace di creare valore, rimettendo al centro il lavoro che rende possibile la vita quotidiana e riconoscere che non può esistere giustizia sociale senza giustizia di genere.
