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N.2 - Tutte le lotte sono di classe

Ci salverà la redistribuzione non i condizionatori

Anche la crisi climatica colpisce chi è più fragile. L’articolo che segue dimostra con i dati e con la voce di esperti del settore come il rallentamento europeo sl Green Deal e già in generale come la mancanze di investimenti nel sociale per la prevenzione degli eventi climatici estremi, siano un fattore determinante per l’aggravamento delle disuguaglianze.

Non c’è giustizia sociale senza quella climatica. Non è uno slogan ma un’evidenza per chiunque, negli ultimi anni, si sia trovato a fare i conti con il peso del cambiamento climatico e con l’aumento del costo della vita. L’impennata dei prezzi dell’energia ha reso difficile sostenere anche le spese essenziali, come quelle per la casa e per le bollette, per decine di milioni di cittadini dell’Unione europea, soprattutto per quelli che erano già in condizioni di fragilità.

A dimostrarlo, i dati. Secondo Eurostat, ad esempio, nel 2024 (ultimo dato disponibile) il 9,2 per cento degli europei ha detto di non aver potuto riscaldare adeguatamente la propria casa per motivi economici. Nel 2019 erano meno del 7 per cento. Una percentuale che raddoppia se si stringe il focus solo su chi è a rischio povertà. E vale lo stesso anche se si guardano le bollette. Se da un lato sembra ovvio, dall’altro è la testimonianza di come si stia erodendo il diritto a una vita dignitosa di sempre più persone, anche nella comunità europea che ha fatto del welfare sociale un pilastro delle proprie politiche da sempre.

«Si chiama povertà energetica», spiega Vittorio Cogliati Dezza, ambientalista, insegnante, ex presidente di Legambiente, oggi membro del Coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità, dove si occupa proprio di giustizia ambientale e sociale: «Anzi, questa è solo una delle sue facce. Perché quando si parla di “povertà energetica” non si intende solo chi non riesce a pagare le bollette. Ma anche chi vive in case che sono un colabrodo energetico o in quartieri senza alberi, dove c’è solo cemento. Chi vive in aree in cui le ondate di calore estivo necessitano di energia per il raffreddamento delle abitazioni ma non può permetterselo».

Per questo, secondo Cogliati Dezza, la mancanza di una strategia strutturale per abbassare i costi dell’energia va di pari passo con la mancanza di azioni per prevenire gli effetti del cambiamento climatico: «Sia sul versante della messa in sicurezza delle persone e dei territori, da inondazioni o da ondate di calore. Sia sul piano degli investimenti tecnico-industriali sulle rinnovabili o sulle tecnologie per risparmiare energia. Ma anche nel sociale: come nella costruzione di “rifugi climatici”, che potrebbero offrire sollievo dal caldo estremo alle persone vulnerabili e essere anche spazi di socialità. Sarebbe antieconomico e controproducente per la crescita delle emissioni di Co2, in assenza di sufficiente copertura di energie rinnovabili, usare risorse per installare un condizionatore in ogni appartamento».


Per l’ex presidente di Legambiente, che nel 2025 ha pubblicato il libro Clima ingiusto (Donzelli Editore), con Giovanni Carrosio, la mancanza di investimenti sociali come strumento di prevenzione del cambiamento climatico è un’altra delle cecità culturali della classe dirigente attuale. Concausa dell’impoverimento della società e della sua frammentazione in gruppi di persone sempre più divisi e disuguali. E se il discorso vale soprattutto per l’Italia, in quanto uno dei Paesi più esposti perché al centro del Mediterraneo, resta lo stesso anche quando si parla di Unione europea. «Mentre nel 2019, l’Ue con il Green Deal aveva preso una posizione chiara, di leadership internazionale, con i provvedimenti e le direttive volte ad affrontare i nodi della questione climatica per ridurre le emissioni del 55 per cento entro il 2030 e raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Con la seconda presidenza Von der Leyen, la Commissione ha rallentato. Non attraverso una presa di posizione netta, ma con un sistema di rimandi e deroghe», spiega Rossella Muroni, sociologa, esperta di sostenibilità ambientale, presidente di Nuove Ri-Generazioni, l’associazione dedicata allo sviluppo e alla rigenerazione urbana.

«Nell’annacquamento delle politiche del Green Deal, che da verde oggi sembra beige, – come quelle legate alla produzione di energie rinnovabili, all’efficientamento energetico delle case, a favorire la progressione dell’industria verso sostenibilità, ma anche al supporto di una mobilità sostenibile collettiva, all’evoluzione di una politica agricola di qualità – l’Italia ha avuto un ruolo da protagonista», chiarisce Muroni prima di sottolineare come il nostro Paese, con il governo Meloni, si sia trasformato in un freno nei tavoli di trattativa europea. «Una mossa controproducente anche quando si parla di crescita nazionale. Perché noi come sistema manifatturiero abbiamo eccellenze incredibili nel campo delle rinnovabili o dell’automotive. Se avessimo avuto una classe politica illuminata saremmo stati leader della transizione ecologica a livello mondiale, invece siamo diventati un pezzo della catena di subappalto, manovalanza dell’industria altrui», continua.

Ma il rallentamento del Green Deal non solo sta ammazzando un pezzo dell’industria italiana. Per la presidente di Nuove Ri-Generazioni sta anche esasperando le disuguaglianze economiche e le fragilità personali nelle società: «Di contro le politiche climatiche se portate avanti in maniera lungimirante potrebbero aiutare a livellare le disuguaglianze. Sul superbonus, per esempio, abbiamo fatto una battaglia per mettere gli ascensori nei condomini perché il tema della mobilità di disabili e anziani, come diritto sociale, di cittadinanza, è fondamentale. E va incrociato con la tecnologia sostenibile a livello ambientale».

«Questo vale per il dissesto idrogeologico come per la questione ambientale», aggiunge Cogliati Dezza prima di chiarire come anche i danni dello sviluppo economico abbiano pesato sulle periferie: «Basta pensare all’Ilva di Taranto, al polo petrolchimico di Augusta, a Gela, a Porto Marghera. Perfino il traffico illecito dei rifiuti industriali ha colpito le zone più povere e marginali, come la Terra dei fuochi. Il clima da questo punto di vista è un po’ più democratico perché colpisce tutti. Ma se quando c’è un’ondata di calore ho la casa in montagna, sto meglio di chi è costretto a rimanere a Primavalle (periferia di Roma, ndr)».

Per il coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, le conseguenze del cambiamento climatico non sono danni puntuali da riparare di volta in volta. Sono sistemici e hanno a che fare con tutti gli aspetti della vita delle persone. «Per questo è fondamentale avere attenzione per le condizioni degli individui e dei luoghi. L’alluvione del 2023 di Emilia Romagna e Toscana è costata 11 miliardi di euro allo Stato solo per i primi interventi riparativi. Metà delle risorse della manovra economica per il 2026. Ma sono stati buttati a mare.

Perché si poteva evitare», conclude, mosso da due profonde convinzioni: che le politiche climatiche debbano agire sulla prevenzione, se vogliono promuovere lo sviluppo coeso del continente. E che non possono guardare solo l’esistente, «devono essere coraggiose, puntare al futuro, promuovere il cambiamento». Per costruire un’Unione europea sostenibile anche per le persone.

Autore

Chiara Sgreccia, giornalista. Scrive di esteri, scuola, diritti e movimenti sociali