Cittadini di un Paese alleato di Vladimir Putin vanno a combattere per difendere l’Ucraina. Perché è solo attraverso la liberazione di Kiev dal giogo russo che avverrà l’autodeterminazione della Bielorussia e l’Unione europea potrà salvarsi.
A pensarla così sono qualche migliaio di dissidenti scappati dal regime bielorusso di Aleksandr Lukashenko, non per scelta ma per sopravvivenza. Per loro, allontanarsi dalla terra che li ha repressi non basta. Vanno avanti nella convinzione che contrastare l’imperialismo del presidente russo sia l’unica chiave per garantire un futuro alla loro nazione e all’Europa, se desidera rimanere terra di diritti e democrazia. Così entrano nelle fila dell’esercito per difendere la pace con le armi, un paradosso agli occhi di chi ha la possibilità di scegliere, apparentemente inevitabile per chi non ha altra garanzia di futuro.
«Non ho partecipato alla guerra in Ucraina per il gusto di uccidere. Bensì, perché non potevo fare in altro modo, spinto dal desiderio di tornare a vivere nel mio Paese. E dalla necessità di non rinnegare i valori in cui credo», spiega a Claim Aliaksandr Klachko, 41 anni. Come molti altri oppositori di Lukashenko ha dovuto lasciare la Bielorussia nel 2020, quando il Presidente, allora eletto per la sesta volta, ha deciso di sopprimere con veemenza ogni forma di dissenso, per timore che altrimenti sarebbero stati i manifestanti dalle piazze a soffocare lui.
«Nel dicembre del 2020 la polizia si è presentata a casa mia perché avevo preso parte all’ondata di proteste scoppiate dopo le elezioni, oggi conosciuta come la Rivoluzione delle Ciabatte. Così sono stato costretto a scappare, all’improvviso.
Da solo, in taxi fino al confine lituano, che al tempo ci permetteva di entrare senza visto. Ho dovuto lasciare tutti i cari, i miei genitori, mia sorella, la mia compagna e mio figlio»,
racconta con il volto corrucciato, che contrasta con il tono sorprendentemente pacato. È in tenuta militare davanti allo schermo del pc, seduto alla scrivania della sua abitazione che sembra spoglia, a Vilnius, in Lituania, dove adesso vive e lavora come informatico: «A Minsk non posso rientrare, sono ricercato».
Klachko confessa che a scuotere la sua coscienza, a impedirgli di vivere la vita normale che stava provando a costruirsi in Lituania, è stata l’invasione russa dell’Ucraina, il 24 febbraio del 2022: «Ho sentito che dovevo fare qualcosa per un duplice motivo. Da un lato mi sono sentito offeso come se qualcuno mi avesse sputato in faccia, per il modo in cui Putin ha sfruttato il nostro Paese nella sua guerra contro Kiev. Dall’altro lato, sentivo dentro di me che se l’Ucraina fosse caduta in mano russa, per la Bielorussia si sarebbe allontanata di secoli la possibilità di essere libera». Klachko spiega così la decisione di andare a combattere, animato dalla convinzione che mettere a rischio la vita fosse l’unico modo che aveva a disposizione per costruirsene una.
«Niente di personale eh, ma abbiamo l’ordine di non accettare bielorussi». In questo modo – a quanto racconta – gli rispondevano gli ucraini senza lasciargli la possibilità di spiegarsi, quando – il 4 marzo del 2022 – è arrivato a Leopoli con l’intenzione di arruolarsi nell’esercito. Dice di essersi trovato isolato per la diffidenza dei locali nei confronti dei bielorussi, considerato un popolo aggressore. Ma di non aver mollato nonostante l’umiliazione di essere trattato come un alleato di Putin. Anche se, nella realtà, è uno dei suoi oppositori più convinti.
«Non mi sono arreso e tramite Telegram ho saputo che a Kiev stava nascendo il primo nucleo di quello che poi sarebbe diventato il reggimento Kastuś Kalinoŭski (un’ala militare delle forze armate ucraine composta da volontari bielorussi, ndr) ». Klachko racconta che all’inizio avevano fatto base in una scuola, insieme ad alcuni membri della brigata Azov. E che ad essergli rimasta in mente era la cronica mancanza di equipaggiamento, non tanto armi per colpire, quanto elmetti e giubbotti per proteggersi.
«Ricordo di aver visto gli attacchi missilistici nella fabbrica che produce gli aerei Antonov e il bagliore rosso nel cielo sopra Bucha, che era occupata dai russi. Il 24 marzo ho prestato giuramento per entrare in Kalinoŭski, che si era appena formato. Poi abbiamo seguito un addestramento molto intenso, prima di andare al fronte. In poco tempo ho messo su 8 chili di massa muscolare».
Le descrizioni di Klachko dei giorni in prima linea sono vivide. Non ha bisogno di fare pause o di momenti di raccoglimento per riportare alla mente quello che ha vissuto. Ogni frase segue la precedente proprio come se non avesse altra scelta che uscire, venire fuori. Racconta che la sua prima missione importante è stata nei dintorni di Mykolaiv dove ha preso parte all’assalto di un villaggio che era finito in mano russa. Poi Lysychans’k, Severodonetsk, Huljajpole e Bakhmut dove è rimasto dall’ottobre del 2022 fino all’aprile del 2023. «Ero molto sorpreso dal fatto che anche durante la guerra, anche mentre cadono le bombe o esplodono le mine, gli uccelli cantano. Siamo passati attraverso un bosco che era minato e lì, nonostante le esplosioni, cantavano gli uccelli», sottolinea per esaltare il contrasto tra la bellezza della natura e l’orrore della battaglia, che gli ha fatto accapponare la pelle. Ma anche per giustificare quella che ai suoi occhi è l’inevitabilità del conflitto.
«La guerra non è solo sangue. Ma anche tanta fatica», aggiunge con un filo di voce. Dalle sue parole si capisce che, sì, la guerra fa paura. Ma che oltre al terrore c’è il logoramento fisico. Proprio per questo – stanchezza cronica, nausea permanente, sangue nelle urine – dopo mesi ha lasciato il campo di battaglia. E dopo essere stato in cura all’ospedale di Kramatorsk, ha iniziato la lotta burocratica per far riconoscere la sua malattia come conseguenza del servizio militare. «Un percorso interminabile e complesso» che ha chiuso solo a dicembre del 2023 quando è finalmente riuscito a tornare a Vilnius, dove oggi, oltre al suo lavoro, si dedica, come volontario, al supporto dei suoi connazionali che tornano dal fronte.
Come Klachko anche Pavel Maryeuski, 35 anni, e Witalij Lakotko, 42, sono bielorussi dissidenti scappati dalla repressione di Lukashenko. Nel 2020 hanno trovato nell’Unione europea un rifugio. Ma quando è iniziata l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina hanno sentito il dovere di andare a combattere per difenderla. Entrambi mossi da «una necessità impellente», nel momento in cui hanno, di nuovo, deciso di mettere in pericolo le loro vite per conquistare quella che credono essere la libertà, convinti di non avere altra chance.
Maryeuski non ha dubbi: «Lottare per la democrazia in Bielorussia – confida a Claim – e difendere l’Ucraina non sono due atti separati. La liberazione di Minsk passa attraverso la liberazione di Kiev». Dopo aver partecipato alle operazioni del reggimento Kalinoŭski per impedire che la capitale ucraina finisse in mano russa e per la liberazione di Kherson, è tornato in Polonia, a Varsavia. Lì, dal 2023 dirige l’Associazione di veterani bielorussi che ha fondato per offrire supporto psicologico ai suoi connazionali che tornano in Europa dopo aver partecipato alla guerra in Ucraina, oltre ad essere il Vicepresidente del Consiglio di coordinamento, un organismo non governativo creato dall’ex candidata alla presidenza Sviatlana Tsikhanouskaya per facilitare un trasferimento democratico del potere in Bielorussia, da molti considerato come un governo costretto all’esilio da Lukashenko, che a gennaio 2025 ha iniziato il suo settimo mandato.
Per Maryeuski, come per la maggior parte dei dissidenti, la Bielorussia potrà salvarsi solo se si avvicinerà all’Unione europea. Perciò non basta liberarla dal presidente alleato di Putin, serve proteggere anche l’Unione europea dalla minaccia russa: «Secondo i dati a nostra disposizione, nei prossimi 5 anni l’Europa sarà coinvolta in una grande guerra con la Russia. Tutto ci porta a pensarlo. I droni avvistati in Polonia, i caccia che hanno violato lo spazio aereo estone senza autorizzazioni e la guerra ibrida che la Bielorussia porta avanti con gli stati al confine est, strumentalizzando i migranti irregolari, sono solo alcuni esempi. Ecco perché imbracciare le armi non è una scelta ma un’esigenza», spiega il direttore dell’associazione dei veterani con tono preoccupato per la lentezza con cui l’Unione Europea sta rafforzando le sue capacità di difesa ma anche per la poca voglia degli europei, stando a quanto dicono i sondaggi, di combattere in caso di attacco.
Maryeuski vede nelle istituzioni dell’Unione europea la stessa riluttanza nell’accogliere i bielorussi che tornano dalla guerra. «L’Europa ha paura di noi», dice riferendosi al percorso burocratico «lungo e complesso» che i veterani che chiedono un permesso di soggiorno permanente per vivere negli Stati europei devono affrontare, «è temuto soprattutto chi sa usare le armi, perché ci vedono come figure destabilizzanti e pericolose», aggiunge senza riuscire a comprendere le ragioni di tale atteggiamento, senza capire i motivi per cui dovrebbe spaventare chi dedica la vita a proteggere l’Europa.
«Siamo persone che hanno dovuto lasciare tutti gli affetti per scappare dalla Bielorussia. Abbiamo dovuto imparare a vivere da soli in un altro Paese accettando qualsiasi tipo di lavoro pur di guadagnare il minimo per sopravvivere. A tutto questo, per chi torna dalla guerra si aggiunge anche l’orrore di quanto visto e vissuto. Sono in tanti a non farcela, sono purtroppo frequenti i suicidi tra i veterani che vengono abbandonati a loro stessi», racconta Maryeuski prima di chiarire che proprio per evitare questo ha fondato l’Associazione dei veterani.
A pensarla come lui anche Lakotko che in Ucraina non è stato in prima linea: «Ma due o tre chilometri dietro», racconta: «Sono stato un operatore di droni. La guerra non mi ha fatto molta paura perché ho avuto la fortuna di partecipare a operazioni in cui abbiamo vinto, mai a missioni di difesa disperate. Però, non per tutti è così», spiega a Claim prima di aggiungere che circa l’80 per cento dei suoi connazionali che arrivano in Europa dopo aver combattuto necessitano di supporto psicologico specializzato, un servizio costoso e non semplice da fornire per un’associazione, quella di Maryeuski, con pochi fondi a disposizione. «Passiamo da essere vittime della repressione a combattenti per la libertà. E poi d’improvviso non siamo più nulla, dimenticati. Rimaniamo paralizzati nei gangli della burocrazia» conclude senza capire perché, per chi è cresciuto in una terra – l’Unione Europea – fondata sulla promessa di non rivivere l’orrore di due conflitti mondiali, la guerra sia un male da evitare a ogni costo.