Non ho sempre avuto chiarissimo il significato della parola comunità.
Pensavo di si. Ci sono cresciuto dentro, l’ho vista nel mio quartiere, l’ho sentita a momenti. Ma non ne ho compreso a pieno il potere finché tutto intorno a me non è cominciato a crollare. Finché non ho visto cosa succede quando le persone vengono spinte al limite e sono costrette a scegliere tra restare in silenzio o resistere insieme.
Nel 2020 lavoravo in un magazzino Amazon a Staten Island. Il mondo si stava fermando, ma noi no. Ci avevano etichettati come “lavoratori essenziali”. Ci presentavamo ogni giorno mentre la paura del Covid-19 si diffondeva più velocemente del virus stesso. Ma essenziali per chi? Essenziali per il sistema che doveva continuare a girare. Essenziali alla logica del profitto. Essenziali a una macchina che non si ferma, qualunque sia il costo.
All’interno del magazzino, le persone si ammalavano. Il Covid era lì. Il management lo sapeva. Ma invece della trasparenza, hanno scelto il silenzio. Dicevano che era per evitare il panico. Ma quello che stavano davvero facendo era negare alle persone il diritto di proteggersi e di prendere decisioni informate sulla propria vita.
Io ero un supervisore. Avevo accesso a informazioni che altri non avevano. E dovevo fare una scelta. Stare zitto, proteggere la mia posizione, guardare dall’altra parte. Oppure parlare, essendo perfettamente consapevole del costo che implicava. Mi mandarono a casa in quarantena non appena misi in discussione il loro modo di gestire la situazione, sperando che la distanza mi facesse tacere. Ma il silenzio non era più un’opzione. Troppe persone erano a rischio, non solo i lavoratori, ma anche le loro famiglie e le loro comunità.
Così parlai. E quando lo feci, qualcosa cambiò. I lavoratori cominciarono a parlarsi, a condividere quello che sapevano, quello che sentivano, quello di cui avevano paura. Fu allora che capii qualcosa di importante: nessuno di noi avrebbe dovuto portare questo peso da solo.
Quando mi licenziarono me ne sarei potuto andare. Era quello che si aspettavano. È così che funzionano questi sistemi. Isolano, intimidiscono, rimuovono il problema. Ma quello che non capivano è che a quel punto non ero più solo io. Avevamo già cominciato a costruire qualcosa. Io, Derrick Palmer, e tanti altri. Persone stanche di essere trattate come numeri. Persone che sapevano che, se l’azienda non le avesse protette, si sarebbero dovute proteggere da sole.
Ci organizzammo fuori dal magazzino. Parlavamo con i lavoratori durante le pause. Ascoltavamo più di quanto parlassimo. Abbiamo costruito una fiducia reciproca passo dopo passo, con intenzione. È così che si costruisce una comunità. Non dall’oggi al domani. Non attraverso gli slogan. Attraverso la presenza. L’azienda reagì duramente. Investì milioni per fermarci. Portò gli union buster, delle figure interne pensate per indebolire i sindacalisti. Hanno cercato di dividerci e isolarci, più volte.
Se i lavoratori si sentono soli, non reagiscono. Se non si fidano l’uno dell’altro, non si organizzano. Se non si organizzano, non cambia niente. Ma qualcosa era già stato messo in moto. La verità non poteva più essere nascosta. Le persone cominciarono a capire che la loro sicurezza, la loro dignità, il loro futuro, erano legati alla persona che stava accanto a loro.
Il nostro sindacato non è nato da una voce sola, ma da molte. Non da un singolo leader, ma da una decisione collettiva di resistere insieme. Quando vincemmo, non fu solo una vittoria contro una multinazionale. Fu la prova di qualcosa di più profondo. Che anche contro una delle aziende più potenti del mondo, i lavoratori uniti possono creare qualcosa di nuovo.
Da allora, il mio mondo si è espanso. Ho viaggiato. Ho parlato con studenti, lavoratori, organizzatori. Ho presidiato i picchetti sotto la pioggia. Sono stato accolto in comunità che sembravano casa mia anche quando si trovavano a migliaia di chilometri di distanza. E ovunque vada, vedo la stessa cosa. Quella stessa scintilla. Un bisogno di giustizia e di cura collettiva.
L’ho vista negli occhi di chi si batte per i migranti nei centri di detenzione negli Stati Uniti e negli occhi dei migranti costretti a fuggire da Paesi resi instabili dagli stessi sistemi che ora li rinchiudono. Persone a cui è stato tolto tutto che continuano a tener fede alla propria dignità e trovano modi per resistere. L’ho vista nel popolo palestinese che, generazione dopo generazione, continua a vivere, ad amare, a ridere, anche quando il cielo stesso diventa una minaccia. La loro stessa esistenza è resistenza.
L’ho vista in Sudan, dove le voci continuano a sollevarsi anche quando il mondo si rifiuta di ascoltare. L’ho vista a Cuba, dove decenni di blocco non hanno spezzato lo spirito del popolo.
L’ho vista in Italia, dove i lavoratori hanno bloccato tutto in nome della solidarietà. Dove le comunità occupano spazi per dare una casa a chi è stato lasciato indietro. Lingue diverse. Storie diverse. Lotte diverse. Ma la stessa verità. Nessuno lotta da solo.
E nella mia vita ho sentito questa verità in modi che non dimenticherò mai. Poche settimane fa sono stato detenuto rientrando da un viaggio a Cuba. Nel giro di minuti, le persone erano già in movimento. Non ore. Minuti. Le persone hanno cominciato a fare telefonate, a organizzarsi, a presentarsi all’aeroporto per assicurarsi che non fossi lasciato solo lì. Gli avvocati erano subito pronti ad agire. Le persone condividevano informazioni, facevano pressione, si coordinavano tra le città.
Quando è stata l’occupazione israeliana a trattenermi, c’erano persone pronte ad accogliermi in Giordania. Avvocati nella Palestina occupata che si battevano per la mia liberazione. Persone in tutta Europa e qui negli Stati Uniti che amplificavano, spingevano, rendendo evidente che non ero solo. Un tipo di risposta del genere avviene perché le persone conoscono la loro forza. Perché capiscono cosa portano al tavolo. Perché la fiducia è già stata costruita. Ecco come si manifesta la comunità. Non solo quando fa comodo, ma quando conta davvero.
Ed è esattamente quello che stiamo vedendo negli Stati Uniti in questo momento. Mentre i diritti vengono erosi, mentre la destra consolida il potere, mentre sistemi come l’Ice arrivano in tutto il Paese, le comunità non stanno a ferme. Si stanno adattando.
In città come Los Angeles e Minneapolis le persone stanno organizzando reti per rispondere rapidamente alle minacce dell’Ice, per proteggere i propri vicini. Quando avvengono le retate, le informazioni si diffondono velocemente. Le persone escono di casa e vanno sul posto. Documentano. Intervengono dove possono. Rendono chiaro che nessuno sarà portato via in silenzio.
Se i lavoratori si sentono soli, non reagiscono. Se non si fidano l’uno dell’altro, non si organizzano. Se non si organizzano, non cambia niente
E proprio come le comunità, si stanno evolvendo anche i sistemi che cerchiamo di combattere. Le tattiche cambiano. La sorveglianza aumenta. La pressione si intensifica. Il che significa che anche la nostra resistenza deve evolversi. Quello a cui stiamo assistendo non è solo protesta. È coordinamento. È conoscenza condivisa che si muove da un quartiere all’altro, da una città all’altra.
È questo che fa sopravvivere i movimenti. È per questo che dobbiamo restare vigili. Per questo dobbiamo continuare a imparare gli uni dagli altri, non solo localmente ma globalmente. Perché i sistemi contro cui stiamo lottando sono globali e lo è anche la nostra resistenza.
I movimenti dei lavoratori fanno parte di questa stessa lotta. C’è tanto che possiamo imparare da chi è venuto prima di noi. Ma dobbiamo anche farli evolvere per rispondere alla realtà di oggi. Soprattutto per i lavoratori più giovani. Le nuove generazioni si affacciano in un mondo dove la stabilità non è garantita, dove lo sfruttamento è normalizzato, dove l’isolamento è incoraggiato. Ma hanno anche a disposizione strumenti efficaci per connettersi e organizzarsi.
Devono solo sapere che è possibile. Devono sapere che non devono farcela da soli.
La cosa più preziosa che ho non è una piattaforma. Non è il riconoscimento. Non è nemmeno la mia voce. È la mia comunità. Le persone che si fanno vedere. Le persone che organizzano dietro le quinte. Le persone che amplificano, che donano, che mi stanno vicino con la pioggia o col sole, che condividono le loro conoscenze per far emergere gli altri. Sono in grado di fare quello che faccio grazie a loro. Perché nessuno lavora da solo.
Ci sono stati momenti in cui il sistema ha cercato di reagire. In cui sono stato interrogato, monitorato, in cui hanno fatto pressione su di me. E invece di farmi arretrare, questo mi ricorda che quello che stiamo costruendo è reale. Perché il potere reagisce solo quando si sente minacciato.
E si sente minacciato dalle persone che sono connesse.
Sono arrivato a credere che in questo mondo ci sia più bene di quanto ci venga fatto credere. Ho visto persone rischiare troppo per qualcosa di più grande di loro stesse. Ho visto persone scegliere il supporto reciproco davanti alla paura. È lì che inizia il cambiamento.
La classe lavoratrice non è una minoranza. è composta da miliardi di persone in tutto il mondo. Persone che si svegliano ogni giorno e lavorano per mandare avanti tutto. Siamo noi a detenere il potere reale. E quando quei miliardi cominceranno a riconoscersi, a organizzarsi, a muoversi insieme, niente potrà fermarli.
Allora, da dove cominciamo? Parliamo con i nostri colleghi. Ascoltiamo. Costruiamo fiducia. Tendiamo la mano. Perché il tuo benessere è legato al mio. La tua lotta non è separata dalla mia. Ricordiamoci che tutto quello che abbiamo ottenuto, lo abbiamo ottenuto insieme. E tutto quello che otterremo arriverà nello stesso modo.
La lotta è ereditata. La nostra resilienza è ereditata. Siamo il prosieguo di ogni persona che prima di noi si è rifiutata di stare in silenzio. E la portiamo avanti. Siamo come fiori selvatici che crescono tra le fessure del cemento. Per quanto grande sia la pressione che ci viene posta sopra, troviamo il modo di alzarci. Senza di noi, non c’è niente. Senza persone che si uniscono, non abbiamo niente. Continueremo a costruire. Continueremo a connetterci. Continueremo a trovarci. Dobbiamo alzarci. Dobbiamo reagire. Dobbiamo sacrificarci per il bene comune. E finché lo faremo, non perderemo mai. La rivoluzione che vogliamo raggiungere inizia da noi stessi. Perché non eravamo mai stati destinati a farlo da soli. Potere a tutti i popoli oppressi del mondo.