Il primo dopoguerra è un momento turbolento, spesso trascurato dagli storici, ma ricco di possibilità, di politiche radicali e di visioni per un futuro post-capitalista. Nel mio lavoro ho cercato di portare alla luce le basi economiche delle politiche fasciste, una dimensione troppo spesso marginalizzata nei racconti storici.
Scavando in questa dimensione si può capire come l’omissione dell’origine delle politiche di austerità distorca la nostra comprensione sia dell’ascesa del fascismo, sia del funzionamento del capitalismo contemporaneo.
Mussolini infatti non consolidò il potere in Italia attraverso un colpo di Stato violento, ma dimostrando la propria efficacia nell’attuazione di dure misure di austerità: repressione salariale, privatizzazioni, tagli alla spesa sociale e tassazione regressiva.
La sua ascesa fu resa possibile dalle istituzioni borghesi e liberali che, di fronte alla profonda crisi del capitalismo postbellico, trasferirono volontariamente l’autorità a un regime che ritenevano in grado di ristabilire l’ordine.
Piuttosto che opporsi al fascismo, queste élite lo abbracciarono come soluzione a quella che consideravano una minaccia esistenziale: l’ondata di autogoverno operaio che aveva destabilizzato i mercati e provocato la forte svalutazione della lira. In questo contesto, Mussolini apparve come una figura rassicurante per il capitale internazionale. The Times di Londra salutò il suo regime come un «governo contro lo spreco». Si circondò infatti di economisti di primo piano come Alberto De’ Stefani, Umberto Ricci, Maffeo Pantaleoni e Luigi Einaudi, metà fascisti e metà liberali, ma tutti uniti da un comune credo metodologico. Furono pionieri di quella che divenne nota come «economia pura», rinominazione strategica che sostituì il termine «economia politica», presentando l’economia come un sistema neutrale, autoregolato e separato dai rapporti di potere.
In questa nuova veste gli economisti rivendicarono l’autorità delle scienze pure, producendo modelli astratti troppo complessi per essere scrutinati dal pubblico e che, nella pratica, escludevano il conflitto sociale e le dinamiche di classe. La mia ricerca storica rivela però che non c’è nulla di più politico del tentativo di separare l’economia dalla politica e di cancellare le relazioni sociali di produzione dalla teoria economica. Il regime fascista offrì ai suoi economisti un’occasione storica per realizzare l’ambizione tecnocratica di “addomesticare gli uomini”, piegandoli alle esigenze dell’ordine del capitale.
Qual è il rapporto tra economia pura, austerità e fascismo e quali sono le fondamenta economiche del fascismo? L’austerità non è un semplice insieme di politiche economiche, ma una strategia deliberata per indebolire i lavoratori: ridurre i salari, disoccupazione spezzare il potere sindacale e tagliare la spesa sociale per sconfiggere movimenti operai e socialisti che, tra il 1919 e il 1945, misero in discussione l’ordine capitalistico europeo, e il fascismo italiano fu intimamente intrecciato a questo progetto.
Fascismo, austerità ed economia pura operarono così in stretta sinergia per naturalizzare il capitalismo, affermando la logica del profitto contro la logica del bisogno. La loro alleanza contribuì a depoliticizzare la vita economica, presentando disuguaglianza e sfruttamento come inevitabili, persino scientifici. Il confronto tra Italia e Gran Bretagna negli anni Venti e Trenta è centrale per comprendere questa dinamica. Il regime fascista italiano e la democrazia parlamentare britannica condividevano un obiettivo comune e urgente: risolvere la crisi esistenziale del capitalismo emersa dopo la Prima guerra mondiale, che aveva frantumato i due pilastri fondamentali del capitalismo: il lavoro salariato e il controllo privato degli investimenti.
Per sostenere lo sforzo bellico gli Stati erano intervenuti nell’economia su una scala senza precedenti, rendendo evidente che i rapporti economici erano profondamente politici. Lo sfruttamento non era più occultato dal mercato: era imposto direttamente dagli Stati. In tutta Europa si affermarono richieste di democratizzazione del processo produttivo che mettessero l’umanità davanti al capitale. Dal Comitato Sankey in Gran Bretagna, ai socialisti delle corporazioni, fino ai Consigli di fabbrica torinesi guidati da Antonio Gramsci e L’Ordine Nuovo, l’ordine capitalistico fu apertamente contestato.
La risposta fu l’austerità, messa in atto in entrambi i Paesi in una dimensione fiscale, monetaria e industriale. Furono abolite le tasse sui profitti di guerra, aumentate quelle sul lavoro e sui consumi, smantellate le prime forme di welfare. In Gran Bretagna il fulcro fu l’austerità monetaria: l’aumento drastico dei tassi di interesse nel 1920 produsse disoccupazione di massa, smobilitando gli scioperi e disarmando la classe lavoratrice. In Italia gli stessi obiettivi furono perseguiti attraverso la repressione diretta: scioperi e sindacati furono messi fuori legge, i salari compressi per legge e fu avviata una massiccia campagna di privatizzazioni.
Questo ci mostra come la differenza tra liberalismo e fascismo può dissolversi se si osservano le politiche economiche. Entrambi i regimi condivisero l’impegno a restaurare e difendere l’ordine del capitale sopprimendo le richieste democratiche di trasformazione economica. L’economia pura fu costruita per sottrarre la politica economica al controllo democratico. Affidare le decisioni agli “esperti” significò escludere la popolazione dai processi decisionali. In questa visione, la libertà economica era superiore alla libertà politica, soprattutto alla libertà di governare democraticamente l’economia. Una libertà che non coincideva con l’emancipazione delle classi popolari: proteggere la minoranza che risparmia e investe, garantendo l’accumulazione del capitale attraverso la coercizione insita nel rapporto salariale.
In Gran Bretagna la disciplina economica non richiese violenza fascista: venne esercitata tramite la tecnocrazia. Tassi di interesse e tagli di bilancio furono usati come armi per produrre disoccupazione e insicurezza. L’isolamento del processo decisionale, in particolare attraverso l’indipendenza delle banche centrali, rimane una caratteristica fondamentale dell’austerità contemporanea.
La Federal Reserve statunitense ne incarna l’esempio più evidente. Fondata nel 1913, consolidò la propria autonomia durante il New Deal e con l’accordo Tesoro-Fed del 1951, che sottrasse la politica monetaria al controllo democratico. Oggi opera come un’istituzione statale largamente esente da supervisione democratica, impegnata nel controllo dell’inflazione e indifferente alla redistribuzione sociale. Dal 2020 ha acquisito poteri senza precedenti, socializzando i rischi del capitale e privatizzandone i profitti.
L’austerità non è mai stata efficace nel promuovere crescita e stabilità economica. Il suo successo è stato un altro: la stabilizzazione dei rapporti di classe. Ciò che appare economicamente irrazionale è perfettamente razionale dal punto di vista del capitale, perché garantisce la sopravvivenza del suo ordine di potere. Senza austerità, il capitalismo rischia di disgregarsi, poiché le persone iniziano a immaginare e praticare alternative.
Il neoliberismo oggi non rappresenta una rottura, ma un’intensificazione di questa logica strutturale. L’austerità è una forma di intervento attivo dello Stato: sposta deliberatamente risorse dai molti ai pochi, riduce la spesa sociale, sovvenziona i gestori di patrimoni, finanzia l’industria bellica, sostiene il genocidio e garantisce enormi
tagli fiscali ai ricchi. L’ascesa contemporanea dell’estrema destra non è un’anomalia, ma il risultato del “successo” dell’austerità. La precarizzazione sistematica distrugge le condizioni materiali della maggioranza e rende le persone più vulnerabili all’autoritarismo.
Quando la sopravvivenza assorbe ogni energia, diventa più facile indirizzare la frustrazione contro soggetti marginalizzati anziché contro le strutture di potere. La storia del fascismo e dell’antifascismo mostra come il primo non si sconfigga senza mettere in discussione il capitalismo. In Italia non fu l’esercito americano a sconfiggere il fascismo, ma i partigiani. E le brigate più forti furono quelle anticapitaliste, consapevoli che fascismo e ordine del capitale erano e rimangono inseparabili.
Questa consapevolezza attraversa anche la mia storia familiare. Mia zia Teresa Mattei, nome di battaglia Chicci, si oppose alle leggi razziali e pagò un prezzo altissimo. Oggi, di fronte al genocidio del popolo palestinese, non possiamo restare in silenzio. La repressione della solidarietà con la Palestina è così feroce perché si tratta di una lotta anticapitalista: le richieste di disinvestimento colpiscono direttamente l’ecosistema corporativo che trae profitto dalla violenza.
Questo non è il momento di fare un passo indietro. È il momento di lottare con più forza. Il fascismo è una forma di governo funzionale al capitalismo perché sopprime la soggettività dei lavoratori e li subordina al capitale privato. Il corporativismo fascista non ha mai messo in discussione la primazia del profitto privato, né i rapporti di proprietà esistenti.
Anche oggi i governi non fanno che riprodurre questa logica: l’austerità, sia nella sua versione liberale sia in quella apertamente autoritaria, incarna una guerra di classe. Per questo va concepita per ciò che è: una guerra unilaterale dello Stato, catturato dal capitale, contro i lavoratori.