C’è la convinzione diffusa che il termine lotta di classe sia ormai vecchio, anacronistico, desueto. Il crollo delle ideologie, l’avanzare dei neo-nazionalismi e lo sfibrarsi dei movimenti di massa in Occidente hanno indebolito la capacità di riconoscersi in un “noi”.
«Parlate di un mondo che non c’è più», «ormai le classi non esistono», «la classe lavoratrice non è più massa». Tutte frasi che conservano un velo di verità: la società è cambiata, esiste sempre meno una dimensione collettiva in cui le persone si riconoscono, e di conseguenza il senso di appartenenza a una classe sociale specifica.
Dopo decenni di lavaggio del cervello sul culto dell’individuo e del merito – che colpevolizza i poveri dei loro mali – il rebranding del pensiero neoliberista ha avuto talmente effetto da farci venire un brivido anche solo nel leggere l’espressione lotta di classe.
Eppure le nuove generazioni non hanno smesso di cercare e costruire lotte comuni per identificarsi in qualcosa. Cosa significa mettere insieme le lotte? La rivendicazione dei diritti dei migranti, della comunità LGBTQIA+, di un mondo al collasso climatico, il contrasto allo sfruttamento e all’oppressione dei poveri, le lotte femministe contro il patriarcato e le rivendicazioni delle classi lavoratrici non sono questioni separate, ma figlie di un’unica matrice.
Tutte le lotte sono di classe non fotografa lo status quo fatto di divari crescenti e tecno capitalismi oligarchici, ma cerca di unire i puntini delle tante lotte sparse, con l’obiettivo di dare una lettura di classe alle istanze proprie delle fasce subalterne di oggi.
Le classi non sono scomparse: hanno cambiato forme, lavori e linguaggi, ma sono ancora oggi vittime dello stesso squilibrio di potere di ieri. Pensiamo che sia pericoloso non poter parlare di classe. Oggi che si è appurato – molto tardi – che le disuguaglianze crescono a velocità incalcolabili, è più che mai necessario poter parlare di lotta di classe, e potersi riappropriare del suo significato. Di nuovi significati.
Perché se c’è qualcosa che accomuna le ingiustizie è che i poveri le subiscono più dei ricchi. E si dà il caso che questi ricchi abbiano nomi e cognomi, mentre i poveri una cosa che li accomuna: quella di essere la maggioranza.
«C’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo», diceva Warren Buffet nel 2006, forte di un sistema che sembrava too big to fail, finché non è collassato nel 2008. Siamo però sicuri che oggi la lotta di classe sia finita, o che sia, come pensano alcuni, addirittura persa? È così per Marco Revelli, che a 12 anni dal suo libro «La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi». Vero!, vede lo scenario delle disuguaglianze globali non soltanto peggiorato, ma catastrofico. Non è così invece per il popolo iraniano, che dopo decenni di soffocamento del regime islamista degli Ayatollah continua a rivoltarsi, per il pane ma soprattutto per la dignità. Lo racconta Maysoon Majidi, che spiega come le ultime rivolte sedate con livelli di violenza senza precedenti, siano iniziate proprio dalla chiusura delle serrande dei Bazar. Donna, Vita e Libertà, dice l’autrice, non è uno slogan, bensì un orizzonte di dignità.
Dignità calpestata da un sistema economico che si fonda in primis sulla sottomissione delle donne: lo spiega Azzurra Rinaldi, che dai mercati di Teheran si sposta al mercato globale che fin dalla prima rivoluzione industriale ha estratto valore dal lavoro di cura non retribuito. Non è solo l’industria del ‘900 a discriminare: continuano a fare lo stesso gli algoritmi oggi. Diletta Huyskes racconta che esistono da tempo processi burocratici automatizzati che riproducono sistematicamente dei bias nei confronti delle persone marginalizzate.
“Il maranza è negli occhi di chi guarda”, non solo se si parla della tecnologia che discrimina e profila su base razziale e di classe, ma anche quando le istituzioni che ci rappresentano creano il nemico pubblico a partire dai ranghi più fragili della società. Nella Milano delle Olimpiadi e delle disuguaglianze, però, c’è chi rifiuta questa etichetta e prova a cambiare il proprio quartiere, come scrive Gabriel Seroussi. Anche perché nelle scuole l’ascensore sociale è rotto. Livia Paccarié raccoglie le voci da scuole in contesti emarginati di tutta Italia: in un Paese dove il pubblico non è più un ponte verso il miglioramento, le persone cercano di trovare vie di riscatto a modo loro.
Claim vuole parlare di lotta di classe come una cosa nuova. Attuale, necessaria. Le cose nuove che secondo i temi emersi durante il Quinto Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari dello scorso ottobre, non devono essere tecnologie e intelligenza artificiale, bensì diritti fondamentali come Casa, Terra e Lavoro.
Luca Casarini e Don Mattia Ferrari riflettono in dialogo sulle implicazioni di queste “cose nuove”, invitandoci a guardare il mondo dalle periferie. Cose nuove non sono invece i fascismi e i neo-nazionalismi di destra che stanno fagocitando il mondo: Texas Trigger, il fotoreportage di Marco P. Valli e Luca Santese, ci mostra la violenza, le contraddizioni, degli Usa di Trump dove sono sempre i ricchi a vincere. Mentre Clara Mattei ci ricorda come l’alleanza tra fascismi ed élite economiche abbia posto le basi per la sconfitta delle classi lavoratrici negli anni venti del ’900, e per le politiche di austerità – capostipite dell’economia neoliberista – oggi.
La lotta di classe ti mette al tappeto: Giulio Armeni (Filosofia Coatta) è ironico, ma ha ragione. La lotta di classe può far male, ma non devono vincerla i miliardari. Tutte le lotte sono di classe. Forse per troppo tempo non lo sono più state, e oggi che quattro miliardi di esseri umani possiedono l’equivalente di dodici maschi bianchi, è urgente che la classe torni al centro di tutte le rivendicazioni.
Il secondo numero di Claim vuole aprire un dibattito.
Buona lettura
La Redazione di CLAIM