La feticizzazione del corpo nero femminile è il risultato della violenza e del rafforzamento degli stereotipi coloniali che si sono sviluppati dall’Europa alle Americhe. In quelli che oggi sono gli Stati Uniti, ad esempio, le donne nere che venivano schiavizzate e sfruttate nei campi da lavoro dai padroni bianchi, venivano spesso violentate e utilizzate come schiave sessuali, oltre che corpi da riproduzione per generare nuovi schiavi. Anche quando gli schiavisti bianchi venivano colti in flagrante durante la violenza, la colpa ricadeva sulla donna nera che aveva subito l’abuso, poiché li aveva “sedotti”. Come viene spiegato nell’articolo “The Jezebel Stereotype” del sito del Jim Crow Museum (che prende il nome dalle Leggi Jim Crow, con cui venne istituzionalizzata la segregazione razziale nel diciannovesimo secolo), non è un caso che la donna nera venisse spesso associata o rappresentata con la figura di Jezebel, ossia una figura biblica stereotipata, peccatrice e dedita alla lussuria. All’idea di inferiorità razziale che veniva attribuita alle persone nere, si aggiungeva anche il ruolo imposto di oggetto sessuale, utile solo per sfogare le violenze e le frustrazioni libidiche dei loro padroni. Non solo, si legge, nell’articolo:
«Lo stereotipo di Jezebel fu utilizzato durante la schiavitù come giustificazione per i rapporti sessuali tra uomini bianchi e donne nere, in particolare per le unioni sessuali tra schiavisti e schiave. Jezebel veniva descritta come una donna nera con un appetito sessuale insaziabile […]. Si sosteneva che la Jezebel dell’era della schiavitù desiderasse rapporti sessuali con gli uomini bianchi; pertanto, gli uomini bianchi non dovevano violentare le donne nere. James Redpath […], nientemeno che un abolizionista, scrisse che le donne schiavizzate erano ‘gratificate dalle avance criminali dei sassoni’ […]».
È uno stereotipo che si può ritrovare anche nella percezione dei coloni fascisti italiani nei confronti delle donne che abitavano nei paesi occupati del Corno d’Africa. L’Italia, infatti, che rispetto ai temi del colonialismo, e ai retaggi che derivano da quel sistema di oppressione, continua a percepirsi “migliore” di Paesi come Francia e Inghilterra, ha avuto un ruolo brutale nell’appropriazione dei corpi delle donne nere, spesso definite come sciarmutte o madame. Mentre la sciarmutta era la versione italianizzata di una parola araba, ossia sharm ta (prostituta), la madama era colei che coabitava con il proprio padrone. Queste relazioni venivano raccontate come svago per gli italiani colonizzatori, possedere una madama era un lusso, come scrive Sandra Ponzanesi. Tra i soldati fascisti, non mancava la diffusione di souvenir fotografici, in cui le protagoniste venivano chiamate “Veneri Nere”: raffiguravano donne nere nude e questa tipologia di rappresentazione contribuì a creare un immaginario tutto italiano ed esotizzante su una presunta predisposizione sessuale delle donne – e bambine adultizzate – africane a prostituirsi, o meglio ancora ad essere pronte a soddisfare ogni desiderio dell’uomo bianco. L’ex colono, e giornalista, Indro Montanelli che fino al 2000 scriveva in una rubrica chiamata La stanza di Montanelli sul Corriere della Sera, giustificava la sua relazione, che di fatto fu una forma di violenza di genere coloniale, con una bambina di origine eritrea di nome Destà che aveva tra i 12 e i 14 anni. Secondo Montanelli, e il pensiero coloniale tutto, lì le bambine erano già donne adulte che potevano quindi essere comprate e usate come serve. Nel 1972, durante un’intervista televisiva a Indro Montanelli nel corso del programma L’ora della verità di Gianni Bisiach, Elvira Banotti, giornalista, scrittrice e attivista femminista di origine eritrea, è intervenuta dicendo: «In Europa si direbbe che lei ha violentato una bambina di dodici anni, quali differenze crede che esistano dal punto di vista biologico o psicologico in una bambina africana?». Montanelli non solo rispose che il suo comportamento non prevedeva alcun tipo di violenza, ma che, come più volte ribadito nella stessa intervista, in «Africa era un’altra cosa». Ciò dimostra che bambine nere e bambine bianche non venivano viste allo stesso modo: le ragazze e le bambine nere erano, e sono tutt’ora, spesso vittime di quello che prende il nome di adultification bias, ossia un fenomeno per cui le ragazze e le bambine, in questo caso attraverso anche una lente razziale, vengono considerate non solo già più grandi, ma più disinibite dal punto di vista sessuale e più colpevoli rispetto alle loro coetanee bianche.
I corpi delle donne nere nel cinema italiano
Se da un lato la decolonizzazione indica il processo con cui i Paesi si liberano da oppressori e sistemi di potere stranieri che occupano territori, dall’altro si tratta anche di un processo che dovrebbe includere la decostruzione della percezione che gli altri hanno dei corpi delle persone che hanno subito quella forma di oppressione. Tale decostruzione, però, richiede un lavoro culturale omnicomprensivo che può avvenire anche tramite la rappresentazione visuale delle persone nere nei media e, in quest’ultimo caso, anche l’Italia ha incluso persone nere, ad esempio, nei film. Tuttavia, è necessario analizzare in che modo è stato fatto e se davvero siano serviti a rompere con la percezione coloniale che si aveva in passato. Ad esempio, negli anni ‘70 divenne famosa l’attrice e poi produttrice cinematografica italiana di origine eritrea Zeudi Araya, la quale, da un lato, rappresentò un enorme passo avanti per il cinema italiano, considerando la presenza quasi nulla (o comunque stereotipata o macchiettistica) delle persone nere sul grande schermo. Dall’altro, i ruoli scritti per le sue interpretazioni, almeno nella prima fase della sua carriera, seguivano quasi tutti lo stesso pattern: la Venere Nera, Jezebel o persino “strega” (così veniva chiamata nel film La Peccatrice) che disturbava l’assetto sociale, che rovinava la famiglia bianca e alto-borghese di un protagonista bianco che puntualmente si invaghiva di lei. «La pubblicità dei film insisteva sulla sua pelle, sulla sua fisicità, sulla sua provenienza da un altrove che l’Italia aveva colonizzato e poi perduto. In quel perduto c’era qualcosa che i film cercavano di recuperare, senza dirlo», scrive la ricercatrice Asha Salim nell’articolo «Il cinema italiano non sa ricordare Zeudi Araya», su Internazionale.
In un documentario realizzato da Fred Kuwornu, regista italo-ghanese, dal titolo Blaxploitalian – 100 Years of Blackness in Italian Cinema (2016), le attrici afroitaliane intervistate hanno affermato che poco era cambiato rispetto agli anni ‘70: i ruoli scritti per loro erano sempre e comunque quelli di prostitute, babysitter o domestiche, con scarso protagonismo e quasi sempre mute.
La feticizzazione del corpo nero femminile è il risultato della violenza e del rafforzamento degli stereotipi coloniali che si sono sviluppati dall’Europa alle Americhe
Microaggressioni e stereotipi quotidiani
Se da un lato la rappresentazione mediatica può contribuire a sfatare miti e stereotipi, dall’altro, può contribuire a confermarli: ad oggi gli stereotipi di genere che colpiscono noi donne nere sono ancora gli stessi. Quando si parla di violenza di genere e molestie, è impossibile parlare di tutte le soggettività socializzate come donne senza prestare attenzione agli elementi che possono accompagnare un certo tipo di approccio o di violenza. La pelle nera delle donne viene percepita come terreno di conquista, più che una caratteristica, come tante altre, di una persona. Nella maggior parte dei casi, gli approcci che vengono utilizzati non sono uguali a quelli usati per le donne bianche. Non che in quanto donne non si subiscano approcci o molestie sgradevoli, a prescindere dalle proprie origini, ma fare leva sul colore della pelle, in questo tipo di approccio non è altro che oggettificazione, e secondo questa logica, tutte le donne nere sarebbero uguali e abbordabili, o “facili”. Nei vari tentativi di approccio, il punto non è la donna nera come persona ma la pelle che ricopre il suo corpo.
Il punto non è chi è davvero, ma confermare gli stereotipi che la persona che tenta un primo approccio con lei ha sentito dire sulle Ebony (categoria pornografica) o sull’Africa in generale, presa come un tutt’uno indefinito. E senza contare che la persona con cui si sta parlando potrebbe non aver mai messo piede nel continente in questione perché nata e cresciuta in Italia. Fermo restando che ognuna è libera di gestire le proprie relazioni come meglio crede e nel pieno della propria autodeterminazione, lo stereotipo razziale si innesca nel momento in cui si dà per scontato che l’eventuale predisposizione di una donna nera a concedersi sia automaticamente il riflesso di tutte le altre solo perché le accomuna il colore della pelle.
Vivere nell’intersezione di razza e genere quindi, comporta non solo far fronte agli stereotipi descritti finora, ma anche al razzismo istituzionale di un Paese che, ad esempio, continua a considerarle meno italiane perché nate con il “sangue sbagliato” (in virtù di una legge sulla cittadinanza, la n. 91 del 1992, basata sullo ius sanguinis e sull’acquisizione della cittadinanza, a patto di soddisfare requisiti molto stringenti e attraversando un limbo burocratico fatto di ostacoli, dopo 18 anni, se si nasce nel Paese). Questa “non appartenenza imposta” comporta quindi il dover quasi sempre spiegare il motivo per cui ci si trova qui, rispondendo a frasi apparentemente innocue ma che puntualmente ristabiliscono ruoli, ridefiniscono confini. In quanto donne nere si sa già che, il più delle volte, rispondere «di Roma» o «di San Benedetto del Tronto» alla domanda «di dove sei?» non basta mai, in un Paese che continua a non voler riconoscere persone di vari background come parte integrante del tessuto sociale. Solitamente la conversazione prosegue con l’interlocutore/trice che chiede insistentemente «Sì, ma di dove sei veramente?». Per quanto possa esserci della genuina curiosità dietro a una domanda simile, è impossibile non notare come tale domanda non venga generalmente posta ad altre persone bianche (che pur potrebbero essere di origine svedese, danese o rumena), proprio perché le caratteristiche fisiche white passing rappresentano il default del sistema sociale e culturale italiano.
Essere donne nere in Italia comporta ancora oggi subire l’effetto di retaggi coloniali mai decostruiti e di microaggressioni quotidiane dettate dagli stereotipi. La pelle nera è stata, ed è tuttora, oggetto di discriminazioni, feticizzazioni e pregiudizi. Tuttavia, sebbene rimanga l’involucro con cui come donne nere ci presentiamo, non è nemmeno possibile ridurlo ad unica caratteristica della nostra personalità (oltre che dei nostri lavori e interessi). Non fossimo in una società strutturalmente razzista, il colore della pelle sarebbe una caratteristica come un’altra, eppure, una delle funzioni del razzismo è proprio la distrazione, poiché come persone nere ci troviamo quotidianamente a dover smentire stereotipi, correggere pregiudizi, giustificare il perché della nostra presenza qui. E questo avviene perché decostruire il razzismo richiede uno sforzo che, in ogni caso, gran parte della controparte bianca non è ancora disposta a fare. La maggioranza bianca non deve solo cambiare lo sguardo che ha nei nostri riguardi, ma assumersi la responsabilità di autocriticarsi e mettere in discussione il sistema in cui vive, sotto l’aspetto storico, sociale e culturale.