«Il futuro è incerto», «il futuro è da conquistare», «il futuro non è garantito». Sentiamo che bisogna prepararsi, adattarsi, competere, innovare. Ma sotto il peso di tutte queste parole, il presente scompare. Ci abituiamo a pensare, agire e scegliere solo in funzione di un futuro che dovrebbe liberarci, e invece ci ingabbia.
Come ogni primo numero questo è un esperimento. Sarà diverso dai numeri che seguiranno, e avrà due volti opposti e complementari. Due estremi antitetici, due copertine che rendono lo sfoglio della rivista una sintesi. Perché se ancorarsi solo all’idea di un futuro migliore ci imprigiona, esiste un presente che possiamo trasformare con la speranza di un domani diverso e più degno. Nel comprendere il momento che stiamo vivendo con l’intento di volerlo trasformare, sul futuro si investe, si immagina e si sogna. E per questo Di futuro si vive.
Il primo numero di Claim indaga alcuni aspetti chiave del presente partendo dalle sue istanze politiche, sociali e culturali. Al fine di rimanere focalizzati sullo spazio del contemporaneo, autonomo dal continuo rimando a una lettura dell’oggi attraverso categorie del futuro. Non può essere il domani l’unica chiave con cui leggere l’attualità, con cui comprendere il nostro ruolo per cambiare le cose.
Claim è una rivista bimestrale, cartacea, indipendente e senza pubblicità. Una rivista con una vocazione popolare: distribuita gratuitamente e in modo massivo in luoghi di lavoro, scuole, università, spazi sociali e culturali, librerie indipendenti, strade ed eventi. Edita dalla Filcams Cgil, la federazione delle lavoratrici e dei lavoratori del commercio, del turismo e dei servizi, Claim vuole farsi carico di istanze concrete. A partire dalla condizione di subalternità che le persone vivono in un presente dove il desiderio di rivincita è troppo spesso distante dal riscatto collettivo. Claim ha una linea editoriale indipendente, ma è in dialogo costante con la Filcams. Il rapporto con l’editore si esprime nella volontà di esplorare metodi di lotta volti al contrasto dell’individualismo, dello sfruttamento, della solitudine.
Immaginiamo Claim come uno spazio di incontro tra approfondimento e rivendicazioni nette. Uno spazio di sintesi che stimoli un conflitto produttivo.
Un lavoro che vogliamo portare avanti con umiltà, mettendoci in discussione, attraverso una pratica militante di ricerca e dialogo.
È un esperimento editoriale che nasce a cavallo di più epoche, dove i punti fermi del tempo che ci precede non ci danno più gli strumenti per interpretare quello che sta accadendo intorno a noi. Per questo è il momento di costruirne di nuovi. Abbiamo deciso di partire dalla carta, sentendo la necessità – circondati da una distribuzione culturale e da un’informazione convulsa e istantanea – di provare a fermarci per riflettere.
Scegliamo di partire da un punto fermo e sintetico: un Claim. Dal quale vogliamo che si apra un dibattito libero, fatto di immagini, analisi, forme di espressione eterogenee. Un Claim, dall’inglese rivendicazione, da sviscerare con stili e tecniche narrative differenti. Per ogni lettura di questo presente abbiamo cercato un linguaggio appropriato, sperimentando nuove forme di comunicazione e includendo contributi internazionali. Pensiamo sia necessario rivendicare l’importanza di un giornalismo lento e diretto che renda possibili sguardi e prospettive alternative. Un dibattito a sinistra che faccia della complessità una pratica e non un fine ultimo.
Di futuro si muore quando l’occupazione israeliana ruba un pezzo della tua terra e del tuo spazio vitale, giorno dopo giorno, e nonostante ciò continui a resistere, vivendo di un futuro che sai essere ancora possibile. Ce lo racconta Basel Adra, vincitore del premio Oscar per il miglior documentario con No Other Land.
Di futuro si muore quando ti viene recapitato un ordine di sfratto anticipato nella casa che hai abitato per anni. Di futuro si muore quando vieni condannato a una vita nel limbo perché straniero, che tu sia in viaggio, che tu sia arrivato in un continente che ti rifiuta, che tu sia figlia di persone migranti. Le voci di David Yambio e Insaf Dimassi parlano per tante altre silenziate. Di futuro si muore quando non riusciamo ad accettare il declino, il tramonto, la fine delle cose, secondo Franco La Cecla.
Di futuro si vive, quando a riprendere gli studi sono madri che lavorano fin da bambine, che hanno sacrificato la loro esistenza per un lavoro di cura non retribuito. La stessa cura su cui, secondo Joan Claire Tronto, si fonda la democrazia di domani. Di futuro si vive perché, nonostante le destre neofasciste stiano divorando gli spazi collettivi e democratici, la speranza per un domani migliore è ancora possibile nella lotta di classe, come ci invita a pensare Ken Loach. Di futuro si vive, come suggerisce Marco Castello, attraverso una produzione artistica in grado di disobbedire ai canoni culturali della nostra società.
Di futuro si muore, se si rinuncia al presente. Ma di futuro si vive – delle sue possibilità e prospettive – se attraverso la lotta e la solidarietà, interveniamo in quello stesso presente.
Claim vuole dire poche cose per volta, ma le vuole dire chiaramente.
Sei numeri in un anno. Ogni numero sarà una presa di posizione netta su quello che viviamo e che ci circonda.
Buona lettura.
La redazione di Claim