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N.3 - Nessuno Lavora Da Solo

I diritti non si riciclano

Il modello di sviluppo neoliberista sta inasprendo le disuguaglianze economiche in tutto il mondo. Al centro i miliardi, ai margini gli scarti. Nonostante la cultura individualista volesse che i più poveri lottassero uno contro l’altro per spartirsi le briciole, dalle discariche delle periferie di Buenos Aires, dalla fine del mondo, sono nate lotte e paradigmi che raccontano storie diverse. Nel mondo del lavoro di domani, fatto di
stravolgimenti dei punti fermi che avevamo fino a ieri, queste storie potrebbero offrire anticipazioni su quello che molti lavoratori dovranno affrontare, e strumenti su come potremmo rispondere.

Esistono milioni di lavoratrici e lavoratori in Italia che prima ancora di essere identificati per la mansione che svolgono, lavorano vincolati da uno stigma: «sono in mano alla criminalità organizzata». Di loro siamo abituati a dire e sentire questo e pertanto ciò che fanno per sopravvivere è riconducibile a una attività illegale. Li guardiamo
con diffidenza, non abbiamo certezza del fatto che siano in mano al mercato criminale – ma forti di una di quelle forme di razzismo (e classismo) tollerate – ci facciamo bastare un luogo comune. Forse perché a ricoprire questi lavori siamo abituati a vedere migranti.

Sono venditori di rose, raccoglitori di rifiuti, venditori ambulanti non autorizzati, lavoratori e lavoratrici di cura come colf e badanti, puliscono i vetri delle auto ai semafori, fanno i parcheggiatori. Portano sulla pelle uno stigma ben più pesante di quello che portano con sé gli evasori, anche se questi scelgono attivamente di fare un danno allo Stato, mentre i lavoratori stigmatizzati fanno di ciò che lo Stato scarta una fonte di reddito, creando servizi di cui infine tutte usufruiamo. Se i primi guadagnano a scapito della collettività, i secondi sono produttivi.

E se dietro allo stigma che li perseguita, ci fossero alcune delle risposte alla debolezza che accomuna i lavoratori frammentati nel resto del mondo? Se da quei margini della società, non riconosciutie criminalizzati, potessimo imparare nuove modalità per reagire a un sistema economico selvaggio che si ingegna per far sì che chi lavora sia sempre meno difendibile e più ricattabile?

In Italia si parla di economia sommersa, informale, illegale, irregolare, non osservata. Dalle periferie di Buenos Aires, in Argentina, «dalla fine del mondo», c’è un popolo di lavoratrici e lavoratori che la chiama economia popolare. Dagli scarti costruiscono ogni giorno l’unità dei lavoratori, inventandosi un vero e proprio paradigma. Prima il Movimiento de Trabajadores Excluidos (MTE) e poi l’Union de Trabajadores de la Economia Popular (UTEP) oggi organizzano oltre 500.000 lavoratrici e lavoratori dell’economia popolare: sono cartoneros (raccoglitori di rifiuti e riciclatori), venditori ambulanti, artigiani e piccole imprese edilizie autogestite, sarti e sarte, lavoratori socio comunitari delle mense popolari e dei dopo scuola, ex carcerati (liberados) e persone che hanno sconfitto dipendenze. Lottano per il riconoscimento fattuale dell’economia popolare e del suo motore: gli esclusi, quelli che hanno creato valore, organizzazione e dignità a partire da ciò che lo Stato scarta.

«L’economia popolare comprende tutte le attività nate a causa dell’incapacità del mercato di offrire a tutti un lavoro dignitoso e ben retribuito», scrivono Juan Grabois – fondatore del Mte e attualmente deputato per Argentina Humana – e Emilio Persico in Trabajo y organicacion en la Economia Popular. «La definiamo come l’insieme dei processi economici immersi nella cultura popolare, basati su mezzi di lavoro accessibili e sul lavoro non tutelato», aggiungono. Nel libro che i militanti del movimento usano per formarsi, i due autori parlano in maniera inedita del concetto di economia sommersa.

«Siamo informali?», scrivono Grabois e Persico, «Sì, ma è un’idea fuorviante. Il nostro è un problema di sostanza, non di forma. Se fossimo registrati, ma alle stesse condizioni, non cambierebbe nulla, se non nelle statistiche. Viviamo una situazione lavorativa precaria? Sì, ma se le cose continuano così, siamo condannati a rimanerci per sempre. Siamo lavoratori autonomi? A volte non direttamente, perché in molte piccole imprese potremmo anche lavorare per qualcun altro come dipendenti, operai o assistenti. Ma anche quando siamo completamente autonomi, dipendiamo comunque dal mercato per il nostro sostentamento. Siamo improduttivi? Assolutamente no, perché produciamo le nostre vite, il nostro lavoro, la nostra dignità. Siamo lavoratori esclusi dai diritti».

«Non abbiamo bisogno di padroni che ci sfruttino. Sappiamo coltivare la terra, cucire, riciclare», spiega a Claim Mati Capoblanco, cartonero, militante e presidente di Costruyendo de Abajo, una cooperativa cartonera nell’hinterland di Buenos Aires. Riferendosi al concetto di economia popolare, parla di persone che si inventano un lavoro, che sopravvivono alle difficoltà della vita con creatività: «Il nostro capo è lo Stato nel senso che deve essere una istituzione che deve riconoscere il servizio che forniamo».

«Dopo la crisi esplosa nel 2001 inizia a emergere la figura del cartonero», continua Capoblanco, «prima non esisteva. C’erano pochissimi compagni che si dedicavano a raccogliere il cartone, non era redditizio. C’era chi raccoglieva vetro, metallo, stoffa. Quando è crollato il rapporto tra peso argentino e dollaro, le aziende hanno
smesso di importare cartone e sono state costrette a comprarlo internamente. Decine di migliaia di persone licenziate dalle fabbriche hanno iniziato a raccogliere cartone nelle strade per rivenderlo».

Se fino ad allora l’economia popolare era composta principalmente di venditori ambulanti e artigiani, con la crisi del 2001 il riciclo, inizialmente attraverso il baratto, inizia a prendere piede. Molta spazzatura che fino ad allora era un rifiuto, incomincia a diventare lo stipendio di tanti lavoratori. «All’epoca lo Stato ci criminalizzava dicendo che la spazzatura era di sua proprietà. Dopo 25 anni di lotta, siamo riusciti a cambiare lo sguardo dei governi. La spazzatura è di chi la trova. E chi la raccoglie e la divide sta facendo un servizio che lo Stato deve riconoscere, oltre a fare un bene per l’ambiente e a creare un valore da ciò che è scartato».

Decine di migliaia di lavoratori sono passati dallo scavare nella spazzatura, essendo perseguitati dalla polizia, rischiando di essere arrestati ogni giorno, a organizzarsi, a essere riconosciuti, a collaborare con i municipi delle città argentine nella gestione dei rifiuti. «L’unico modo è organizzarsi e crediamo che il modo migliore per farlo sia in cooperativa».

Mati Capoblanco coordina una delle tante cooperative create in Argentina dal suo movimento. L’ho incontrato a Matanza, un municipio nell’estrema periferia di Buenos Aires, dove hanno un punto di raccolta e smistamento dei materiali. «Le nostre entrate si compongono del materiale dei grandi produttori che smaltiamo con i camion di nostra proprietà, del materiale raccolto singolarmente dai compagni per strada, e dal riconoscimento municipale che ci paga una somma per i rifiuti che grazie al nostro riciclo non viene interrato illegalmente sotto terra», aggiunge. Questo riconoscimento è frutto di una lotta, che oltre a riconoscere il valore ambientale
del lavoro dei cartoneros, dimostra come una volta insieme, gli interlocutori siano costretti a riconoscere la dignità di chi lavora.

«I compagni indipendenti hanno difficoltà a formalizzare il loro lavoro quotidiano. L’economia popolare organizzata» spiega ancora: «Ci permette, invece, di dare al lavoratore la possibilità di scegliere quando e come lavorare. Insieme garantiamo una struttura che riconosce in maniera equa il lavoro di ogni cartonero. Prima, i luoghi dove si portavano i materiali pagavano in nero, a prezzi molto più bassi, che variavano da persona a persona, senza un criterio ufficiale. Con la cooperativa, il prezzo è fisso e sempre lo stesso, e non possono farcene uno più basso. Ogni lavoratore in più riceve una ricevuta che attesta il pagamento. Ogni ricevuta indica i chili di cartone venduti ogni mese e ogni due settimane trasferiamo sul conto dei nostri compagni quello che gli spetta. Lo possiamo fare perché vendiamo collettivamente, uniti, ai compratori di materiale riciclato».

Molto diversa è la figura quasi mitologica che il racconto neoliberista ritrae del lavoratore solo, capo e imprenditore di se stesso, che si realizza impegnandosi, che se vuole può, sgomitando però per
farsi spazio, in competizione con i suoi simili, lasciando indietro i più deboli. Il lavoratore dell’economia popolare esiste e resiste, più forte, se si organizza. È la moltitudine solidale – che diventa forte davanti alle grandi imprese che invece vorrebbero i poveri fragili e indifesi – che pretende riconoscimento perché trova soluzioni al malfunzionamento del capitalismo e dei suoi scarti, e allo Stato che non arriva ai margini. La logica neoliberista è quella di schiacciare i lavoratori più deboli, deregolamentandone i diritti attraverso l’egemonia del culto meritocratico: togliere le tutele e convincere che te le puoi conquistare se te le meriti. Ma devi farlo da solo.


I lavoratori dell’economia popolare, però, se organizzati, diventano necessari per lo Stato e per gli stessi governi che li vorrebbero reprimere. Questi lavoratori si riappropriano della loro cultura, quella popolare, e ne fanno un paradigma. In un’epoca di frammentazione, in cui il capitalismo cambia e inventa nuovi orizzonti senza regole e diritti chiari e sanciti – come nel capitalismo delle piattaforme – la creatività dei lavoratori esclusi in Argentina offre vie e soluzioni che talvolta sfuggono alle organizzazioni dei lavoratori tradizionali.

Almeno due generazioni di argentini non hanno familiarità con il funzionamento di un’azienda, di una fabbrica o di un’officina; non hanno mai goduto di un salario dignitoso, di ferie, della tredicesima, di una previdenza sociale o di un sindacato che li proteggesse dagli abusi. «Non conoscono il concetto di sciopero», si legge sempre nel libro di Grabois e Persico. «I nostri compagni hanno creato il proprio lavoro nei quartieri popolari, nel sottosuolo della patria, nelle periferie dimenticate. Molti svolgono lavori occasionali, lavorano in modo indipendente. Altri, meno fortunati, sono soggetti a nuove forme di schiavitù, perché solo il sovrasfruttamento del lavoro consente alle aziende tecnologicamente arretrate di generare profitti», scrivono sempre Grabois e Persico. Oggi l’organizzazione dei cartoneros del Mte ha raggiunto livelli tanto sofisticati da poter organizzare i riciclatori più formati, che gestiscono anche i macchinari più sviluppati della capitale per il riciclaggio dei rifiuti. Ma perché tutto ciò ci dovrebbe riguardare?

L’Argentina di Javier Milei è un laboratorio della destra globale, strumento di controllo politico in una società dove lo smantellamento dei diritti dei lavoratori raggiunge frontiere inedite. A partire dall’ultima riforma del lavoro, che Juan Grabois intervistato da Claim a Buenos Aires, descrive come una riforma che «ignora l’esistenza di un’asimmetria nelle relazioni tra datore di lavoro e lavoratore». Secondo Grabois come effetto immediato questa riforma porterà a una «peruvianizzazione dell’economia del Paese. Si tratta di una tendenza storica teorizzata da Hernando del Soto, diventata quasi una dottrina economica, secondo cui la mancanza di regolamentazioni del lavoro e mancanza di struttura del mercato del lavoro sarebbero fattori di crescita», aggiunge. Il risultato, realisticamente, è la creazione di una riserva infinita di lavoratori ricattabili e disperati.

«I lavoratori dell’economia formale stanno perdendo le vacanze, la tredicesima, le indennità. Alla gente sembra non importare, ma si sta creando un vuoto enorme nella politica e nei sindacati che non intercettano ciò che c’è dietro», spiega sempre Mati Capoblanco. «Noi siamo nati da una crisi molto simile a quella che stiamo vivendo oggi, e probabilmente emergeranno nuovi soggetti che proveranno a far fronte alla catastrofe che ci aspetta».

Se la Utep federa 500.000 lavoratori ne rimangono altri 6 milioni e mezzo in tutto il Paese. «Se è così difficile già per noi che siamo organizzati, figuriamoci per loro, che sono ancora più criminalizzati». E sono criminalizzati, allo stesso modo, i circa 3 milioni di lavoratori non regolari in Italia. In aumento, anno dopo anno, perché in aumento è l’economia sommersa: cresciuta del 7.5% dal 2022 al 2023. Dai dati Istat emerge che il lavoro irregolare è molto alto nei servizi alla persona (quindi lavoratori e lavoratrici di cura), in commercio, ristorazione, turismo e settore edile. Sono definite irregolari le posizioni lavorative per le quali non viene rispettata la normativa vigente in materia fiscale e contributiva, e quelle relative alle attività illegali, quindi non osservabili dalle aziende e le istituzioni.

Vengono chiamati lavoratori irregolari, stigmatizzati e razzializzati. Vengono chiamati settori a bassa produttività, ma se si organizzano cosa succede? Da settore di sfruttati, umiliati e maltrattati diventa il settore «che i capitalisti non vorrebbero», come scrive Grabois. Quella dei cartoneros è un’altra versione della storia. E organizzando la speranza, i movimenti che li federano annientano lo stigma che sovra determina la loro identità. I numeri in Italia parlano chiaro: la nostra economia – insieme al modello di governo – vanno in una direzione non così distante dal contesto argentino. Da questa storia, dalla loro inventiva, sindacati e movimenti possono trarre lezioni importanti per i prossimi decenni che metteranno a dura prova le tradizionali strutture di tutela dei lavoratori.

Autore

Mosé Vernetti Giornalista e attivista, vicedirettore di Claim. Scrive di esteri per La Stampa