«Sul mio marciapiede c’ero solo io, poi cominciai ad accogliere quelle che erano state cacciate da un altro marciapiede, e arrivammo a essere cinque». Nessun atto fondativo, nessuna dichiarazione di intenti, nessuna assemblea costituente: un marciapiede, delle lavoratrici sessuali e la necessità di non rimanere sole a lavorare. Le parole di Georgina Orellano, cresciuta nella periferia di Buenos Aires, in Argentina, ed entrata nel mondo della prostituzione a diciannove anni, raccontano che il marciapiede per le lavoratrici sessuali non è mai stato uno spazio solitario. «Poter avvisare le tue colleghe che esci con un determinato cliente e sapere se hai di fronte qualcuno di cui ti puoi fidare» è sicurezza sul lavoro. E la si costruisce con chi abita il marciapiede ogni giorno e ogni notte. Le regole sono semplici e vincolanti: «Pagare il posto, rispettare il marciapiede e l3 altr3, non fare l3 furb3». Non è anarchia, è una forma di autorganizzazione che non viene riconosciuta perché si preferiscono le immagini del disordine, delle vittime, dell’emergenza da gestire con le retate. Un’immagine che invisibilizza una comunità che si costruisce nelle pause tra un cliente e l’altro, nelle conversazioni sulla «famiglia, l3 figl3, i conti da pagare, quanti soldi dobbiamo fare quel giorno per stare a posto, avvisarci se la polizia rompe le scatole o se abbiamo avuto una cattiva esperienza con un cliente per evitare che succeda anche con le altre».
Il marciapiede è anche sistema di allerta, un archivio condiviso di protezione in tempo reale. Perché nel la- voro criminalizzato e non riconosciuto, le lavoratrici sessuali non smettono di esistere ma semplicemente continuano a sopravvivere ai margini. Lo Stato, nel frattempo, nell’esperienza di Georgina e delle sue compagne, si presenta in divisa, con retate e arresti arbitrari. E qui la differenza tra lavorare da sole e lavorare in comunità diventa letteralmente la differenza tra subire in silenzio o resistere.
Georgina racconta la prima volta che è finita in prigione: sola, senza capire perché, con la polizia che rispondeva: «Hai perso» a ogni domanda. Non sapeva per quante ore sarebbe rimasta detenuta, se l’avrebbero richiamata, se doveva trovare un avvocato. Era l’ignoranza dei propri diritti a renderla vulnerabile: «Proprio l’ignoranza, il non conoscere i miei diritti o le leggi vigenti riguardo al lavoro sessuale, è ciò che spesso fa sì che la polizia si approfitti della nostra vulnerabilità». È un meccanismo preciso, consapevole, sistematico: «Le persone esposte alla violenza della polizia sono sempre le stesse: l3 pover3». Le volte successive, quando fuori dalla stazione c’erano delle compagne che bloccavano le strade, chiamavano gli avvocati, documentavano con i video, «la polizia cambiava registro». Dalle manette sulla volante a una sedia e un bicchiere d’acqua. «Solo dopo gli avvocati sono potuti entrare». La comunità non è solo supporto emotivo: è deterrenza. La violenza istituzionale funziona nell’isolamento. La visibilità collettiva la inceppa.
A Roma, durante il lockdown del 2020, qualcosa di simile è nato in un contesto completamente diverso. Il lavoro si è fermato, i soldi non entravano e un gruppo di lavoratrici sessuali transgender colombiane si è ritrovato intorno a dei dipinti, pagato per fare arte. Giuliana racconta che «quando ho visto le prime donne trans per strada – ero gay, non mi ero ancora sottoposta a nessun intervento – ho pensato: «Un giorno voglio essere come loro». Avevo circa 17 anni, tornavo da una discoteca nella mia città, Cali, in Colombia. Ce n’erano tante, tantissime all’epoca. Da lì ho deciso che sarei diventata trans, e per quanto riguarda il lavoro… non so spiegarlo esattamente, mi attirava. Avrei potuto fare qualsiasi altra cosa, mia madre mi ha dato la possibilità di studiare, mi ha dato tutto. Ho scelto questo perché mi intrigava: la notte, il modo in cui le ragazze interagivano con i clienti, salivano sulle macchine. Non era solo una questione sessuale. Mi piaceva quell’atmosfera, quel contesto. Ci ho provato e ci sono rimasta». Dopo un percorso di transizione, una migrazione verso l’Italia e anni di lavoro nel mondo sessuale, il lockdown non permette più di poter praticare lavoro sessuale per strada e quindi nasce la Feel Good Cooperative: «Paola aveva bisogno di lavoratrici per un progetto e Serena le ha parlato di una sua amica, Alessandra Lopez, che a sua volta conosceva ragazze nel nostro settore. Ci ha riunite tutte per fare dei dipinti e ci ha pagate per questo, visto che in quel periodo non lavoravamo. Abbiamo cominciato così».
Quando chiediamo a Georgina e a Giuliana di esprimere un desiderio al genio della lampada per sé e per le loro compagne, quello che rispondono non ha nulla di straordinario. Sono le stesse cose che qualsiasi lavoratrice ha il diritto di pretendere


Foto di Pauline Curnier Jardin e Feel Good Cooperative
Ma quello che è cominciato così non si è fermato ai dipinti. La cooperativa ha continuato, ha esposto a Villa Medici, a Berlino, a Colonia. Ha trasformato un gruppo di colleghe in qualcosa che «somiglia a una famiglia» e che restituisce quello che il lavoro da solo non riesce a dare. «Con la cooperativa mi sento più persona», racconta Giuliana. Ciò di cui parla non ha niente a che vedere con la svalutazione del lavoro sessuale, ma con il riconoscimento che esistere in uno spazio in cui non si è solo lavoratrici, in cui si è anche artiste, colleghe, amiche, restituisce dimensioni di sé che lo stigma e la clandestinità tendono a comprimere. «Con la cooperativa discutiamo di cose completamente diverse rispetto a quelle di cui parliamo quando siamo al lavoro. Non pensiamo solo a soldi e sesso».
C’è un filo politico che attraversa entrambe le storie e che rischia di andare perso se si riduce alla dimensione identitaria. Georgina lo dice con una durezza che sembra essersi solidificata nel tempo: «A noi puttane ci hanno negato persino l’appartenenza di classe. Sono stata sindacalista prima di essere femminista, ho abbracciato la mia identità di lavoratrice e l’appartenenza di classe, qualcosa che ancora oggi manca a un certo femminismo borghese». Il sindacato per Georgina non è solo assistenza legale o supporto psicologico: è il luogo in cui si impara che ciò che si subisce ha un nome, una causa strutturale, e può essere collettivamente combattuto. «La comunità e il sindacato mi hanno dato conoscenze e per me avere conoscenza significava avere potere». Un potere che si costruisce tra pari, nel riconoscimento reciproco di essere lavoratrici con dei diritti. «Scelsi tra le opzioni che avevo, e che ho tuttora, in quanto donna appartenente alla classe lavoratrice. Il problema non è il lavoro sessuale, è la povertà».
Isolare significa non riconoscere la classe. Significa anche non dover rispondere a nessuna rivendicazione collettiva, non dover fare i conti con nessuna richiesta concreta. Quando chiediamo a Georgina e a Giuliana di esprimere un desiderio al genio della lampada per sé e per le loro compagne, quello che rispondono non ha nulla di straordinario. Sono le stesse cose che qualsiasi lavoratrice ha il diritto di pretendere. Georgina le elenca con precisione: «Avere il diritto all’assistenza sanitaria completa, il diritto alla non discriminazione, il diritto al rispetto delle decisioni che prendiamo quando esercitiamo il lavoro sessuale, contributi pensionistici, affinché le nostre colleghe possano andare in pensione, come riconoscimento del nostro servizio e degli anni che abbiamo dedicato a questo lavoro». Per Giuliana, invece, l’obiettivo è «trovare una stabilità economica. Adesso che ho ancora la forza di continuare a lavorare, vorrei costruirmi qualcosa per il futuro, per poter smettere a una certa età. Non vorrei farlo fino a troppo tardi». Smettere quando si vuole, non quando si è costrette. Andare in pensione. Avere una copertura sanitaria. Essere rispettate nelle proprie scelte. Desideri con implicazioni radicali: chiedono che lo Stato riconosca un lavoro che ha scelto di non vedere, che estenda diritti a chi ha sistematicamente escluso. Che smetta, una volta per tutte, di usare la criminalizzazione come risposta alla povertà. Nel frattempo, in attesa di quel riconoscimento, la comunità tiene. Nessuna lavora da sola, e per le lavoratrici sessuali, in Italia come all’estero, questo non è un principio etico astratto. È l’unica forma di welfare che hanno le puttane di tutto il mondo.